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sabato 28 dicembre 2024

Cecilia Sala. La storia




Nel 2023 Cecilia Sala ha spiegato la differenza tra paura e panico per i reporter di guerra, in un'intervista Carlotta Vagnoli nel format Basement Café, realizzato da Lavazza.

"C'è una differenza fondamentale tra paura e panico. La paura, in certe situazioni, è utile perché ti protegge, aiuta a concentrarti, a migliorare udito e vista, riducendo il rischio di farti del male, ti evita il pericolo. Il panico, invece, ti rende più pericolosa per te stessa rispetto alla situazione in cui ti trovi".  (Il Giornale d'Italia)

Lorenzo Santucci, La colpa di dar voce alle donne iraniane. Cecilia Sala, le storie, l'arresto senza accuse, l'isolamento a Evin 
Huffington Post, 27 dicembre 2024

 Nell'ultimo post su Instagram, Cecilia Sala racconta di aver "incontrato una persona a cui ho voluto bene da lontano per anni. Si chiama Zeinab Musavi, è la stand up comedian più famosa d’Iran. È stata arrestata per le parole pronunciate da una maschera, uno dei personaggi dei suoi sketch". È datato 18 dicembre, un giorno prima che la giornalista italiana venisse arrestata e rinchiusa in una cella di isolamento nel carcere di Evin, il simbolo della repressione del regime iraniano, senza alcun capo d'accusa.

Contattato da Huffpost, il direttore di Chora Media, Mario Calabresi, premette subito che c'è un vincolo al massimo riserbo per non interferire con il lavoro delle autorità, ma ci tiene a sottolineare è che nella trasferta iraniana di Cecilia Sala “non c'è stata improvvisazione: non è una freelance, ma è regolarmente assunta da Chora, viaggia con tutte le cautele ed è entrata in Iran in accordo con le autorità, in modo regolare e trasparente”. Può sembrare una banalità, ma non lo è. Certo, in alcuni posti del mondo, di cui la Repubblica islamica fa parte, le precauzioni per la stampa non sono mai abbastanza. Malgrado la giovane età (29 anni), Sala ha già un lungo curriculum di terre di crisi e di conflitto raggiunte per raccontare le sue storie: Venezuela, Cile, Iran, Sudan, Ucraina, Israele, sono soltanto alcune delle crisi che la giornalista romana ha seguito in prima persona, sul campo.

Cecilia Sala era atterrata a Teheran il 12 dicembre con un visto di otto giorni. Il suo arrivo viene testimoniato con una foto postata sui social, con tanto di dedica: "Mi era mancato il tuo smog". Chi ha lavorato con lei, sa quanto l'Iran le fosse entrato dentro, anche e soprattutto per il coraggio della sua gente, in particolar modo quello dimostrato dalle donne, raccontato nei suoi podcast, nei reportage e anche nel suo libro "L'incendio" (Mondadori). A spingerla di nuovo in Iran è il momento storico che sta vivendo il paese. La resistenza della popolazione sta costringendo il regime ad alcune concessioni, come il passo indietro della legge sull'hijab, per paura che scatenasse la disobbedienza civile, il permesso medico concesso alla più celebre prigioniera del carcere di Evin, la premio Nobel per la pace Narges Mohammadi, oppure il rilancio della cantante senza velo Parastoo Ahmadi, oppure ancora con la riapertura di GooglePlay e Whatsapp che erano stati bloccati due anni fa, dopo l'uccisione di Mahsa Amini. 

