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sabato 19 aprile 2025

Il cervello della passione


In "Introduzione alla critica della filosofia del diritto di Hegel", Marx afferma che la critica "non è una passione del cervello, ma è il cervello della passione". Questa affermazione suggerisce che la critica, non è solo una semplice analisi intellettuale, ma un'attività fortemente legata alle emozioni e alle passioni, soprattutto all'indignazione.

 

Josip Brodskij
Con Isaiah Berlin davanti a un tè in un club di Londra a parlar di Achmatova
La Stampa Tuttolibri, 19 aprile 2025

 L’ho visto per la prima volta diciassette anni fa; lui aveva 63 anni e io 32. Avevo appena lasciato il Paese dove ero rimasto quei 32 anni ed ero al mio terzo giorno a Londra, dove non conoscevo nessuno.

Vivevo a St. John’s Wood, nella casa di Stephen Spender; sua moglie era venuta tre giorni prima all’aeroporto per ricevere W. H. Auden, arrivato da Vienna per partecipare al Festival internazionale di poesia che si teneva annualmente al Queen Elizabeth Hall. Ero sullo stesso aereo, per la stessa ragione. Poiché non sapevo dove andare a Londra, gli Spender si offrirono di ospitarmi. Al terzo giorno in quella casa, in una città dove non conoscevo nessuno, squillò il telefono e Natasha Spender gridò: «Joseph, è per lei». Ovviamente fui sorpreso. La mia sorpresa non era ancora diminuita quando all’apparecchio sentii il suono della mia madrelingua, parlata con estreme chiarezza e velocità, mai conosciute prima. La velocità del suono sfiorava quella della luce. Questi era Isaiah Berlin: mi invitava per un tè al suo club, l’Atheneum.

Accettai, anche se di tutte le mie nebbiose certezze sulla vita inglese, la più nebbiosa riguardava l’idea di club (l’ultimo riferimento l’avevo trovato nell’Eugene Onegin di Puskin). La signora Spender mi accompagnò in automobile fino a Pall Mall e prima che mi avesse depositato davanti a un imponente edificio in stile Regency, insicuro del mio inglese, le chiesi se poteva accompagnarmi all’interno. L’avrebbe fatto, rispose, peccato che le donne non fossero ammesse. Sorpreso anche di questo, aprii la porta e mi annunciai al portiere.

«Vorrei vedere Sir Isaiah Berlin», dissi, attribuendo l’espressione di incredulità controllata dei suoi occhi più all’accento che ai miei vestiti russi.

Mi trovavo ora nell’immenso interno - tutto mogano e pelle - della biblioteca del club. Negli angoli, un paio di membri anziani stavano affondati nelle loro alte poltrone, in stadi diversi di sogno indotto dalla lettura dei giornali. Dall’altra parte della stanza un uomo con un vestito tre pezzi mi salutava. Nella luce del sole la sua figura aveva qualcosa di Chaplin o di un pinguino.

Mi diressi verso di lui e ci stringemmo la mano. A parte la lingua russa, l’unica altra cosa che avevamo in comune era la conoscenza di quella grandiosa poetessa della lingua russa, Anna Achmatova, che a Berlin aveva dedicato uno splendido ciclo di poesie, Sweetbriar’s Bloom.

Occasione del ciclo era stata una visita di Berlin alla Achmatova a Mosca nel ’46, quando lui era segretario dell’ambasciata inglese. A parte le poesie, quell’incontro provocò anche l’ira di Stalin, il cui cono d’ombra ricoprì totalmente la vita della Achmatova per i successivi quindici anni.

Poiché in una di quelle poesie la Achmatova assumeva la personalità di Didone, rivolgendosi al visitatore come ad Enea, non fui troppo sorpreso quando gli udii fare questa prima affermazione: «Che cosa mi hai fatto? Enea! Enea! Ma che tipo di Enea sono io?». Effettivamente non gli somigliava e l’insieme di imbarazzo e orgoglio nella sua voce era genuino. (...)

Guardavo per la prima volta il suo viso. L’edizione tascabile de Il riccio e la volpe non aveva una fotografia dell’autore; la copia di Quattro saggi sulla libertà mi era giunta senza copertina, strappata per precauzione.

