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| Etty Hillesum |
Bonhoeffer e Ricoeur: "Dio è morto? No, è stato liberato"
Avvenire, 15 dicembre 2025
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Cristina Guarnieri
Tra un velo di malinconia e un sorriso, intervista a Gianni Vattimo
Dialegesthai, 31 dicembre 2023
Questa conversazione con Gianni Vattimo si è tenuta nel febbraio del 2021.
Potrei cominciare dall’infanzia. Un incontro importantissimo della mia vita è stato quello con due sorelle droghiere del mio quartiere – le chiamavamo le “sorelle De Gasperi” perché erano molto democristiane. Sono loro ad aver spinto mia madre a mandarmi all’oratorio. Di lì, poi, ho cominciato a diventare un piccolo santo!
Gli incontri decisivi, poi, sono stati quelli con i maestri. Anzitutto il mio direttore spirituale, mons. Pietro Caramello, che è stato un grande tomista. Curava per la casa editrice Marietti le edizioni di San Tommaso ed era cappellano della Sindone. Mons. Caramello ha aiutato molto la mia vocazione filosofica. Per tanto tempo, durante il liceo prima e l’università poi, avevo spesso la tentazione di abbandonare gli studi per lavorare e don Pietro mi incoraggiava molto, mi sosteneva con grande dedizione, talvolta anche economicamente. A lui sono stato molto legato, è stato per me una guida spirituale, un maestro, un filosofo. In quegli anni, intanto, lavoravo molto anche per conto mio. Quando mi sono iscritto all’Università, ho studiato con impegno, volevo fare lo scrittore e mi comportavo già come un intellettuale. Ho concluso il mio percorso universitario scrivendo una tesi con Luigi Pareyson, che fu professore di Estetica prima e di Filosofia teoretica poi all’Università di Torino. Anche quello con Pareyson è stato un incontro molto importante per la mia vita. Lui fu prima il mio grande maestro e poi un amico che mi ha accompagnato per tutta la vita. Un altro incontro decisivo è stato quello con Hans-Georg Gadamer, che era professore ad Heidelberg, dove ho studiato per circa un paio d’anni.
Un momento importante è stato quello in cui cominciavo a elaborare la mia filosofia. Ricordo in particolare un incontro a Perugia cui parteciparono anche Hans-Georg Gadamer, Valerio Verra e Carlo Sini. In quell’occasione ho sentito una forte vitalità filosofica dentro di me, una grande vivacità. C’è un verso del poeta tedesco Friedrich Hölderlin che amo citare – che Heidegger spesso riprende –, che recita:
Nur zu Zeiten erträgt göttliche Fülle der Mensch. Traum von ihnen ist drauf das Leben.
«Solo a momenti l’uomo sostiene la pienezza divina. Sogno di loro si fa allora la vita».
Ci sono degli istanti di illuminazione nella vita di ciascuno di noi, per me sono stati momenti come quello a Perugia. Anche la scrittura del libro su Nietzsche è stata molto importante, perché scoprivo delle cose, o almeno credevo di scoprirle io…
Direi: ciò che riassumo nel concetto di “ermeneutica”. È essenziale ancora oggi la lotta contro la metafisica in quanto “oggettivazione dell’essere”, come la definiva Martin Heidegger. L’essere è un dato personale, dunque il rapporto con l’essere è un rapporto personale. Perciò l’essere non è “oggetto”: questa è la cosa più importante che ho imparato da Heidegger. Fra l’altro, è proprio per questo che posso essere credente. Se non fossi heideggeriano non sarei credente e se non fossi credente non sarei heideggeriano.
L’essenziale di Nietzsche è il nichilismo, ma il nichilismo è la kenosis, è Dio che si nega. Tante cose di Nietzsche sono importanti, ma tutto il suo antistoricismo, il suo irrazionalismo, le sue riflessioni contro la modernità sono fondamentali. Una sua immagine mi è sempre rimasta impressa fin dalla mia prima lettura delle sue Considerazioni inattuali (in particolare quella intitolata Sull’utilità e il danno della storia per la vita): l’uomo moderno si aggira nel giardino della storia come in un deposito di maschere teatrali prendendo ora questa ora quella.
Quella era la mia epoca, mentre non ho un giudizio preciso sul tempo attuale, dato che ormai vivo ai margini di tutto. Sento però un aumento continuo del controllo sulle nostre vite, ma non ho sviluppato un’idea chiara del mondo com’è, per potermene lamentare.
