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sabato 18 aprile 2026

il fantasma di Silvia Salis



Un fantasma si aggira per l'Italia. A destra, a sinistra, al centro, in tutti gli angoli della scena pubblica ogni tanto, ma regolarmente, compare l'immagine di Silvia Salis. Non si sa bene a cosa corrisponda più esattamente: su molte delle questioni sul tappeto questa signora di bella presenza, già dotata di un suo ruolo come sindaca di Genova, sembra non avere nulla da dire. Rappresenta bene o male il passo successivo, tanto prevedibile quanto al momento improbabile, delle principali sequenze in corso, in questa fase che ormai precede le nuove elezioni politiche, la resa dei conti tra governo e opposizione. La sindaca di Genova è al tempo stesso una concorrente insidiosa per Giuseppe Conte e per Elly Schlein, la federatrice eventuale del campo largo, l'antiMeloni che nessuno aveva visto arrivare. La politica sembra mancare di uno slancio creativo e così resta bloccata su una eventualità indefinita. Più che il superamento dello stallo, Silvia Salis impersona di fatto il simbolo di una inconcludenza collettiva, di una esitazione senza sbocco. Meglio una scatola vuota dalle apparenze suggestive che una serie di scelte dure ma necessarie quanto alla via che ognuno per la sua parte dovrà presumibilmente imboccare nella grande confusione dei tempi.

Selvaggia Lucarelli
Dietro i social, poca politica L’automa Salis, finta sinistra dal volto “instagrammabile”

Il Fatto Quotidiano, 16 aprile 2026

L’ascesa di Silvia Salis in politica sembra provenire da un perfetto esperimento di laboratorio, uno di quelli progettati con cura tafazziana dai partiti centristi di Carlo Calenda e Matteo Renzi nonché da Dario Franceschini e dagli ultimi alchimisti della vecchia corrente del Pd, per creare artificialmente un leader che abbia una caratteristica indispensabile: non essere di sinistra. Non azzardarsi a sembrare duro e puro, e dare possibilmente l’idea di essere qualcuno che se potesse convertirebbe i centri sociali in coworking per startupper scandinavi. 

Gli alchimisti del Pd, va detto, ci hanno lavorato strenuamente per anni, perfezionando l’androide Salis in un laboratorio segreto in casa Franceschini a cui si accede tramite una porta nascosta dietro a un ritratto dipinto a olio di Romano Prodi mentre riceve a Mosca la centoventisettesima laurea honoris causa.
 
SVEZZATO nella città di Genova – quel giusto compromesso centrista tra identità operaia e borghesia – l’androide Salis viene dapprima forgiato fisicamente nella pratica di uno sport rude, che consiste nel lancio del martello, ma che evochi pure quello della falce, così da eliminare ogni sospetto di radicalismo comunista, per poi venire collaudato in un ambiente lontano da qualsiasi conflitto sociale: è infatti al Coni, sotto l’ala esperta di Giovanni Malagò, che Salis viene addomesticata e affina la competenza essenziale per diventare il leader perfetto del centrosinistra: non dare mai l’impressione di stare dalla parte degli ultimi, ma al massimo degli argento e bronzo, e ricordare che lo scontro ideologico deve consistere tutt’al più in una divergenza sul calendario degli eventi con buffet.
 
L’androide Covata sotto l’ala protettrice di Malagò al Coni, forgiata nel laboratorio di Franceschini (e Renzi) come futura Prodi, ha solo quel problemino di omonimia...
 
Imparato sempre dal vate Malagò a non stare mai da una parte sola, l’ultimo modello di “potenziale federatrice della sinistra” era praticamente pronto. Mancava solo una città da amministrare, perché è solo diventando sindaco che l’inaugurazione di una nuova aiuola si può convertire in un post da 2 milioni di like convincendo così tutti del fatto che quella sia la prova definitiva di una cangiante capacità politica.
 
Ed ecco che l’androide Silvia Salis, uscita ancora inscatolata a notte fonda dal laboratorio di casa Franceschini, è approdata a Genova, per poi ammaliare il centrosinistra e in qualche modo tutta la politica nazionale.
 
