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mercoledì 16 settembre 2026

La moglie venduta

Caterina Soffici
Violentata per vent'anni dal marito e da altri tredici uomini. Un nuovo caso Pelicot scuote l'Inghilterra

La Stampa, 16 settembre 2026

Uomo, circa 60 anni, di Stockport, periferia di Manchester. Ha drogato la moglie e ne ha abusato sessualmente per 20 anni, dal 2004 al 2025. L’ha data in pasto ad altri 13 uomini, di età compresa tra i 28 e i 73 anni. Ha filmato mentre abusavano di lei, ha diffuso immagini online, le ha vendute.

Il pensiero va subito lì: un caso Gisèle Pelicot in terra britannica. Ma c’è una differenza. L’uomo è senza nome perché la moglie ha deciso di non rinunciare al diritto all’anonimato previsto per proteggere le vittime.

Aveva tracciato un solco, Gisèle. Aveva deciso di metterci la faccia. Non era lei a doversi nascondere. «Che la vergogna cambi campo», aveva detto. Una frase che ha cambiato la storia. Ha voluto un processo a porte aperte, un caso mediatico che ha sconvolto la Francia e ha profondamente turbato chiunque. Sempre in Inghilterra lo scorso dicembre era venuta alla scoperto Joanne Young, drogata e stuprata per 13 anni (dal 2010 al 2023) dall’ex marito, Philip Young, 48 anni, ex consigliere comunale per il partito conservatore. Anche lei ha denunciato, ci ha messo la faccia.

La moglie di Stockport, riferisce il Guardian, è seduta in prima fila al processo. Ci sono altri familiari, l’aula della corte penale di Manchester è affollata e l’uomo senza nome si dichiara colpevole e ammette 60 reati: stupri, violenze sessuali, atti di violenza con penetrazione e condivisione di immagini intime senza consenso. Rick Jackson, vicecapo della polizia della Greater Manchester, esorta: «Se temete che voi, o qualcuno che conoscete, possiate essere stati vittime di abusi sessuali facilitati dall’uso di sostanze stupefacenti, sappiate che non avete bisogno di prove, certezze o ricordi chiari per essere presi sul serio. Se hai la sensazione che sia successo qualcosa, ti preghiamo di segnalarlo o di chiedere aiuto».

Parlare, dunque. Denunciare. Non avere paura. La vergogna è il primo nemico da sconfiggere.

I coimputati della porta accanto

Per quei curiosi meandri della legge, lo scorso giugno, grazie alla revoca delle restrizioni sulla divulgazione delle notizie, i giornali inglesi hanno rivelato i nomi dei 13 coimputati. Per loro accuse pesantissime: associazione a delinquere finalizzata allo stupro e all’aggressione con penetrazione. Loro sì, sono i classici tipi della porta accanto. Gli insospettabili. Alcuni si sono presentati in abiti eleganti, giacca e cravatta, ignari che l’abito non fa il monaco. Altri in tuta da ginnastica, cappellini e felpe col cappuccio per evitare i fotografi. Un infermiere dell’Nhs di 43 anni, un tassista di 58, un dogsitter di 31, l’allenatore 42enne di una squadra di calcio giovanile, un dj 70enne, un operaio metalmeccanico di 37, un pensionato di 73, un recruiter di 28. C’è di che farne un trattato sociologico: uno spaccato sociale variegato e di età trasversale. È la stessa curiosità sociologica che ha spinto Manon Garcia, ricercatrice a Harvard e Yale, PhD alla Sorbona, a seguire per tre mesi le udienze del processo Pelicot alla ricerca di un perché: le età, le storie, i profili così diversi degli imputati non le hanno fornito una riposta, ma spunti di riflessioni per indagare - ancora una volta - il tema della banalità del male. Per chi fosse interessato, ne ha scritto in Vivere con gli uomini. Che cosa ci insegna il caso Pelicot (Einaudi Stile Libero).

venerdì 10 luglio 2026

La mia vita col crack



Elisa Sola
"I furti in autogrill, le risse e poi lo stupro, Così mi sono salvata dopo anni di crack"
 
La Stampa, 10 luglio 2026

Lo dice subito: «Mi hanno violentata». Ha quarant'anni, una casa in collina, un compagno e un figlio. Un lavoro a tempo pieno. È figlia di una famiglia benestante. Di proprietari di locali e ristoranti in città e provincia. «Ne avevo due da gestire, fino a due anni fa. Li ho chiusi perché ho speso tutto per il crack».

Così il crack ha cambiato la vita della vittima

Due anni di vite parallele. Un lavoro da dipendente, una casa nel verde, un marito e un figlio. E poi c'è il mondo di parco Sempione. «Quando sono arrivata qui l'ultima volta ci sono stata 24 ore di fila». Spiega una routine che può ripetersi all'infinito. Ti droghi, esci per rubare, torni al parco, compri altro crack e ti droghi di nuovo. «Prima che mi violentassero ho fatto così un giorno e una notte. Ci siamo trovati il 3 maggio. Io e i miei due compagni di fumate. Mi hanno stuprata in macchina la mattina del 5 maggio».

Il processo per stupro al Sempione

Era il 2024. Il parco è lo stesso. L'udienza preliminare inizia oggi. Un imputato è in prigione, l'altro libero. Lei non ci sarà. È scappata via dopo avere vissuto l'inferno che sarà oggetto del processo, se il gup deciderà di rinviare a giudizio. Lei non è seduta ai banchi, ma vuole costituirsi parte civile. Lo annuncerà il suo avvocato Gianluca Visca. Quello che è accaduto è troppo grave per essere dimenticato.

L’aggressione al marito della donna

È una donna che cerca giustizia. Entra nel commissariato dopo lo stupro e dopo che ha rischiato di morire. I disperati del crack hanno picchiato suo marito che era venuto a prenderla. Gli hanno spaccato due orbite, due denti e tre costole con un piede di porco. «Uno aveva una pistola, ma non l'ha usata».