Dopo i miei lunghi studi sui testi di Heidegger, è da lui che ho cavato un’idea che reputo fondamentale. Si tratta sostanzialmente di una interpretazione del cristianesimo. Quel che in Heidegger è «l’essere che si dà» [das Sein, das es gibt] ma che non si dà completamente, che c’è e non c’è, si può tradurre nella kenosis di San Paolo.
Il cristianesimo è la religione di Dio che si autoriduce. E questo è anche la filosofia di Heidegger. Il pensiero debole esprime appunto l’idea che l’essere non sia una struttura stabile, ma un accadimento, una serie di accadimenti, di epoche, di aperture storico-destinali. E questo accadere non è casuale, bensì ha una storia, che è appunto la storia del cristianesimo come progressiva secolarizzazione della verità. L’essere accade e, nel suo accadere, progressivamente si nega, senza finire nel niente. Anzi, è una presenza, ma una presenza che si occulta, che si sottrae, che non si impone, come il Dio di Gesù.
Bisognerebbe anzitutto intendersi e definire il problema del sacro. Io sono molto d’accordo con René Girard che ha teorizzato il sacro come violenza. È anche di lì che sono partito per elaborare l’idea della secolarizzazione come evento positivo della storia del cristianesimo. La kenosis, l’indebolimento, la debolezza di Dio, è il senso del cristianesimo, non un accidente negativo. E tutto questo ha molto a che vedere con l’idea del sacro come violenza. Il sacro, secondo Girard, è la vittima. Ma Gesù non ha nulla a che spartire con tutto ciò. Il cristianesimo non è una religione vittimaria: è invece una religione della positività dell’essere. Il Dio del cristianesimo è un essere che si dà giustappunto nella misura in cui lascia essere gli esseri, gli enti. Dio non si dà in presenza, perché altrimenti tutto il resto sparirebbe. Si dà sottraendosi.
L’Altro con la A maiuscola non è qualcuno che è. C’è una bellissima frase del teologo luterano Dietrich Bonhoeffer, molto incisiva a questo proposito, che dice che «un Dio che c’è, non c’è». Esiste ma non si dà. È questo il punto. L’Altro del cristianesimo non è una trascendenza da intendersi nel senso di una presenza che sarebbe oltre le presenze dei piccoli altri, ma è una presenza talmente misteriosa che in qualche modo non è data. Dio non è un dato.
Nel cristianesimo però c’è l’Incarnazione. L’incarnazione di Dio è misteriosa al punto da essere un crocifisso. Non è qualcosa che si impone definitivamente, ma si dà. Adesso non ero preparato [dice ironicamente] a una professione di fede su due piedi… Ad ogni modo, il Dio di Gesù Cristo non è il Dio dell’Antico Testamento, talmente trascendente che non se ne sa nulla, ma è un Dio che si presenta nella forma umile di qualcuno che è come noi. Lei dove crede di pregare Dio? Nel volto dell’altro. L’Altro con la A maiuscola si dà soltanto attraverso gli altri con la a minuscola.
Credo nella provvidenza nel senso che, appunto, non la maneggio. Ci credo nel senso che tutto sommato io sono in manos tuas.
«Signore nelle tue mani confido la mia esistenza». In manos tuas commendo spiritum meum.
Questo è il punto. Il Dio in cui credo, ovviamente, non è un Dio che non esiste. Eppure è un Dio che non si vede, in tanti modi.
«La vista, il tatto, il gusto, in Te si ingannano. Ma solo con l’udito si crede con sicurezza»*. Visus, tactus, gustus in te fallitur. Sed auditu solo tuto creditur.
Forse ho esagerato! Ma quando dico che non ho bisogno di Dio, lo intendo nel senso di quella frase di Bonhoeffer di cui parlavo prima: einen Gott, den es gibt, gibt es nicht. «Un Dio che c’è, non c’è». Invece la Chiesa è importante. In fondo, Gesù risorto è la Chiesa vivente. Però la Chiesa è anche l’altro, l’altro nel senso minuscolo.
Questa, effettivamente, è una cattiva interpretazione del postmoderno, anche se, a dire il vero, adesso non mi farei impiccare per il postmoderno. Possiamo dire che la modernità è stata caratterizzata da un eccesso di razionalizzazione. Nulla, neppure il marxismo – nella misura in cui tutto sommato anch’io lo accetto – ha bisogno dell’hegelismo, di una razionalizzazione rigorosa, mentre invece la modernità dall’Illuminismo in poi ha voluto essere questo. Il postmoderno era un modo per aprire l’orizzonte e far sentire che l’Essere non è una struttura, quanto piuttosto un accadimento. È, in qualche modo, l’accadimento cristiano, la non determinazione del futuro.
