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martedì 7 ottobre 2025

Francia. La logica muscolare

Eric Jozsef
Crisi di governo in Francia, il Mattarella che manca a Parigi

La Stampa, 7 ottobre 2025

Emmanuel Macron ha messo la pistola sul tavolo. Il presidente della Repubblica francese ha dato al primo ministro dimissionario, Sébastien Lecornu, quarantotto ore per trovare una maggioranza e ha chiarito che, in caso di stallo, premerà il grilletto per sciogliere la Camera dei deputati. Si tratta di una minaccia diretta ai partiti. Nonché un’ammissione di fallimento per l’intera classe politica francese, che non è riuscita a tirarsi fuori dalla crisi imparando a scendere a compromessi. Parigi, stavolta, avrebbe dovuto guardare all’Italia.

La Francia annaspa oggi in una situazione politica mai sperimentata nella Quinta Repubblica: un’Assemblea Nazionale divisa in tre grandi gruppi (con tante divisioni al loro interno) nessuno dei quali capace di garantire una maggioranza, un parterre di partiti politici che rifiuta il compromesso ostinandosi a porre come condizione per governare l’attuazione degli elementi essenziali del proprio programma e, più in generale, una classe dirigente inadatta e fuori della realtà. 

Prova ne siano i repubblicani (post-gollisti) responsabili di aver provocato la crisi nella convinzione che ci fossero troppi macronisti al governo e i socialisti che, in cambio della prospettiva di non censurare il nuovo esecutivo, hanno semplicemente aumentato le loro richieste sulla questione delle pensioni e della tassazione dei più ricchi.

Dietro queste posizioni intransigenti e di parte si nasconde la prospettiva delle Presidenziali del 2027 (alle quali Emmanuel Macron non potrà ricandidarsi) che alimentano faide e ambizioni personali.

La responsabilità della crisi ricade però anche sui vertici dell’esecutivo. Il primo ministro dimissionario Lecornu, che aveva promesso una «rottura» con i governi precedenti, ha presentato domenica sera una squadra in linea del tutto con quella di François Bayrou, censurato il mese scorso. Su 18 ministri, ben 12 hanno mantenuto il loro incarico.

L’altro grande colpevole, ora spalle al muro nell’isolato Palazzo dell’Eliseo, è il presidente Macron, che nel giugno 2024 ha deciso di sciogliere la Camera - una scelta disastrosa come lui stesso ha riconosciuto - insistendo fino alla fine affinché il suo partito, Renaissance, forte di appena 91 deputati su 577, fosse il fondamento di qualsiasi governo. Minacciando ieri un altro scioglimento, Macron non si è discostato da questa logica politica muscolare. 

Non ha preso in considerazione la proposta del suo ex primo ministro Gabriel Attal di nominare un “negoziatore” per riunire i partiti politici attorno a un tavolo, cercare di elaborare un programma minimo di governo basato su compromessi e solo allora proporre il nome di un capo del governo.

Non ha voluto insomma prendere spunto dall’Italia, dove il presidente della Repubblica è un arbitro e non una sorta di monarca democratico che decide a piacimento chi designare al ruolo di primo ministro. Nelle prossime 48 ore, Sébastien Lecornu potrebbe svolgere questo ruolo di “negoziatore” e rinunciare ad essere il futuro primo ministro, ma la crisi è senza dubbio già molto profonda.

Un’altra soluzione “all’italiana” potrebbe essere la nomina all’ultimo minuto di un governo tecnico, almeno per il tempo necessario a far approvare la legge finanziaria, mettere a posto i conti e rassicurare gli ambienti finanziari. Politicamente discutibile, questo escamotage ha tirato più volte l’Italia fuori dalla crisi. Un esperimento che non è mai stato tentato in Francia.

