venerdì 4 aprile 2025

Il bello accade

Piero della Francesca, Annunciazione, particolare


Sergio Givone
Prima lezione di estetica
Laterza, Roma-Bari 2003

Benché minimamente unito al vero e al bene, il bello secondo Platone non è né qualcosa che si fa, né qualcosa che si sa, e quindi: né qualcosa che si produce, né qualcosa che si conosce. Semmai verso il bello si va, come strappati a se stessi e al proprio mondo (trascinati via, sedotti). Ma neanche questo è esatto, platonicamente. O lo è solo fino a un certo punto. Infatti verso il bello si va, ma a condizione di essere già presso il bello, di sostare già nell'orizzonte che il bello schiude, di appartenere già a quel che si cerca. Se il bello non si fosse manifestato, se non ci fosse apparso in una forma o nell'altra, noi non sentiremmo acuto il desiderio di possederlo o quantomeno di rimirarlo, goderlo in visione. Il bello accade - ed ecco non possiamo più farne a meno, comunque ne siamo catturati al punto che non vorremmo più distogliere lo sguardo. 










Il racconto della storia


Lucio Villari 


Raffaella De Santis
"Leggevamo i nostri scritti a vicenda. Anche Erodoto era pop"
la Repubblica, 4 aprile 2025


Luciano Canfora, filologo e grecista, apprezza la qualità popolare dell’opera di Lucio Villari: «Anche nel mondo antico greco e romano gli storici parlavano alla gente comune». Canfora, che di recente ha raccontato La grande guerra del Peloponneso per Laterza, non ha paura dei media, appartenendo come Villari a quella schiera di studiosi che non si sono ritirati a vivere in una torre d’avorio ma vogliono parlare a tutti.

Vi conoscevate personalmente?

«Eravamo in buoni rapporti, leggevamo i nostri scritti reciprocamente. Molte cose notevoli Villari le ha pubblicate su Repubblica, fin dai primi anni di vita del giornale. Ricordo alcuni importanti articoli in cui mostrava un’attenta lettura dell’ambiente del socialismo tedesco, da Rosa Luxemburg a Karl Kautsky».

Villari sapeva unire l’attività universitaria ai giornali, al teatro e alla televisione. Aveva un’anima pop?

«La divaricazione tra i dotti che ricercano in modo umbratile e i divulgatori un po’ banali è una devianza. La storiografia nasce nel mondo antico con fine divulgativo, rivolta a un grande pubblico composto di persone normali. Si sceglie questa via perché si è convinti che quel racconto rivolto alla gente possa avere un effetto politico e civile importante. Va considerato inoltre che nel mondo romano coloro che scrivevano di storia appartenevano perlopiù alla classe senatoria, dunque con le loro opere facevano anche politica».

L’idea di una storiografia a due velocità è una questione prevalentemente italiana?

«La storiografia inglese, dai tempi di Gibbon, alla fine del Settecento, e quella francese delle Annales, di Le Goff o Duby è stata capace di parlare in modo comprensibile e attraente al pubblico senza danneggiare la serietà della ricerca».

Nei paesi anglosassoni spesso gli studiosi scrivono sia testi accademici che divulgativi senza che questo infici la loro autorevolezza.

«Nel nostro Paese purtroppo molti professori di storia hanno avuto ritegno a sporcarsi le mani. Il risultato è che hanno lasciato ampio spazio ai dilettanti. Ci sono però grandi eccezioni. Anche Rosario Villari, il fratello di Lucio, sapeva giocare su entrambe le tonalità, da una parte la ricerca più ascetica, dall’altra i suoi eccellenti manuali per i licei».

Ci sono ragioni particolari che possono spiegare come mai in Italia si è stati a lungo sospettosi verso le produzioni popolari?

«Il fatto che la storiografia ottocentesca italiana sia stata fortemente influenzata dal fattore dell’unificazione nazionale e del patriottismo, le ha dato una caratura di orientamento compromissorio. Nel Novecento inoltre molta storiografia si è compromessa col fascismo, abbracciando la tesi che era il coronamento del liberalismo. Finita questa orgia ultranazionalista, si è avuta la reazione contraria degli storici, che hanno abbandonato la divulgazione ritirandosi nelle loro private stanze. Il racconto storico è finito allora nelle mani di bravi giornalisti come Arrigo Petacco, capaci di una narrazione attraente ma di seconda mano. Certo vendeva migliaia di copie e questo faceva invidia ai dotti cattedratici».

Lei parla di storia come narrazione. Che ruolo hanno avuto i grandi romanzi storici nell’opera di divulgazione?

«Mentre Francia, Inghilterra e Russia hanno avuto una grande produzione di romanzi storici – pensiamo a Hugo, Balzac, Dumas, Walter Scott, Dickens, Tolstoj e tanti altri – noi abbiamo avuto un unico grandissimo caso: Manzoni. Ci sono stati poi alcuni tentativi di personaggi che non hanno lasciato traccia, se non in altri campi, come Massimo D’Azeglio, autore di noiosissimi romanzi storici para-patriottici, o Niccolò de’ Lapi, scomparso dalla memoria. Anche il grande e sanguigno Francesco Domenico Guerrazzi ha scritto libri indigesti come La battaglia di Benevento. Sul lato innovativo, tra fine ’800 e inizio ’900, collocherei invece Federico De Roberto: un romanzo come I Viceré affonda le radici nella vicenda del meridione e rispecchia una lettura molto pessimistica del nostro Risorgimento. Ma è un caso isolato».

Uno storico pop può camminare a testa alta?

«Anche Erodoto parlava in pubblico».