A dire il vero, lo sento ancora molto attuale. Il mondo contemporaneo va sostanzialmente verso un disciplinamento continuo, sempre più intenso. Basti pensare alle varie forme di controllo esistenti, che si esercitano su di noi, o all’economia sempre più strutturalmente dipendente dal calcolo. Dinanzi a queste realtà, credo quindi che il pensiero debole goda di una sua particolare attualità come resistenza religiosa al determinismo dominante.
Il problema della verità è che la verità è interpersonale. Quanto più ci sono interpreti, tanto più c’è verità; quanto meno esistono liberi interpreti, tanto meno c’è verità. Invece, la situazione attuale di una verità tecnologizzata, posseduta per esempio soltanto dai media, finisce per costituire la morte della libertà, e la fine stessa della verità.
Lo temo molto, ma naturalmente, come sempre accade, anche l’universo della rete è un universo ambiguo. La possibilità di comunicare rapidamente attraverso Internet non è in sé necessariamente l’affermazione del dominio. Di fatto, però, le cose stanno andando in quella direzione. Io credo che l’unico futuro che si possa immaginare per un mondo tecnologizzato come il nostro sia una continua contestazione politica dall’interno. Tendenzialmente, dovrebbe essere attiva una forma di anarchismo continuo.
Soltanto la carità può sostituire la verità. Non è tanto la verità che conta, ma la carità verso l’altro, che comporta un’apertura all’altro. Questa apertura fa cadere anche la verità, in qualche modo. Non è l’idea di verità che mi sta a cuore, ma l’idea di carità.
Fa una brutta fine! Si riduce all’amore di Dio [dice scherzando]. Ho un vissuto personale un po’ problematico, perché sono omosessuale. Se devo parlare d’amore, ne parlo soprattutto per i compagni che ho avuto, per le persone di cui sono stato innamorato. In questo momento, francamente – un po’ per ragioni autobiografiche, poiché sono vecchio, un po’ per ragioni storiche –, ho l’impressione che ci sia davvero una grave carenza di disponibilità nei confronti dell’altro. C’è effettivamente una crisi dell’amore vissuto. La preghiera che recito più spesso è: «Signore insegnami ad amare», perché non so bene che cosa voglia dire. Prego molto anche per papa Bergoglio: prego perché vinca e prevalga su tutto la sua visione della Chiesa come disponibilità alla carità piuttosto che come un insieme di giudizi. Quando il Papa, interrogato sull’omosessualità di qualcuno, dice: «Chi sono io per giudicarlo?», sta esortando noi tutti affinché la Chiesa sia promotrice di amore. Anche di amore umano, non solo di quello soprannaturale. Il rapporto tra questi due tipi di amore è molto stretto, in realtà. Se ripenso alla mia vita, ho sempre vissuto l’erotismo come un aspetto dell’amore di Dio, non come qualcosa di alternativo, come se l’amore umano fosse da buttare rispetto a quello divino. Sono due dimensioni che vanno di pari passo. Sono convinto che Papa Francesco sia di questa opinione, anche se probabilmente sarà molto difficile per lui poterlo dire liberamente…
Il male per me è proprio questo: l’assenza di limiti, l’impossessamento di tutto. In fondo, è anche per questo che sono un cristiano, tutto sommato.
Essere libero è la ragione per cui sono credente. Se sono libero è perché nasco da una libertà. La libertà per me è il fatto che nessuno possa argomentare filosoficamente contro il fatto che io mi senta libero. Non esiste la libertà scritta da qualche parte. Esiste la libertà come atto di qualcuno che decide liberamente. Anche per Kant si trattava di qualcosa del genere. La libertà è un atto che esiste nella misura in cui si afferma, non è qualcosa che si possa definire in astratto.
Mi rende felice avere qualcuno vicino. Mi rattrista, invece, la scomparsa degli amici, l’assenza delle persone amate.
Sono contento che si percepisca. Forse questo mi rende un po’ meno infelice.
Sono abbastanza d’accordo. Mi dispiace, ma non vedo nel panorama filosofico attuale nulla che mi appassioni veramente. Non leggo filosofi viventi, torno volentieri sui classici. Mi interessa rileggere Wittgenstein, per esempio, oppure Rorty.