NULLA È STATO LASCIATO al caso. C’è perfino Fausto Brizzi, il marito-regista di cinema, perché dopo soli sette anni al ministero della Cultura, l’alchimista Franceschini ha giustamente pensato che il comparto cinematografico andasse presidiato.
 
Anche sul piano estetico Salis è stata progettata con una chirurgica attenzione al dettaglio, perfetta per rappresentare l’anti-meloni: alta un metro e 80 per evocare la superiorità morale ma pure genetica, bionda come Giorgia ma con una chioma sintetica, resistente a eventi atmosferici e politici avversi e scolpita a colpi di piastra Ghd, sopracciglia disegnate della matita di Massimiliano Fuksas nonché una voce ferma, calibrata, quasi istituzionale, progettata per non incrinarsi mai, l’esatto opposto di quella di Giorgia Meloni, che trasforma ogni intervento in una lite di condominio.
 
Certo, Salis è pur sempre un prodotto creato in laboratorio, quindi c’è quel problemino della parlata monocorde e di quello sguardo fisso, inespressivo, che attraversa l’interlocutore e gli lascia addosso una strana inquietudine. Io, per dire, quando vedo i video di Salis su Instagram ho sempre la sensazione che non stia guardando la camera ma il mio algoritmo, che mentre mi spiega cosa sarà di quel cantiere al porto di Genova, in realtà stia scannerizzando i miei recenti acquisti su Amazon e le mie ultime preferenze alle urne. L’androide Silvia Salis, evidentemente compatibile con ogni piattaforma e ogni alleanza, è anche progettata per incarnare un progetto politico perfettamente instagrammabile. In questo – va detto – rappresenta la sorprendente evoluzione tecnologica del vecchio Pd in quanto versione PRO MAX di Matteo Renzi: quest’ultimo, nonostante gli antichi sforzi di Marco Agnoletti e dei suoi social media manager, sembrava sempre un ciuco triste dopo una giornata di salite e tornanti col cesto di pietre sul dorso. Silvia Salis – le va riconosciuto – in tutti gli scatti sembra una hostess intercontinentale anni 60 della Pan-am, che però da mezzanotte alle 5 del mattino viene ricaricata di nascosto presso la colonnina delle auto elettriche davanti allo stadio Marassi. Un salto qualitativo non indifferente, che rende senz’altro il progetto politico Salis più gradevole.
 
C’È POI UN RETROSCENA: la sua foto dietro alla consolle del dj set a Genova è diventata virale in tutto il mondo, e c’è un motivo. No, non è quell’evidente profumo di proletariato che emanano i suoi occhiali Bottega Veneta da 520 euro, ma un elemento subliminale di cui nessuno, a parte Franceschini e il suo diabolico team di alchimisti, è a conoscenza: in realtà la dj Charlotte de Witte era una semplice figurante, dentro la sua consolle e nelle casse c’erano sacchi di sale. La musica elettronica ascoltata in piazza consisteva in frequenze centriste a 170 bpm emesse dallo stesso androide Salis, calibrate per far muovere la testa al pubblico senza però spingerlo a formulare una sola critica strutturale al capitalismo contemporaneo. Un vero capolavoro di comunicazione e proselitismo, all’insaputa di (quasi) tutti. Un progetto praticamente perfetto, creato per piacere a ogni singola corrente politica, con un unico difetto sfuggito al rigoroso controllo qualità degli ultimi alchimisti del Pd: quel cognome – Salis – identico a quello della comunista Ilaria. Perfino Salvini, ieri, rispondendo a una domanda di un giornalista ha confuso Silvia con Ilaria. A questo punto le soluzioni sono due: o il Pd procede con un rapido rebranding – magari un sobrio “Silvia Sala” (così da fare contento anche l’amico Beppe) – oppure fare ciò che gli riesce meglio da anni: dare la colpa a Conte.