Villari, Lucio. - Storico italiano (Bagnara Calabra 1933 - Roma 2025). Tra gli storici italiani contemporanei di più alto rilievo, docente di storia contemporanea all'Università degli Studi Roma Tre, ha focalizzato i suoi studi sul periodo moderno, con particolare attenzione ai processi socioculturali verificatisi in Europa tra il 18° e il 19° secolo e ai mutamenti politico-economici che hanno caratterizzato il Novecento. Autore di fondamentali saggi in cui ha letto la realtà con appassionata acutezza e ampia traiettoria analitica - tra i più recenti si citano qui La roulette del capitalismo (1995); Romanticismo e tempo dell'industria. Letteratura, libertà e macchine nell'Italia dell'Ottocento (1999); Niccolò Machiavelli (2000; Premio Estense 2001); Bella e perduta. L'Italia del Risorgimento (2009); America amara. Storie e miti a stelle e strisce (2013); La luna di Fiume. 1919: il complotto (2019) -, ha firmato con il fratello Rosario il diffusissimo manuale La società nella storia. Corso di storia per la scuola media inferiore (3 voll., 1977). In anni recenti ha svolto un'intensa attività di divulgazione storica anche attraverso la partecipazione e programmi televisivi di Rai 3 quali Il tempo e la storia (2013-2017) e Passato e presente (dal 2017). (Treccani)


Lucio Villari ci ha insegnato che la storia appartiene a tutti - la Repubblica

https://www.feltrinellieditore.it/news/2004/05/13/lucio-villari-gulag--quellitaliano-fucilato-da-stalin-2683/

Fuoco amico


Fuoco amico. Si parla di fuoco amico quando  soldati o mezzi schierati 
sul campo di battaglia si vengono a trovare sotto un fuoco proveniente dal loro stesso schieramento. 

Meloni è finita nei guai: dove non è arrivata la sinistra, è arrivato Trump. (jena)

Flavia Perina
Se la destra è orfana dell'amico americano
La Stampa, 4 aprile 2025

Lutto nazionale, o poco ci manca. I dazi americani, orizzontali, erga omnes, indifferenti a ogni antica amicizia, costituiscono per la destra italiana molto più di un colpo all’economia e alle sue categorie del cuore (produttori di vini, formaggi pregiati, agroalimentare in genere). La obbligano a un bagno di realtà: l’amico americano non c’è più. Il suo disprezzo per i parassiti europei è circolare, riguarda tutti, anche i conservatori italiani, e quando Donald Trump e J.D. Vance bullizzano l’Unione ce l’hanno con ogni sua capitale e palazzo, Roma compresa, Chigi compreso. Dopo più di mezzo secolo si avvera l’antica ballata-profezia intonata negli scantinati del cabaret di destra: Occidente good bye. La cantava Pat Starke, una minuta italo-americana, nell’anno del disimpegno dal Vietnam e dell’abbandono di chi si era affidato al racconto di libertà a stelle e strisce. Il coro – incredibile – era quello di Nora Orlandi. Il testo, tormentato: “Le fedi spente, le guerre vinte / le date storiche, tutto per niente / Occidente che butti tutto quello che hai / Occidente good bye.

Meloni aveva molte ragioni per credere in un altro destino, almeno per lei e per l’Italia. La sintonia politica con il mondo Maga, innanzitutto, che da sempre le ha dimostrato amicizia e sostegno. Fu il primo teorico del trumpismo, Steve Bannon, a incoraggiare Meloni nel 2018, quando era Matteo Salvini a dare le carte della politica e FdI temeva addirittura di non superare lo sbarramento del Rosatellum. Piombò ad Atreju per ufficializzare la special relationship con i Fratelli d’Italia e arruolarli nella battaglia sovranista “contro quelli di Davos”: diventò un riferimento. Stessa attenzione da Elon Musk nel 2023, prima a Palazzo Chigi e poi sempre ad Atreju, con Meloni già premier ma Trump non ancora incoronato, e pure lì la promessa sembrò chiara: siamo amici speciali, siamo in sintonia, presto lavoreremo insieme. Meloni ha rispettato il patto implicito. Per almeno due volte si è rifiutata di associarsi a documenti europei con spunti urticanti contro l’America. Ha invitato a non lasciarsi andare alle tifoserie dopo l’inaudito scontro in diretta tv tra Trump e Zelensky. Ha mostrato tutto il suo scetticismo per i piani di difesa franco-inglesi, ha dato ragione a J.D. Vance nella sua intemerata contro l’Europa per il presunto allontanamento “dai valori condivisi con l’America”.

Più di questo, cosa? E cosa più della tradizionale, assoluta, ostinata fedeltà della destra italiana all’alleanza occidentale, fin dal ’52, quando il mondo neofascista che pure contro gli americani aveva combattuto in armi accettò il Patto Atlantico e la pax americana? La delusione di Giorgia Meloni è ovvia e ha fondati motivi, compresi quelli del consenso, perché i dazi sono una bomba sotto la nostra economia e i contraccolpi elettorali ci saranno, nonostante la scarsa competitività dell’opposizione. Gli appuntamenti annullati, il vertice d’urgenza a Palazzo Chigi, le prime parole critiche sugli Usa della premier – «Misura sbagliata» – sono il segno di uno choc e al tempo stesso di una presa di contatto con la realtà. La destra sapeva che la guerra commerciale era dietro l’angolo, sapeva che difficilmente avrebbe fatto sconti all’Italia, ma forse non ci ha mai creduto fino in fondo. A forza di addolcire la pillola trumpiana raccontando che tra il dire e il fare del Presidente Usa ci sarebbero state differenze, se ne era convinta davvero. Occidente good bye, figuriamoci. E invece ecco qui, è successo.

giovedì 3 aprile 2025

Una società di eredi






INTERVISTA Autore di un'opera affascinante, questo specialista della filosofia sociale e politica esplora, in un'intervista a "Le Monde", la diversità e la radicalità del pensiero del XIX secolo che mette in discussione il principio di trasmissione familiare.


Mélanie Plouviez, docente di filosofia sociale e politica all'Università della Costa Azzurra, resuscita, in L'Injustice en héritage. Ripensare la trasmissione ereditaria della proprietà (La Découverte, 368 pagine, 23 euro), riflessioni dimenticate e spesso sorprendenti di pensatori della fine del XVIII e XIX secolo  sulla trasmissione ereditaria della proprietà.


Nel suo libro lei sostiene che viviamo in una "società di eredi". Perché pensa che questi termini si applichino sia alla Francia del XIX secolo  che a quella del XXI secolo  ?

Una società di eredi è una società in cui l'eredità conta più del lavoro nell'accumulo di beni. Questo meccanismo ereditario plasma un ordine sociale in cui le fortune più grandi sono riservate agli individui provenienti da famiglie benestanti. Altri possono, grazie ai loro sforzi, ai loro meriti o ai loro titoli di studio, ottenere stipendi elevati, ma è impossibile per loro raggiungere le posizioni più elevate in termini di ricchezza.