“Così quel giorno mi hanno violentata”

Inizia a raccontare: «Vivo con mio marito e suo figlio. Entrambi lavoriamo, lui in una ditta, io in un ristorante. Uso il crack. Lo compro e lo fumo al Sempione. Ed è al parco che ho conosciuto i due uomini che poi mi hanno violentata». Per lei erano amici, o meglio, compagni di crack. Nelle piscine abbandonate si gira in gruppi. E loro erano in tre. A fumare. A contrattare i prezzi con i pusher ai tavolini, le palline incastrate tra le dita. A rubare quando i soldi finivano. «Quella notte del 3 maggio - ricorda - i due miei "amici" mi hanno chiesto di accompagnarli a rubare. Io ero l'unica benestante e con la macchina. Abbiamo fatto quattro supermercati in batteria. Penny, Eurospin, Borello e Crai. Io facevo quello che mi dicevano. Stavo in auto. Loro scendevano con un borsone vuoto. Quando risalivano era pieno». Sono andati avanti e indietro tra Torino e Lanzo. «Quello che abbiamo rubato, lo abbiamo rivenduto subito nei bar e nei minimarket di corso Vercelli. Non appena abbiamo avuto nelle mani 200 o 300 euro, siamo tornati al Sempione, a comprare il crack. Quando è finito era tardi. I supermercati erano chiusi. Siamo andati a rubare negli autogrill della Torino Milano. Siamo andati avanti così 24 ore di fila, senza mai dormire. Dopo l'ultimo furto è successo quello che voglio denunciare». Violenza sessuale aggravata, il reato che il giudice dovrà valutare. «Eravamo in tangenziale. Io guidavo. Ha iniziato quello seduto dietro, a toccarmi il collo, la schiena, poi più giù. Quello a fianco ha fatto molto di peggio. Non sono riuscita a liberarmi. Mi hanno minacciata di morte». La donna chiama il marito dopo il fatto. «Ero in corso Giulio Cesare. Siamo tornati al parco, gli ho indicato gli aggressori». È scoppiata una rissa violenta. «Siamo scappati su un autobus, ci hanno portati in ospedale».

Il cambio di vita dopo lo stupro

Il suo banco è vuoto nell'aula di giustizia. Perché lei ha cambiato vita. «Avevo toccato il fondo. Ho lasciato la casa e il lavoro. Ne ho trovato uno lontano». Fa la cameriera su un'isola. Ha uno stipendio e una casa in affitto. Ogni mattina, quando si alza, vede il mare.

martedì 17 febbraio 2026

Un inno alla vita



Teresa Cioffi
"Non sono più vittima. ora so di aver vinto"
Corriere Torino, 19 marzo 2026

 In piedi, quattrocento persone applaudono Gisèle Pelicot non appena fa il suo ingresso nell’aula magna della Cavallerizza Reale. Il suo caso ha risvegliato la Francia e oltre, ha introdotto la nozione di consenso nel codice penale francese, ha trasformato lo sguardo dell’opinione pubblica sui temi delle molestie sessuali e dello stupro. Lei, quell’applauso lo riconosce: è lo stesso che incontrava ad Avignone, nel 2024, quando si è aperto il processo contro il marito Dominique e altre decine di uomini accusati di aver abusato di lei. Prima di entrare in aula, incontrava altre donne nei corridoi del tribunale. La applaudivano, per sostenerla. Una vicinanza femminile e non che ha accompagnato Pelicot fino alla fine del processo, concluso con la condanna di 51 uomini e vent’anni di carcere al marito. Per un decennio l’uomo ha drogato sua moglie, ha abusato di lei e ha permesso ad altri uomini di commettere la stessa violenza mentre era priva di sensi. Ieri quell’applauso, quella stessa vicinanza che si era manifestata durante il processo, si è fatta sentire anche a Torino.

Gisèle Pelicot è stata ospite della direttrice del Salone del Libro Annalena Benini e, nell’ambito delle iniziative di Aspettando il Salone, ha presentato il suo ultimo libro. Si intitola Un inno alla vita (Rizzoli): «Questo libro è un messaggio di speranza. Per ricordare che, nonostante le avversità, è possibile rialzarsi. Io sono la prova vivente che si può ritrovare il colore nell’oscurità più assoluta. Il libro non esprime né odio né rabbia. Sono inutili, non fanno altro che distruggere. Ho indossato i panni della vittima e oggi non voglio più indossarli. Ho vinto la mia battaglia». Gisèle Pelicot, scegliendo di aprire il suo processo ai media, ha insegnato che essere vittime non significa essere deboli. Che la vergogna non deve appartenere a chi subisce violenza, ma a chi la commette. Ora, raccontando il suo vissuto in Un inno alla vita, non smette di battersi per la difesa della sua dignità e di quella di tutte le donne che hanno subito abusi. Tra le pagine racconta le difficoltà affrontate, dallo choc di scoprire la vera identità dell’uomo con cui ha trascorso una vita alla scoperta dei filmati che ritraggono dieci anni di stupri, dall’urgenza di spiegare ciò che era accaduto alla famiglia alla forza con la quale ha affrontato il processo sotto gli occhi del mondo. «Mi sono opposta quando mi hanno detto della possibilità di tenere il processo a porte chiuse — ha spiegato —. Non è stato facile. La vittima di abusi sessuali perde ogni forma di dignità ed è attraversata dal dubbio. Ci ho messo dei mesi a decidere ma non rimpiango nulla: se non l’avessi fatto sarei rimasta imprigionata con quei 51 imputati. In aula, per me, erano 51 boia. Nessuno avrebbe saputo come erano andate le cose, che erano loro a dover provare vergogna e non io. Ho preso questa decisione per me e per quelle donne che non osano denunciare. L’ho fatto per la collettività. La cosa più difficile è stata guardare quei filmati. Erano immagini intollerabili, ma quella donna non ero io».

Non era Gisèle Pelicot, che ha dovuto sopportare anche le insinuazioni di complicità da parte della difesa degli imputati. Durante il processo, si è sentita dire che quegli uomini non volevano stuprare, che lo stupro era altro, che c’era stato il consenso del marito. «Dissi che avevo l’impressione di avere davanti 51 vittime. Dopo la chiusura del processo, ho incontrato un ragazzo. Mi ha detto che si vergognava di essere uomo. Ma io non voglio questo, anzi, il mio libro desidera mandare un messaggio opposto. Non bisogna contrapporre uomini e donne: serve armonia reciproca, serve educazione. Io sono tornata ad amare e questa è una grande forza». A fine incontro, il pubblico saluta Gisèle Pelicot così come le aveva dato il benvenuto. Pelicot ringrazia e infine dice: «È stata liberata la parola femminile. E questo voglio davvero dire: non dubitate mai».