Andrea Minuz
Cene romane. Salis come Jane Fonda del campo largo
Il Foglio, 18 aprile 2026

... Quando la conversazione finisce su Silvia Salis ecco silenzi, pause, occhiate interlocutorie. Fino a tre cene fa ci si lasciava ancora andare– “ma chi, quella della ginnastica?”,“ma lo sai che la confondevo con Diletta Leotta”–ma nel giro di due weekend e un rave è diventata la Jane Fonda del cmpo largo,  per un nuovo grillismo con la skincare. “Ora potrebbe sparigliare tutto”,dicono, in un arco che va da Forza Italia alla Flotilla, da Cuba libre a Marina Berlusconi. Anche se nessuno sa bene perché, ma che importa, le "cene romane" sono il vero termometro del paese - anche quando il paese fa sistematicamente il contrario di quanto si è stabilito a tavola, però qui si sa sa bene che gli italiani non ti riconfermano. Mai. E’una cosa di principio. Quasi costituzionale. Una chance si dà a tutti – è la democrazia, ci mancherebbe. Ma la riconferma di seguito no, quella è roba da regime – e poi di che parliamo a cena per i prossimi cinque anni? ilpendolo deve  oscillare. L’alternanza è una legge di natura. Mai farsi trovare impreparati. Eccoci qui, pronti per una nuova Primavera, come il libro di Conte, peraltro subito divorato – “scorre benissimo… si legge come un romanzo!”.
 

lunedì 28 aprile 2025

Trump in caduta libera


Viviana Mazza
Il gradimento del Presidente in caduta libera
Corriere della Sera, 28 aprile 2025

WASHINGTON «C’è un cammino» per un accordo con la Cina sui dazi, ha detto il segretario del Tesoro americano Scott Bessent ieri in un’intervista con la tv Abc News, dopo un faccia a faccia con il suo omologo cinese la scorsa settimana nell’ambito degli incontri del Fondo monetario internazionale a Washington. In una intervista alla rivista Time, Trump ha affermato che Xi Jinping lo ha chiamato per discutere del commercio tra le due superpotenze, ma l’altro ieri Pechino ha negato colloqui in tal senso. Bessent ha dichiarato ieri di non sapere se i due leader abbiano parlato, ma ha suggerito che la Cina potrebbe negare i colloqui in corso perché «si rivolge a un pubblico diverso».

Il segretario al Tesoro ha difeso i dazi, ma sta puntando verso la de-escalation: «Nella teoria dei giochi si chiama “incertezza strategica”. Non dici alla persona dall’altra parte del negoziato dove vuoi andare a parare. E nessuno è più bravo del presidente Trump a creare questa leva. I dazi elevati sono il bastone. E la carota è: “Venite da noi, togliete i vostri dazi e le vostre barriere commerciali non tariffarie, smettete di manipolare la vostra valuta, smettete di sovvenzionare lavoro e capitale e poi possiamo parlare”».

Da gennaio, il presidente americano ha imposto tariffe di almeno il 10% sulla maggior parte dei partner commerciali statunitensi e una sovrattassa separata del 145% sulla maggior parte delle merci cinesi che entrano negli Stati Uniti. Pechino ha risposto con una propria sovrattassa del 125% sui prodotti statunitensi. Poi la Casa Bianca ha segnalato di essere aperta a una de-escalation anche con la Cina: Bessent ha detto che potrebbero volerci mesi per un accordo ma un consenso di principio in tempi più brevi può evitare che i dazi continuino ai massimi livelli, cosa che secondo lui non è sostenibile per gli affari di Pechino. Ma non è chiaro se/quando Xi sia pronto a cedere: ai suoi occhi le caotiche politiche trumpiane non fanno che confermare il declino americano. I rivenditori principali di prodotti americani affermano che i dazi porteranno a scaffali vuoti e aumenti dei prezzi nel giro di poche settimane in America, anche se potrebbe volerci tempo perché gli effetti si sentano in modo ampio. La segretaria all’agricoltura Brooke Rollins dice che il presidente è pronto a concedere sussidi agli agricoltori se la guerra commerciale continua a colpire le loro esportazioni di soia e carne di maiale verso la Cina.