Questo era il caso della società francese del XIX secolo  , ma lo è anche di quella del XXI secolo  . Nel Capitale nel XXI secolo  ( Seuil, 2013), Thomas Piketty dimostra che la quota di ricchezza ereditata nelle risorse delle generazioni nate dopo gli anni Settanta è tornata al livello raggiunto dalle generazioni nate nel XIX secolo  . La distruzione del capitale privato durante le due guerre mondiali e l'introduzione di un'imposta di successione fortemente progressiva hanno reso il XX secolo un secolo meno diseguale, ma oggi la Francia è tornata ad essere una società di eredi.

Quando si parla di società di eredi, viene spesso citato il "discorso di Vautrin" ne "Il papà Goriot" (1835) di Balzac. In che modo questo è rilevante?

In questo discorso edificante, il personaggio di Vautrin, un ex detenuto, espone in modo crudo le realtà sociali degli anni '20 dell'Ottocento a Rastignac, un giovane ambizioso proveniente da una famiglia senza soldi, venuto a "studiare legge" a Parigi. Anche se riuscisse brillantemente negli studi e raggiungesse le più alte professioni legali, non riuscirebbe mai, con le sue sole forze, a raggiungere posizioni finanziarie equivalenti a quelle che un buon matrimonio potrebbe garantirgli.

L'eredità, spiega Vautrin, è l'unico modo per accedere ai ranghi più alti della società. Per questo motivo le consiglia di sposare una ricca ereditiera, Victorine Taillefer, anche se ciò significa commettere un omicidio. Rastignac rifiuterà questo patto faustiano, ma questo brano la dice lunga su cosa sia una società di eredi.

Oggi le controversie sulle successioni riguardano l'aliquota dell'imposta di successione, non il suo principio. Pensi che il dibattito sia troncato?

La questione dell'eredità è riemersa nel dibattito pubblico durante la campagna presidenziale del 2022, ma è stata di fatto confinata alla questione "più o meno tasse": non si è riflettuto sulla legittimità della trasmissione familiare del patrimonio.

Nel XIX secolo, al contrario, la questione dell'eredità era sulla bocca di tutti. Sulla piattaforma online Gallica ho repertoriato quasi 50.000 opere del XIX secolo su  questo tema: non basterebbe una vita per leggerle tutte... Da Gracco Babeuf a Jeremy Bentham, da John Stuart Mill a Jean Jaurès, da Alexis de Tocqueville a Pierre-Joseph Proudhon, questa istituzione è stata studiata, messa in discussione, contestata... Questa abbondanza contrasta con la povertà del nostro immaginario sociale e politico. Da qui l'utilità di ritornare alle riflessioni sul patrimonio emerse durante la Rivoluzione francese e nel XIX secolo.

La Rivoluzione francese, che pose fine alla trasmissione ereditaria del potere politico, mise in discussione anche la trasmissione ereditaria della proprietà?

Non mette in discussione il principio della successione familiare, ma stabilisce i tre principi che, ancora oggi, costituiscono la base dell'architettura del sistema successorio francese.

Il primo grande contributo della Rivoluzione fu il principio della condivisione equa tra tutti i bambini; Nel 1790, l'Assemblea Costituente abolì i diritti di primogenitura e di mascolinità che, sotto l'Ancien Régime, consentivano che la maggior parte dei beni familiari fosse destinata al primo figlio maschio. D'ora in poi l'eredità avvantaggia tanto il figlio maggiore quanto il figlio minore, tanto la sorella quanto il fratello.

Il secondo principio ereditato dalla Rivoluzione è l'unificazione del diritto su tutto il territorio. Sotto l'Ancien Régime, le regole di successione variavano a seconda della località, del tipo di proprietà e dello status sociale, ma nel 1790 l'Assemblea Costituente stabilì un principio di unità: da quel momento in poi le regole sarebbero state le stesse per tutti.

Il terzo principio è l'istituzione, su tutto il territorio, di un'unica imposta sulle successioni basata sull'obbligo di dichiarazione: le imposte di registro. Tutti devono dichiarare all'erario qualsiasi trasferimento di beni, che si tratti di eredità, legato o donazione tra viventi, indipendentemente dal bene trasferito e dal suo valore.

Il XIX secolo  è, scrivi, il “secolo dei pensieri ereditari”. Come affrontarono la questione i filosofi dell'epoca?

Questo immenso corpus è attraversato da un'idea che ci è divenuta estranea: agli occhi di Robespierre, dei saint-simoniani o di Durkheim, la proprietà individuale deve estinguersi con la morte del proprietario. Questi autori non negano alcun diritto di proprietà individuale, ma lo limitano alla vita del suo titolare. Così facendo, inventano una teoria della proprietà ibrida: individuale durante la vita, sociale dopo la morte.

Questo concetto non è privo di interesse oggi: ci consente di conciliare il nostro moderno attaccamento alla proprietà individuale con uno scopo più elevato del mero interesse individuale o familiare. Se ciò che possiedo privatamente lo possiedo per concessione sociale solo per tutta la vita, non posso usarlo in modo assoluto.

In un mondo colpito dal cambiamento climatico e dalla distruzione della biodiversità, questo sconvolgimento teorico potrebbe in particolare portare a mettere in discussione gli usi privati ​​che causano degrado per tutti.

Come si presenta il sistema immaginato dai discepoli di Saint-Simon (1760-1825), che vogliono abolire l'eredità familiare?

Negli anni Trenta dell'Ottocento, i sansimoniani ritenevano che la Rivoluzione francese si fosse fermata a metà strada: aveva abolito la trasmissione ereditaria del potere politico ma, preservando l'eredità familiare, aveva mantenuto quella del potere economico. Propongono quindi di sostituire il principio di ereditarietà con il principio meritocratico della "capacità ": i beni di un individuo, e in particolare i mezzi di produzione, non dovrebbero andare ai suoi figli, ma ai lavoratori più capaci di amministrarli.

Per il filosofo positivista Auguste Comte [1798-1857] , questa gestione dello strumento di produzione deve incarnarsi in un rituale. Sette anni prima del suo pensionamento, il dirigente industriale forma il suo successore e, al termine di questo periodo, durante una cerimonia pubblica, traccia il bilancio della sua vita lavorativa e spiega le ragioni per cui cede il suo incarico non ai figli, ma a questo collega. Questo rituale conferisce all'atto della trasmissione una profondità che abbiamo perduto.