Emma Brockes

Recensione di Un inno alla vita di Gisèle Pelicot: un'autobiografia unica di una figura di straordinario potere
The Guardian, 17 febbraio 2026


 È un segno della potenza e dell'onestà del memoir di Gisèle Pelicot, A Hymn to Life – un progetto di scrittura apparentemente impossibile in cui l'autrice deve riconciliarsi con orrori di cui non ha alcun ricordo – che nelle prime 40 pagine, la persona verso cui ho provato più rabbia sia stata proprio la Pelicot. Il suo ex marito, Dominique, che quasi certamente passerà il resto della sua vita in prigione per aver drogato e violentato la moglie e per aver reclutato 50 uomini su internet per fare lo stesso, prende il suo posto tra i mostri della nostra epoca. In sua assenza, il lettore potrebbe sperimentare una versione di ciò che è accaduto nella famiglia di Gisèle Pelicot, ovvero la rabbia deviata nei suoi confronti.

Ho letto abbastanza libri di donne sopravvissute alla violenza sessuale maschile per poter affermare con sicurezza che "Inno alla Vita" è unico. Pelicot – ha deciso di mantenere il cognome da sposata per dare ai suoi nipoti che lo condividono un modo di esserne orgogliosi anziché vergognarsi – aveva 67 anni quando suo marito, con cui era sposata da quasi 50 anni, è stato arrestato nel 2020 per aver fatto upskirting [foto intime scattate senza permesso] a delle donne in un supermercato di Carpentras, una cittadina nel sud-est della Francia, vicino alla villetta con giardino della coppia nel villaggio di Mazan. Quando le indagini della polizia hanno scoperto una serie di video e foto in cui una Pelicot priva di sensi veniva mostrata mentre veniva aggredita sessualmente da decine di uomini, è entrata in un incubo.

Un inno alla vita è ricco di dettagli che non sfigurerebbero in un buon romanzo, ma è l'espressione che dà a qualcosa intravisto durante il processo a renderlo così singolare; vale a dire, la trasformazione di Gisèle Pelicot da donna dichiaratamente ordinaria, "soddisfatta della mia piccola vita", in una figura di straordinaria potenza. Dopo l'arresto del marito, si trasferì da Mazan all'Île de Ré, dove, nel tentativo di condividere il suo stato d'animo con nuovi amici, raccontò loro di essere stata "colpita frontalmente da un treno ad alta velocità". (In un momento di cupo umorismo, un vicino la prese alla lettera e osservò: "Il chirurgo che mi aveva ricostruito il viso aveva fatto un lavoro eccellente".) Descrivere nel dettaglio cosa ci volle per emergere da questa situazione e diventare un'icona nazionale, se non globale, è la missione spietata del libro.

Parte del rinnovamento di Pelicot ha comportato l'affrontare una domanda che aleggiava nella mente di milioni di osservatori durante il processo al marito: come poteva non saperlo? Descrive con tristezza "la vergogna di non aver capito nulla, di sentirmi un'idiota agli occhi degli altri e ai miei". A tal fine, il libro è un giallo in cui il lettore accompagna Pelicot attraverso i suoi ricordi alla ricerca di indizi trascurati. Era significativo che suo marito provenisse da una famiglia violenta e sessualmente abusante, governata da un padre che li brutalizzava? Il suo comportamento era forse legato alla "nostra società patriarcale e sessista" – parole, scrive, "che non avrei mai pronunciato prima"? Se la sua amata madre non fosse morta di cancro quando Gisèle aveva nove anni, avrebbe potuto essere meno pronta a sposare questa persona?

Sia Pelicot che suo marito provengono da contesti rurali, a due generazioni dalla povertà. Ma mentre Dominique faticava a mantenere il lavoro, Pelicot prosperava, passando da un impiego di base come segretaria in un'azienda energetica a una posizione dirigenziale. Lei si chiede se il suo successo abbia alimentato il risentimento del marito. E poi c'era la vita sessuale della coppia. Alla ricerca di prove, Gisèle ci presenta la richiesta decennale di sesso anale e di filmarli a letto da parte del marito . Se lo avesse assecondato, si chiede ancora, i reati di lui avrebbero potuto essere prevenuti?

Quest'ultimo esperimento mentale sarà riconosciuto da chiunque abbia avuto a che fare con un abusatore e abbia perseguito la logica secondo cui, agendo diversamente, avrebbe potuto alterare l'esito. O come dice Pelicot: "Avrei potuto impedire tutto, avrei potuto salvarci". Nei giorni e nelle settimane successivi alla scoperta dei crimini del marito, cercò rifugio nei ricordi dei tempi felici, esortando i suoi tre figli a ricordare che Dominique era stato un buon padre, una forma di negazione che li sconvolse così violentemente che per un periodo, dei suoi tre figli, due non le rivolsero la parola. (Da allora si sono riconciliati).

La frattura più profonda fu quella con la figlia Caroline, che ha scritto le sue memorie e con la quale Pelicot fu in disaccordo per mesi. Mentre Caroline "crollò", diventando così sconvolta da passare una notte in un reparto psichiatrico, sua madre tornò a casa dalla stazione di polizia e lavò il bucato del marito. "Far buon viso a cattivo gioco era tutto ciò che sapevo fare", scrive Pelicot, ma andò oltre. Quando il tempo peggiorò, temette che Dominique avrebbe avuto freddo in prigione e gli fece avere un maglione. "Cosa resta a una donna della mia età", si lamenta, "quando non ha più un marito, solo figli e nipoti?"

