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martedì 18 agosto 2015

Il significato del velo islamico





Khaled Fouad Allam
La legge del Corano non impone il velo 
la Repubblica, 22 gennaio 2004


Storicamente, lo hijab non ha mai rappresentato un dogma nell'islam, un'obbligazione giuridica o un simbolo religioso, anche se oggi lo si vuol far passare come tale.

I giuristi dell'islam classico - quelli all'origine della formulazione del diritto musulmano per le quattro grandi scuole giuridiche dell'islam - non hanno mai teorizzato sul velo. Il celebre giurista Qayrawin, morto nel 996, fondatore dell'università teologica di Fez in Marocco, parla del velo soltanto in riferimento alla preghiera rituale, quando le donne si recano in moschea per la preghiera del venerdì: e la parola che usa è khimar, un velo che copre la donna dalla testa ai piedi. Egli non usa mai la parola hijab; lo stesso avviene per gli altri autori di quel periodo.

Tutto ciò ha una ragione. Nel periodo dell'islam classico i giuristi non avvertono il bisogno di costruire sul velo una teoria del diritto, semplicemente perché l'universo medievale della donna è un universo di clausura: essa non esce di casa, la sua vita si svolge entro il perimetro dello spazio privato, e quando, molto raramente, esce, lo deve fare con l'autorizzazione di una figura maschile - il padre, il marito o i fratelli - e per motivi eccezionali come cerimonie o pellegrinaggi.

Lo hijab è un'invenzione del XIV secolo e non ha un effettivo fondamento nel testo coranico. Nel Corano la parola hijab, che deriva dalla radice hjb, non indica un oggetto ma un'azione: quella di velarsi, di tirare una tenda, di creare un'opacità che impedisca lo sguardo indiscreto.

Il passaggio della parola hijab dall´indicare un'azione all´indicare un oggetto avviene nel XIV secolo con il giurista Ibn Taymiyya. Egli è il primo ad utilizzare la parola hijab per riferirsi al velo in quanto oggetto, un velo che distingue le donne musulmane dalle non musulmane: esso diventa segno distintivo dell'identità e dell'appartenenza.

Ibn Taymiyya afferma che la donna libera ha l'obbligo di velarsi, mentre la schiava non è obbligata a farlo. Egli giustifica queste affermazioni basandosi su una interpretazione massimalista del versetto 31 della sura 24 del Corano, traendo da una frase dal contenuto generico un'affermazione di principio, cui inoltre attribuisce valore normativo. Ma tutto ciò, è bene sottolinearlo, rimane un'interpretazione. Un'interpretazione che inventa una norma.

Questo mutamento linguistico e sociale rappresenta il sintomo di una crisi in seno al mondo musulmano del XIV secolo: la fine dei grandi imperi dell'islam e l'invasione di Baghdad ad opera di un popolo ad esso estraneo, i mongoli di Gengis Khan. La umma, la comunità dei credenti, deve quindi confrontarsi e scontrarsi con ciò che ora chiamiamo un principio d'alterità; essa si pone il problema - che si ripropone oggi - di come essere musulmani in una società dominata da non musulmani. Il velo manifesta la reazione difensiva di una comunità, che enfatizza le regole giuridiche non per creare spazi di libertà, bensì per istituire un controllo: un controllo dell'islam su se stesso.

Non è quindi un caso che la figura di Ibn Taymiyya (morto nel 1328) rappresenti uno dei punti di riferimento dell'odierno discorso neofondamentalista.

Ma il decisivo mutamento semantico e giuridico nella questione dello hijab avviene nel XX secolo, soprattutto nella seconda metà. Nei paesi musulmani, dopo la fase di decolonizzazione, i processi di modernizzazione mettono in crisi le strutture tradizionali delle società. Appaiono due fenomeni inediti: con l'alfabetizzazione di massa, le donne accedono alla scuola; e accedono al mondo del lavoro, escono di casa, il loro universo di riferimento diventa anche il mondo esterno.