Anche il fondatore della sociologia moderna, Émile Durkheim (1858-1917), propose di abolire la proprietà individuale, ma in una forma diversa. Quale ?

Durkheim, socialista ma non rivoluzionario, riteneva che la famiglia moderna fosse diventata un gruppo sociale troppo piccolo per continuare a rappresentare il legittimo sostegno dell'attività economica. Egli propone quindi che i mezzi di produzione vengano trasferiti, alla morte del loro proprietario, all’organizzazione professionale cui appartengono: una “corporazione” rinnovata, strutturata democraticamente e co-gestita dai lavoratori.

Secondo lui, questo meccanismo permetterebbe di finanziare nuovi diritti sociali. In una società come la nostra, in cui lo stato sociale è indebolito, questo pensiero potrebbe nutrire utilmente la nostra immaginazione!

I socialisti Karl Marx (1818-1883) e Michail Bakunin (1814-1876) erano in disaccordo sulla questione dell'eredità. Su cosa verte la loro disputa?

Al congresso della Prima Internazionale a Basilea (Svizzera) nel 1869, le divergenze tra Marx e Bakunin si cristallizzarono sulla questione dell'eredità. Per Marx, l'abolizione dell'eredità deriverà meccanicamente dalla socializzazione dei mezzi di produzione: in un mondo in cui la proprietà è collettiva, la trasmissione familiare del patrimonio privato scomparirà spontaneamente. Bakunin, da parte sua, adotta una prospettiva opposta: ai suoi occhi, è l'abolizione dell'eredità che permetterà progressivamente di realizzare la socializzazione della proprietà; e ciò senza espropriazione poiché il trasferimento avverrà gradualmente, nel corso delle successioni.

Crede che tutti questi pensieri del XIX secolo possano  ancora ispirarci?

Questa deviazione attraverso il XIX secolo mette profondamente in discussione il significato ovvio che l'eredità familiare ha per noi: ci aiuta a mettere in discussione questa istituzione che, per noi, è ovvia.

La filosofa parte da una constatazione: se la Francia contemporanea, come ha mostrato Thomas Piketty in Il capitale nel XXI secolo  ( Seuil, 2013), è (ri)diventata una "società di eredi", sono pochi i francesi che mettono in discussione la legittimità della trasmissione familiare. Di fronte a questa "povertà del nostro immaginario sociale e politico", Mélanie Plouviez si impegna a farci scoprire la radicalità del pensiero del lungo XIX secolo: all'epoca, numerosi intellettuali mettevano in discussione il diritto degli individui a conservare, dopo la loro morte, un diritto sulle cose possedute in vita.

La filosofa analizza così nel dettaglio i discorsi di Mirabeau e Robespierre, ma anche gli scritti di Prosper Enfantin, capo dei sansimoniani, del filosofo tedesco Johann Fichte, del rivoluzionario Michail Bakunin e del fondatore della sociologia moderna, Émile Durkheim. Questa affascinante deviazione nel passato ha il merito di far rivivere un interrogativo dimenticato sul ruolo del caso nelle disuguaglianze sociali e di rimettere in discussione le nostre certezze contemporanee sul fatto che l'eredità "è scontata".

"L'injustice en héritage. Repenser la transmission du patrimoine" = L'ingiustizia come eredità. Ripensare la trasmissione del patrimonio, di Mélanie Plouviez, La Découverte, 368 pagine, 23 euro.

https://www.lemonde.fr/idees/article/2025/03/31/melanie-plouviez-philosophe-la-france-du-xxi-siecle-est-redevenue-une-societe-d-heritiers_6588577_3232.html


Non passeranno



Gigi Riva
Francia, la furia di Marine Le Pen. Ma il muro democratico terrà
Domani, 3 aprile 2025

Sarà vero che l’ineleggibilità di Marine Le Pen, decretata dai giudici per cinque anni con il conseguente impedimento di partecipare alle presidenziali del 2027 salvo ribaltoni nel processo d’appello, è così deleteria per il suo partito, il Rassemblement National? Sarà vero, inoltre, che si è trattato di un verdetto politico per eliminare la candidata in vantaggio nei sondaggi, come hanno subito denunciato con alti lai diversi leader del sovranismo internazionale, da Donald Trump a Vladimir Putin, da Viktor Orban al solito Matteo Salvini?

O invece la magistratura ha semplicemente applicato la legge con un’imputata che peraltro era stata strenua fautrice dell’ineleggibilità a vita per chi avesse commesso reati di frode come quello per cui è stata condannata e ha praticamente rinunciato a difendersi dall’accusa di aver usato i fondi del Parlamento europeo per stipendiare funzionari del suo partito in patria?

Il clamore suscitato all’estero, se non si arresta, diminuisce di molto una volta varcati i confini della Francia. Lo dimostra un sondaggio a caldo di Le Figaro, un giornale non pregiudizialmente ostile alla destra. La sentenza ha “soddisfatto” il 37 per cento dei cittadini, mentre il 35 è rimasto “scioccato” e il 28 “indifferente”. Inoltre: il 39 per cento non lo valuta né un vantaggio né un handicap per il partito, il 37 per cento un handicap, il 22 per cento un vantaggio.

Secondo il 54 per cento è stata trattata come qualunque altro imputato, contro il 46 per cento che ha ravvisato una maggiore durezza per ragioni politiche (come la stessa Le Pen, secondo cui l’influenza sulle presidenziale era «l’obiettivo specifico» del giudice). Stessa percentuale, il 54 per cento, considera l’esito del processo un segno che la democrazia funziona bene grazie alla divisione dei poteri contro il 43 per cento che ha parere opposto.

La vera sorpresa arriva nella valutazioni sulle persone. Il 42 per cento ha una buona opinione di Marine le Pen, il 58 una cattiva. Il suo giovane delfino, Jordan Bardella, 29 anni, che del Rassemblement è il presidente, strappa un risultato migliore: buona opinione 44, cattiva 56. Il partito: buona 41, cattiva 59.

Eliseo, sogni perduti


Tutte queste cifre, lette in filigrana, suggeriscono una conclusione. Che Marine Le Pen sarà sì avanti nei sondaggi, ma regge ancora una maggioranza che nei suoi confronti ha una “conventio ad excludendum”, un timore che le ha impedito per ben tre volte di arrivare all’Eliseo.

