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mercoledì 17 settembre 2025

Il Portogallo

 


Perché così tanti americani si trasferiscono in Portogallo? Oltre all'ovvio motivo...

Vietnam e Albania hanno i loro fan. Alcuni americani potrebbero persino apprezzare il Regno Unito. Ma c'è molto da dire su un Paese con un'assistenza sanitaria universalmente accessibile e libertà di movimento all'interno dell'UE.

The Guardian, 16 settembre 2025

Nome: Portogallo.

Età: Fondata 882 anni fa.

Aspetto: Incredibilmente desiderabile (se sei americano).

Ma non sono americano. Vabbè, è comunque fantastico. Solo che non vorresti viverci quanto gli americani.

Non capisco. Perché gli americani vorrebbero lasciare gli Stati Uniti ? Vi lascio un paio di minuti per andare a leggere le notizie. Tornate quando siete pronti.

Oddio , quel posto è un disastro! Quindi, ora lo sai. Se fossi un americano residente negli Stati Uniti nel 2025, ci sono ottime probabilità che anche tu voglia emigrare.

Ma perché proprio il Portogallo? Expatsi, un'azienda che aiuta gli americani a trasferirsi all'estero, ha pubblicato i risultati di un test che abbina gli utenti a diversi Paesi. E il Portogallo è risultato il migliore.

Dovrei fare il test? Non proprio. La prima domanda è "Perché vuoi trasferirti all'estero?" e ​​una delle risposte è "Per evitare la minaccia della violenza armata", quindi supponiamo che sia piuttosto incentrato sugli Stati Uniti.

Di nuovo, perché il Portogallo? Beh, si colloca al settimo posto nel Global Peace Index 2024 , mentre gli Stati Uniti si piazzano al 128° posto (schiacciati tra Kenya ed Ecuador). Il Portogallo ha un'assistenza sanitaria universalmente accessibile, un basso costo della vita, solide leggi antidiscriminazione e libertà di movimento all'interno dell'UE. E l'anno scorso ci sono stati 89 omicidi in tutto il paese, rispetto ai 16.935 degli Stati Uniti.

Wow, sono convinto. Ma ci sono così tante altre opzioni. Al secondo e terzo posto nella lista degli Expatsi c'erano Spagna e Italia. Mentre al quarto e quinto posto c'erano Canada e Messico.

Comincio a pensare che Trump voglia costruire tutti quei muri per impedire alla gente di andarsene. La lista raccomanda anche di prendere in considerazione l'idea di trasferirsi più lontano, con Costa Rica, Nuova Zelanda e Australia al sesto, settimo e ottavo posto.

Tuttavia, questa è solo una lista. È vero. L'Immigration Advice Service, con sede nel Regno Unito, classifica il Portogallo solo al sesto posto tra i paesi più desiderati dagli americani in cui trasferirsi, con l'Irlanda al primo posto. È interessante notare che il Regno Unito si colloca al terzo posto.

Pessima idea. Sì, sono d'accordo. Ma stiamo dicendo che dovresti evitare il Regno Unito perché non c'è scampo a Nigel Farage, o perché Trump non riesce a starne alla larga?

Onestamente, funzionano entrambe le cose. Un recente articolo di Forbes suggeriva anche che l'Albania fosse una destinazione desiderabile, in base alle sue "politiche accoglienti, al basso costo della vita e alla splendida natura incontaminata", mentre un altro sito web consiglia il Vietnam .

Gli americani hanno così tante opzioni! Beh, sì, se fossi al 128° posto su 163 nel Global Peace Index, molti posti ti sembrerebbero davvero belli al confronto. Forse è proprio questo il punto: se provieni da un posto quantificabilmente deludente, il mondo è nelle tue mani.

Dì: "Il Portogallo è il posto migliore dove andare per fuggire dagli Stati Uniti".