Entrambe le soluzioni italiane – un negoziatore o un governo tecnico – implicherebbero un cambiamento radicale nella prassi politica francese. E oggi a Parigi questa prospettiva sembra impossibile. Fino a poco tempo fa però, pareva altrettanto impossibile che i titoli di Stato francesi potessero essere considerati più rischiosi di quelli italiani.

venerdì 20 giugno 2025

Il filo del dialogo


L'Orient Today
Quotidiano libanese

 DUBAI/CALGARY — L'inviato speciale degli Stati Uniti Steve Witkoff e il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araqchi hanno parlato al telefono diverse volte da quando Israele ha iniziato i suoi attacchi contro l'Iran la scorsa settimana, nel tentativo di trovare una soluzione diplomatica alla crisi, hanno detto tre diplomatici alla Reuters.

Secondo i diplomatici, che hanno chiesto di non essere identificati data la delicatezza della questione, Araqchi ha affermato che Teheran non avrebbe ripreso i negoziati a meno che Israele non avesse fermato gli attacchi, iniziati il ​​13 giugno.

Hanno affermato che i colloqui includevano una breve discussione su una proposta presentata dagli Stati Uniti all'Iran alla fine di maggio, volta a creare un consorzio regionale che arricchirebbe l'uranio al di fuori dell'Iran, un'offerta che Teheran ha finora rifiutato.

I funzionari statunitensi e iraniani non hanno risposto immediatamente alla richiesta di commento della Reuters sulla questione.

Le conversazioni telefoniche di questa settimana sono state le più significative da quando i due hanno iniziato i negoziati ad aprile. In quelle occasioni, in Oman e in Italia, i due uomini si erano scambiati brevi battute quando si incontravano dopo i colloqui indiretti.

Un diplomatico regionale vicino a Teheran ha affermato che Araqchi aveva detto a Witkoff che Teheran "potrebbe mostrare flessibilità sulla questione nucleare" se Washington facesse pressione su Israele affinché porre fine alla guerra.

Un diplomatico europeo ha dichiarato: "Araqchi ha detto a Witkoff che l'Iran era pronto a tornare ai colloqui sul nucleare, ma che non avrebbe potuto farlo se Israele avesse continuato a bombardare".

A parte brevi incontri dopo cinque round di colloqui indiretti da aprile per discutere della decennale controversia nucleare dell'Iran, Araqchi e Witkoff non avevano mai avuto contatti diretti in precedenza.

Un secondo diplomatico regionale che ha parlato con Reuters ha affermato che "la [prima] telefonata è stata avviata da Washington, che ha anche proposto una nuova offerta" per superare la situazione di stallo sulle linee rosse incompatibili.

Arricchimento dell'uranio

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump vuole che Teheran ponga fine all'arricchimento dell'uranio sul suo territorio, mentre la Guida suprema dell'Iran, l'ayatollah Ali Khamenei, ha affermato che il diritto di Teheran all'arricchimento non è negoziabile.

Trump ha tenuto nascoste le sue carte riguardo all'eventuale ordine alle forze statunitensi di unirsi alla campagna di bombardamenti israeliana, che, a suo dire, mira a distruggere il programma nucleare e le capacità balistiche dell'Iran. Ma Trump ha offerto un barlume di speranza sulla ripresa della diplomazia, affermando che i funzionari iraniani volevano recarsi a Washington per un incontro.

All'inizio di questa settimana, Trump aveva respinto le parole del presidente Emmanuel Macron, quando il leader francese aveva dichiarato che, durante un vertice in Canada, aveva detto ai leader del G7 che gli Stati Uniti avevano avanzato un'offerta per ottenere un cessate il fuoco e poi dare il via a discussioni più ampie.

I funzionari europei si sono coordinati con il Segretario di Stato americano Marco Rubio, anche lui presente al vertice del G7.

Gran Bretagna, Francia e Germania, note come E3 e firmatarie dell'accordo nucleare del 2015 tra le potenze mondiali e l'Iran, hanno tenuto domenica una chiamata ministeriale con Araqchi. I tre paesi e l'Unione Europea lo incontreranno venerdì a Ginevra, hanno dichiarato il portavoce del Ministero degli Esteri iraniano Esmaeil Baghaei e un funzionario dell'UE.