Ed analoga sorte ha avuto la sua formazione di estrema destra, trionfatrice nel primo turno delle legislative dell’estate scorsa ma poi clamorosamente sconfitta al secondo turno se ha raggranellato 142 deputati contro i 178 della sinistra e i 150 del centro nonostante i dieci milioni di voti raccolti nelle urne. Potenza del sistema di ballottaggio con cui, si sa, gli elettori al primo turno scelgono e al secondo scartano.


Barbero e Marc Bloch



Nicola Mirenzi
Guerra e pace sul palco dei Cinque stelle: se solo Barbero parlasse come il suo venerato maestro. La lezione di Marc Bloch
Il Foglio, 3 aprile 2025

I pacifisti? “Insegnavano, a ragione, che la guerra accumula devastazioni inutili. Ma omettevano di distinguere tra la guerra che decidi di fare volontariamente e quella che ti viene imposta, tra omicidio e legittima difesa”. Urlare basta soldi per le armi? “Un vangelo di apparente convenienza, sermoni che trovano una facile eco negli istinti pigramente egoistici che dormono nel fondo di ogni cuore umano”. Oppure quelli che dicono che la sfida autoritaria alle democrazie non esiste? “Inconsapevolmente, lavoravano per fare i codardi”. Che spettacolo meraviglioso sarebbe se, sabato, il professor Alessandro Barbero salisse sul palco della manifestazione dei Cinque stelle “Basta soldi per le armi”, dove parlerà, e anziché fare il proprio monologo seguendo la linea politica di Giuseppe Conte, raccontasse la lezione di uno dei suoi maestri, anzi il suo maestro per eccellenza, lo storico Marc Bloch, cofondatore della École des Annales, la base della storiografia più moderna, a cui nel 2015 dedicò una conferenza strepitosa, diventata celebre grazie al successo dei suoi podcast. Ovvio: non succederà, non può succedere. Ma immaginarlo nell’opera che gli riesce meglio – narrare i fatti e la mentalità di un’epoca, legare le date e gli accadimenti alla psicologia delle masse, all’antropologia – be’, sarebbe una lezione da leccarsi i baffi. “Barbero racconta gli effetti collaterali del pacifismo”. Altro che Barbara Spinelli e Tomaso Montanari, suoi compagni di palco: si vedrebbe la sua stella brillare più di tutt’e cinque le stelle del Movimento messe insieme.
La lezione impossibile potrebbe iniziare con una citazione: “Ai pacifisti piaceva giocare con le parole, e forse, avendo perduto l’abitudine di guardare in faccia i loro pensieri, si lasciarono prendere nelle reti dei loro stessi equivoci”. Così scrive Bloch nel suo libro capolavoro, La strana disfatta, un testo che è una “diagnosi di una lucidità pazzesca”, “uno dei suoi più grandi saggi”, lo definisce Barbero. Venne scritto subito dopo l’invasione nazista della Francia, quando in pochi giorni i tedeschi sbaragliarono l’esercito francese, di cui Bloch era un ufficiale. Come fu possibile quel tracollo? Ci furono ragioni militari, certo, sostiene Bloch. Ma, dopo averle scandagliate nel dettaglio, e impietosamente, aggiunge che “un uomo onesto non poteva esimersi da un esame più generale”, cioè dal prendere in considerazione una questione culturale, per non dire morale, la necessità di fare un “esame di coscienza” dell’intera nazione.
Ebreo nella Francia occupata dai nazisti, dopo la rovina militare Bloch si arruolò nella resistenza non comunista fino a diventarne uno dei capi, cominciando con il portare giornali, poi lettere, nome di battaglia Narbonne. La Gestapo lo arresta su uno dei tanti ponti di Lione. Lo tortura. Lo immerge nell’acqua gelida, gli brucia la pianta dei piedi, gli rompe le costole. Per tirargli fuori informazioni. Il 16 giugno 1944 i tedeschi lo portano in un campo deserto e lo uccidono a colpi di mitra. Aveva scritto: i pacifisti “sussurravano, li sentii, che i nazisti non erano, nel complesso, così malvagi come si pretendeva di dipingerli: probabilmente ci si risparmierebbe più sofferenze spalancando loro le porte che opponendosi all’invasione con la violenza”. Si ricorderà che anche Giuseppe Conte era estremamente seccato dalle dicerie sulla Russia: “Nessuno ci dica che Putin non vuole la pace”. Oggi l’avvocato del popolo pacifista contrappone il riarmo alle bollette. I carri armati agli ospedali. Gli F-35 alle terapie intensive. “Ma si dimentica che la vittoria dei regimi autoritari”, scriveva Bloch, rivolgendosi alla sinistra, “non può non portare alla quasi totale riduzione in schiavitù”, con buona pace del sistema sanitario nazionale. Sarebbe meraviglioso se Barbero lo raccontasse sabato alla manifestazione pacifista. 