Di fronte a una tale trasformazione sociale, molti esegeti dell'islam reagiscono in modo neoconservatore, inventando un apparato giuridico che legittima e prescrive l'uso dello hijab. Il velo diventa così segno distintivo dell'identità islamica e della separazione fra i sessi. L'introduzione del velo nello spazio pubblico favorisce infatti la costruzione di una frontiera di genere che oggi non si limita al velo ma investe in alcuni paesi anche una divisione negli spazi e nei trasporti pubblici (alcuni architetti di tendenza neofondamentalista hanno immaginato persino ascensori separati per uomini e donne); lo spazio pubblico, anziché sancire un principio di uguaglianza, enfatizza quindi la discriminazione fra i sessi.

Tutti questi mutamenti nell'uso e nella pratica del velo si innestano però su quella che è una costante nella prassi delle società musulmane: la dicotomia fra puro e impuro, e il divieto come fondamento della norma nell'islam.

Il frequente sottolineare, nei testi sacri, che la donna non deve fare nulla per guardare e per farsi guardare, che deve nascondere le sue forme, ha fatto sì che nell'inconscio collettivo musulmano la femminilità sia associata al desiderio, in modo che il sesso femminile diviene sinonimo di caos, di disordine; su di esso incombe sempre il rischio dell'impurità. A ragione del suo ruolo riproduttivo la donna è investita di un certo carattere sacrale: perciò trasgredire il divieto - vale a dire mostrarsi - significa contaminare la purezza originaria.

Questo tabù definisce una società puritana e articola un sistema giuridico di controllo. Le società musulmane sono ossessionate dalla questione dell'impurità; e il velo tende simbolicamente a preservare le frontiere fra puro e impuro.

Il velo assume oggi il significato di un'identità in crisi: oltre a esprimere un malessere generalizzato nelle società islamiche, esso occulta il loro cambiamento e ne esacerba le paure. Chi lo indossa, soprattutto in occidente, lo fa per coercizione, per condizionamento, per rivendicazione o per libera scelta. Le letture possibili sono molte, ma tutte rimandano a una serie di conflitti irrisolti: il conflitto fra islam e occidente, il conflitto dell'islam con se stesso, il conflitto fra diritto e cultura.

https://palomarblog.wordpress.com/2015/08/18/arundhati-roy-sul-burqa/


giovedì 11 giugno 2015

Khaled Fouad Allam, un modesto omaggio



Claudio Vercelli 
Felicemente bastardo
 
Dunque è morto. Prematuramente. Nel pieno della sua vita di lettere, parole, viaggi e pensieri. L'ho incontrato diverse volte. Ha presentato almeno un paio dei miei libri, quasi sempre dandomi l'impressione di non averli neanche sfogliati. Poiché se tu gli davi una "parola chiave", lui partiva con i suoi discorsi e non lo fermavi più. Poi a tavola, senza lasciarlo intendere ai commensali, escludeva i cibi che non fossero in accordo con la sua "origine". "Khaled, vuoi del vino?" e lui: "no, grazie, prendo un'aranciata". Era al contempo sincero, a rischio di essere considerato da certuni una sorta di "traditore" di chissà quale causa, non meno che un personaggio pubblico tenacemente egotista. Parlava del mondo, parlava al mondo e poi tornava a sé. Un figlio della mixité, già dalle sue origini familiari, che lo rendevano un ibrido vivente, sentendosi felicemente "bastardo". Per questo, probabilmente, era meno ossificato di altri e coglieva al volo certi disagi, quando glieli comunicavi. Non a caso, per vezzo ma soprattutto per necessità, parlava un italiano francesizzato, nell'inflessione come nella terminologia, quasi a volere rispecchiare la sua origine algerina, a Tlecem, punto di raccordo tra cultura berbera, francofona, araba, islamica e andalusa. A ciò aggiungeva la sensibilità - quasi un innamoramento, che gli derivava dalla famiglia - per la Mitteleuropa e per l'ebraismo. Mi ha sempre dato l'impressione di uno che non si prendesse troppa cura di se stesso. Ad una trascorsa edizione della Biennale Democrazia, a Torino, eravamo correlatori. Ad un certo punto, irritato dalla piega che stava dando al discorso, tutto centrato sui suoi studi, dinanzi a un pubblico foltissimo (si parlava di Islam e democrazia, per alcuni quasi un ossimoro, per altri un interrogativo), dopo avere sudato sette camicie per tenere la barra delle riflessioni sul tema, stavo quasi per mandarlo a stendere. Non l'ho fatto e sono contento così. Almeno non ho rimpianti. 