Otto giorni per raccogliere storie, Cecilia Sala aveva già dedicato all'Iran tre puntate del suo podcast quotidiano – Stories, prodotto da Chora Media - e aveva altro materiale. La prima, “Una conversazione sul patriarcato a Teheran”, con protagonista la ventunenne Diba, giovane studentessa dai capelli tinti di rosso, scappata di casa due anni fa contro la volontà del padre durante le proteste che hanno scosso l'Iran. La seconda, “L’album di famiglia dell’Asse della resistenza”, a casa di Hossein Kanaani, uno dei fondatori dei pasdaran, per raccontarle il nuovo Medio Oriente alla luce dell'indebolimento dei vari proxy dell'Iran. La terza, “Lei fa così ridere che le hanno tolto Instagram. Teheran comedy”, è la storia della giovane Musavi, silenziata e condannata dal governo per le sue battute considerate blasfeme. L’episodio era uscito sulle varie piattaforme quarantotto ore prima della partenza dell’aereo che avrebbe dovuto riportare Sala in Italia, il 20 dicembre, su cui non è mai salita.

“Sarebbe dovuta rientrare a Roma il 20 dicembre, ma la mattina del 19, dopo uno scambio di messaggi, il suo telefono è diventato muto”, si legge nel comunicato di Chora Media che ricostruisce i fatti dell'ultima settimana. “Conoscendo Cecilia – scrivono dalla sua redazione – che ha sempre mandato le registrazioni per le puntate del podcast con estrema puntualità anche dal fronte ucraino nei momenti più difficili, ci siamo preoccupati e, insieme al suo compagno, il giornalista del Post Daniele Rainieri, abbiamo allertato l’Unità di Crisi del Ministero degli Esteri. Abbiamo chiamato i suoi contatti iraniani, ma nessuno sapeva dove fosse finita. La mattina di venerdì non si è imbarcata sul volo di ritorno e la situazione si è fatta ancora più angosciante. Poche ore più tardi il suo telefono si è riacceso: Cecilia ha chiamato sua madre e le ha detto che era stata arrestata, portata in carcere e che aveva avuto il permesso di fare una breve telefonata. Non ha potuto dire altro”. Alla domanda su dove si trovasse e quale fosse la ragione dell’arresto, ha risposto: “Non posso”.

Da allora le autorità italiane si sono attivate per capire cosa fosse successo e per far tornare a casa la giornalista. Stamattina, otto giorni dopo il fermo, l’ambasciatrice in Iran Paola Amadei ha potuto vederla per constatare le sue condizioni. Le ha portato le ha portato vestiti, cibo, libri e prodotti per l'igiene personale, e sta facendo il possibile perché gliele facciano avere, mentre si lavora per il suo rilascio. "Sta bene, è detenuta in isolamento in una situazione tranquilla", spiega il ministro degli Esteri Antonio Tajani, che invita tutti alla "massima riservatezza" sulla vicenda. Manca un capo d'accusa. “Fin dal primo giorno, da quando è arrivata la notizia dell’inaccettabile arresto, tutto il governo si è mosso per farla liberare”, sottolinea il ministro della Difesa, Guido Crosetto, “ogni persona che poteva e può essere utile per ottenere questo obiettivo si è messa al lavoro. Le trattative con l’Iran non si risolvono, purtroppo, con il coinvolgimento dell’opinione pubblica occidentale e con la forza dello sdegno popolare ma solo con un’azione politica e diplomatica di alto livello”, ha aggiunto promettendo che "si sta seguendo ogni strada”.

Nel mettere insieme le poche informazioni a disposizione, viene messo in evidenza un elemento. Nelle due chiamate che Sala ha potuto effettuare, una alla madre e una al compagno e collega Daniele Raineri, ha riferito di stare bene, di non essere ferita. Tuttavia, alcune parole pronunciate sembravano essere tradotte dall’inglese, suonavano innaturali nella lingua italiana. Da qui l’impressione che la giornalista sia stata costretta a leggere un testo già scritto. "Cecilia è una giornalista forte e coraggiosa ma è sconvolta di stare in carcere", spiega Calabresi. 