Era una faccia meravigliosa, pensai, qualcosa tra uno spaniel e una pernice, con grandi occhi castani pronti a volare e a cacciare. Mi trovavo a mio agio con la sua faccia, con il suo essere vecchia perché questa, da sola, escludeva ogni arroganza. Era anche la faccia di una vittima potenziale, e così mi sentii di colpo molto tranquillo.

Parlavamo russo, con grande sorpresa del personale in uniforme. La conversazione toccò naturalmente la Achmatova, poi domandai a Sir Isaiah come mi avesse trovato a Londra. La risposta mi fece tornare alla mente la copertina di quella edizione mutilata dei Saggi e mi vergognai. Mi sarei dovuto ricordare che quel libro era stato dedicato all’uomo che ora mi ospitava sotto il suo tetto. Stephen Spender era amico di Sir Isaiah dai giorni di Oxford. E così era anche per Wystan Auden, le cui Lettere a Lord Byron come i Saggi erano state le mie compagne tascabili di ogni giorno.

Di colpo mi resi conto di dover molto della mia salute mentale a uomini di una sola generazione, alla classe di Oxford degli Anni 30; io stesso ero in qualche modo un prodotto involontario della loro amicizia; loro passeggiavano nei libri altrui come facevano nelle loro camere al Corpus Christi o all’University College e queste stanze, alla fine, si erano rimpicciolite fino a diventare i tascabili di mia proprietà.

E poi erano i miei ospiti. Volevo sapere tutto, subito, su ognuno di loro. Le due cose più interessanti del mondo, secondo E. M. Cioran, sono pettegolezzi e metafisica. Si potrebbe aggiungere: hanno una struttura simile, perché da uno si può facilmente passare all’altro. E di questo si riempì il pomeriggio, a causa del genere di vita di quelli di cui chiedevo, grazie alla tenace memoria del mio ospite.

Lui mi fece nuovamente pensare alla Achmatova, anche lei possedeva questa incredibile capacità di trattenere tutto: date, dettagli topografici, nomi e dati personali, le loro circostanze familiari, cugini, nipoti, nuore, secondi e terzi matrimoni, da dove venivano mariti e mogli, le appartenenze ai partiti, quando e da chi erano stati pubblicati i loro libri, e, nel caso di una fine spiacevole, chi era stato a denunciarli.

No, l’uomo davanti a me non era Enea, perché Enea, credo, non ricordava nulla. E nemmeno la Achmatova poteva essere Didone, tale da essere distrutta in una tragedia o da morire nelle fiamme. Avesse permesso che le capitasse ciò, chi poteva scrivere le sue parole?

Tuttavia non potevo definire Sir Isaiah un filosofo, perché quella copia mutilata dei suoi Quattro saggi era più il risultato di una reazione viscerale contro un secolo atroce che un trattato filosofico. Sempre per questo non potevo nemmeno definirlo uno storico delle idee. Le sue parole sono sempre state per me un grido dalle viscere del mostro, non una richiesta di aiuto ma un’offerta di aiuto, una risposta normale di una mente impaurita dal presente e che non lo augura a nessuno in futuro. (...)

Ricordo che mentre avanzavo nel libro senza copertina mi fermavo spesso per esclamare: quanto è russo tutto ciò! E con ciò non intendevo solo la scelta degli argomenti, ma anche il modo in cui venivano trattati: il suo accumulare subordinate, le sue digressioni, le domande, le cadenze della prosa, che ricordavano l’eloquenza sardonica della migliore narrativa russa dell’Ottocento.

Naturalmente sapevo che l’uomo con cui ora stavo parlando all’Atheneum era nato a Riga, penso sia stata l’Achmatova a dirmelo. Sempre lei riteneva che fosse un amico stretto di Churchill, il quale, durante la guerra, leggeva con passione i dispacci di Berlin da Washington. (...)

Tuttavia ciò che leggevo non era «russo». E nemmeno il razionalismo occidentale sposato al sentimento d’Oriente, o la sintassi russa che appesantisce con le sue inflessioni la chiarezza inglese. Sembrava la più piena articolazione di un’unica mente, cosciente dei limiti imposti su di essa da ciascun linguaggio e certa del pericolo di tali limitazioni. Dove avevo esclamato «russo!», avrei dovuto dire «umano!». Lo stesso vale per i brani dove uno avrebbe potuto sospirare: «Com’è inglese!». La fusione di due culture? La riconciliazione dei loro valori conflittuali?