Non dire: "Chiedilo a tutti gli americani lì presenti".

domenica 27 aprile 2025

Tre isole


Marco Aime, Si può anche tornare ma una volta esule resti esule per sempre
La Stampa Tuttolibri, 27 aprile 2025

 Le isole, nel nostro immaginario, rievocano spesso mondi felici, circondate dal mare, che richiama l’idea di pace, di vacanza. La storia di Tre isole che William Atkins racconta nel suo libro è però molto diversa. Molto. Sono tre isole molto lontane tra di loro: la fredda Sakhalin, ai limiti dell’Asia, sperduta nelle fredde correnti siberiane; Sant’Elena piccolo punto nell’oceano Atlantico, lontano da ogni costa, la Nuova Caledonia, grande isola a nordest dell’Australia. Cosa le tiene insieme, al di là di essere circondate dal mare? Tre vite i cui destini Atkins intreccia con sapienza intorno a un tema centrale: l’esilio forzato.

Il tutto parte dalla vista che l’autore ha di cumuli di giubbotti di salvataggio abbandonati sulle spiagge greche dai migranti, che tentano di raggiungere l’Europa. Per scelta o per bisogno (o per tutti e due). Donne e uomini che lasciano la loro terra per un futuro migliore, ma c’è stato chi è stato costretto ad abbandonare la propria patria per costrizione.

Combinando biografia, storia e resoconti di viaggio Atkins racconta tre vite spezzate, tutte nel XIX secolo, tre storie molto diverse, ma accomunate da un destino simile. La prima è quella di Louise Michel, donna coraggiosa, che partecipa attivamente alle lotte contro il dispotismo di Luigi Bonaparte, che vediamo sulle barricate della Comune parigina e che per questo viene arrestata, condannata e spedita al confino in Nuova Caledonia, ancora oggi territorio francese d’Oltremare.

La seconda storia inizia molto più a sud di Parigi, nel Sudafrica ancora conteso tra le popolazioni locali e i coloni olandesi e inglesi. Il protagonista è Dinuzulu ka Chetshwayo, l’ultimo dei re zulu riconosciuto dai britannici. Paradossalmente questa vicenda finisce per intrecciarsi con quella della francese Michel, perché il luogo d’esilio di Dinuzulu sarà lo stesso di Napoleone Bonaparte.

Il terzo anello della catena nasce invece in Ucraina, negli stessi anni, sotto il giogo oppressivo del regime zarista. Il protagonista qui è Lev Šternberg, giovane antropologo ebreo e ribelle, che cerca in vari modi di opporsi a quel sistema dispotico e violento. Per questo verrà arrestato e confinato nell’isola di Sakhalin «l’ultimo rifugio dei non uccisi», nel gelido est della Siberia.

Rappresentando con straordinaria dovizia di particolari queste figure e i luoghi che sono stati costretti a occupare, Atkins rivela verità profondamente umane sull’allontanamento forzato, sul colonialismo e su cosa significhi avere e perdere una casa. Più volte Atkins cita le accorate e tristi poesie e lettere di Ovidio, condannato anche lui al confino a Tomi (oggi Costanza, in Romania), ma attraverso le vite dei suoi tre protagonisti, giunge a concludere che l’esilio non è legato a un luogo, ma è piuttosto un processo, un movimento continuo, che può durare tutta la vita. Come osserva Victor Hugo, che peraltro era amico (e forse è stato amante) di Louise Michel: una volta esule, esule per sempre. Puoi tornare al punto di partenza. Ma non potrai mai tornare a casa.

Ad accomunare queste tre storie e a farle diventare universali - e tristemente attuali - è il tema dello sradicamento forzato, del dolore, del distacco, ma è anche il fatto che a esiliare i protagonisti sono tre imperi: Gran Bretagna, Francia, Russia a cui i protagonisti hanno osato opporsi: Michel salendo sulle barricate parigine, organizzando movimenti antagonisti nella Francia di Luigi Napoleone; Dinuzulu perché si rifiuta di sottomettersi al governo sudafricano, che si appropria continuamente delle terre del suo popolo; infine Šternberg che sogna un popolo russo finalmente libero dal giogo zarista.

Il racconto ci spiega come tutti e tre questi imperi cercassero continuamente luoghi sperduti, inospitali, per spedirvi i “disturbatori”, i diversi. Esiliare le persone scomode, per purificare la propria terra. Per farne un popolo di sradicati, più facili da controllare. Ecco allora che l’esilio diventa il punto in cui personale e politico diventano reciprocamente inevitabili, si intrecciano in una unica dimensione: quella dell’esiliato.

«L’esilio è più di un concetto geografico», ha scritto il poeta palestinese Mahmoud Darwish. Parole che si sposano perfettamente con quelle di questo libro.