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mercoledì 13 maggio 2026

Cesaria Evora

"Dobbiamo mantenere vivo il suo nome": Cesária Évora, l'affascinante artista capoverdiana che da cantante di ristorante è diventata una star mondiale.

Dopo una vita di povertà, Évora raggiunse un enorme successo a 51 anni con l'album Miss Perfumado del 1992. Mentre i cantanti capoverdiani celebrano le sue ballate morna sul palco, coloro che la conoscevano ricordano la sua forza, il suo orgoglio e la sua abitudine di fumare.


mercoledì 22 aprile 2026

Basta Mattei


Ilario Lombardo

Gli eredi Mattei a Palazzo Chigi: “Via il nostro nome dal piano Africa”
La Stampa, 22 marzo 2026

Lo scorso 27 marzo Giorgia Meloni ha trovato sull’indirizzo di posta elettronica della presidenza del Consiglio la seguente mail, inviata via Pec: «Diffida all’utilizzo del nome di Enrico Mattei in relazione al cosiddetto “Piano Mattei”». Firmata Pietro Mattei. È uno dei nipoti ed eredi del fondatore dell’Eni, morto nel 1962 in un incidente aereo incastonato nella storia come uno dei grandi misteri d’Italia. Pietro Mattei aveva otto anni quando lo zio scomparve, sposato ma senza lasciare figli. La sua eredità oggi è divisa tra i nipoti, i figli dei suoi fratelli.

Le storie che qui raccontiamo sono due. Legate a un’eredità, potente, ricca e complicata. Materiale e immateriale. Sono storie che corrono parallele e si intrecciano nel nome dell’Eni e dell’ingegnere Mattei, e coinvolgono un governo alle prese con disgrazie energetiche e terremoti geopolitici. La prima storia riguarda la lettera di diffida a Meloni. La seconda tratta dei beni che i nipoti reclamano da Eni: oggetti, lettere, e diversi quadri del primo Novecento, soprattutto due nature morte di Giorgio Morandi, appartenute all’industriale, noto mecenate e collezionista di artisti italiani, per i quali è stata presentata una citazione in civile per petizione ereditaria al tribunale di Macerata contro l’azienda di Claudio Descalzi. Protagonisti sono Pietro e Rosangela detta Rosy, entrambi figli di Italo, fratello minore di Enrico, tenaci nel tenere vivo il mito della zio. Pietro è l’erede unico della vedova di Mattei, Margherita Paulas, ex ballerina austriaca morta nel 2000, il che lo rende il titolare del 66% dei beni della famiglia. Rosy la descrivono come la nipotina prediletta di Enrico e cura una Casa Museo a Matelica. La Stampa ha parlato con tutti e due.

Pietro Mattei ha deciso di diffidare Meloni dall’uso del cognome di famiglia dopo tre anni di governo e due dall’avvio del Piano strategico di partenariato con i Paesi africani intitolato al fondatore dell’Eni, proprio in virtù del rapporto che aveva saputo coltivare con queste nazioni. Vale la pena ricordare di cosa si parla. Mattei fonda Eni nel 1953 e lancia la sfida alle Sette Sorelle, le principali compagnie petrolifere americane e inglesi che nel Dopoguerra hanno il monopolio mondiale del greggio. Firma accordi con l’Urss e propone ai Paesi produttori del mondo arabo e all’Iran di rompere questo cartello, con una più equa distribuzione dei profitti e in forza di una relazione «paritetica». In cambio Eni diventa un gigante e l’Italia conquista una politica energetica più autonoma. «Il contrario di quello che sta facendo Meloni», spiega Pietro. Perché aspettare fino a oggi? «All’inizio ho detto “vediamo che fanno”. Ma adesso trovo veramente inaccettabile le politiche del governo. Sull’immigrazione, sui costi dell’energia, sui rapporti con gli Stati Uniti. Mattei aveva sfidato gli americani, non era il loro servo. E secondo alcune tesi potrebbe essere stato ucciso proprio per questo. Meloni invece non compra gas dai russi perché deve comprarlo da Washington e assiste inerme a un genocidio in Palestina. Se lo immagina Mattei di fronte a questo?». È tutto scritto nella lettera che qui riportiamo. L’operato di Meloni è definito in «totale antitesi» con le gesta di Mattei, e l’uso del suo nome «finalizzato a scopi di propaganda» che rischiano di «distorcere» figura ed eredità politica del fondatore. Invece di perseguire «la sovranità energetica nazionale» il governo mostra «una marcata subordinazione agli interessi degli Usa».