Forse ciò che qui poteva essere percepito come vagamente orientale era il concetto che la ragione non merita di essere così tanto venerata, il senso che la ragione è solo un’emozione articolata. Ecco perché la difesa di idee razionali può diventare una questione altamente emotiva.

Notai che il luogo dove eravamo sembrava decisamente “inglese”; vittoriano, per precisione. «Sicuro», replicò il mio ospite, con un sorriso. «È un’isola in un’isola. È ciò che resta dell’Inghilterra, un’idea, se vuole».

E, come incerto che io avessi compreso la sfumatura, aggiunse: «L’idea di Herzen su Londra. Manca solo la nebbia». No, né un filosofo né uno storico delle idee, non un critico letterario o un utopista, ma una mente autonoma catturata dalla gravità del mondo esterno. La parola, forse, sarebbe penseur, se non fosse per le immagini muscolari e di rannicchiamento ad essa associate, così fuori posto davanti a questa figura civilizzata, comodamente reclinata nella poltrona verde bottiglia dell’Atheneum, con l’Est e l’Ovest sincronizzati in lui.

La triste ironia di tutto ciò è - per quanto ne so - che nemmeno una riga di Berlin è stata ancora tradotta nella lingua del Paese che avrebbe più bisogno di quell’intelletto e che potrebbe guadagnare enormemente da questi scritti. Se non altro quella nazione potrebbe apprendere molto di più sulla propria storia intellettuale e allo stesso tempo sulle opzioni presenti di quanto si è mostrata capace fino a oggi. (...)

Naturalmente uno dice tutto ciò col beneficio dell’esperienza rafforzata da ciò che potei leggere di Berlin da allora. Tuttavia penso che 17 anni fa, con solo Il riccio e la volpe e Quattro saggi sulla libertà in mente, non avrei potuto reagire in modo diverso al loro autore.

Prima che il nostro tè all’Atheneum fosse finito, sapevo che le vite delle altre persone sono la specialità di quest’uomo; altrimenti, perché un baronetto inglese di 63 anni dovrebbe parlare con un poeta russo di 32 anni? Cosa potevo mai dirgli che lui, in un modo o in un altro, non sapesse già?

Eppure, penso che in quel caldo pomeriggio di luglio mi trovavo seduto di fronte a lui non solo perché il suo lavoro è la vita della mente, la vita delle idee.

Le idee nascono nelle persone, ovvio, ma possono anche essere raccolte dalle nuvole, dall’acqua, dagli alberi. Da una mela caduta. E al meglio potevo definirmi una mela caduta dall’albero della Achmatova. Penso che volesse conoscermi non per vedere cosa sapevo ma per quello che non sapevo - situazione in cui si troverà spesso, credo, accostato al resto del mondo.

Per dirla in modo meno stridente e autobiografico, con Berlin il mondo ottiene una scelta in più.

Questa scelta non consiste nel seguire le sue istruzioni, quanto nell’adottare i suoi schemi mentali. In ultima analisi, la nozione di pluralismo di Berlin non è un progetto ma un riflesso dell’onniscienza di questa sua mente unica, che davvero sembra essere più vecchia e più generosa di ciò che contempla. Questa onniscienza, in altre parole, è molto umana e perciò può e deve essere emulata e non solo applaudita o invidiata.

Più tardi, la stessa sera, seduti per cena nel seminterrato di casa Spender, Wystan chiese: «Be’ come è andata oggi con Isaiah?».

Stephen domandò subito: «E il suo russo è davvero buono?». Cominciai, nel mio inglese tortuoso, un lungo resoconto sulla nobiltà della pronuncia della vecchia Pietroburgo, sulla sua somiglianza con l’oxonian proprio di Stephen, e su come il vocabolario di Isaiah fosse privo di saporite aggiunte del periodo sovietico e come il suo idioma fosse così personale, quando Natasha Spender m’interruppe per dire: «Sì, ma parla il russo veloce come l’inglese?».