Giovanni Carpinelli
Stereotipi e sorprese nell'immagine viva di Khaled Fouad Allam
 

Dice Claudio Vercelli che Khaled evitava il vino. A me sembra di ricordare l'ordinazione di un Calvados, alla fine di una cena. Dunia Astrologo confermerà o smentirà. Al di là di questo particolare, un altro episodio resta scolpito nella mia memoria. 16 maggio scorso, sala del Museo diffuso a Torino. La conferenza è finita, ci sono le domande del pubblico. Si alza a un certo punto una signora e chiede a KFA un giudizio su La rabbia e l'orgoglio di Oriana Fallaci. La risposta ha la forma del ricordo. Khaled evoca il suo rapporto con la scrittrice. Si erano parlati a lungo al telefono. Dovevano poi incontrarsi e non se ne fece nulla per la sopravvenuta morte di lei. Secondo KFA quel libro era stato scritto con il corpo, non solo con il cervello, e il corpo era quello di una persona malata di cancro. Interviene allora Mimmo Candito. Si mette in gioco. Tira in ballo il suo, di cancro, una malattia che gli ha già fatto perdere un polmone e che adesso si è ripresentata minacciando il polmone residuo. E precisa subito che questo fatto non ha per nulla alterato le sue convinzioni. KFA interviene di nuovo e fa presente la sua malattia, quella che gli impedisce di camminare bene. E' entrato in sala appoggiandosi a una stampella. Ecco, lui ha un sentimento diverso, per lui la sofferenza fisica influisce sul pensiero. Lancia per finire una frecciata a Candito: "sei calabrese... testardo". Non mi è capitato tanto spesso in circostanze simili di assistere a una scena di tale intensità. Nei giorni successivi l'Istituto Gramsci ha ordinato La rabbia e l'orgoglio, libro che non possedeva. 

Guido Caldiron
La morte dello studioso islamico Khaled Fouad Allam
il manifesto, 11 giugno 2015

Il suo sguardo intenso e la sua pro­nun­cia dall’inconfondibile accento fran­cese, insieme a delle con­si­de­ra­zioni mai banali, ave­vano accom­pa­gnato fin dalla fine degli anni Novanta l’emergere anche nello spa­zio media­tico del nostro paese della «que­stione isla­mica». Socio­logo di ori­gine alge­rina, era dive­nuto cit­ta­dino ita­liano, che la par­te­ci­pa­zione a nume­rosi talk-show tele­vi­sivi aveva reso anche un per­so­nag­gio pub­blico, Kha­led Fouad Allam è stato ritro­vato senza vita ieri mat­tina poco dopo mez­zo­giorno in un albergo a due passi dalla Sta­zione Ter­mini di Roma; per sta­bi­lire le cause del decesso, appa­ren­te­mente inspie­ga­bili è stata dispo­sta un’autopsia.
Sessant’anni, docente di Socio­lo­gia del mondo musul­mano e Sto­ria dei paesi isla­mici all’università di Trie­ste, [...] autore di nume­rose pub­bli­ca­zioni e molto pre­sente con pro­pri inter­venti anche sulla stampa, Kha­led Fouad Allam era stato tra i primi a cimen­tarsi, affian­cando ad un rigo­roso lavoro acca­de­mico lo spi­rito del divul­ga­tore, con il dif­fi­cile com­pito di spie­gare l’Islam e la sua cul­tura ad un paese troppo spesso abi­tuato ad accon­ten­tarsi di ste­reo­tipi e luo­ghi comuni. Nel clima infuo­cato del dopo-11 set­tem­bre aveva pre­stato il suo volto e le sue parole al ten­ta­tivo di man­te­nere aperta una porta alla rifles­sione e alla com­ples­sità delle vicende in atto, pur espri­mendo il rigetto e la con­danna più ferma nei con­fronti del fon­da­men­ta­li­smo armato. Par­tendo dall’esperienza vis­suta in par­ti­co­lare dall’Algeria fin dalla prima metà degli anni Novanta aveva cer­cato di descri­vere lo svi­luppo dell’Islam poli­tico jiha­di­sta, senza fare sconti alle respon­sa­bi­lità del mondo occi­den­tale, e dei regimi auto­ri­tari della sponda sud del Medi­ter­ra­neo, ma soprat­tutto senza sot­to­va­lu­tare la natura spe­ci­fica e del tutto ori­gi­nale di quanto stava avvenendo.
«Il vero pro­blema — aveva spie­gato nel 2002, al momento dell’uscita del suo L’Islam glo­bale (Riz­zoli), il suo testo più for­tu­nato poi tra­dotto nel resto d’Europa — è che sta dila­gando in una parte del mondo isla­mico una cul­tura della morte, legata sì a delle situa­zioni molto com­plesse ma non per que­sto meno peri­co­losa. Siamo di fronte allo svi­luppo di un nuovo tipo di ter­ro­ri­smo, dove il corpo non ha più alcun signi­fi­cato, anzi diventa uno stru­mento di distruzione».
In par­ti­co­lare, a pro­po­sito dei rife­ri­menti pseudo-religiosi spesso esi­biti dagli jiha­di­sti, lo stu­dioso aveva par­lato aper­ta­mente di «un “dirot­ta­mento” seman­tico del Corano». Uma­ni­sta con­vinto e fau­tore di un approc­cio laico ma rispet­toso al «fatto reli­gioso», insieme alle pub­bli­ca­zioni acca­de­mi­che, negli ultimi anni aveva dato alle stampe nume­rosi testi desti­nati al grande pub­blico, tra cui Let­tera a un kami­kaze (Riz­zoli), La soli­tu­dine dell’occidente (Riz­zoli) e L’islam spie­gato ai leghi­sti (Piemme), Il jiha­di­sta della porta accanto (Piemme). Eletto alla Camera nel 2006 per l’Ulivo, Fouad Allam aveva in seguito ade­rito al Par­tito Demo­cra­tico ed era mem­bro del Par­tito radi­cale transnazionale.