Caduta verticale



Massimo Gaggi, Consenso e passi falsi, Corriere della Sera, 3 aprile 2025

Donald Trump, eletto dalla parte dell’America che credeva nel suo tocco magico in economia («una nuova età dell’oro») come in politica estera (la promessa di mettere fine alla guerra in Ucraina in 24 ore, di portare la pace in Medio Oriente, di imporre all’Iran un nuovo accordo sul nucleare), sembrava in grado di coagulare vasti consensi nonostante una logica autoritaria all’interno e imperiale nel mondo. Anche grazie a Elon Musk che aveva messo il turbo alla sua presidenza.
Sembrano storie remote ma sono passati solo tre mesi: Natale di grande ottimismo, mercati ai massimi. E attese messianiche per il 20 gennaio, giorno del suo insediamento. Trump, consapevole di aver esagerato, archiviò la retorica delle 24 ore, ma dava comunque per certi un accordo con Putin entro settimane e il rafforzarsi della tregua Israele-hamas negoziata dai diplomatici di Biden, ma col suo sostegno. E invece oggi Trump è furioso con l’«amico» Putin mentre i suoi ammettono che per fermare la guerra ci vorranno mesi. A Gaza, Israele allarga di nuovo il conflitto e l’iran rifiuta il negoziato diretto con Washington. Intanto, coi nuovi dazi, il «giorno della liberazione» rischia di diventare quello dell’incubo, mentre la stella di Musk ha smesso di brillare nel firmamento trumpiano. Impressionante vedere quanti passi falsi Trump ha fatto in poche settimane in giro per il mondo: la scena di Zelensky schiaffeggiato e umiliato alla Casa Bianca è stata, in realtà, soprattutto un autogol: ha reso Putin baldanzoso mentre il tentativo del presidente di dare le colpe del mancato accordo a Kiev è fallito visto che, sia pure obtorto collo, il leader ucraino ha finito per accettare tanto le concessioni territoriali alla Russia quanto un accordo sulle risorse minerarie del Paese enormemente favorevole per gli Stati Uniti. Quanto all’iran, Trump, che non è stato mai chiamato a rispondere dell’errore di aver cancellato, nel suo primo mandato, l’accordo nucleare negoziato da Barack Obama (inadeguato secondo Netanyahu, ma sempre meglio del vuoto che è seguito), ora minaccia Teheran ma propone anche una nuova trattativa, convinto che gli ayatollah, ormai alle corde in tutte le loro aree di influenza, dalla Siria al Mar Rosso passando per Hezbollah e Hamas, non potranno tirarsi indietro. E invece Teheran rifiuta il negoziato diretto con la Casa Bianca che ora pare costretta ad accettare un percorso più impervio: un dialogo indiretto attraverso la mediazione dell’Oman.
Quanto a Israele, la strategia di Trump che continua a puntare, e con fondamento, a rilanciare il dialogo dello Stato ebraico con l’Arabia Saudita per stabilizzare l’area isolando sempre più l’islam sciita dell’Iran, rischia di essere compromessa dalla recrudescenza del conflitto con nuove stragi, il ritorno dell’esercito israeliano a Gaza, i piani per un’emigrazione forzata dei palestinesi, inaccettabili anche per i Paesi sunniti che avevano preso a dialogare con Israele.
Certo, con l’eccezione dei palestinesi e dello Stato ebraico, la politica estera incide relativamente poco sugli umori degli americani. E nelle sue prime dieci settimane di governo Trump ha puntato molto anche su temi per i quali il suo elettorato ha mostrato maggiore sensibilità: soprattutto l’immigrazione clandestina, ma anche le culture wars attaccando quella woke della sinistra radicale. Accuse e misure spesso a dir poco controverse — dall’abolizione, probabilmente illegale, dei programmi Dei (tutela di diversità, equità e inclusione) al ripristino delle statue e delle targhe che celebrano i secessionisti che nella Guerra civile di metà Ottocento si battevano per il mantenimento della schiavitù.
Ma quelli che dovevano essere i due cardini della sua azione economica — da un lato i dazi per punire i Paesi che esportano massicciamente negli Stati Uniti, riportando al tempo stesso in patria le produzioni trasferite da industrie americane in Paesi dove il costo del lavoro è più basso, dall’altro la rivoluzione amministrativa di Musk — stanno avendo effetti disastrosi. Testimoniati sul piano finanziario dalla più grave flessione delle Borse degli ultimi anni, su quello economico dal rischio di una ripresa dell’inflazione e dalla possibilità di una recessione (certa entro la fine dell’anno secondo il capo economista dell’agenzia di rating Moody’s, Mark Zandi, se la politica Usa dei dazi continuerà fino a settembre) e su quello politico dal primo piccolo ma significativo test elettorale di martedì scorso, il primo dalle presidenziali: la sconfitta in Wisconsin nell’elezione di un giudice della Corte suprema è ancor più bruciante perché Musk, considerato un grande trascinatore anche in chiave elettorale, si era gettato anima e corpo nella mischia, in questo Stato conquistato il 5 novembre da Trump.
Così l’immagine di Musk rischia di mutare: da apripista a zavorra. È presto per tirare conclusioni. Trump non può liberarsi di Elon come fece otto anni fa con Thiel, un altro big della Silicon Valley sbarcato alla Casa Bianca. Stavolta gli imprenditori digitali sono entrati nell’amministrazione con molti uomini e con piani ambiziosi: trasformazioni che il presidente apprezza e che, se funzioneranno, possono diventare la sua eredità storica. Ma Donald è anche un leader brutale con un’allergia istintiva, animalesca, per i loser. Lo stesso Musk potrebbe sfilarsi prima di cadere nella trappola.
Intanto un altro loser, Joe Biden, si gode lo spettacolo: la sua presidenza è finita male ma l’inizio — tra ripresa post Covid, accordi bipartisan per il piano infrastrutture e il rilancio tecnologico dell’America — era stato bruciante: una «luna di miele» durata sei mesi. Quella di Trump sembra già ai titoli di coda.


mercoledì 2 aprile 2025

Una certa Susan Crawford



Philippe Coste
Stati Uniti: la vittoria democratica nel Wisconsin è uno schiaffo in faccia a Elon Musk e un test di mobilitazione riuscito, Libération, 2 aprile 2025

Elon Musk ha assicurato che il risultato di questa votazione "avrebbe determinato il futuro della civiltà". Proprio così. Donald Trump, da parte sua, si è intromesso all'ultimo minuto e i democratici infuriati hanno seguito questa emozionante elezione per la carica di giudice della Corte Suprema del Wisconsin, uno degli Stati chiave vinti di misura dal Presidente a novembre, come se si trattasse di un'elezione storica. La netta vittoria, martedì sera, 1 aprile, di Susan Crawford, giudice di sinistra della contea di Dane, contro il giudice repubblicano Brad Schimel non solo conferma la maggioranza progressista di un seggio nella corte suprema di questo stato del Midwest. Rappresenta il primo test delle capacità di mobilitazione dell'opposizione e, di fatto, di un referendum in miniatura, ma edificante, sui caotici due mesi e dieci giorni di co-presidenza di Trump ed Elon Musk.

Il Wisconsin è lo stato indeciso per eccellenza, perché ha una divisione quasi perfetta e perché ha scelto i suoi candidati con una maggioranza inferiore a un punto nelle ultime tre elezioni presidenziali. Ma questa elezione suppletiva, per una carica locale solitamente priva di eventi, non avrebbe attirato così tanta attenzione se Elon Musk non fosse stato così coinvolto nella questione. La mente dietro al Doge, il “Dipartimento per l’efficienza governativa” responsabile della massiccia epurazione dei servizi pubblici americani, è anche il capo di Tesla. In questa veste, da anni moltiplica le manovre e le campagne sulla sua rete X contro una legge del Wisconsin che gli proibisce di installare punti vendita diretti per auto elettriche e impone il ricorso a concessionari indipendenti. Il miliardario contava sempre di più sulle azioni legali che la corte suprema dello Stato avrebbe potuto emettere a suo favore.