Vorrei scrivere un libro sulla religione di Papa Francesco, ma non so se ci riuscirò.
La conversazione si conclude in una regione di mezzo, fra un velo di malinconia che accompagna il suo discorso e un sorriso che attraversa la sua voce, un sorriso pronto al gioco, al gioco delle interpretazioni. Mi raccomanda, infatti, di scrivere una buona intervista e di “inventare”, all’occorrenza, di “creare”. Credo che questo sia, appunto, lo spazio di libertà che il pensiero ermeneutico del Novecento lascia in eredità a ciascuno di noi. Lo spazio della verità che si dà nel dialogo, e si nasconde.
Copyright © 2023 Cristina Guarnieri
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Oggi non si parla più di “pensiero debole”, tema molto fino a qualche anno fa. E se da un lato può essere una fortuna, dall’altro è un peccato perché riflettere su quella prospettiva è piuttosto stuzzicante per provare a capire qualcosa dei fenomeni politico-culturali correnti. Quando, quarant’anni fa, uscì il volume curato da Gianni Vattimo e Pier Aldo Rovatti intitolato appunto Il pensiero debole, il panorama politico era radicalmente diverso ma risultava già chiaro un certo panorama esistenziale di cui quel libro, in maniera più o meno discutibile, forniva un’interessante interpretazione. Scriveva Rovatti: “Che altro è la perdita del centro se non la dichiarazione, la sanzione che il pensiero ‘forte’ è ormai insostenibile?”.
Il pensiero debole non nasceva per contrapporsi al “pensiero forte” ma assumeva che il pensiero forte inteso in senso tradizionale (tomista, o razionalista, ossia che affermava la corrispondenza tra il mondo e il disegno che la ragione forniva di quel mondo) fosse ormai tramontato per sempre, e con esso tutte quelle strutture storiche su cui l’occidente si era edificato. Il tentativo del pensiero debole era quindi fornire una cornice teoretica per capire “come vivere” nel momento in cui non vi era più “un testo a cui uniformarsi”. Tuttavia, il pensiero debole, proprio perché un pensiero radicato in una sofisticata elaborazione intellettuale era, paradossalmente, “forte”, ossia nasceva da una chiara visione di cosa fosse il mondo, o, almeno, di cosa non fosse.
Nel suo saggio introduttivo, Vattimo, grande interprete di Heidegger, delinea un’ontologia in cui spiega chiaramente come ciò che viene indicato come “morte di Dio” è che “l’essere non è”. Con una tale prospettiva si supera tutta quella tradizione lunghissima che, per stare ai manuali scolastici, inizia con la formula parmenidea secondo cui “l’essere è e il non essere non è”. Dicendo, invece, che “l’essere non è” non si vuole dire altro se non che non vi è alcun fondamento ma solo fenomeni, anzi, solo diverse interpretazioni dei fenomeni che possono anche essere valide contemporaneamente. E che possono legittimamente confrontarsi e procedere insieme fino alla successiva biforcazione: scissione da cui partono nuove interpretazioni. Allo stesso tempo, però, le interpretazioni, per capirsi tra loro, devono avere un terreno comune costituito da una pietas per le rovine della storia, per ciò che la storia ha scartato, ha messo da parte: per tutto ciò che non è la Storia trionfalmente progressiva raccontata dai vincitori.
Un tale pensiero è tutt’altro che superficiale o poco sofisticato, anzi, ciò che Vattimo delinea è la necessità di un pensiero capace di leggere in maniera positiva la dissoluzione di un modello ontologico millenario: ciò che, stancamente, si definisce “il tramonto dell’occidente”. L’indebolimento dell’idea di una Storia unitaria e razionale, della dissoluzione degli assoluti tanto metafisici quanto politico-sociali-religiosi, non rappresentano per Vattimo la totale e straniante deprivazione di senso dell’esistenza ma (e qui sta il twist brillante e discutibilissimo) il senso effettivo della fase storica attuale, della nostra esistenza. E in questo smarrimento, nella prospettiva del pensiero debole, occorre trovare pratiche di vita informate dalla pietas per le rovine di quella è stata la Storia con i suoi assoluti tramontati.