Il fatto che Sala sia stata portata a Evin è altrettanto rilevante. Il carcere, che si trova nell’omonimo quartiere di Teheran, è noto per essere il luogo in cui vengono rinchiusi gli oppositori del regime degli ayatollah. A finirci dentro sono dissidenti politici, attivisti di ogni genere ma anche comuni cittadini - nel 2022 anche la travel blogger italiana Alessio Piperno -, molti dei quali arrestati durante l’ondata di proteste scaturita dalla morte di Masha Amini. Il 15 ottobre 2022 lo scoppio di un incendio sembrava l’inizio di una rivolta carceraria ma, come scritto anche da Amnesty International, sembrava essere un modo utilizzato dalle autorità per perpetrare uccisioni, torture e altre violenze. È in quell’inferno che è stata rinchiusa Sala, al momento senza un’accusa se non quella di svolgere il proprio ruolo di giornalista.


Giuliano Ferrara, Vita, donna e libertà: Cecilia Sala e le sue sorelle d'avventura
Il Foglio, 30 dicembre 2024

Guardando con apprensione e affetto le fotografie di Cecilia Sala, arrestata senza imputazioni e ristretta nel carcere famigerato di Evin, a Teheran, non si può non pensare che il suo volto, molto bello, è somigliante, forse identico, a quello di tante ragazze iraniane mostrate in effigie dalle durissime cronache politiche del regime e delle sue pratiche repressive. Stupefacente aver già visto nelle protagoniste del movimento “Vita donna e libertà” gli stessi occhi, lo stesso ovale, la stessa freschezza di tratto e perfino lo stesso trucco, lo stesso colore del rossetto sulle labbra, la stessa espressione di intelligente innocenza. La giornalista italiana ora sta in una di quelle celle dove stanno o sono state molte delle sue compagne di generazione, sorelle in usi e costumi e vita che accomunano chi può e chi non può esercitare le più elementari libertà, in particolare quelle femminili oggetto di contesa nelle incerte e tortuose vie della civilizzazione moderna.

Persone come Cecilia Sala portano speranza, ci fanno capire che quando si tratta di diritti umani e di connessione non ci sono confini di distanza o di lingua. Ha portato molta speranza agli iraniani che hanno parlato con lei, che sapevano che le loro storie avrebbero ricevuto attenzione. Dovremmo fare il possibile per farla uscire”, dice al Foglio la scrittrice iraniana Azar Nafisi, che ha appena finito di scrivere una lettera per Cecilia, detenuta dal 19 dicembre nel carcere di Evin, arrestata arbitrariamente dal regime iraniano. “La speranza, parafrasando Václav Havel, non è la convinzione che ciò che fai sarà premiato – continua Nafisi – ma è fare qualcosa perché è giusto, perché ha un senso. E’ la speranza delle donne e degli uomini che vanno in prigione. Sanno che potrebbero morire in qualsiasi momento, ma finché vivono, non permettono al regime di vincere vedendoli mendicare, cambiare”.

Nafisi, che si oppone da sempre al regime iraniano, ha scritto “Leggere Lolita a Teheran”, che è appena diventato un film di Eran Riklis, e di recente di “Leggere pericolosamente”, una raccolta di saggi sul potere sovversivo della lettura. Ci parla da Washington, dove vive in esilio da trent’anni, e quando nominiamo Evin, il famigerato carcere di Teheran, prende tempo. “Per me è molto difficile parlarne. Il solo nome evoca paura e inquietudine nelle persone. Cosa posso dire se non che è un luogo terribile? Essere incarcerati in isolamento, con persone che non parlano la tua lingua, è di per sé una forma di tortura”.