Guardai in faccia quelle tre persone che conoscevano Isaiah da prima che io fossi nato e mi domandai se era il caso di proseguire nella mia esegesi. Poi cambiai idea, in meglio. «Più veloce», risposi.

lunedì 14 marzo 2022

Ultimo brindisi

 


 

Anna Achmàtova, 1934

Bevo a una casa distrutta,
alla mia vita sciagurata,
a solitudini vissute in due
e bevo anche a te:
all’inganno di labbra che tradirono,
al morto gelo dei tuoi occhi,
ad un mondo crudele e rozzo,
ad un Dio che non ci ha salvato.
traduzione di Michele Colucci 
Maria Grazia Meriggi  Poetessa sublime politicamente meglio sorvolare, del resto 
il figlio Gumilev è uno degli ispiratori dell'ideologia imperiale di Putin.
Marco Palla poetessa sublime ma non certo umile, troppo enfatica, solenne e sussiegosa. (Si comprende che io capisco poco di poesia ma ella non mi sta a cuore? La politica non c'entra nulla). Achmatova pensava in termini classisti, ma si può essere aristocratici per
nascita o per scelta, e al contempo poeti immensi. Achmatova a me non pare possa competere con altre voci, faccio solo l'esempio di Zvetaeva.

Giovanni Carpinelli Lasciando stare la politica e la poesia, pensavo che la Achmatova avesse sofferto abbastanza nella sua vita per meritare ogni rispetto. E poi c'erano stati l'amore giovanile per Modigliani, quello senile per Berlin. Dovevo arrivare alla mia veneranda età per assistere a un tale massacro dell'icona. Povero me, se non mi affretto a morire rischio di vedere tanti miei forse troppo facili amori finire in pezzi sotto i colpi di critici spietati come il pur bravo Marco Palla. Non mi resta che sperare in una maggiore indulgenza alla prossima occasione. Zvetaeva piace molto a Annalena Benini. A me sembrava troppo esaltata. Genio e sregolatezza, forse. Ma qui finiamo nei meandri della mia psicologia. Rifuggo dal turbamento.
 
Marco Palla beh io rispetto la persona Achmatova e credo che di poeti sofferenti ce ne siano fin troppi, gli aggettivi pesanti che ho usato - dovevo essere più chiaro - sono per la sua cifra poetica, io prediligo la poesia che si spoglia di ogni orpello. Ma non sono un critico e mi pare di averlo scritto, ho predilezioni e idiosincrasie di un comune lettore (assai inesperto di letteratura russa). Se una poesia supera un certo livello retorico di enfasi - uso il termine in piena consapevolezza che è un criterio esegetico troppo naïf, o forse un non-criterio - non ho pazienza di approfondire. Cambio. Rimetto a posto Hughes e leggo Plath, chiudo Yeats e apro Auden, non leggo oltre Cardarelli o Quasimodo e dedico più tempo a Saba, Penna, Zanzotto.  
 
Giovanni Carpinelli  tutto molto giusto. Poi entrano in gioco le propensioni personali e allora il gioco si fa meno angusto. Per esempio Omero è spesso enfatico, ma a me in lui questo appare tollerabile.
 
Marco Palla di Omero non si butta nulla.
 
Giovanni Carpinelli evviva!
 
 https://www.unive.it/pag/fileadmin/user_upload/dipartimenti/DSLCC/documenti/DEP/numeri/n22/07_22__maggio2013-Dundovich.pdf


giovedì 23 ottobre 2014

Un amore al tempo del Gulag

Anna Achmatova


IN SOGNO

Nero e duro distacco

che io sopporto al pari di te.

Perche' piangi? Dammi meglio la mano,

prometti di ritornare in sogno.

Noi siamo come due monti...

non ci incontreremo piu' a questo mondo.

Se solo, quando giunge mezzanotte,

mi mandassi un saluto con le stelle.