Lo confesso, è qui che ho perso la testa; la spinta abietta di un sentimento in cui Pelicot sembra registrare la perdita di un marito – qualsiasi marito – con più forza della violenza che il suo vero marito le aveva inflitto. Spiega di appartenere a una generazione di donne per le quali "l'asse principale delle nostre vite era l'uomo che avevamo sposato", e che questo condizionamento non può essere annullato da un giorno all'altro. Se siamo arrabbiate con Pelicot, lei è arrabbiata a sua volta. La cosa peggiore dell'essere una vittima, scrive, è essere istruite – dai suoi figli, dagli psicologi di corte, dalla stampa – sul fatto che esiste un modo giusto e uno sbagliato di farlo. Come osano, come osiamo, insinua, e ovviamente ha ragione.

Il processo si svolse nel 2024 e occupa solo l'ultimo quinto del libro; "Volevo quei bastardi sotto i riflettori, non me", scrive a proposito della sua decisione di aprire il processo al pubblico, da cui scaturì la sua famosa affermazione e il sottotitolo del libro: "La vergogna deve cambiare lato". Si confronta con la parola "dignitosa", spesso usata per descriverla in quel periodo e che trova codificata e giudicante – un altro incitamento al silenzio. Mentre in tribunale vengono riprodotti gli orribili video dello stupro, Pelicot fissa il suo telefono, scorrendo le foto felici dei suoi nipoti. Il suo coraggio, scrive, deriva dal ricordo dell'amore di sua madre e delle donne che si riuniscono ogni giorno fuori dal tribunale per sostenerla. "Questa folla mi ha salvata".


Alla fine del libro, sentendo la sua "via da percorrere al mio ritmo", raggiunge un punto in cui è in grado di lasciare andare "lentamente e dolorosamente" il marito. Lui è "un patetico viscido", scrive, ma non si lascia intimidire per arrivare alle conclusioni di un'altra persona. "So che la mia storia ha alimentato il disgusto per gli uomini, ma non è successo a me". Il libro di memorie si conclude non solo sfidando i suoi aguzzini, ma anche quegli osservatori che vorrebbero piegare la sua storia a una conclusione diversa, più stridente. Invece, questo: incontra un uomo, Jean-Loup, si innamora e va a vivere con lui. Cosa si può dire se non bravi ? "Il sentimento persiste: l'amore non è morto".

"A Hymn to Life: Shame Has to Change Side" di Gisèle Pelicot, tradotto da Natasha Lehrer e Ruth Diver, è pubblicato da Bodley Head (22 sterline). 

https://machiave.blogspot.com/2024/12/la-vergogna-ha-cambiato-campo.html

sabato 24 gennaio 2026

Il dissenso non protegge dall'abuso

Giulia Merlo
"Sembra violazione di domicilio", così Bongiorno riscrive lo stupro

Domani, 24 gennaio 2026

Anche il nome giornalistico è inevitabilmente cambiato: non più ddl Consenso, ma un più “neutro” ddl Stupri. Il testo base proposto dalla presidente leghista della commissione Giustizia del Senato, Giulia Bongiorno, cancella proprio la parola caratterizzante il testo originario e, soprattutto, l’elemento chiave dell’accordo bipartisan che aveva permesso il voto unanime alla Camera sul «consenso libero e attuale».

Il testo Bongiorno usa esattamente il paradigma di «volontà contraria» e sposa dunque il modello opposto rispetto a quello su cui si era trovato l’accordo tra maggioranza e opposizione. Il fronte comune si era creato sul modello del «consenso», che è quello preferito dalla convenzione di Istanbul sulla violenza di genere, è il più utilizzato a livello europeo ed è presente nei sistemi spagnolo, francese e svedese.

Bongiorno invece ha utilizzato quello del «dissenso», il cui riferimento più diretto è il sistema tedesco. La scelta si orienta diversamente anche rispetto alla giurisprudenza italiana di Cassazione, che nell’ultimo decennio fa costante riferimento esplicito al «consenso».  

Il modello Bongiorno

In realtà, l’avvocata leghista crea quel che potrebbe essere definito un sottogenere rispetto al modello del dissenso di matrice germanica: la sua proposta non è netta come quella del codice penale tedesco, che all’articolo 177 parla di atti sessuali «contro la volontà chiaramente espressa», ma mutua un lessico simile utilizzando il concetto di «volontà contraria».

Il modello pensato da Bongiorno, nella sostanza, può omologarsi a un altro reato molto richiamato nel dibattito leghista: «la violazione di domicilio», è l’interpretazione del presidente dell’Associazione italiana dei professori di diritto penale e ordinario all’università degli studi di Milano, Gian Luigi Gatta.

Anche in quel caso il codice punisce chi si introduce nell’abitazione altrui «contro la volontà», che può essere – come nel testo base sulla violenza sessuale – sia espressa che tacita. Anche nel caso di violazione di domicilio, infatti, la giurisprudenza prevede che il reato sia consumato anche nel caso in cui il consenso ad accedere alla casa venga revocato.

Per far capire la differenza tra consenso e dissenso, Gatta usa una metafora: «Nel caso del consenso, bisogna aspettare il semaforo verde; nel caso del dissenso, ci si deve fermare con il semaforo rosso». In altre parole, nel primo caso il processo dovrà accertare che ci sia stato un consenso positivo per tutta la durata del rapporto, nel secondo caso invece bisognerà provare che la vittima ha detto o fatto
capire il suo no.

Proprio questo, secondo le associazioni Dire, Una nessuna centomila e Differenza donna, produce l’effetto di vittimizzazione secondaria nei confronti delle donne, con domande umilianti e implicite legittimazioni della violenza.

«Il sistema del dissenso, probabilmente, crea meno problemi interpretativi dal punto di vista della prova», ragiona il professor Gatta, «tuttavia la scelta di uno e dell’altro modello è molto politica, perché sullo sfondo c’è il messaggio che si vuole veicolare attraverso la legge penale».

Le attenuanti

Il testo base di Bongiorno grada anche il reato, introducendo una serie di attenuanti e aggravanti ma anche togliendo alcune casistiche che in passato erano state utilizzate dalla giurisprudenza: viene eliminato ogni riferimento all’inganno e alla sostituzione di persona. «Sembrano ipotesi irrealizzabili, in realtà sono state utilizzate nei casi, per esempio, del violentatore che si è finto un medico, oppure un agente per le modelle», spiega Gatta.