Meloni dice di essersi ispirata all’industriale marchigiano quando nel Piano parla proprio di «rapporto paritetico e non predatorio» con l’Africa. Ma per Pietro non è così. «Basta vedere come tratta i migranti», perché, scrive nella diffida, Mattei «selezionava i giovani locali, li formava nelle scuole dell’Eni e li rimandava nei loro Paesi. Un approccio lontano dall’attuale utilizzo del tema migratorio per fini politici». Pietro è pronto a fare tutto quello che serve se il nome dello zio continuerà a essere legato al programma gestito da una struttura di coordinamento a Palazzo Chigi guidata dal consigliere diplomatico di Meloni, Fabrizio Saggio. «Faremo causa, civile e penale. Stanno vendendo una scatola vuota».

Anche Rosy, la sorella, considera tale il Piano. A sentirla parlare di energia, di rapporti personali che intrattiene con il presidente algerino Tebboune, e di Russia, non le piace quello che sta facendo questo governo. Ma non ha firmato la diffida. Il figlio Aroldo Curzi Mattei, ammette, è un imprenditore con relazioni vaste ed è stato coinvolto nel Piano. Il 29 aprile saranno 120 anni dalla morte dello zio e nella Casa Museo è stata organizzata una giornata di ricordo. Ci saranno l’ambasciatore algerino, il console russo, e personalità che difendono le ragioni di Vladimir Putin come Marzo Rizzo e l’ex ambasciatore Bruno Scapini.

Tra i due fratelli i rapporti non sembrano dei migliori, ma hanno comunque presentato assieme la denuncia contro l’Eni per riavere i quadri dello zio. Le due nature morte di Morandi – datate 1919 e 1941 e in mostra fino allo scorso gennaio al Palazzo delle Esposizioni di Roma – sono i pezzi più pregiati di una collezione personale di enorme valore (con opere di artisti come De Pisis, Carrà, Rosai) che Mattei aveva accumulato negli anni ’40 e ’50. «Sono di sua proprietà – è convinta Rosy –. Molti li ha comprati quando l’Eni neanche esisteva. Quindi se sono di Mattei devono essere restituiti alla famiglia». La nipote ha scoperto della loro esistenza per caso, nel 2018, quando andò a Roma a recuperare dall’azienda la Giulietta sulla quale lo zio la portava a spasso. In quell’occasione un dipendente dell’Eni le si avvicinò e le sussurrò che nel caveau della sede di via Ripetta era conservato ben altro patrimonio. «Mi sono fatta aiutare da diversi avvocati. E abbiamo chiesto l’inventario». Ma dei quadri pare non ci fosse traccia. «Omessi» sostengono gli eredi. Rosy è furiosa con l’Eni pure per altro: per aver ceduto alcuni beni al comune di Acqualagna per il Museo Casa Natale di Mattei che lei disconosce e con cui è in causa (a novembre è stata indagata perché accusata di aver sottratto alcuni cimeli): «Se sono della famiglia perché darli a loro? ». Anche Pietro in questi anni ha provato a sollecitare i legali di Eni: «Mia zia mi aveva raccontato che il marito firmava il retro dei quadri che comprava per sé. Abbiamo chiesto di visionarli e affidarli a un perito. Ma niente. A questo punto deciderà un giudice». La società la vede diversamente. E a La Stampa affida questo commento: «I beni rientrano nel patrimonio aziendale di Eni che pertanto farà valere tale posizione nel giudizio avviato dai familiari».