Politico alle prime armi

Abituato a intrecciare quasi candidamente i suoi interessi personali di uomo d'affari con il suo imponente potere politico a Washington, Musk ha nuovamente investito anima e corpo in questa campagna, spendendo 20 milioni di dollari per sostenere Brad Schimel, organizzando un'offensiva porta a porta simile a quella che ha montato per Trump in Pennsylvania nel 2024, senza dimenticare di pagare 100 dollari a ogni firmatario di una petizione contro i "giudici attivisti", accompagnata da una lotteria che garantiva assegni da 1 milione di dollari a due dei suoi sostenitori scelti a caso. Il più in vista seguace del Presidente è arrivato a Green Bay domenica sera, indossando un grosso quarto di formaggio cremoso, simbolo dei tifosi del Wisconsin, per pronunciare un discorso improvvisato in cui ripercorreva la sua carriera, i suoi sforzi di "buon senso" di fronte al terribile pericolo del deficit di bilancio americano, le sue divagazioni nello spazio e su Marte, senza affrontare con chiarezza, come un politico alle prime armi, le questioni locali delle elezioni.

La Corte Suprema dello Stato dovrà presto pronunciarsi sulla questione dell'aborto , che non prevede eccezioni ai sensi della legge approvata dall'assemblea del Wisconsin, sulle restrizioni ai diritti sindacali dei dipendenti degli enti locali e, in particolare, sulla suddivisione elettorale che potrebbe creare due nuovi distretti congressuali a vantaggio dei democratici. Ma la questione è rimasta quella "dell'uomo più ricco del mondo", uno dei bersagli preferiti della sinistra populista, sostenuta questa volta da grandi donatori filo-democratici come George Soros e il miliardario governatore dell'Illinois J.B. Pritzker.

Possibile effetto "stanchezza"

Con un totale complessivo di circa 100 milioni di dollari, le campagne dei due giudici si stanno rivelando le più costose nella storia americana per un'elezione di una corte federale. E per una buona ragione: la vittoria di Susan Crawford conta meno del disconoscimento inflitto a Elon Musk. Nonostante il suo esplicito sostegno al giudice Brad Schimel, Donald Trump ha mantenuto una cauta distanza dai dazi doganali alla vigilia del suo "giorno della liberazione". Tuttavia, lunedì ha lasciato intendere per la prima volta che Elon Musk potrebbe dimettersi: "È fantastico, ma penso anche che abbia una grande azienda da gestire", ha affermato durante l'ennesima sessione di firme presidenziali.

Resta da vedere quali conclusioni politiche si potranno trarre da questo voto locale. I democratici, alla ricerca di rare buone notizie, avevano già salutato come un trionfo l'elezione di un democratico all'assemblea della Pennsylvania, in una delle contee più trumpiane dello Stato, alla fine di marzo. Martedì sera in Florida si sono tenute altre due elezioni suppletive per sostituire i membri della Camera dei rappresentanti dimessisi o promossi al governo, vinte dai candidati repubblicani sostenuti dal Presidente, ma la loro vittoria è stata molto più risicata rispetto ai risultati di Donald Trump di novembre.

L'effetto del senso di stufo per il caos a Washington, i dazi doganali e la distruzione delle amministrazioni? Quali sono le conseguenze del recente scandalo del "Signalgate", ovvero le discussioni sulle operazioni militari segrete degli Stati Uniti condotte da 18 alti membri del governo su un servizio di messaggistica pubblica? Non è ancora così ovvio. I democratici si sono mobilitati in massa, ma non sono riusciti a raggiungere un pubblico più vasto, costituito dal loro elettorato urbano e istruito. I repubblicani rurali, da parte loro, non si sono precipitati alle urne, poiché il loro campione Trump non era né in lizza né in prima linea. Ma anche Elon Musk ne ha risentito.

https://www.bbc.com/news/articles/cp8km3zg3kyo






Filosofia del selfie




Anna Simone
Narcisismo, il presente e i suoi ripiegamenti
il manifesto, 2 aprile 2025 

Tra le difficoltà che più si riscontrano nelle società contemporanee, afflitte dalla predominanza delle immagini sulle parole, da forme di agire performativo orientate al successo senza inciampi, indotte dai modelli legati alla società dello spettacolo o della prestazione veicolati dal web, v’è sicuramente quella di capire la linea sottile di demarcazione che intercorre tra un fenomeno sociale e il suo rovescio patologico. Per esempio, come possiamo distinguere l’insegnamento del mito di Narciso dal narcisismo, considerato ormai come una tra le patologie della contemporaneità?

La questione, infatti, è talmente sfuggita di mano che basterebbe fare una ricerca sul web per trovare pagine e pagine di sedicenti «esperti» che parlano per punti ed elenchi al fine di individuare i comportamenti dei cosiddetti «narcisisti patologici» e per invogliare le possibili «vittime» a contattarli per salvarsi dal male del secolo, come fossimo tutti in una sorta di mercato del malessere.

EPPURE, quando Ulrich Beck, già dalla fine degli anni Novanta, ci metteva in guardia dicendoci che questo sarebbe stato il secolo delle psicoterapie, non cadeva nella trappola della «patologizzazione» e del pubblico linciaggio del malessere psichico, ma spiegava lo stesso attraverso altre categorie, decisamente più complesse: l’influenza del mercato, della competitività e della mercificazione nella vita di ciascuno ovvero il famoso mito del «diventa anche tu imprenditore di te stesso»; l’immediatezza dell’azione e del just in time della vita online che non lascia mai spazio alla riflessività (definita poi onlife); l’ascesa dell’individualismo e la crisi del legame sociale; un continuo bombardamento di immagini dalla nascita alla morte che alla fine anestetizzerebbe chiunque. In altre parole, siamo certi che il narcisismo sia solo un segno dell’individuo malato, un virus psichico che si propaga a dismisura distruggendo la vita intima di migliaia di persone, senza una sequenza di problematiche e di trame causali che derivano direttamente da un modello di sviluppo che fomenta i processi di mercificazione del sé, le patologizzazioni, nonché sbrigative forme di etichettamento sociale?