BIBLIOGRAFIA

Violenza e sacralità nella dinamica storica dell'islam, in "Politica internazionale", 1988. 
Identità e fondamentalismo, in "Politica internazionale", 1989.
Introduzione alla traduzione italiana di Bertrand Badie, I due stati. Società e potere in islam e occidente, a cura di Sergio Noja e Khaled Fouad Allam, Marietti, 1990. 
I nuovi paradigmi dell'islam militante. L'epopea acculturata dei predicatori islamisti, in "Religioni e società - Rivista di scienze sociali della religione", n.14, lug.-dic. 1992. 
Islam e sviluppo nel Maghreb, in AAVV, L'altra metà della luna. Capire l'islam contemporaneo, Marietti, 1993. 
Lo spazio europeo dell'islam, in AAVV, La città e il sacro, a cura di Franco Cardini, Scheiwiller, 1994. 
Aspects juridiques de l'intégration, in AAVV, Islams d'Europe. Intégration ou insertion communautaire?, a cura di Robert Bistolfi e François Zabbal, L'Aube, Parigi, 1995. 
Un esempio di islamologia applicata all'analisi semantica e strutturale dei programmi televisivi, in AAVV, Televisione e islam. Immagini e stereotipi dell'islam nella comunicazione italiana, a cura di Carlo Marletti e con introduzione di Francesco Gabrieli, RAI-Nuova ERI, 1995. 
L'islam contemporaneo, in AAVV, Storia delle religioni, vol.III: Le religioni dualiste e l'islam, a cura di Giovanni Filoramo, Laterza, 1995 (2ª edizione aggiornata e ampliata: in L’islam, a cura di G.Filoramo, Laterza, 1999).
voci enciclopediche: Arabi, Islam, Fondamentalismo islamico, Sciismo, Sufismo, Dervisci, in Enciclopedia dell'islam, del Dizionario di storiografia, Il Saggiatore-Mondadori, 1996. 
L'islam e L'incontro fra islam ed Europa, in Il mattino d'Europa. Il sigillo della profezia, a cura di Franco Cardini, Editoriale Giorgio Mondadori, 1998. 
L’Europa vista dall’islam, in La nuova Europa, Grande Dizionario Enciclopedico, Utet, 2000. 
L'Islam globale, Rizzoli, 2002 (tradotto e pubblicato in Germania da Wagenbach). 
L’innovazione come esperienza dei limiti, in Governare l’innovazione. La responsabilità etica, a cura di Giuseppe Ardrizzo, presentazione di Francesco Del Monte, Rubbettino editore, Soveria Mannelli, 2003. 
L’islam in Italia, in Libro dell’anno 2003, Istituto per l’Enciclopedia Italiana fondata da G. Treccani, Roma, 2003. 
La questione democratica nel mondo arabo, in “Aspenia” – rivista di Aspen Institute Italia, numero monografico dal titolo America Black and White, n.22, 2003. 
Lettera a un kamikaze, Rizzoli, 2004 (tradotto e pubblicato in Israele, Spagna e Germania).