domenica 19 aprile 2026

La magia vudu

 La magia vudu che tiene il mondo in equilibrio
Lara Ricci
Il Sole 24ore, 12 aprile 2026

È il 30 settembre 1975 quando, con undici anni di ritardo, Ascanio riceve la risposta di “sua maestà” Dah René Aho Glélé, nipote diretto dell’ultimo re del potente regno del Dahomey. Promettendo di «far comprendere al mondo civilizzato i modi che utilizza la natura per tenere il mondo in equilibrio» e di presentare loro «le possibilità del mondo invisibile» Aho Glélé, che era anche capo vodun, accetta la proposta di Ascanio, che voleva girare un film sul vudu, «una cultura poco conosciuta e molto travisata, ridotta agli zombie e alle bambole con gli spilloni della magia nera», scrive Maria Pace Ottieri in La prima volta che siamo stati bianchi. Una cultura che il regno, tristemente noto per il commercio degli schiavi, aveva diffuso nel mondo insieme alle persone rapite e vendute, specialmente nelle Americhe, dove resiste in una forma diasporica, sincretica, come la santeria cubana, il candomblé brasiliano, il vodou haitiano.

È una storia vera quella che Ottieri racconta magistralmente in un testo che è insieme récit de voyage, reportage giornalistico, racconto antropologico, ma anche racconto di formazione - se per formazione si intende l’apertura dei protagonisti alla conoscenza del mondo, delle diverse culture e degli equilibri storici, sociali ed economici che lo determinano, oltre che di sé stessi. La storia di quando, 50 anni fa, si è trovata giovanissima a passare molti mesi in Africa occidentale come assistente di una troupe di italiani, tanto bravi a saltare sulle occasioni che gli si presentavano, quanto lo erano i loro ospiti.

Un’avventura in cui si erano gettati «come chi ruba di notte una barca e si spinge al largo, in un mare buio, sconosciuto e senza meta», il cui svolgimento ha raccontato mezzo secolo dopo, in una lingua leggera, luminosa e nitida, come lo sono i ricordi felici lontani, cambiando solo i nomi dei protagonisti italiani e ricostruendolo a partire dagli appunti, dalle immagini girate e scavando nella sua memoria, oltre che documentandosi sulle cronache di chi si era spinto in quelle terre a partire dal XVIII secolo: esploratori, militari, funzionari coloniali, impiegati delle agenzie commerciali francesi. Un resoconto dunque dal punto di vista degli yovo, i bianchi, come è dichiarato oltre che inevitabile, ma consapevole della distorsione culturale e potremmo dire più in generale intersezionale che ciò comporta, e proprio per questo anche un’interessante riflessione sulla possibilità e sulla modalità di comprensione reciproca.

Perché hanno «scelto proprio noi per rivelare al mondo i segreti del vudu»? si chiede ripetutamente Ascanio, in cui «la fede nell’invisibile era direttamente proporzionale al disincanto nei confronti dei fenomeni sotto gli occhi di tutti». Una sensibilità, la sua per il paranormale, che «non aveva nulla di spirituale, non aspirava a uscire dalla sfera della realtà materiale in nome di più alti e impalpabili ideali, era piuttosto dettata dal desiderio tutto terreno di estendere lo spettro delle forme di vita sperimentabili, di dominare insomma il misterioso intreccio delle corrispondenze tra l’aldiqua e l’aldilà». Una sensibilità che condivideva con il suo sodale Ulisse, la cui fertile immaginazione trasformava tutto, considerando lui «ogni perimetro assegnato una gabbia. E gli pareva meschino accontentarsi di quello che scorreva sotto gli occhi di tutti». E poi, iniziano a domandarsi tutti, questi segreti glieli riveleranno davvero? Per settimane, infatti, la troupe resta bloccata dai permessi per filmare che non arrivano, mentre i legittimi discendenti del re iniziano a moltiplicarsi, ognuno con la sua versione dei fatti, e la prospettiva di un’immersione nella cultura sconosciuta del vudu pare agli italiani in alcuni momenti prossima e in altri lontanissima.