Intanto in vari sondaggi condotti in attesa dei primi 100 giorni di Trump alla Casa Bianca (30 aprile), il suo tasso di approvazione è sceso. Proprio l’economia — tema cruciale per la sua vittoria — sta diventando una fonte di disapprovazione. Un sondaggio di Washington Post e Abc/ipsos mostra che solo il 39% degli americani approva le sue politiche (a febbraio il 45% approvava); secondo la Cnn il suo tasso di approvazione è leggermente più alto, al 41% (ma comunque «il più basso da sette decenni» per un presidente arrivato a 100 giorni di mandato); mentre Nbc lo colloca al 45%. Il 53% degli interpellati da Abc/ipsos dice che l’economia è peggiorata da quando Trump è tornato alla Casa Bianca. Il presidente mantiene il sostegno della base repubblicana, anche se il 15% gli dà «brutti voti» (a novembre ottenne il 94% dei voti degli elettori repubblicani). Ma nemmeno il partito democratico può gioire: gli americani si fidano molto più di Trump che dei parlamentari democratici nella gestione dei problemi principali del Paese.

sabato 11 maggio 2019

E' difficile dire


Sperimentazione innovativa: due domande diverse per le intenzioni di voto
A pochi giorni dal “black-out” pre-elettorale, si è da poco conclusa la rilevazione campionaria CISE Osservatorio Politico (CAWI, N=1000, estratti da panel online con quote per sesso, età, titolo di studio, e ponderazione aggiuntiva per voto 2018). Questo sondaggio mostra anche dati interessanti sulle opinioni degli italiani sull’Europa, che restituiscono un’immagine di atteggiamento pro-europeista, ma critico e per certi versi sfiduciato. Ma veniamo anzitutto alle intenzioni di voto.
In questa occasione abbiamo sperimentato due domande di tipo diverso. La prima – relativa alle intenzioni di voto per eventuali elezioni politiche – con un formato tradizionale. La seconda – relativa alle europee – con un’innovativa “simulazione di scheda elettorale”, ovvero presentando (in una sola schermata: si tratta di un’indagine Web) tutti i simboli di partito. Già in partenza ci aspettavamo delle differenze: a prescindere dal fatto che le due domande fossero relative a una diversa elezione, ci aspettavamo che la domanda “simulazione”, con tutti i simboli, anche di partiti minori, avrebbe portato più voti ai partiti piccoli.

Lega primo partito, ma in un caso sotto il 30%

Così è stato. La tabella 1 ci mostra le intenzioni di voto desunte dalle due domande. In entrambi i casi primo partito è la Lega. Tuttavia, con stime leggermente inferiori ad altri sondaggi (verosimilmente anche dovuto alle specificità del nostro campione) e, soprattutto, scendendo nel caso della simulazione di scheda per le europee sotto il 30%, pur restando saldamente il primo partito. E’ difficile dire se questa relativa debolezza della Lega sia dovuta a peculiarità del nostro campione o della nostra sperimentazione di scheda elettorale, oppure all’avere intercettato un temporaneo momento di debolezza dovuto al caso Siri, o infine se si tratta invece di un segnale di allarme, magari legato alla scelta di Salvini di caratterizzare la Lega maggiormente a destra (Congresso delle famiglie di Verona, polemiche sulla casa editrice del libro-intervista a Salvini) rispetto alla capacità osservata in precedenza di cogliere consensi in modo trasversale basandosi su un profilo post-ideologico.
Tab. 1 – Intenzioni di voto alle politiche ed alle europee del 2019: sondaggio CISE Osservatorio Politico maggio 2019 (CAWI – N=1000)[1]
europee_tab1
https://cise.luiss.it/cise/2019/05/09/sondaggio-cise-lega-primo-partito-ma-appena-intorno-al-30-e-il-sorpasso-pd-si-allontana/

martedì 27 maggio 2014

Perché i sondaggi sbagliano

Paolo Natale 
Ebbene sì, i sondaggi sbagliano: ecco perché
Una parte importante di elettori è equidistante e decide solo all’ultimo 
Europa, 27 maggio 2014