Presentazione a: Roger Scruton, L’occidente e gli altri. La globalizzazione e la minaccia terroristica, Vita e Pensiero, Milano, 2004.
(con Marco Martiniello e Aluisi Tosolini) La città multiculturale. Identità Diversità Pluralità, Emi edizioni, Bologna, 2004.
Introduzione a: Il Corano, traduzione di Gabriel Mandel Khan con testo arabo a fronte, Utet, Torino, 2004.
Voce Islam, in International Encyclopedia of Sociology a cura di George Ritzer, Blackwell, USA, 2006. 
La solitudine dell’occidente, Rizzoli, Milano, 2006. 
Leggere il Corano nel deserto, a cura di Michele Alloni, ADV, Lugano, 2007.
Introduzione a: Maria Albano e Justo Lacunza Balda, Il nuovo Iraq e il Medio Oriente, Cantagalli, Siena, 2007. 
L’uso politico delle paure. Alcune riflessioni trasversali, in “Paradoxa”, gennaio-marzo 2008. 
Introduzione alle opere della fotografa iraniana Shirin Neshat, in “Arte contemporanea”, vol.5, febbraio 2008, Electa editrice, Milano.
Introduzione a: Abdelwahab Meddeb, Le controprediche, Cantagalli, Siena, 2009.
Prefazione a: AAVV, Un Hussein alla Casa Bianca, Cosa pensa il mondo arabo di Barack Obama, a cura di Donatella Della Ratta e Augusto Valeriani, Odoya, Bologna, 2009.
(con Mimmo Calopresti), Guida per difendersi dal razzismo. Dalla A alla Z, ed. Giudizio Universale, Torino, 2010. 
Non avrai altro Dio al di fuori di me, in Decalogo, numero monografico della rivista “Panta”, a cura di Massimo Donà e Raffaella Toffolo, n.29, 2010, Bompiani, Milano. 
Les nouvelles frontières symboliques de l’Europe. Les musulmans d’Italie entre Nord et Sud, in Religions et politique: séparations sous tension, numero monografico della rivista “Esprit”, n.2, febbraio 2011, Parigi. 
L’islam spiegato ai leghisti, Piemme, Milano, 2011. 
Saggio introduttivo e Conclusioni a: AAVV, Il terzo settore nel mondo arabo, Il Mulino, Bologna, 2012. 
Pensare l’economia nell’islam medievale, (introduzione all’opera) e traduzione di: Abu l-‘Abbas ‘Abdallah b.Amad al-‘Ibbiyani, Masa’il al-Samasira (Le questioni relative al mestiere dei sensali), Università di Bari, 2012.
A. Rihani, Il Libro di Khalid, illustrazioni originali di K. Gibran, traduzione e cura di F. Medici, prefazione di P. Branca, postfazione di K.F. Allam, Mesogea, Messina 2014.
Il jihadista della porta accanto. Isis, Occidente, Piemme, Milano 2014.

mercoledì 18 marzo 2015

Il jhadista della porta accanto

Khaled Fouad Allam intervistato da Alberto Laggia
Famiglia cristiana, 22 novembre 2014

