Si scoprirà che uno dei motivi di tanta lentezza (che poi è anche quello che ha reso la loro impresa documentale, così come questo récit, ancor più importante) è che il vudu, già fiaccato dalla colonizzazione, anche religiosa e culturale, era di nuovo sotto attacco. Da poco, infatti, il Paese aveva cancellato il nome di Dahomey - che da regno era divenuto colonia francese - e aveva preso il nome di Repubblica popolare del Benin, in omaggio a un reame più vasto e antico; e il presidente, Mathieu Kérékou, che all’epoca si costruiva su una retorica marxista-leninista (o marxista-lassista, come già si ironizzava nella capitale), aveva messo al bando l’antica religione e le sue gerarchie.

Mentre i giorni caldissimi si susseguono tra «il culmine dell’ora che squaglia le coscienze» e il buio che cala di colpo, «come una saracinesca», l’obiettivo si allontana e si avvicina come un miraggio, frammentandosi in un gioco di specchi sempre più articolato, e la troupe, che può spostarsi nel Paese ma non filmare, inizia a conoscerlo in un modo che non è solo, anzi è sempre meno, razionale, ma empirico, epidermico, emotivo. I protagonisti scivolano nel tempo africano e diventano via via meno sordi al senso nascosto dietro a un pitone immobile di traverso alla strada, ai gruppi di feticci all’ingresso dei villaggi, «una popolazione a sé stante di creature patetiche, fragili, esposte, con i loro tratti umani appena abbozzati, gli occhi di conchiglie, la ferraglia intorno, le incrostazioni di olio di palma, di giallo d’uovo, del nero del sangue sacrificale». Feticci che erano «una cosa-dio, un’idea cosa, un po’ come l’opera nell’arte concettuale occidentale». Non scriveremo qui se e come il vudu svelerà i suoi segreti, non volendo rovinare la suspense che pervade sapientemente il racconto. Un racconto che inquadra un Paese che è stato uno degli snodi della modernità, sviluppatasi anche per mezzo della tratta, in cui «convergevano gli interessi delle classi dirigenti dei due continenti» e che è uno snodo simbolico cruciale ancora oggi, in cui la questione dell’identità è degenerata «in una rigida idea fissa in cui arroccarsi per difendersi dal rimescolamento del mondo».

Maria Pace Ottieri
La prima volta che siamo stati bianchi
Sellerio, pagg. 390, € 15

lunedì 13 aprile 2026

I termini della catastrofe


Lucia Capuzzi
Dalla crisi del Golfo al dominio asiatico: "Il mondo di 5 settimane fa non c'è più"
Avvenire, 13 aprile 2026

«Il nuovo ordine mondiale sarà governato da un asse invisibile che da Pechino si estenderà fino a Città del Capo. L’Europa e l’America saranno le prime a rimetterci. L’Africa e il mondo musulmano forniranno le risorse necessarie alla nuova leadership economica globale». Era il 2001 quando Loretta Napoleoni scrisse queste parole al termine del celebre saggio Economia canaglia. Il lato oscuro del nuovo ordine mondiale, appena ripubblicato in Italia da Solferino. Venticinque anni dopo, l’economista e analista, tra le massime esperte internazionali di finanziamento delle organizzazioni terroristiche, conferma la propria previsione. «Anzi, la vedo prendere forma concreta», spiega, durante una pausa del Link Media Festival, che si conclude oggi a Trieste. E aggiunge: «Assistiamo ad una vera e propria una catastrofe, nel significato che questo termine aveva per gli antichi greci: colpo di scena finale della tragedia».

