La magia vudu che tiene il mondo in equilibrio
Lara
Ricci
Il Sole 24ore, 12 aprile 2026
È
il 30 settembre 1975 quando, con undici anni di ritardo, Ascanio
riceve la risposta di “sua maestà” Dah René Aho Glélé, nipote
diretto dell’ultimo re del potente regno del Dahomey. Promettendo
di «far comprendere al mondo civilizzato i modi che utilizza la
natura per tenere il mondo in equilibrio» e di presentare loro «le
possibilità del mondo invisibile» Aho Glélé, che era anche
capo vodun, accetta la proposta di Ascanio, che voleva girare un
film sul vudu, «una cultura poco conosciuta e molto travisata,
ridotta agli zombie e alle bambole con gli spilloni della magia
nera», scrive Maria Pace Ottieri in La prima volta che siamo
stati bianchi. Una cultura che il regno, tristemente noto per il
commercio degli schiavi, aveva diffuso nel mondo insieme alle persone
rapite e vendute, specialmente nelle Americhe, dove resiste in una
forma diasporica, sincretica, come la santeria cubana, il candomblé
brasiliano, il vodou haitiano.
È
una storia vera quella che Ottieri racconta magistralmente in un
testo che è insieme récit de voyage, reportage giornalistico,
racconto antropologico, ma anche racconto di formazione - se per
formazione si intende l’apertura dei protagonisti alla conoscenza
del mondo, delle diverse culture e degli equilibri storici, sociali
ed economici che lo determinano, oltre che di sé stessi. La storia
di quando, 50 anni fa, si è trovata giovanissima a passare molti
mesi in Africa occidentale come assistente di una troupe di
italiani, tanto bravi a saltare sulle occasioni che gli si
presentavano, quanto lo erano i loro ospiti.
Un’avventura
in cui si erano gettati «come chi ruba di notte una barca e si
spinge al largo, in un mare buio, sconosciuto e senza meta», il cui
svolgimento ha raccontato mezzo secolo dopo, in una lingua leggera,
luminosa e nitida, come lo sono i ricordi felici lontani, cambiando
solo i nomi dei protagonisti italiani e ricostruendolo a partire
dagli appunti, dalle immagini girate e scavando nella sua memoria,
oltre che documentandosi sulle cronache di chi si era spinto in
quelle terre a partire dal XVIII secolo: esploratori, militari,
funzionari coloniali, impiegati delle agenzie commerciali francesi.
Un resoconto dunque dal punto di vista degli yovo, i bianchi,
come è dichiarato oltre che inevitabile, ma consapevole della
distorsione culturale e potremmo dire più in generale intersezionale
che ciò comporta, e proprio per questo anche un’interessante
riflessione sulla possibilità e sulla modalità di comprensione
reciproca.
Perché
hanno «scelto proprio noi per rivelare al mondo i segreti del vudu»?
si chiede ripetutamente Ascanio, in cui «la fede nell’invisibile
era direttamente proporzionale al disincanto nei confronti dei
fenomeni sotto gli occhi di tutti». Una sensibilità, la sua per il
paranormale, che «non aveva nulla di spirituale, non aspirava a
uscire dalla sfera della realtà materiale in nome di più alti e
impalpabili ideali, era piuttosto dettata dal desiderio tutto terreno
di estendere lo spettro delle forme di vita sperimentabili, di
dominare insomma il misterioso intreccio delle corrispondenze tra
l’aldiqua e l’aldilà». Una sensibilità che condivideva con il
suo sodale Ulisse, la cui fertile immaginazione trasformava tutto,
considerando lui «ogni perimetro assegnato una gabbia. E gli pareva
meschino accontentarsi di quello che scorreva sotto gli occhi di
tutti». E poi, iniziano a domandarsi tutti, questi segreti glieli
riveleranno davvero? Per settimane, infatti, la troupe resta
bloccata dai permessi per filmare che non arrivano, mentre i
legittimi discendenti del re iniziano a moltiplicarsi, ognuno con la
sua versione dei fatti, e la prospettiva di un’immersione nella
cultura sconosciuta del vudu pare agli italiani in alcuni momenti
prossima e in altri lontanissima.
Si
scoprirà che uno dei motivi di tanta lentezza (che poi è anche
quello che ha reso la loro impresa documentale, così come
questo récit, ancor più importante) è che il vudu, già
fiaccato dalla colonizzazione, anche religiosa e culturale, era di
nuovo sotto attacco. Da poco, infatti, il Paese aveva cancellato il
nome di Dahomey - che da regno era divenuto colonia francese - e
aveva preso il nome di Repubblica popolare del Benin, in omaggio a un
reame più vasto e antico; e il presidente, Mathieu Kérékou, che
all’epoca si costruiva su una retorica marxista-leninista (o
marxista-lassista, come già si ironizzava nella capitale), aveva
messo al bando l’antica religione e le sue gerarchie.
Mentre
i giorni caldissimi si susseguono tra «il culmine dell’ora che
squaglia le coscienze» e il buio che cala di colpo, «come una
saracinesca», l’obiettivo si allontana e si avvicina come un
miraggio, frammentandosi in un gioco di specchi sempre più
articolato, e la troupe, che può spostarsi nel Paese ma non
filmare, inizia a conoscerlo in un modo che non è solo, anzi è
sempre meno, razionale, ma empirico, epidermico, emotivo. I
protagonisti scivolano nel tempo africano e diventano via via meno
sordi al senso nascosto dietro a un pitone immobile di traverso alla
strada, ai gruppi di feticci all’ingresso dei villaggi, «una
popolazione a sé stante di creature patetiche, fragili, esposte, con
i loro tratti umani appena abbozzati, gli occhi di conchiglie, la
ferraglia intorno, le incrostazioni di olio di palma, di giallo
d’uovo, del nero del sangue sacrificale». Feticci che erano «una
cosa-dio, un’idea cosa, un po’ come l’opera nell’arte
concettuale occidentale». Non scriveremo qui se e come il vudu
svelerà i suoi segreti, non volendo rovinare la suspense che
pervade sapientemente il racconto. Un racconto che inquadra un Paese
che è stato uno degli snodi della modernità, sviluppatasi anche per
mezzo della tratta, in cui «convergevano gli interessi delle classi
dirigenti dei due continenti» e che è uno snodo simbolico cruciale
ancora oggi, in cui la questione dell’identità è degenerata «in
una rigida idea fissa in cui arroccarsi per difendersi dal
rimescolamento del mondo».
Maria
Pace Ottieri
La
prima volta che siamo stati bianchi
Sellerio,
pagg. 390, € 15