 

1946



Orlando Figes
Qualcosa di più dell'amore
Neri Pozza, Venezia 2012
titolo originale Just send me word. A True story of Love and Survival in the Gulag 

È il 1935 quando Lev incontra Svetlana per la prima volta nel cortile dell'università di Mosca. Snella, con folti capelli castani, gli zigomi sporgenti e occhi azzurri dallo sguardo intelligente e malinconico, Svetlana è una delle poche donne che nel settembre del 1935 si è guadagnata assieme a Lev e a trenta altri uomini l'ammissione alla facoltà, la migliore per la fisica di tutta l'Unione Sovietica. Durante i primi anni di università, Lev la chiama Sveta, va a sedersi accanto a lei alle lezioni, a mangiare con lei in mensa, a incontrarla al club studentesco, ad aspettarla alla fine delle lezioni. Poi la riaccompagna a casa, dove legge con lei la Achmatova e Blok, i suoi poeti preferiti. Impossibile per Sveta non innamorarsi di quel ragazzo dal volto cortese e gentile, con dolci occhi azzurri e la bocca carnosa, come quella di una ragazza. Impossibile anche non essere orgogliosa di lui, quando nel 1940 Lev diventa assistente del prestigioso Istituto di Fisica Lebedev. La Storia, tuttavia, con i suoi tragici eventi è in agguato. Nel 1941 l'esercito tedesco attacca la Russia, cogliendo completamente di sorpresa le forze sovietiche. Arruolatosi volontario, Lev va incontro a un'odissea in cui tutta la sua vita sembra tragicamente naufragare. Opera basata su una storia vera ricostruita attraverso le lettere rinvenute da Figes negli archivi del KGB, "Qualcosa di più dell'amore" è il racconto di un amore vero, che ha saputo resistere al tempo, all'ingiustizia e alla crudeltà della Storia. 
Aldo Agosti, Un amore oltre il Gulag, "Passato e Presente", n. 92, 
maggio-agosto 2014, pp. 145-156.

A Love Story beyond the Gulag. In 1946, after five years as a prisoner of war -first as a Soviet Union in Nazi concentration camps, then as a deportee (falsely accused of treason) in Russia's Arctic Gulag - 29-years-old Lev Miščenko unexpectedly received a letter from Sveta, the sweetheart he had hardly dared hope was still alive. Amazingly, over the next eight years the lovers managed to exchange more than 1200 letters, and even to smuggle Sveta herself into the camp for secret meetings. Their recently discovered correspondence is the onlyknown real-time record of lifein Stalin's Gulag, unmediated and almost uncensored. In Just send me word the historian Orlando Figes took on the task of deciphering and editing it, discovering an impressive record not only of daily "routine" inside a Soviet labour camp, but also (through Sveta's letters) a rare sense of Moscow everyday life in the hardest times of post-war Soviet reconstruction.

mercoledì 3 settembre 2014

Una notte a Leningrado, l'ospite inglese e la poetessa



Anna Achmatova
Dalla raccolta Cinque (1946)

Come sul lembo di una nube/rimembro le tue parole/Ma ti rendevano le mie parole/più luminose dei giorni le notti/Disgiunti, così, dalla terra,/in alto passavamo come stelle./E né disperazione, né vergogna/né adesso, né poi, né allora./Ma vivo e non in sogno/tu senti come ti chiamo.

Sounds die away in the ether,
And darkness overtakes the dusk.
In a world become mute for all time,
There are only two voices: yours and mine.
And to the almost bell-like sound
Of the wind from invisible Lake Ladoga,
That late-night dialogue turned into
The delicate shimmer of interlaced rainbows.



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L'incontro, il terzo tra il trentacinquenne Isaiah Berlin e Anna Achmatova, che non voleva essere chiamata "la poetessa" - preferiva "il poeta" - ebbe luogo il 5 gennaio 1946 nella casa della Fontanka (Fontanny Dom) a Leningrado. Il primo incontro era stato pubblico, si era svolto a Mosca in un edificio assegnato all'ufficio stampa dell'ambasciata britannica. Il secondo era stato molto rapido, risaliva al pomeriggio di quel 5 gennaio:
"Scale buie e sporche condussero Berlin al cospetto di Achmatova, che gli apparve imponente come una regina, la testa nobile, i capelli grigi, uno scialle bianco gettato sulle spalle. Era stata una donna bellissima, anche Amedeo Modigliani l'aveva amata.
I suoi 56 anni non erano riusciti ad aggredirne il fascino conturbante. Lui si inchinò: «Mi sembrò il caso di farlo*». Ma l'esordio fu impacciato e breve, interrotto dopo pochi minuti da qualcuno che in cortile urlava il nome di Isaiah. Era Randolph Churchill, il figlio dello statista britannico, corrispondente per alcuni giornali inglesi e amico di Berlin. Aveva saputo che era in città, lo aveva cercato e ora voleva che tornassero insieme in albergo per acquistare del caviale. Molto imbarazzato, Berlin si scusò con l'Achmatova e le chiese se poteva tornare. «L'aspetto questa sera alle 9», fu la risposta". (Paolo Valentino, CdS, 8 agosto 2013)