Inoltre, come mai dalla prima e dalla seconda rivoluzione industriale sono nati i movimenti di massa contro lo sfruttamento e l’alienazione da lavoro in fabbrica, mentre dalla rivoluzione digitale si propaga solo il culto dell’Io, patinato o vittimario che sia? Alla base della coppia Narciso/narcisismo, infatti, la questione è proprio quella del ripiegamento sull’Io-crazia, come la chiamava Lacan, tipica delle società dei consumi. L’Io, infatti, non è il Sé, ovvero la capacità conscia o inconscia di pensarsi, analizzarsi, vedersi in interazione con gli altri, ma solo un triste ripiegamento identitario, un perpetuo auto-inganno senza meta finalizzato solo all’illusione di essere qualcuno o qualcosa senza esserlo.

Sul narcisismo e sulla cultura che lo genera, al netto degli imbarazzanti siti sopra citati, hanno scritto in tanti. Per Freud, ad esempio, esso è una pulsione egoistica di autoconservazione libidica che può sfociare in psicosi, può condurre il soggetto ad inventarsi un «Io» ideale che si autorappresenta attraverso manie di grandezza e deliri di onnipotenza, sino a non avere più la percezione della realtà e degli altri (Introduzione al narcisismo. Inibizione, sintomo e angoscia, Bollati Boringhieri 2012).

PER VITTORIO LINGIARDI, invece, il narcisismo è un caleidoscopio impossibile da definire se non in relazione ad altri sentimenti come la bassa autostima, l’insicurezza, l’inadeguatezza, l’invidia, il vuoto interiore, l’inclinazione alla depressione o al sadismo (Arcipelago N, Einaudi 2021). Per Christofer Lasch, ancora, esso è una cultura legata all’edonismo degli anni Ottanta e all’individualismo che non inculca colpa, bensì ansia da competitività e bisogno continuo di approvazione, riconoscimento sociale, nonché inquietudine e insoddisfazione permanente (La cultura del narcisismo. L’individuo in fuga dal sociale in un’età di disillusioni collettive, Bompiani 1979). In sintesi, per Lasch, esso è strettamente collegato anche alle dinamiche sociali, culturali e politiche.

Più o meno sulla stessa scia, ma con altri riferimenti teorici e rovesciando completamente l’approccio negativo, nonché patologizzante del fenomeno, prende corpo il bel volume di Matt Colquhoun, filosofo e fotografo inglese vicino al pensiero di Mark Fisher, uscito da poco per Nero, una casa editrice impegnata da anni a promuovere immaginari alternativi alla vulgata comune. L’edizione italiana del volume, dal titolo Narciso. Storia del selfie da Caravaggio a Kim Kardashian (pp. 260, euro 22, traduzione di Paolo Berti) è di grande rilevanza proprio perché affronta la questione a partire dal mito e dai significanti veicolati nell’era della proliferazione delle immagini. Nelle Metamorfosi di Ovidio, Narciso è un solitario che viene condotto dalla Ninfa senza voce Eco presso uno stagno.

QUI LUI SI VEDRÀ per la prima volta, ma quello stagno-specchio diverrà la sua condanna. Infatti, non avendo più la possibilità di liberarsi da quella immagine riflessa ne morirà. Tuttavia, al posto del suo corpo, verrà trovato un fiore giallo cinto da petali bianchi. Come scrive Colquhoun: «Era sbocciato un narciso». Il mito, dunque, ci parla di una morte e al contempo di una fioritura, di una rinascita. Ed è proprio a partire da qui che l’autore del volume risignifica la vulgata sul narcisismo sostenendo la tesi secondo cui occorrerebbe approfittare di questa proliferazione di Narcisi nelle società contemporanee per pensare una trasformazione singolare e collettiva, una decostruzione dell’Io imperante.

Inoltre, come ci ricorda l’autore e prima ancora il sociologo della comunicazione McLuhan, la parola Narciso deriva da narke da cui discendono termini come narcotico o narcolessia, quasi a volerci dire che «seduzione e sedazione» si intrecciano. Sicuramente un problema, una «malattia» che imperversa ovunque, ma anche un’occasione per fare della solitudine di Narciso e dei narcisisti, un processo trasformativo in cui non è più l’Io a dettare le regole, ma l’intreccio tra il Sé e gli altri. Se è infatti vero che l’egocentrismo contemporaneo è veicolato dai media e dal capitalismo delle piattaforme, è altrettanto vero che l’autoritratto è sempre esistito nella storia dell’arte e della fotografia ed è stato persino salvifico per molte e molti.

L’AUTORITRATTO, ad esempio, per molte artiste e fotografe femministe è stato fondamentale per vedersi come un soggetto e non come un «oggetto» del desiderio maschile. E così dalla pittura di Dürher e altri, altre, sino al primo autoritratto del fotografo americano Cornelius, si può arrivare al presente dei selfie di Britney Spears e Paris Hilton, così come di tutti noi. In questa interessante e affascinante storia della propria immagine tracciata da Colquhoin, tuttavia, il gesto filosofico e politico di rovesciare le narrazioni patologizzanti sul narcisismo in qualcosa di positivo, non è certamente privo di distinguo e di «spazi striati», per citare Deleuze – un autore a lui caro.

Infatti, affinché l’Io mortifero, chiuso, identitario, narcotizzato e dissociato dall’idea secondo cui gli altri sono il nostro limite oltre che la nostra prima fonte in quanto esseri sociali; affinchè quell’Io tiranno possa trasformarsi in un sé in relazione, in una prima persona singolare e collettiva insieme, magari senza l’ossessione del volto, diviene indispensabile l’insegnamento di Mark Fisher. Ovverosia essere in grado di capire «il momento in cui una merce acquisisce consapevolezza di sé, o in cui un essere umano capisce di essere diventato una merce». Si, tutto il resto è narcisismo ovvero una costruzione ingannevole e feticista di un «Io» tiranno, megalomane, autoritario, in perfetto stile Trump con la sua immagine riprodotta all’infinito dall’AI sulle macerie e i morti di Gaza, divenuta anch’essa merce per l’occasione.