In quali termini si configura questo colpo di scena?
Il mondo com’era fino a cinque settimane fa non esiste più. Tra un anno lo scenario sarà differente, tra dieci la trasformazione sarà radicale. Per prima cosa, è cambiato il Medio Oriente. Un accordo fra Usa e Iran, anche se, per assurdo, fosse raggiunto oggi, non potrebbe scongiurare la crisi delle petro-monarchie. La perdita in termini di immagine è enorme. Dubai, Abu Dhabi, la stessa Arabia Saudita, erano riusciti a emanciparsi dall’instabilità regionale e accreditarsi come mete turistiche, paradisi fiscali e hub dell’innovazione. I missili degli ayatollah li hanno riportati indietro di decenni. Decine delle infrastrutture energetiche dei Paesi del Golfo sono state, inoltre, gravemente dagli attacchi missilistici di Teheran. A essere colpiti, in modo particolare, sono stati gli impianti di liquefazione del gas naturale, il cosiddetto Gnl: da Ras Laffan in Qatar a Habshan, Shah e Das Island negli Emirati. Secondo quanto dichiarato da Saad al-Qaabi, ministro per gli Affari energetici di Doha, già a metà marzo, i raid avevano messo fuori uso il 17 per cento della capacità produttiva, l’equivalente di 12,8 milioni di tonnellate l’anno di Gnl. E per ripristinarla ce ne vorranno dai tre ai cinque. L’offerta di gas naturale liquido, dunque, si ridurrà: un problema non da poco per l’Europa che lo importa soprattutto dalla regione. Il rivolgimento mediorientale, dunque, si estende al mondo.
Con quale impatto?
Il baricentro globale si sposta verso est. A guadagnare dalla crisi sono la Russia e, soprattutto, la Cina. È quest’ultima la vera regista del negoziato di Islamabad. Non a caso, il 31 marzo scorso, dopo gli incontri con Turchia, Egitto e Arabia Saudita in cui ha cominciato ad essere abbozzato il piano, il ministro degli Esteri pachistano è andato a Pechino.
Perché l’Iran è tanto cruciale per gli interessi cinesi?
C’è il nodo dell’approvvigionamento energetico ma non è determinante: il Paese punta all’uscita degli idrocarburi entro il 2060. Vitale è, invece, la questione geopolitica. L’Iran è il ponte verso il Medio Oriente e, soprattutto, l’Africa. La direttrice che collega Pechino al Continente e, via Turchia, al Mediterraneo, passa per Teheran. Senza la Cina verrebbe declassata al grado di potenza regionale, non più globale.
E gli Stati Uniti?
L’effetto si profila dirompente, in senso negativo. Nonostante gli Usa siano un Paese esportatore di petrolio, l’inflazione si farà sentire. Il piano di ri-industrializzazione di Donald Trump – tra le promesse-cardine della campagna – è la grande vittima della crisi mediorientale. Come si può rilanciare il tessuto manifatturiero con il petrolio oltre i cento dollari al barile? Questo ha determinato uno scollamento profondo con la base MAGA. La sconfitta al Midterm, a questo punto, è scontata. Il tutto per un conflitto inutile.
Perché allora Trump l’ha fatto?
L’Iran è una vecchia ossessione dal tycoon, come risulta da un’intervista di inizio anni Ottanta. La versione più plausibile è quella del New York Times: è stato convinto da Benjamin Netanyahu.
Il capo della Casa Bianca potrebbe smarcarsi ora da Israele?
È improbabile. Il fattore tempo, però, è importante. Trump deve trovare il modo di uscire dal pantano entro fine aprile quando scadono i termini per sottoporre al Congresso il via libera alla guerra. Poiché sa di non poterlo avere, deve terminarla prima.