Altro elemento difficile da interpretare (proprio come quel «consenso libero e attuale» ritenuto inaccettabile dalla Lega) è il fatto di valutare le attenuanti sulla base del «danno fisico o psichico». Come si quantifica questo danno e in cosa consiste in particolare il danno psichico non è chiaro e, anzi, rischia di diventare indimostrabile che un danno in senso proprio ci sia stato.

Un altro effetto sarà la probabile modifica di cosa sia ritenuto violenza sessuale. Il reato viene diviso in due: una violenza sessuale meno grave, punito dai 4 ai 10 anni e una più grave perché compiuto con violenza, minaccia, abuso di autorità o approfittando di condizioni di inferiorità, che è punito dai 6 ai 12 anni.

«L’ipotesi meno grave dovrebbe far rientrare condotte come per esempio i palpeggiamenti», dice Gatta. Per questo, le opposizioni parlano di un inaccettabile ritorno al passato che «rende più gravoso il peso già enorme portato dalle donne nei processi per violenza», scrivono le senatrici dem Anna Rossomando, Valeria Valente e Cecilia D’Elia.

Con un effetto: «Spostare l’asse dal consenso al dissenso non può che scoraggiare ancora di più le donne a denunciare considerando che solo il 10 per cento a oggi trova il coraggio di farlo», spiega la presidente di Una nessuna centomila, Giulia Minoli.

Il tutto, in un contesto in cui i dati Istat di novembre 2025 indicano che sono circa 6 milioni e 400mila (il 31,9 per cento) le donne italiane dai 16 ai 75 anni di età che hanno subito almeno una violenza fisica o sessuale nel corso della vita, con l’aumento delle violenze subite dalle giovanissime passato in dieci anni dal 28,4 al 37,6 per cento.


Irene Famà  Francesco Malfetano 
Lite sulla legge anti-stupri. I dubbi dei magistrati: "Si mortificano le vittime"
La Stampa, 24 gennaio 2026

...Dubbi anche tra i magistrati. Francesco Menditto, procuratore a Tivoli ora in pensione, tra i massimi esperti di codice rosso e violenza di genere, riflette: «La differenza tra consenso e dissenso non è solo semantica, ma culturale. È una scelta di campo, che riguarda cosa si intende per violenza sessuale». Il magistrato prosegue: «Per la Cassazione da tempo c’è il reato in assenza di consenso. Magistratura, avvocatura e professori universitari si sono già confrontati ritenendo, con ampia condivisione, che con assenza di consenso non vi è alcuna inversione dell’onere della prova e l’imputato si può difendere, come avviene oggi».

Il consenso è il presupposto dell’atto sessuale e qualunque parola «si aggiunge renderà più complesso accertare la verità imporrà alla Cassazione di cambiare la sua giurisprudenza sul consenso, scoraggiando le donne a denunciare». Una reazione ordinaria delle vittime, prosegue il magistrato, «è restare immobilizzata. Ecco perché occorre sottolineare che con l’assenza di consenso è reato». Menditto ricorda anche «la Corte europea dei diritti umani che dal 2003 ripete che la violenza sessuale dev’essere sanzionata e che il miglior modo per assicurare alle donne i propri diritti di autodeterminazione è una legge fondata sull’assenza del consenso. Comunque qualunque sia la scelta su un tema così importante per uomini e donne servirebbe l’unanimità come per il femminicidio».

Ad essere perplesso anche il presidente del Tribunale di Milano Fabio Roia che sottolinea come la proposta di modifica esprima «un’arretratezza sul piano della vera volontà di combattere il fenomeno della violenza sessuale e in qualche modo tende ancora a mortificare il ruolo della vittima». Esperto nel contrasto alla violenza di genere (e per questo nel 2018 aveva ricevuto l’Ambrogino d’Oro), aveva salutato come una «grande forma di conquista sociale, giuridica e giudiziaria» l’introduzione del concetto di «consenso libero ed attuale» nella precedente formulazione del testo. Questa, invece, «da un punto di vista tecnico è una soluzione molto pasticciata».


sabato 17 gennaio 2026

Il consenso

Enzo Ciconte
"Mancò il consenso": storia di sentenze più avanzate del parlamento

Domani, 16 gennaio 2026

proposito di consensoE di stupro che è tale proprio perché manca il consenso. Per capire meglio il rapporto tra consenso e stupro credo che sia utile raccontare qualche storia del passato che può illuminare il presente. A Catanzaro nel 1876 c’era un «gagliardo e audace giovinotto» che, accusato di stupro, si difese così: «La donna aveva prima acconsentito» e poi aveva detto di no, e siccome il giovane non si era fermato di fronte al suo diniego, si mise a gridare forte fino a che, richiamati dalle grida, non arrivarono i carabinieri.

Il racconto della difesa appare credibile perché è possibile che le cose siano andate proprio come le ha raccontate il giovane, e cioè che la ragazza, dopo un iniziale consenso, si sia ritratta di fronte alle reiterate richieste che erano andate oltre quello che lei avrebbe voluto.

Come giudicare un fatto del genere? Non era facile per i giudici districarsi in una vicenda delicata e di fronte a una donna prima consenziente e poi riottosa. Risolsero la questione con questa argomentazione: ammettendo la veridicità di quanto raccontato dal giovane, «dovea egli desistere tosto manifestata la forte resistenza» della donna. È una sentenza molto moderna e coraggiosa, vicina alla sensibilità della donna, la quale, pur accettando le prime effusioni, non era disposta a superare determinati confini. E proprio quei confini il ragazzo avrebbe dovuto rispettare.

Il punto centrale 

Questa sentenza mette in luce un fatto importante relativo alle grida della ragazza di fronte all’aggressione del maschio. Ma non tutte si comportano così. Non sempre gridano, anzi sono sopraffatte dall’orrore di quanto sta accadendo, rimangono senza forze, sbigottite, a volte immobili, incapaci di reagire. Una giovane di Rossano, un comune in provincia di Cosenza, nel 1930 denunciò il suo ex fidanzato che si difese non negando il fatto; disse, però, che il rapporto era stato consensuale, prova ne sia che la presunta vittima non aveva gridato.