All'inizio della settimana, sia Rubio che Araqchi avevano parlato agli europei, in colloqui separati, di una possibile iniziativa diplomatica, hanno affermato tre diplomatici.

Un alto diplomatico europeo ha dichiarato che al G7 è emerso che Trump voleva che le operazioni terminassero molto rapidamente e che voleva che gli iraniani parlassero con lui, chiarendo al contempo che avrebbero dovuto accettare le sue richieste se volevano porre fine alla guerra.

Visti gli attacchi israeliani e la retorica di Trump, i diplomatici hanno affermato che l'Iran non è nella posizione di tenere colloqui pubblici con gli Stati Uniti, ma che un incontro con gli europei, come collegamento per cercare di far progredire la diplomazia, è ritenuto più realistico per Teheran.

Testo di John Irish e Parisa Hafezi Revisione di Gareth Jones.

sabato 7 dicembre 2024

Francia. La non censura

 


Charlotte BelaïchCaduta del governo: il PS ricevuto per consultazioni all'Eliseo, la sinistra divisa sui negoziati, Libération. 7 dicembre 2024

 A mezzogiorno Olivier Faure, Boris Vallaud e Patrick Kanner sono arrivati ​​all'Eliseo senza troppe illusioni. Ripercorrendo il loro incontro estivo con il presidente, il capo del PS e i presidenti dei gruppi socialisti all'Assemblea e al Senato hanno ripetuto che il risultato delle urne richiede un cambiamento di rotta politica. Interrogati da Emmanuel Macron sull'ipotesi di non censura del futuro governo, senza parteciparvi, i tre hanno rifiutato di addentrarsi in questo ambito, insistendo a chiedere la nomina di un primo ministro di sinistra.

In realtà non ci crede più nessuno. È presto per dirlo, ma ora c'è chi a sinistra si interroga sull'ipotesi di un accordo di non censura con un primo ministro del blocco centrale, senza partecipazione al governo. “Possiamo modulare il nostro potere di censura in base a ciò che propongono, con le linee rosse”, spiega un socialista . Non ricadiamo nella censura automatica degli insoumis affinché la Francia abbia un bilancio. Ma non ci abbasseremo i pantaloni. Loro devono andare alla cassa. Il nostro obiettivo è segnare dei punti. Non possiamo tornare indietro e dire che non abbiamo ottenuto nulla, altrimenti gli insoumis  avranno avuto ragione”.

La formula “nient'altro che il programma, tutto il programma”, affermata quest'estate da Jean-Luc Mélenchon, è molto lontana. Nel corso delle settimane, i socialisti hanno continuato a sottolineare la loro differenza con gli insoumis, preoccupati di vedere Mélenchon minare la sinistra, stanchi di comportarsi come se l’NFP fosse in maggioranza, convinti che bisogna trovare una via d’uscita dal blocco politico. Una parte della sinistra potrebbe quindi adottare una posizione simile a quella del Rn con il governo Barnier, senza censura a priori, a determinate condizioni. Il nuovo governo verrebbe quindi posto sotto sorveglianza da parte della sinistra. Se i sessanta deputati socialisti non approvassero una futura mozione di censura sostenuta dalla RN e dalla LFI, questa non otterrebbe la maggioranza dei voti.

Gli insoumis isolati dal resto della sinistra

Gli insoumis insistono, promettendo la censura su qualsiasi primo ministro diverso da Lucie Castets, che tuttavia si è ritirata. Concentrati sull’obiettivo di elezioni presidenziali anticipate, si sono affrettati a denunciare il "tradimento" socialista, sperando così di recuperare l’etichetta di PFN. Tuttavia si ritrovano isolati dal resto della sinistra, che si è mossa nel suo insieme. “Sono loro che non otterranno nulla, si indeboliscono e indeboliscono la capacità del PFN di ottenere qualcosa”, denuncia un eletto del PS. Anche gli ambientalisti si dicono aperti alla discussione. "La situazione richiede che tutti facciano un passo", dice Marine Tondelier, che ha parlato con François Bayrou e Edouard Philippe.