Insomma, che dire? Ogni anno i risultati elettorali ci mostrano un panorama delle scelte dei cittadini completamente inaspettato, rispetto alle previsioni di voto. Merito certo dei sondaggi, che faticano sempre di più a catturare gli umori della popolazione, e ci forniscono la possibilità di stupirci delle scelte degli elettori, di accostarci alle nottate di voto con rinnovato interesse, non come una mera ratifica di quanto già si conosceva.
La sorpresa diventa dunque la cifra stilistica dei programmi elettorali. Anzi: le sorprese. Perché solitamente gli exit-poll differiscono un poco dalle rilevazioni demoscopiche che, ufficialmente, sono ferme a due settimane prima del voto; le proiezioni poi, quando sono ben fatte (come nel caso di domenica scorsa), ci danno un quadro ancora più diversificato, smentendo tutti i pronostici e gli stessi exit-poll che le precedono. Dunque, meno male che ci sono i sondaggi, che ci permettono di tener viva la nostra attenzione, senza dare nulla per scontato…
Scherzi a parte, anche quest’anno le rilevazioni demoscopiche ci hanno fornito stime largamente errate. Alcune, come quelle che su Europa ho argomentato nei giorni precedenti il voto, di direzione corretta (la certa vittoria del Pd) benché con scarti sicuramente meno significativi tra i due maggiori contendenti; altre totalmente insensate, con ipotesi di pareggio che sono risultate peregrine, alimentate dagli esperti del blog, che profetizzano addirittura una netta vittoria di Grillo e una débacle del Pd.
Tralasciando queste ultime informazioni prive di senso, è però giusto e onesto soffermarci sui sondaggi più seri, che pur fornendo una gerarchia tra le forze politiche che alla fine è stata quella corretta, non riescono nel contempo a stabilire i giusti margini dei distacchi tra i partiti. O meglio: le stime per tutti gli “altri” partiti risultano alla fine abbastanza in linea con ciò che poi accade realmente; ma fanno eccezione, in questa come nella consultazione dello scorso anno, le previsioni che riguardano le due maggiori forze politiche del nostro paese: Pd e M5S, appunto.
Cosa accade, dunque? Come vedremo meglio nelle analisi dei flussi elettorali che presenterò domani su questo giornale, esiste ormai in Italia un elettorato, stimabile attorno al 10 per cento dei votanti, che si pone in maniera equidistante nella scelta per uno dei due principali partiti (o movimenti). Questi elettori decidono di volta in volta, e generalmente nelle due settimane prima del voto, se privilegiare l’uno o l’altro, determinando infine la vittoria di uno dei due contendenti e la (parziale) sconfitta dell’altro.
Nelle ultime politiche ha scelto il M5S, in questa occasione ha al contrario votato in massa per il Pd di Renzi, determinando il suo indubbio trionfo.
Le motivazioni che portano alla scelta finale non sono peraltro particolarmente oscure. Si tratta di cittadini che aspettano, quasi con ansia, un vero cambiamento nella politica italiana, un forte anelito affinché i modi e i contenuti di quella politica cambino radicalmente.
L’anno scorso hanno trovato maggiormente in Grillo una sponda su cui fare leva, perché potesse scardinare le logiche sedimentate della casta; oggi si affidano per questo compito a Matteo Renzi, che pare incarnare in maniera corretta questo bisogno di cambiamento, all’interno però di un quadro di (parziale) continuità istituzionale. Difficile prevederne le scelte, benché non impossibile, anche perché spesso legate a comportamenti e messaggi che vengono veicolati proprio durante la campagna elettorale.
Certo, inutile nasconderselo, c’è anche una componente tecnica negli errori delle stime previsionali. Gli algoritmi che si adottano per ponderare i risultati cercano di correggere gli elementi di distorsione presenti in ogni sondaggio, e forse troppo spesso questi vanno a peggiorare le stime, invece che migliorarle. Lo scorso anno il Pd era stato decisamente sovrastimato e oggi, memori di quell’errore, molti analisti hanno stimato al ribasso le dichiarazioni degli intervistati che, in realtà, davano un responso “grezzo” molto simile a quanto poi accaduto. Tutte cose che ovviamente si conoscono dopo, e non prima dei risultati reali. Sento già le obiezioni di molti lettori: perché si fanno pagare? Perché non cambiano lavoro? Qualche giorno in miniera è quello che si meritano.
Ma è giusto anche sottolineare che la ricchezza, poco sfruttata, che si desume dalle ricerche demoscopiche non si limita alla sola previsione del comportamento di voto. Questo è invece quello che chiedono i giornali, i media più in generale, i politici stessi. Se non esce un numero, un vaticinio, sono tutti scontenti. Salvo poi prendersela quando la profezia non si avvera. È la sondaggite, bellezza, una malattia da cui non si guarisce…