E’ evidente come questa sia una costruzione piuttosto articolata, ma è chiaro, soprattutto, come alla base di una simile filosofia vi è un’idea ben precisa di mondo e di cosa sia, o non sia, l’essere (ossia la condizione di possibilità di tutto ciò che è). Questo orizzonte filosofico ha dato vita a una serie di scimmiottamenti e di dozzinali relativismi che hanno pervaso tutta quella sfera politica e intellettuale che possiamo generalizzare con il nome di “progressismo”. Un tale rischio è naturale quando si crea uno slogan indubbiamente felice e fortunato per descrivere una costruzione filosofica, ed è senza dubbio il caso della formula “pensiero debole”. Il fatto è che la sloganistica in cui si è diluito e perduto tale pensiero (destino forse inevitabile!) è divenuto un pensiero, se ancora si può chiamare tale, non più debole, bensì fiacco, inebetito e parolaio. Ed è divenuto tale perché è privo di presa sulle cose reali. Ciò è avvenuto perché la sloganistica in cui si è disperso il pensiero debole, e la politica “progressista” che si è costruita su quella sloganistica, non ha più un’idea di cosa sia il mondo, non ha più uno sguardo sul mondo. Detto in maniera più sofisticata: non ha un’idea di “essere” su cui poggiarsi. Ma ciò, concretamente, significa che non si può “cambiare il mondo”, o quantomeno provare a spingerlo nella direzione che si desidera “politicamente”, se non si ha idea di cosa il mondo sia, di cosa si vuole che sia, e di cosa esso possa quindi diventare.
L’idea di Vattimo, per quanto interamente contestabile, era potente e intrigante per fornire un orizzonte interpretativo a una sinistra cosiddetta post marxista, ma è franata alla prova pratica della storia. Nulla di strano, capita alla maggior parte delle idee che si scontrano con il mondo. Ma avere un’idea e provare a diffonderla è già combattere la buona battaglia. Del resto il mondo emerge e si dà forma attraverso tentativi ed errori. Invece, la cosa attraente del progressismo contemporaneo, attraente, si fa per dire, perlomeno per chi guarda come semplice osservatore, è che non ha neppure un’idea (più welfare, più diritti, più tutele, più green, più… non è un’idea). Senza una filosofia, senza una “proposta di mondo” (sia pure quella di renderlo debole), non esiste alcuna costruzione politica, e quindi nessuna capacità di persuadere della propria idea. Del resto, come farlo se non se ne ha neppure una?
Pier Francesco Stagi, Gianni Vattimo (1936-2023). In memoriam, in Nuovo giornale di filosofia della religione, n. 2, 2022, Università di Urbino
Ricordando Gianni Vattimo, non si può fare a meno di mescolare filosofia e memoria, pensiero e vita, perché Vattimo fece fin da giovane della sua vita la ragione della sua ispirazione filosofica. Il primo ricordo che ho di Vattimo risale al 1992, quando entrando nel suo studio a Palazzo Nuovo all'Università di Torino, si poteva notare dietro alla sua scrivania un grande poster, Top of the World, dove erano rappresentate le 10 montagne più alte del mondo; dietro alla passione tutta piemontese per la montagna e le scalate, c'era una indubbia ironia, rivolta al fatto che proprio in quegli anni Vattimo era asceso a una fama internazionale, tale da poter essere annoverato tra i più significativi filosofi internazionali. Fuori dalle beghe di scuola italiane, era negli Stati Uniti e in Francia considerato un maître à penser a livello dei grandi maestri dell'epoca, Derrida, Ricoeur, Rorty, Putnam, così come lo sarà in seguito nell'America Latina; meno in Germania, dove l'ermeneutica era legata alla declinazione fenomenologica, che ne aveva dato Gadamer e che era lontana dall'ermeneutica vattimiana, che si presentava come una forma di dissoluzione postmetafisica della verità (Esistenza, storia e linguaggio in Heidegger,1963; Schleiermacher, filosofo dell'interpretazione, 1968; Introduzione ad Heidegger, 1971). [...]
Il Vattimo noto ed apprezzato negli Stati Uniti e in Francia era una variante "debole", più
urbana, della decostruzione derridiana, una sua forma più classica e comprensibile, meno
presa dalle acrobazie verbali del filosofo francese (Il soggetto e la maschera, 1974; Le avventure della differenza, 1980; Il pensiero debole, 1983).