Si deve sperare, a parte il resto dell’intrigo che ha portato a questo, che le autorità di Teheran, qualcuno tra loro che sia illuminato dalla curiosità psicologica e umana, trovino il tempo e il modo di farsi leggere gli articoli di Sala e di vedere le storie da lei raccontate nel suo podcast. Esiste, è esistito per circostanze di necessità, un giornalismo fiero e provocatorio, un modo di raccontare che si presenta come una sfida, di cui la celebrità di Oriana Fallaci, corrispondente di guerra del secolo scorso e dell’inizio di questo secolo, è stata simbolo e specchio. Sala appartiene a un altro mondo e a un altro linguaggio, può essere travolta anche lei da una giornata tempestosa di ingiustizia, ma il suo modo di registrare la realtà che vede e documenta ha il crisma dell’affinità e della sensibilità prima che quello dell’opposizione e dell’ideologia. Non che faccia sconti nella propria percezione del bene e del male, come sa chi ha letto quel che ha scritto e ascoltato quel che aveva da dire dall’ucraina all’Iran, ma è e si sente parte del mondo che origina il suo sguardo professionale e personale, vita donna e libertà sono parole che la assimilano alle cose viste oltre ogni confine, in un tutto unico. La sua curiosità e la sua tecnica sono elementi di un altro secolo, riunificato e omologato nella sorpresa e nello sconcerto per le negazioni e i divieti del fanatismo, quanto di più estraneo ai vezzi e ai vizi di quello che fu definito “orientalismo”, con riferimento alla spiccata identità occidentale, in sospetto di cultura coloniale nel famoso saggio di Edward Said. Nel carcere di Evin sta una persona che oriente e occidente non definiscono, a partire da idee e pregiudizi, una come loro, come le sue compagne di detenzione che pagano come reato o oltraggio religioso quel che per lei è

normale, ordinario, dall’acconciatura al resto del linguaggio del corpo.

Difficile comunicare questo nitore e questo stile universale di una generazione nuova e delle sue parole e immagini, ma bisognerebbe provare a farlo nonostante tutto, sperando che in quella teocrazia elettiva, paradosso dei paradossi, si trovi ancora qualcuno capace di capire che le barriere del tremendo e dell’orrendo, cioè le frontiere del fanatismo, possono quasi nulla contro una volontà di sapere e di scoprire che segue le vie di queste sorelle d’avventura, così lontane tra loro nell’immaginazione del regime, così vicine nello specchio della realtà.


belfagor: L'inutile esercito siriano (machiave.blogspot.com)

martedì 18 agosto 2015

Il significato del velo islamico





Khaled Fouad Allam
La legge del Corano non impone il velo 
la Repubblica, 22 gennaio 2004


Storicamente, lo hijab non ha mai rappresentato un dogma nell'islam, un'obbligazione giuridica o un simbolo religioso, anche se oggi lo si vuol far passare come tale.

I giuristi dell'islam classico - quelli all'origine della formulazione del diritto musulmano per le quattro grandi scuole giuridiche dell'islam - non hanno mai teorizzato sul velo. Il celebre giurista Qayrawin, morto nel 996, fondatore dell'università teologica di Fez in Marocco, parla del velo soltanto in riferimento alla preghiera rituale, quando le donne si recano in moschea per la preghiera del venerdì: e la parola che usa è khimar, un velo che copre la donna dalla testa ai piedi. Egli non usa mai la parola hijab; lo stesso avviene per gli altri autori di quel periodo.

Tutto ciò ha una ragione. Nel periodo dell'islam classico i giuristi non avvertono il bisogno di costruire sul velo una teoria del diritto, semplicemente perché l'universo medievale della donna è un universo di clausura: essa non esce di casa, la sua vita si svolge entro il perimetro dello spazio privato, e quando, molto raramente, esce, lo deve fare con l'autorizzazione di una figura maschile - il padre, il marito o i fratelli - e per motivi eccezionali come cerimonie o pellegrinaggi.

Lo hijab è un'invenzione del XIV secolo e non ha un effettivo fondamento nel testo coranico. Nel Corano la parola hijab, che deriva dalla radice hjb, non indica un oggetto ma un'azione: quella di velarsi, di tirare una tenda, di creare un'opacità che impedisca lo sguardo indiscreto.

Il passaggio della parola hijab dall´indicare un'azione all´indicare un oggetto avviene nel XIV secolo con il giurista Ibn Taymiyya. Egli è il primo ad utilizzare la parola hijab per riferirsi al velo in quanto oggetto, un velo che distingue le donne musulmane dalle non musulmane: esso diventa segno distintivo dell'identità e dell'appartenenza.