I giudici argomentarono che la mancanza delle grida o il chiamare aiuto non significa nulla dal momento che «la violenza non deve essere valutata in astratto, ma caso per caso, in riferimento alle condizioni fisiche e psichiche del soggetto passivo». Fatta questa premessa, che smontava l’argomentazione principale dello stupratore, i giudici dissero che di fronte all’ex fidanzato la sua reazione era diversa da quella che avrebbe avuto di fronte ad uno sconosciuto, «per cui all’uomo riuscì più facile di vincere la resistenza della vittima e raggiungere il suo pravo intento. Ciò che è importante, è il fatto che all’accoppiamento mancò il consenso della vittima». Il punto centrale è proprio questo: mancò il consenso della vittima.

LA GIURISPRUDENZA 

Non tutti i giudici avevano queste idee; altri erano convinti che alla donna piacesse un po’ di violenza, vis grata puellis come diceva Ovidio. E così nel 1929 mandarono assolto un imputato di Palermiti, in provincia di Catanzaro, che aveva stuprato una minorenne con l’argomento che non ci fu «vera e propria opposizione contro il maschio, ma una ritrosia naturale in una giovinetta». Questa cultura è sopravvissuta fino a tempi a noi vicini, e per certi aspetti non è ancora scomparsa del tutto, sopravvive.

Andiamo a Bolzano nel 1982. I giudici assolsero un giovane con questa argomentazione: «È tuttora convinzione assai diffusa, soprattutto tra la popolazione di bassa estrazione sociale e di scarso livello culturale, che la donna vuole essere conquistata, al limite anche con maniere rudi, e che la stessa, per crearsi una sorta di alibi che possa giustificare il suo cedimento ai desideri dell’uomo, non disdegna qualche iniziale atto di forza o di violenza da parte del corteggiatore». Ecco che la cultura maschilista giustifica l’atto di forza, la mancanza del consenso da parte della donna con la teorizzazione che la donna voglia essere conquistata con la forza. La violenza c’è, ma è accettata; anzi, richiesta.

I casi sono davvero tanti, un numero infinito. E sono i giudici che devono districarsi in vicende diverse l’una dall’altra anche se ci sono elementi simili o uguali. Devono farlo facendo i conti con la propria cultura. Un tempo erano tutti uomini, poi, all’inizio del 1963, le donne entrarono in magistratura e portarono un altro sguardo sui fatti di stupro.

La questione del consenso non è ancora risolta come si è visto a novembre dal blocco della legge da parte di Matteo Salvini. Le prime due sentenze che ho richiamato sono una di età liberale, l’altra di epoca fascista. Che pena essere ancora più arretrati di quegli antichi giudici.

giovedì 8 gennaio 2026

La memoria della violenza subita

 


Judith Godrèche parla dei suoi anni con il regista Benoît Jacquot:
 "Ho paura di tutto ciò che emana da te"
Le Monde, 7 gennaio 2026

Il 6 febbraio 2024, Judith Godrèche ha sporto denuncia contro il regista Benoît Jacquot per stupro con violenza su minore di 15 anni. L'attrice, allora quattordicenne, ha avuto una relazione intima con il regista, di 25 anni più grande di lei, incontrato nel 1986 sul set del film * Les Mendiants *, fino al 1992. All'epoca, questa relazione era nota, discussa apertamente e riconosciuta da entrambe le parti. Tuttavia, con il tempo, in particolare dopo l'ascesa del movimento #MeToo nel 2017 e la pubblicazione del libro di Vanessa Springora * Le  Consentement * (Grasset) nel 2020, Judith Godrèche ha riesaminato la sua esperienza da adolescente e poi da giovane adulta con Benoît Jacquot.

Ora parla di questa relazione come di un atto di "predazione" perpetrato dal regista. Nel suo libro pubblicato il 9 gennaio da Seuil, " Si prega di mettere le cose in ordine prima di lasciare i locali ", l'attrice e regista, diventata una figura di spicco nella lotta contro la violenza sessista e sessuale in Francia, ripercorre il suo passato con Benoît Jacquot ("BJ" nel testo, lei stessa "Judo"), il suo risveglio e le conseguenze di aver parlato apertamente all'inizio del 2024.

Nell'ambito dell'inchiesta giudiziaria aperta a seguito delle denunce di Judith Godrèche e di altre donne, Benoît Jacquot è stato incriminato nel luglio 2024 per stupro, violenza sessuale e violenza domestica, nonché per stupro di minore. Presunto innocente, nega le accuse di Judith Godrèche e presenta la loro relazione come una relazione amorosa consensuale iniziata quando l'attrice aveva 15 anni. 

[Estratti.]

(…) La prima volta che ho voluto scappare dalla strada del sindaco, dove vivevo con BJ da cinque anni, quando il mio corpo è finalmente riuscito a varcare la soglia, a salire sulla moto di Nicolas, il cantante, senza voltarsi indietro, una mano gigante si è chiusa rapidamente su di me per trascinarmi indietro, per farmi girare.

– Vieni, figlia mia, andiamo a casa.

Quella mano era la portavoce della sua sofferenza, la mano del mio padrone, del mio carceriere. Un adulto potente è troppo spaventoso quando soffre. Questo terrore è insopportabile. Ferire l'assassino. Impensabile.

"Mi ucciderò ", disse.

Silenzio. Con il ricevitore premuto contro l'orecchio, chiudo le palpebre, pregando che smetta.

Ma no.

– Judo?

- SÌ…

– Sto per morire.

Mi viene da vomitare. Sentendolo piangere, essendo responsabile dell'annientamento dell'orco, comincio a sudare di angoscia, poi arriva la tachicardia, il silenzio, stringo i pugni, prego, c'è ancora una possibilità che tutto finisca. Non supplicare, ti prego, non supplicare, mi disgusta. Ho paura dei tuoi colpi, paura della tua debolezza, paura di tutto ciò che emana da te, sto per vomitare, BJ, non sarà il vomito di una musa, credimi, ma è troppo tardi, ripete:

– Judo, sto per morire. (…)

In realtà, il sesso di un adulto non è fatto per il mio sesso di 14 anni.

COSÌ.

Le dimensioni, certo, ma anche l'intero universo di questo sesso. Chi è? A cosa serve? Quale mondo si esprime attraverso di esso?

Il sesso di BJ era affilato. Un sesso tagliente. Animato da strane intenzioni.

