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martedì 16 dicembre 2014

Russia, un brutale risveglio

Maria Ferretti
a proposito di Svetlana Aleksievič, Tempo di seconda mano. La vita in Russia dopo il crollo del comunismo, ed. orig. 2013, trad. dal russo di Nadia Cicognini e Sergio Rapetti, pp. 777, € 24, Bompiani, Milano 2014
l'Indice, 15 dicembre 2014








Per chi vuole capire cos’è successo in Russia nei vent’anni trascorsi dal naufragio dell’Urss, il libro di Svetlana Aleksievič è prezioso. Scavando con delicatezza nelle pieghe della sofferenza, attraverso il racconto corale di uomini e donne comuni, l’autrice fa toccare con mano il trauma provocato dalla violenza sociale della “terapia di shock”, la riforma economica con cui il presidente russo Boris El’cin, dopo aver buttato nella pattumiera della storia l’Unione sovietica, aveva promesso di traghettare il paese dalla miseria del comunismo al benessere e alla democrazia, grazie alle virtù taumaturgiche del libero mercato. Non è, intendiamoci, un saggio di sociologia. Le voci raccolte da Aleksievič non pretendono di rappresentare la società intera. Ma sono tanto più interessanti perché sono le voci di quell’intelligencija diffusa (medici, insegnanti, ricercatori, ingegneri, specialisti) che aveva accolto con entusiasmo la volontà di cambiamento di Gorbačev per sostenere poi con altrettanto entusiasmo El’cin, ammaliata da un sogno che, nelle parole del presidente, sembrava così a portata di mano. Sono le voci di chi voleva una Russia democratica. Ma il risveglio è stato brutale. Anelavano alla libertà e a un mondo più giusto, immaginato coi tratti vaghi di un socialismo dal volto umano o, al massimo di un “capitalismo col sorriso”. E hanno ricevuto il capitalismo selvaggio (“la Colombia, non l’America o la Germania”), che ha travolto le loro fragili esistenze, rendendoli uomini superflui, stranieri d’un tratto in quello che era stato il loro paese. Ai giorni dell’euforia e della speranza, sono seguiti i giorni amari del disincanto.




mercoledì 10 dicembre 2014

Eric Hobsbawm, il buco nero del comunismo

Il necrologio del New York Times
parole conclusive 
 










In 1994, he shocked viewers when, in an interview with Michael Ignatieff on the BBC, he said that the deaths of millions of Soviet citizens under Stalin would have been worth it if a genuine Communist society had been the result.
“The greatest price he will pay is to be remembered not as Eric J. Hobsbawm the historian but as Eric J. Hobsbawm the unrepentant Communist historian,” Mr. Judt said. “It’s unfair and it’s a pity, but that is the cross he will bear.” 

http://www.nytimes.com/2012/10/02/arts/eric-hobsbawm-british-historian-dies-at-95.html?pagewanted=all&_r=0 





l'intervista a Ignatieff
il passo richiamato nel necrologio

Ignatieff
In 1934, millions of people are dying in the Soviet experiment. If you had known that, would it have made a difference to you at that time? To your commitment? To being a Communist?

Hobsbawm
…’Probably not.’

Ignatieff
Why?

Hobsbawm
Because in a period in which, as you might imagine, mass murder and mass suffering are absolutely universal, the chance of a new world being born in great suffering would still have been worth backing… The sacrifices were enormous; they were excessive by almost any standard and excessively great. But I’m looking back at it now and I’m saying that because it turns out that the Soviet Union was not the beginning of the world revolution. Had it been, I’m not sure.

Ignatieff
What that comes down to is saying that had the radiant tomorrow actually been created, the loss of fifteen, twenty million people might have been justified?

Hobsbawm
Yes.





giovedì 23 ottobre 2014

Un amore al tempo del Gulag

Anna Achmatova


IN SOGNO

Nero e duro distacco

che io sopporto al pari di te.

Perche' piangi? Dammi meglio la mano,

prometti di ritornare in sogno.

Noi siamo come due monti...

non ci incontreremo piu' a questo mondo.

Se solo, quando giunge mezzanotte,

mi mandassi un saluto con le stelle.

 

1946



Orlando Figes
Qualcosa di più dell'amore
Neri Pozza, Venezia 2012
titolo originale Just send me word. A True story of Love and Survival in the Gulag 

È il 1935 quando Lev incontra Svetlana per la prima volta nel cortile dell'università di Mosca. Snella, con folti capelli castani, gli zigomi sporgenti e occhi azzurri dallo sguardo intelligente e malinconico, Svetlana è una delle poche donne che nel settembre del 1935 si è guadagnata assieme a Lev e a trenta altri uomini l'ammissione alla facoltà, la migliore per la fisica di tutta l'Unione Sovietica. Durante i primi anni di università, Lev la chiama Sveta, va a sedersi accanto a lei alle lezioni, a mangiare con lei in mensa, a incontrarla al club studentesco, ad aspettarla alla fine delle lezioni. Poi la riaccompagna a casa, dove legge con lei la Achmatova e Blok, i suoi poeti preferiti. Impossibile per Sveta non innamorarsi di quel ragazzo dal volto cortese e gentile, con dolci occhi azzurri e la bocca carnosa, come quella di una ragazza. Impossibile anche non essere orgogliosa di lui, quando nel 1940 Lev diventa assistente del prestigioso Istituto di Fisica Lebedev. La Storia, tuttavia, con i suoi tragici eventi è in agguato. Nel 1941 l'esercito tedesco attacca la Russia, cogliendo completamente di sorpresa le forze sovietiche. Arruolatosi volontario, Lev va incontro a un'odissea in cui tutta la sua vita sembra tragicamente naufragare. Opera basata su una storia vera ricostruita attraverso le lettere rinvenute da Figes negli archivi del KGB, "Qualcosa di più dell'amore" è il racconto di un amore vero, che ha saputo resistere al tempo, all'ingiustizia e alla crudeltà della Storia. 
Aldo Agosti, Un amore oltre il Gulag, "Passato e Presente", n. 92, 
maggio-agosto 2014, pp. 145-156.

A Love Story beyond the Gulag. In 1946, after five years as a prisoner of war -first as a Soviet Union in Nazi concentration camps, then as a deportee (falsely accused of treason) in Russia's Arctic Gulag - 29-years-old Lev Miščenko unexpectedly received a letter from Sveta, the sweetheart he had hardly dared hope was still alive. Amazingly, over the next eight years the lovers managed to exchange more than 1200 letters, and even to smuggle Sveta herself into the camp for secret meetings. Their recently discovered correspondence is the onlyknown real-time record of lifein Stalin's Gulag, unmediated and almost uncensored. In Just send me word the historian Orlando Figes took on the task of deciphering and editing it, discovering an impressive record not only of daily "routine" inside a Soviet labour camp, but also (through Sveta's letters) a rare sense of Moscow everyday life in the hardest times of post-war Soviet reconstruction.