Ibn Taymiyya afferma che la donna libera ha l'obbligo di velarsi, mentre la schiava non è obbligata a farlo. Egli giustifica queste affermazioni basandosi su una interpretazione massimalista del versetto 31 della sura 24 del Corano, traendo da una frase dal contenuto generico un'affermazione di principio, cui inoltre attribuisce valore normativo. Ma tutto ciò, è bene sottolinearlo, rimane un'interpretazione. Un'interpretazione che inventa una norma.

Questo mutamento linguistico e sociale rappresenta il sintomo di una crisi in seno al mondo musulmano del XIV secolo: la fine dei grandi imperi dell'islam e l'invasione di Baghdad ad opera di un popolo ad esso estraneo, i mongoli di Gengis Khan. La umma, la comunità dei credenti, deve quindi confrontarsi e scontrarsi con ciò che ora chiamiamo un principio d'alterità; essa si pone il problema - che si ripropone oggi - di come essere musulmani in una società dominata da non musulmani. Il velo manifesta la reazione difensiva di una comunità, che enfatizza le regole giuridiche non per creare spazi di libertà, bensì per istituire un controllo: un controllo dell'islam su se stesso.

Non è quindi un caso che la figura di Ibn Taymiyya (morto nel 1328) rappresenti uno dei punti di riferimento dell'odierno discorso neofondamentalista.

Ma il decisivo mutamento semantico e giuridico nella questione dello hijab avviene nel XX secolo, soprattutto nella seconda metà. Nei paesi musulmani, dopo la fase di decolonizzazione, i processi di modernizzazione mettono in crisi le strutture tradizionali delle società. Appaiono due fenomeni inediti: con l'alfabetizzazione di massa, le donne accedono alla scuola; e accedono al mondo del lavoro, escono di casa, il loro universo di riferimento diventa anche il mondo esterno.

Di fronte a una tale trasformazione sociale, molti esegeti dell'islam reagiscono in modo neoconservatore, inventando un apparato giuridico che legittima e prescrive l'uso dello hijab. Il velo diventa così segno distintivo dell'identità islamica e della separazione fra i sessi. L'introduzione del velo nello spazio pubblico favorisce infatti la costruzione di una frontiera di genere che oggi non si limita al velo ma investe in alcuni paesi anche una divisione negli spazi e nei trasporti pubblici (alcuni architetti di tendenza neofondamentalista hanno immaginato persino ascensori separati per uomini e donne); lo spazio pubblico, anziché sancire un principio di uguaglianza, enfatizza quindi la discriminazione fra i sessi.

Tutti questi mutamenti nell'uso e nella pratica del velo si innestano però su quella che è una costante nella prassi delle società musulmane: la dicotomia fra puro e impuro, e il divieto come fondamento della norma nell'islam.

Il frequente sottolineare, nei testi sacri, che la donna non deve fare nulla per guardare e per farsi guardare, che deve nascondere le sue forme, ha fatto sì che nell'inconscio collettivo musulmano la femminilità sia associata al desiderio, in modo che il sesso femminile diviene sinonimo di caos, di disordine; su di esso incombe sempre il rischio dell'impurità. A ragione del suo ruolo riproduttivo la donna è investita di un certo carattere sacrale: perciò trasgredire il divieto - vale a dire mostrarsi - significa contaminare la purezza originaria.

Questo tabù definisce una società puritana e articola un sistema giuridico di controllo. Le società musulmane sono ossessionate dalla questione dell'impurità; e il velo tende simbolicamente a preservare le frontiere fra puro e impuro.

Il velo assume oggi il significato di un'identità in crisi: oltre a esprimere un malessere generalizzato nelle società islamiche, esso occulta il loro cambiamento e ne esacerba le paure. Chi lo indossa, soprattutto in occidente, lo fa per coercizione, per condizionamento, per rivendicazione o per libera scelta. Le letture possibili sono molte, ma tutte rimandano a una serie di conflitti irrisolti: il conflitto fra islam e occidente, il conflitto dell'islam con se stesso, il conflitto fra diritto e cultura.

https://palomarblog.wordpress.com/2015/08/18/arundhati-roy-sul-burqa/