A 14 anni non avevo la minima idea di dove fossero le cose. Cosa sapevate voi stessi del vostro corpo da bambini? Il vostro corpo, un'estensione di vostra madre quando vi teneva la mano, della vostra amica d'infanzia quando appoggiavate la testa sulla sua spalla. Il mio corpo rimaneva un mistero; non mi ero mai seduto sul water, specchio in mano, per scoprirlo.

Finché sono nelle mani di quest'uomo, non so nulla. Ci sono due buchi a poca distanza l'uno dall'altro. Ne sta segando uno. Lo chiama "la mia fica". È una parola brutta, non ho scelta, a differenza di te, che puoi buttare via questo libro. Alzo lo sguardo. Il suo cazzo nella mia bocca. Puzza.

Rubare parole, violare corpi

Prima di tornare dalle riprese di The Beggars in Portogallo, il mio primo film con BJ, non avevo quasi ricordi. L'infanzia. Niente. Praticamente niente. Lo disse lui. Tutto iniziò con lui. E con la dura sega.

" Judo", disse.

Giuda l'Oscuro.

La disperazione, l'aura di un destino infranto, mi dà valore.

– Sei un'apparizione, Yehuwdiyth.

Ha appena pronunciato il mio nome in ebraico. Yehudit. Porto un nome la cui storia mi precede, mi sopravviverà, un nome la cui traduzione mi sta rivelando.

– La donna ebrea sei tu e ti racconterò la tua storia.

Gli spiegai umilmente che sapevo perché mi avevano dato quel nome; c'era una ragione, una ragione che era precedente al mio incontro con lui, precedente alla mia nascita. Quattordici anni prima, i miei genitori decisero di darmi quel nome dopo aver letto *L'Âge d'homme* di Michel Leiris.

– No, no, non conosci la storia del Judo. (…)

Rubare parole, violare corpi.

A che età un uomo come lui inizia a costruire la personalità che conquisterà un bambino come me? E chi ha deciso questo incontro? Il destino?

Non ci crediamo.

Questo personaggio immaginario è nato dalle mie interazioni con lei? O esisteva già per tutti gli altri?

"Sono un pervertito", mi disse.

Da Isabelle Adjani a Françoise Hardy, passando per Ava Gardner e Brooke Shields, sono state tutte tra le sue braccia, mi racconta. Una ha scritto una canzone su di lui, " Étonnez-moi, Benoît" (Sorprendimi, Benoît ), un'altra ha avuto una madre insopportabile e iperprotettiva, un'altra ancora voleva che la seguisse fino ai confini del mondo. Anna Karina si aggiunge alla lista un po' più tardi, quando menziono Vivre sa vie (La mia vita da vivere) [un film di Jean-Luc Godard uscito nel 1962].

Alcune cose mi colpiscono più di altre. Quelle dei vecchi film. Assorbo le informazioni senza pormi domande. Cosa so? Quanti anni aveva? Era anche lui un bambino? Ava Gardner, è plausibile?

Scoprire

Il suo discorso è adattabile. Lo adatta ad attori adulti, a scrittori: una flessibilità senza pari. Un genio della falsità, delle bugie, dei personaggi di fantasia. Eppure, non si lascia sfuggire nulla. La vostra integrità, la vostra devozione nei suoi confronti, non possono essere compromesse in alcun modo. (…)

Non avrei mai voluto addentrarmi in quel giardino segreto.

Chi ti infligge violenza ti costringerà poi a entrare in un giardino segreto. Chi subisce questa violenza diventerà il custode di questo segreto condiviso. È sistematico. La vergogna fa questa scelta, in nome proprio.

L'aggressore lo sa, forse non lo ha espresso a parole, ma lo sa.

Per strada, un uomo ti urta, ti spinge deliberatamente e poi scappa via. Sei a terra, sotto shock. Ma ti riprendi subito, circondata da passanti preoccupati. Nonostante il dolore acuto, li rassicuri: "No, non c'è assolutamente bisogno di andare in ospedale, te lo prometto, va tutto bene". Ti si apre un ampio sorriso. Da un orecchio all'altro. Ti sforzi persino di ridere un po': "Sto bene, non mi fa per niente male, ah ah ah ah, non preoccuparti", e te ne vai il più velocemente possibile, nella direzione opposta. Spalla lussata.

Arrivata a casa, crolli dal dolore.

"Passa ad altro"

Nella maggior parte dei casi, la "insabbiatura" continua, la "finzione". La vergogna prevale. Trovi giustificazioni per spiegare la tua inazione: è impossibile trovare il responsabile della caduta, la stazione di polizia è lontana, non mi crederanno, penseranno che mi sono buttato a terra, peggio ancora, che l'ho spinto. La tua memoria sta già fallendo: di che colore era il suo cappotto, portava gli occhiali, forse gli stivali, il marciapiede era bianco, grigio, beige, color cenere...?

Tu resta a casa. Con gli occhi chiusi.

Quella sera, un parente, un fratello, una sorella o il coniuge è venuto a trovarti per cena. Non ti eri mosso; eri ancora sdraiato sul letto.

– Stai bene? Sembri molto pallido.

- Me ?

– Sì, tu. Chi altri?

– Oh, okay. No, non credo.

- Sei sicuro?

– Sì, sono normale, come al solito.

– Ti sei mai guardata allo specchio? Sei bianca come una compressa di aspirina.

– Ho dormito male. Deve essere per questo.

Il giorno dopo, non appena la persona amata se ne va, la tua spalla cade a terra, discretamente. Aveva atteso pazientemente il suo momento di isolamento. La raccogli, il suo strano colore disgustoso. Metà verde, metà blu, un puzzolente monocromo. Non fare storie, nascondila – no, buttala nel bidone della spazzatura del seminterrato, al piano -1. Poi trova una spalla di ricambio; un negozio di scherzi, un negozio di giocattoli per bambini andrà bene. Un braccio non costa caro. Dovrai solo indossare maniche lunghe per il resto della tua vita, la tua famiglia e i tuoi amici non sospetteranno nulla e tutto tornerà come prima.