Postmodernism, Stanford Encyclopaedia of Philosophy, 2015 (2005)
Hermeneutics, the science of textual interpretation, also plays a role in postmodern philosophy. Unlike deconstruction, which focuses upon the functional structures of a text, hermeneutics seeks to arrive at an agreement or consensus as to what the text means, or is about. Gianni Vattimo formulates a postmodern hermeneutics in The End of Modernity (1985, in English 1988 [1985]), where he distinguishes himself from his Parisian counterparts by posing the question of post-modernity as a matter for ontological hermeneutics. Instead of calling for experimentation with counter-strategies and functional structures, he sees the heterogeneity and diversity in our experience of the world as a hermeneutical problem to be solved by developing a sense continuity between the present and the past. This continuity is to be a unity of meaning rather than the repetition of a functional structure, and the meaning is ontological. In this respect, Vattimo's project is an extension of Heidegger's inquiries into the meaning of being. However, where Heidegger situates Nietzsche within the limits of metaphysics, Vattimo joins Heidegger's ontological hermeneutics with Nietzsche's attempt to think beyond nihilism and historicism with his concept of eternal return. The result, says Vattimo, is a certain distortion of Heidegger's reading of Nietzsche, allowing Heidegger and Nietzsche to be interpreted through one another (Vattimo 1988 [1985], 176). This is a significant point of difference between Vattimo and the French postmodernists, who read Nietzsche against Heidegger, and prefer Nietzsche's textual strategies over Heidegger's pursuit of the meaning of being.
On Vattimo's account, Nietzsche and Heidegger can be brought together under the common theme of overcoming. Where Nietzsche announces the overcoming of nihilism through the active nihilism of the eternal return, Heidegger proposes to overcome metaphysics through a non-metaphysical experience of being. In both cases, he argues, what is to be overcome is modernity, characterized by the image that philosophy and science are progressive developments in which thought and knowledge increasingly appropriate their own origins and foundations. Overcoming modernity, however, cannot mean progressing into a new historical phase. As Vattimo observes: “Both philosophers find themselves obliged, on the one hand, to take up a critical distance from Western thought insofar as it is foundational; on the other hand, however, they find themselves unable to criticize Western thought in the name of another, and truer, foundation” (Vattimo 1988 [1985], 2). Overcoming modernity must therefore mean a Verwindung, in the sense of twisting or distorting modernity itself, rather than an Überwindung or progression beyond it.
While Vattimo takes post-modernity as a new turn in modernity, it entails the dissolution of the category of the new in the historical sense, which means the end of universal history. “While the notion of historicity has become ever more problematic for theory,” he says, “at the same time for historiography and its own methodological self-awareness the idea of history as a unitary process is rapidly dissolving” (Vattimo 1988 [1985], 6). This does not mean historical change ceases to occur, but that its unitary development is no longer conceivable, so only local histories are possible. The de-historicization of experience has been accelerated by technology, especially television, says Vattimo, so that “everything tends to flatten out at the level of contemporaneity and simultaneity” (Vattimo 1988 [1985], 10). As a result, we no longer experience a strong sense of teleology in worldly events, but, instead, we are confronted with a manifold of differences and partial teleologies that can only be judged aesthetically. The truth of postmodern experience is therefore best realized in art and rhetoric.
The Nietzschean sense of overcoming modernity is “to dissolve modernity through a radicalization of its own innate tendencies,” says Vattimo (Vattimo 1988 [1985], 166). These include the production of “the new” as a value and the drive for critical overcoming in the sense of appropriating foundations and origins. In this respect, however, Nietzsche shows that modernity results in nihilism: all values, including “truth” and “the new,” collapse under critical appropriation. The way out of this collapse is the moment of eternal recurrence, when we affirm the necessity of error in the absence of foundations. Vattimo also finds this new attitude toward modernity in Heidegger's sense of overcoming metaphysics, insofar as he suggests that overcoming the enframing lies with the possibility of a turn within the enframing itself. Such a turn would mean deepening and distorting the technological essence, not destroying it or leaving it behind. Furthermore, this would be the meaning of being, understood as the history of interpretation (as “weak” being) instead of a grounding truth, and the hermeneutics of being would be a distorted historicism. Unlike traditional hermeneutics, Vattimo argues that reconstructing the continuity of contemporary experience cannot be accomplished without unifying art and rhetoric with information from the sciences, and this requires philosophy “to propose a ‘rhetorically persuasive’, unified view of the world, which includes in itself traces, residues, or isolated elements of scientific knowledge” (Vattimo 1988 [1985], 179). Vattimo's philosophy is therefore the project of a postmodern hermeneutics, in contrast to the Parisian thinkers who do not concern themselves with meaning or history as continuous unities.