In una lettera indirizzata all'Eliseo, anche Fabien Roussel, segretario nazionale del Partito comunista francese, afferma di voler “come altri, sbloccare la situazione”. “Chiediamo al Presidente di guardare a sinistra dell’emiciclo. Lo mettiamo di fronte alle sue responsabilità. Non può dire che non sia possibile un dialogo con la sinistra, spiega a Libération. Abbiamo avanzato proposte che costituiscono la base di discussione. Poi giudicheremo in base alle prove. Dobbiamo dare risposte ai francesi, stabilità per la Francia ed evitare che il RN sia l’arbitro”. Estrema destra o sinistra, Emmanuel Macron deve scegliere.


Paul Taylor, Il compromesso è una parola sporca nella politica francese 
ma potrebbe essere l'unica speranza di Emmanuel Macron

The Guardian, 6 dicembre 2024

In un paese senza cultura del compromesso, anche negoziare con l'altra parte è spesso definito tradimento. Un compromesso tra centristi, socialisti e Les Républicains potrebbe dare alla Francia un governo stabile per un po', ma altrettanto probabilmente potrebbe aprire una strada per Le Pen per marciare nel palazzo dell'Eliseo nel 2027 o prima.

giovedì 5 dicembre 2024

Macron fuori gioco



Il presidente Emmanuel Macron ha parlato stasera ai francesi. Ha detto alcune cose, mentre non è stato chiaro su un punto di primaria importanza. Vediamo le affermazioni significative: a)non ho l'intenzione di dimettermi lungo il percorso, sono deciso a portare a termine il mio mandato; ha delineato un'area di governo chiamando in causa i partiti disposti a un compromesso maggioritario dai macroniani ai socialisti. Per il resto ha mostrato di guardare a "un governo di interesse generale". Espressione quanto mai vaga e vuota. Nessun accenno è stato fatto ai termini eventuali del compromesso. A quanto pare, per il presidente della Repubblica francese, il problema da risolvere è costituito dall'allargamento del consenso alle politiche da lui stesso promosse. In tal senso, la forza chiamata a dare il suo contributo al mantenimento degli equilibri parlamentari è costituita dal partito socialista. Ed ecco il punto oscuro: non si capisce perché un partito di sinistra (sia pure moderata) dovrebbe mettersi al servizio di scelte impopolari, respinte dall'elettorato. Macron e i suoi hanno perso le elezioni per questo. Hanno evitato la catastrofe grazie all'alleanza con la sinistra (tutta la sinistra). E ora vorrebbero stabilire chi è degno di sedere al tavolo delle trattative e chi no. Dopo che essi stessi hanno dato vita a una alleanza di fatto con il Rassemblement national di Marine Le Pen. E non dicono quali concessioni sono disposti a fare. Con premesse del genere, la ripetizione del fallimento sperimentato da Barnier è scontata. Altra cosa sarebbe l'apertura di una vera trattativa senza ultimatum e senza esclusioni preventive. Questo è il nodo non sciolto dopo le dimissioni di Barnier. Sarà in grado di scioglierlo il primo ministro che "nei prossimi giorni" dovrebbe ricevere l'incarico di formare un nuovo governo? Staremo a vedere.  

 ll presidente francese Emmanuel Macron ha escluso di dimettersi: "Onorerò il
mandato al quale mi hanno eletto i francesi fino all'ultimo giorno", ha detto nell'intervento in tv ai francesi dopo la sfiducia al governo Barnier.

 La responsabilità della caduta del governo Barnier e della mancata manovra "non è mia, ma del parlamento". 

"Sono stato eletto democraticamente per un mandato di 5 anni e resterò fino alla fine", ha detto Macron.