L’Occidente ha sottovalutato la minaccia dell’Isis, la sua capacità di proselitismo e la radicalizzazione dei giovani musulmani in Europa. «Mi stupisce che non si siano presi sul serio gli allarmi e le analisi degli esperti che da tempo mettevano in guardia dalla pericolosità di questo fenomeno, per molti aspetti nuovo».
Si sente un po’ come una Cassandra inascoltata Khaled Fouad Allam, sociologo, islamista ed esperto di questioni mediorientali. Nel suo ultimo libro Il jihadista della porta accanto (Piemme), cerca di fare luce su questa nuova forma di totalitarismo che si muove nella globalizzazione e spiega perché è destinata a fare sempre più seguaci tra le nuove generazioni nei nostri Paesi. Nel silenzio assordante dei Governi occidentali.
«Il terrorismo dell’Isis non ha nulla a che fare con i fenomeni della fine del ’900 e di questi ultimi anni. Questo è basato sulla destabilizzazione: vuole, cioè, creare con gli attentati e le decapitazioni la paura assoluta, la globalizzazione dell’orrore che metta a sua volta in moto un sistema di sicurezza così imponente e ossessivo da creare un’ansia sul piano mondiale».
E il jihadista della porta accanto?
«Può essere chiunque, islamico d’origine o convertito, caduto nelle trappole di qualche cattivo maestro. Perciò difficile da identificare anche perché adotta particolari tecniche di nascondimento. Ecco perché la prevenzione è assai più difficoltosa rispetto a quella che si faceva coi terroristi classici».
Che caratteristiche hanno i giovani che si arruolano nell’Isis?
«Ci sono due tipologie di aderenti: la prima, di cui faceva parte, ad esempio, Khaled Kelkal, il cosiddetto primo jihadista europeo, quel ragazzo franco-algerino giustiziato vicino a Lione dai gendarmi francesi, nel 1995. Era un giovane che si era ri-islamizzato in prigione. La seconda tipologia è il giovane che, al contrario, è del tutto integrato, che si avvicina, grazie alla Rete, alla cultura fondamentalista; cade nella trappola e diventa seguace di una logica eversiva. Internet in questo senso è un pericolo se non governato».
Perché attecchisce nella nostra società questo pensiero eversivo?
«Non c’è mai un solo fattore generante. Certo, la crisi economica può influire, perché marginalizza ancor più i giovani, ma non mi sembra la ragione decisiva. Tutto parte dalla caduta del Muro di Berlino, dalla crisi delle grandi ideologie e la fine delle utopie collettive. A questi ragazzi l’islam politico può apparire, nel vuoto ideologico creatosi quasi trent'anni fa e nella secolarizzazione, come una nuova forma di utopia e speranza collettiva».
Eravamo alcuni anni dopo la rivoluzione khomeinista…
«A partire da quella rivoluzione del 1979, l’islam politico ha lavorato contro tutto ciò che è di matrice occidentale, a iniziare dalle società democratiche. La democrazia è considerata “immondizia occidentale” da cui allontanarsi per tornare alla purezza delle origini. Attenzione che non a caso il testo del califfato si chiama “La promessa di Allah”».
Perché lo jihadismo è assai più pericoloso del fondamentalismo talebano e del movimento di Al Qaeda?
«Perché l’Isis è riuscito dove hanno fallito gli altri. Ha messo insieme gran parte dei movimenti fondamentalisti, e poi ha risolto l’equazione più ardua: passare da una realtà di contestazione a una vera e propria istituzione. L’Isis è un califfato, uno Stato a tutti gli effetti, sebbene non riconosciuto dalla comunità internazionale. E Stato vuol dire tante cose: un’amministrazione, un esercito e, diversamente da Al Qaeda, un perimetro in estensione, una struttura».
La strategia di contrasto solo con i bombardamenti aerei non basta…
«No, è necessaria la guerra tradizionale, cioè soldati che combattano strada per strada. Quello che stanno facendo i curdi ora».
Ma gli Stati occidentali hanno smesso di fare la guerra tradizionale...
«Però, citando un verso di Hölderlin, “là dove cresce il pericolo, cresce la salvezza”. Ma quel che serve di più, oggi, è un dialogo su basi nuove tra islam e Occidente. È un lavoro lungo, ma decisivo. Ne va dei futuri equilibri sociali, anche perché l’islam non è più lontano, ma è dentro le nostre società. Non è più ipotizzabile un atteggiamento da “conquistatore”. Ruolo importante in questo senso possono avere la Chiesa cattolica e il Papa e quanti nel mondo musulmano condividono i valori della democrazia. Ma bisogna aiutare questi intellettuali e non silenziarli come si fa oggi».
Non le pare che la politica ascolti poco queste voci?
«Sta accadendo quello che si è verificato con la questione ambientale. Per tanti anni la politica ha negato l’effetto serra, per poi accorgersi che gli esperti avevano ragione».