mercoledì 2 aprile 2025

Uccisa dal narcisismo maschile


Michela Marzano
Femminicidio di Sara Campanella: imparare ad accettare i no
la Repubblica, 2 aprile 2025

"Mi amo troppo per stare con chiunque”. Aveva scritto così, qualche tempo fa, Sara Campanella sul suo profilo Facebook. Aveva solo ventidue anni e lunedì 31 marzo, a Messina, è stata uccisa da un collega di università, un ventisettenne che frequentava il suo stesso corso di laurea per diventare tecnico di laboratorio biomedico.

Stefano Argentino le ha tagliato la gola in strada, davanti alla fermata dell’autobus, dopo un’accesa discussione. L’ennesima, perché da due anni lui non la lasciava in pace. Alcuni amici raccontano di una breve relazione, poi della persecuzione. Lui insisteva. Pretendeva. La tampinava ovunque, le chiedeva di uscire: voleva parlare, approfondire, capire. Non accettava il rifiuto.

Ma Sara si amava. E non voleva cedere. «Dove siete che sono con il malato che mi segue», aveva lasciato detto in un vocale alle amiche, subito dopo essere uscita dal Policlinico lunedì pomeriggio, poco prima di essere ammazzata. Sara lo chiamava così, con le amiche, Stefano Argentino: il malato.

Si amava, e non voleva cedere. Ormai le ragazze lo stanno imparando: che non ci si deve adattare, che le briciole non bastano, che non è sufficiente un’attrazione momentanea per lasciarsi trascinare all’interno di relazioni poco soddisfacenti, prima ancora di diventare gabbie soffocanti. Lo sanno, ormai, che la vita è fatta di tante cose: lo studio, il lavoro, l’amicizia. E anche l’amore, certo — che resta uno degli ingredienti essenziali. Ma l’amore vero non obbliga, non imprigiona. L’amore vero lascia liberi di essere sé stessi, di scegliere la propria strada, di seguire i propri desideri.

Forse sono i ragazzi a non averlo ancora capito. Forse sono loro a credere che tutto sia dovuto: attenzioni, sentimenti, corpi — qualunque cosa vogliano, qualunque persona desiderino. Come se la vita non fosse fatta anche (e forse prima di tutto) di “no” e di frustrazioni. Come se ogni rifiuto, ogni inciampo, rimettesse in discussione la loro stessa esistenza.

C’è qualcosa di estremamente malsano, oggi, che circola tra i più giovani: un’incapacità di accettare i limiti, un’idea confusa di sé che si sgretola davanti a ogni ostacolo. Persino la critica di un insegnante rischia di essere vissuta come un attacco personale: come se fosse in gioco il proprio valore, e non semplicemente ciò che si fa o si produce; come se l’identità si dissolvesse nel fare e nell’avere, senza più alcuna consistenza nell’essere.

Per carità, fallimenti e rifiuti feriscono chiunque. Non è facile per nessuno ammettere di aver sbagliato o fare i conti con ciò che non si ottiene o che si perde. E convivere con un rifiuto è ancora più difficile: essere rifiutati ha necessariamente un impatto sulla propria esistenza, costringendo chiunque a interrogarsi su che cos’è che non va, a chiedersi dove (o come) si sia sbagliato. E allora è inevitabile paragonarsi agli altri, provando spesso gelosia o invidia: cos’ha lui (o lei) che io non ho? Cosa mi manca? Cosa avrei potuto (o posso) fare di più o meglio.

Le emozioni negative fanno parte della vita e non si tratta affatto di negarne la presenza o cancellarle. Ma. Una cosa è il dolore di un fallimento, di un esame andato male, di un posto di lavoro mancato, di una persona che ti lascia o non ti sceglie. Altra cosa è l’odio violento che si scatena nei confronti di chi sembra averci privato di ciò che si immagina spettarci di diritto.

Nel primo caso, con il passare del tempo, il dolore si trasforma, cambia forma, diventa accettazione, e spinge a concentrarsi su altro ed evolvere. Finché, pian piano, ci si rende conto che accade a chiunque di soffrire e che anche le persone che sembrano avere tutto spesso hanno tutto tranne ciò che più desiderano (e che magari noi abbiamo senza desiderarlo).

Nel secondo caso, invece, l’odio distrugge. Si riversa su chi si considera responsabile della propria sofferenza, perché non ci ha riconosciuto o visto o ascoltato o accontentato. O, peggio ancora, perché ci ha tradito o abbandonato.

Non è più solo ciò che non si ha (e che si è sicuri di meritare) a tormentarci, ma ciò che si pensa di non-essere — illudendosi che l’altra persona ci abbia privato di ciò che ci permette di esistere e andare avanti.

Ma forse siamo noi adulti che non aiutiamo i più giovani (figli, studenti o nipoti) a convivere con le frustrazioni. Siamo noi che non insegniamo loro il “principio di realtà”, come lo chiamava Freud. Vogliamo talmente tanto proteggerli dalla vita, che non ci rendiamo conto che a forza di evitare loro di inciampare o di scontrarsi con le difficoltà dell’esistenza, li priviamo degli strumenti necessari per crescere, maturare, diventare autonomi, consolidare la propria identità e affrontare la durezza della vita.

E le conseguenze possono essere terribili. Disastrose. Come nel caso del femminicidio di Sara Campanella, colpevole solo di amarsi troppo per stare con chiunque. L’ennesima vita spezzata da un uomo incapace di accettare di essere stato rifiutato. Sara era libera, e lui non poteva sopportarlo.


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