  Macron, ha annunciato in tv che "una legge speciale sarà presentata entro metà dicembre in Parlamento, una legge temporanea che consentirà, come previsto dalla Costituzione, la continuità dei servizi pubblici e della vita del paese". Macron ha aggiunto che tale legge speciale "applicherà per il 2025 le scelte del 2024" in tema di manovra finanziaria.

   Macron ha annunciato anche che costituirà "un governo di interesse generale" dopo la caduta di quello di Michel Barnier. "Incaricherò nei prossimi giorni un primo ministro - ha detto in tv rivolto ai francesi - di formare un governo di interesse generale. Il premier dovrà fare consultazioni e formare un governo ristretto al vostro servizio", composto dall'insieme delle forze politiche disponibili a non sfiduciarlo.

   Macron ha affermato che Michel Barnier "è stato sfiduciato perché l'estrema destra e l'estrema sinistra si sono unite". "Nonostante le concessioni fatte da Michel Barnier a tutti i gruppi parlamentari", secondo Macron, il governo "è stato sfiduciato perché estrema destra ed estrema sinistra si sono unite in un fronte antirepubblicano". E, diretto ai socialisti, ha aggiunto che "delle forze che governavano fino a ieri la Francia, hanno scelto di aiutarli". (ANSA)


Bruno Gravagnuolo, Il pasticcio francese di Macron

... Macron è stato ondivago, dalla pseudo autonomia da Euro-NATO, alle truppe in Ucraina, e poi alle smentite. Ormai non conta più ed è in scadenza pronto per esser cotto allo spiedo dal Fronte Nazionale. Triste fine di un ex socialista trasformista di centro apprendista stregone, che spaccò la sinistra e ottenne il contrario di ciò che sognava, ovvero la radicalità destra contro sinistra.