Ora stai vagando per sempre nel giardino segreto dell'uomo che ti ha aggredito. (…)

[Il 23 febbraio 2024, due settimane dopo aver presentato la sua clamorosa denuncia, Judith Godrèche è stata invitata a tenere un discorso alla cerimonia dei Premi César. "Parlo e parlo, ma non riesco a sentirvi, o quasi", ha detto dal podio.]

– Ciao, è stato fantastico, ora fermati e passa ad altro.

- Come mai ?

– Rovinerai tutto.

- Per quello ?

– Rovinarti la vita. Hai capito? LA TUA VITA.

Questa conoscenza mi vuole bene, vuole bene al mio conto in banca, vuole bene al mio prossimo film, ma...

– Mi dispiace, ma non è una scelta.

– Certo che sì. Hai già dato tanto. Il discorso ai César è fatto, ora concentrati sulla tua carriera.

– Hai sentito cosa stavo dicendo? Il numero di testimonianze che ho ricevuto?

– Cosa vuoi che ti dica? Sappiamo che le persone soffrono, sono vittime di aggressioni sessuali, sì.

– Più di 2.000 testimonianze in quattro giorni.

– Abbiamo capito.

– La porta è aperta, quello che ho visto, letto, sentito, queste informazioni, cosa dovrei farne?

– Chiudi la porta. Lascia che gli altri facciano il loro lavoro, lavorino, si guadagnino da vivere.

– Intorno a noi e ovunque, il silenzio è la parola d'ordine. Tranne che i riflettori sono puntati su di me.

- E allora?

– Usiamo questa luce.

– Per quanto tempo?

– Non lo so, chiedere una commissione d’inchiesta, dare voce alle testimonianze, fare un cortometraggio, far cambiare le cose.

– Ti amo, ma mi stai esaurendo. I riflettori brillano e poi si spengono; perderai tutto. Quando fa buio, non dimenticare di infilare la chiave sotto la porta. (…)

Essere un'eco non è una scelta. L'eco si è impossessata di me, nell'inverno del 2024. Io, Judith, che, dopo aver parlato sul palco luminoso dei Premi César, sono stata invitata a parlare al Senato davanti alla delegazione per i diritti delle donne e all'Assemblea Nazionale davanti alla delegazione per i diritti dell'infanzia, una, due, tre volte, diritti dell'infanzia, diritti dell'infanzia, diritti dell'infanzia.

Queste parole scivolano via, vero? Riesci a sentirne il morso? Non credo. Una verifica fiscale.

Senti il ​​dolore? Qual è, nella posizione dello Stato, della legge – quella che afferma di proteggere i bambini – che ti spaventa di più? Qual è la trasgressione meno terrificante? Stuprare un bambino? O rubare soldi? In quale punto della nostra società, che sappiamo misurare la propria dignità dall'estratto conto, siamo responsabili del costo della sofferenza che infliggiamo a chi è più debole di noi?

Banalità, banalità, eco di merda, banalità, banalità.

"Rompi il cerchio"

Quindi, io sono quell'eco. Ridicola, determinata, senza qualifiche, nessuna garanzia di poter lavorare dopo questo. QUELLA – quella parola temuta. Ma QUELLA – è questo che mi interessa. Sono l'eco amplificata, prolungata, ripetuta. La fortunata, un dannato privilegio. Sì, tutti gli occhi sono puntati su di me, è persino diventato popolare avermi dalla propria parte, la destra, la sinistra, tutti coloro che hanno a cuore i bambini mi invocano, mi convocano, parlano di me.

– Vieni a parlare.

– Raccontacelo.

– Cosa sai tu che noi non sappiamo?

Lo dico loro, ovunque lo dica: i bambini subiscono abusi sessuali e psicologici durante le riprese, le prove e i montaggi. I loro corpi, lasciati soli in queste stanze con le porte chiuse, ci costano cari. Quindi, dovete prendere posizione. Queste parole, le vostre parole, hanno un impatto sulla nostra società. Voi, signore e signori del Parlamento, avete il potere di creare una commissione d'inchiesta presso l'Assemblea Nazionale. Sì, lo so, non siete P., il generale di brigata, non ci sono orsi nelle vostre sale d'attesa, lo so, ma se urlate, il suono si diffonderà lontano. Signore e signori del Parlamento, uno di voi solleverà, ditemi, il costo della sofferenza dei bambini, l'entità delle ferite inflitte agli artisti freelance i cui corpi non sono altro che un parco giochi per i più ricchi, coloro che, in questa gerarchia feudale, camminano con un'aura di eterna impunità. Rompete il ciclo, costringeteli a lasciarci andare, a temere le conseguenze. Istituire una commissione d'inchiesta sulla violenza commessa nei settori del cinema, dell'audiovisivo, dello spettacolo dal vivo, della moda e della pubblicità.

Il nastro trasportatore dell'Assemblea Nazionale che rileva le armi conosce a memoria la mia borsa. I miei maglioni circolano sui media, accompagnati da certi discorsi. Uso la scrittura come arma di combattimento, in questa ondata, in questa vitale necessità di proteggere i bambini. Questa posizione mi espone. E, anche se i parlamentari votassero a favore della creazione di questa commissione, anche se alcune misure stessero già emergendo, le minacce aumentano. La vita non è più la stessa di prima.

Tuttavia, il mio numero di telefono sta circolando e il mio volto incarna qualcosa che brucia.

"Buongiorno, signora Godrèche, vorremmo averla sulla copertina del nostro giornale. Cosa ne pensa dell'idea di una cornice fiammeggiante? Per essere più precisi, vorremmo creare un'immagine che evochi un incendio, fiamme tutt'intorno a voi, il che richiederebbe ovviamente la presenza di uno specialista di effetti speciali per evitare che veniate bruciati. Il nostro riferimento, come avrete probabilmente intuito, è Giovanna d'Arco sul rogo. (...)"

“Si prega di mettere le cose in ordine prima di lasciare i locali” , di Judith Godrèche (Seuil, 288 pagine, 21,50 euro).

https://www.lemonde.fr/idees/article/2026/01/07/l-actrice-judith-godreche-raconte-ses-annees-aux-cotes-de-benoit-jacquot-j-ai-peur-de-tout-ce-qui-emane-de-toi_6660827_3232.html