L'ospite inglese tornò. "E fu un incontro straordinario, una notte e un giorno destinati a lasciare un segno indelebile sui due protagonisti e, secondo la narrativa della poetessa, sulla storia del mondo. Come ha raccontato con eleganza Gyorgy Dalos in «Innamorarsi a Leningrado», pubblicato qualche anno fa in Italia da Donzelli, dopo quella sera l'Achmatova entrò definitivamente nel mirino di Stalin, censurata, cacciata dall'Unione degli Scrittori, sottoposta a ogni sorta di angherie e privazioni, marchiata dall'ideologo Zdanov come «suora e sgualdrina»." (Ivi) Più prudente Nello Ajello ha sostenuto: "Non è da escludere che quella visita del giovane filosofo influisca sulla persecuzione che le [a AA] comminerà il regime, sfociando, nell' agosto del ' 46, nella storica filippica che le scaglierà contro l' ideologo-capo del Pcus, Andrej Zdanov, e che Stalin adotterà. «Monaca» e «sgualdrina», lei si sentirà definire: sono frammenti di costume di un'era terribile per chi cade in disgrazia, fosse anche una Saffo del nostro tempo. Lui, Berlin, tornato in Gran Bretagna, è troppo esperto per non capire che un prolungamento esplicito della loro relazione sarebbe dannoso, forse fatale, all' amica. Non s'azzarda a scriverle. Una sua visita in Urss, nel '56, si risolve in un «non incontro», con una sola telefonata da un posto pubblico" (Nello Ajello, La notte di Berlin e la Achmatova, la Repubblica, 16 giugno 2007).

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Una allusione a quanto era accaduto si trova in una lettera spedita da Berlin a Frank Roberts il 20 febbraio 1946: "Ho rivisto la poetessa  di Leningrado, che ha finito per scrivere in mio onore un'ardente poesia sulle nostre conversazioni notturne: la cosa più emozionante che mi sia capitata" (Florishing. Letters 1928-1946, Chatto & Windus, London 2004, p. 619).

la rimembranza del 1956

... l'importanza che l'episodio ebbe per entrambi risulta anche dalla lirica che la Achmatova scriverà il 5 gennaio del 1956, nel decennale di quell'incontro: "... Verrà da me nella casa della Fontanka/a bere il vino dell'Anno Nuovo/e farà tardi nella notte piena di nebbia" (H. Hardy, Note, in Isaiah Berlin, A gonfie vele. Lettere 1928-1946, Adelphi,Milano 2008, p. 352).

Basta con questo gelido terrore,
Meglio che di Bach io la Ciaccona invochi,
E dietro a lei un uomo entrerà:
Egli il marito non diverrà a me caro,
Ma ci meriteremo, io e lui,
Che si turbi il Secolo ventesimo.
Per caso l'avevo preso per colui
Ch'è donato dal mistero e cui
E' destino quanto di più amaro s'accompagni.
Verrà da me, al Palazzo delle Fontane,
Troppo tardi nella notte nebbiosa
A bere il vino dell'Anno Nuovo.
E rammenterà una vigilia d'Epifania,
L'acero traverso il vetro, le candele nuziali
E del poema il mortale volo...
Ma non il primo ramoscello di lillà,
Non l'anello, nè le dolci preghiere:
La rovina egli mi porterà.

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(*) «Aveva una testa nobile dai bei tratti, un po' rigidi, con una espressione di infinita tristezza. Mi inchinai. Mi sembrò il caso di farlo, perché aveva l' aspetto di una regina da tragedia» (cit. in Giorgio Montefoschi, Amore e politica. Isaiah Berlin e Anna Achmatova, passione di una notte sotto la scure di Stalin, Corriere della Sera, 1 giugno 2007) .

Si veda inoltre  http://amori-difficili.blogspot.it/2012/07/il-pittore-italiano-e-la-poetessa-russa.html