lunedì 22 aprile 2013

Il discorso di Napolitano

Signora Presidente, onorevoli deputati, onorevoli senatori, signori delegati delle Regioni, lasciatemi innanzitutto esprimere – insieme con un omaggio che in me viene da molto lontano alle istituzioni che voi rappresentate – la gratitudine che vi debbo per avermi con così largo suffragio eletto Presidente della Repubblica. È un segno di rinnovata fiducia che raccolgo comprendendone il senso, anche se sottopone a seria prova le mie forze : e apprezzo in modo particolare che mi sia venuto da tante e tanti nuovi eletti in Parlamento, che appartengono a una generazione così distante, e non solo anagraficamente, dalla mia.
So che in tutto ciò si è riflesso qualcosa che mi tocca ancora più profondamente : e cioè la fiducia e l’affetto che ho visto in questi anni crescere verso di me e verso l’istituzione che rappresentavo tra grandi masse di cittadini, di italiani – uomini e donne di ogni età e di ogni regione – a cominciare da quanti ho incontrato nelle strade, nelle piazze, nei più diversi ambiti sociali e culturali, per rivivere insieme il farsi della nostra unità nazionale.
Come voi tutti sapete, non prevedevo di tornare in quest’aula per pronunciare un nuovo giuramento e messaggio da Presidente della Repubblica.
Avevo già nello scorso dicembre pubblicamente dichiarato di condividere l’autorevole convinzione che la non rielezione, al termine del settennato, è “l’alternativa che meglio si conforma al nostro modello costituzionale di Presidente della Repubblica”. Avevo egualmente messo l’accento sull’esigenza di dare un segno di normalità e continuità istituzionale con una naturale successione nell’incarico di Capo dello Stato.
A queste ragioni e a quelle più strettamente personali, legate all’ovvio dato dell’età, se ne sono infine sovrapposte altre, rappresentatemi – dopo l’esito nullo di cinque votazioni in quest’aula di Montecitorio, in un clima sempre più teso – dagli esponenti di un ampio arco di forze parlamentari e dalla quasi totalità dei Presidenti delle Regioni. Ed è vero che questi mi sono apparsi particolarmente sensibili alle incognite che possono percepirsi al livello delle istituzioni locali, maggiormente vicine ai cittadini, benché ora alle prese con pesanti ombre di corruzione e di lassismo. Istituzioni che ascolto e rispetto, Signori delegati delle Regioni, in quanto portatrici di una visione non accentratrice dello Stato, già presente nel Risorgimento e da perseguire finalmente con serietà e coerenza.
È emerso da tali incontri, nella mattinata di sabato, un drammatico allarme per il rischio ormai incombente di un avvitarsi del Parlamento in seduta comune nell’inconcludenza, nella impotenza ad adempiere al supremo compito costituzionale dell’elezione del Capo dello Stato. Di qui l’appello che ho ritenuto di non poter declinare – per quanto potesse costarmi l’accoglierlo – mosso da un senso antico e radicato di identificazione con le sorti del paese.
La rielezione, per un secondo mandato, del Presidente uscente, non si era mai verificata nella storia della Repubblica, pur non essendo esclusa dal dettato costituzionale, che in questo senso aveva lasciato – come si è significativamente notato – “schiusa una finestra per tempi eccezionali”. Ci siamo dunque ritrovati insieme in una scelta pienamente legittima, ma eccezionale. Perché senza precedenti è apparso il rischio che ho appena richiamato : senza precedenti e tanto più grave nella condizione di acuta difficoltà e perfino di emergenza che l’Italia sta vivendo in un contesto europeo e internazionale assai critico e per noi sempre più stringente.
Bisognava dunque offrire, al paese e al mondo, una testimonianza di consapevolezza e di coesione nazionale, di vitalità istituzionale, di volontà di dare risposte ai nostri problemi : passando di qui una ritrovata fiducia in noi stessi e una rinnovata apertura di fiducia internazionale verso l’Italia.
È a questa prova che non mi sono sottratto. Ma sapendo che quanto è accaduto qui nei giorni scorsi ha rappresentato il punto di arrivo di una lunga serie di omissioni e di guasti, di chiusure e di irresponsabilità. Ne propongo una rapida sintesi, una sommaria rassegna. Negli ultimi anni, a esigenze fondate e domande pressanti di riforma delle istituzioni e di rinnovamento della politica e dei partiti – che si sono intrecciate con un’acuta crisi finanziaria, con una pesante recessione, con un crescente malessere sociale – non si sono date soluzioni soddisfacenti : hanno finito per prevalere contrapposizioni, lentezze, esitazioni circa le scelte da compiere, calcoli di convenienza, tatticismi e strumentalismi. Ecco che cosa ha condannato alla sterilità o ad esiti minimalistici i confronti tra le forze politiche e i dibattiti in Parlamento.
Quel tanto di correttivo e innovativo che si riusciva a fare nel senso della riduzione dei costi della politica, della trasparenza e della moralità nella vita pubblica è stato dunque facilmente ignorato o svalutato : e l’insoddisfazione e la protesta verso la politica, i partiti, il Parlamento, sono state con facilità (ma anche con molta leggerezza) alimentate e ingigantite da campagne di opinione demolitorie, da rappresentazioni unilaterali e indiscriminate in senso distruttivo del mondo dei politici, delle organizzazioni e delle istituzioni in cui essi si muovono. Attenzione : quest’ultimo richiamo che ho sentito di dover esprimere non induca ad alcuna autoindulgenza, non dico solo i corresponsabili del diffondersi della corruzione nelle diverse sfere della politica e dell’amministrazione, ma nemmeno i responsabili di tanti nulla di fatto nel campo delle riforme.
Imperdonabile resta la mancata riforma della legge elettorale del 2005. Ancora pochi giorni fa, il Presidente Gallo ha dovuto ricordare come sia rimasta ignorata la raccomandazione della Corte Costituzionale a rivedere in particolare la norma relativa all’attribuzione di un premio di maggioranza senza che sia raggiunta una soglia minima di voti o di seggi.
La mancata revisione di quella legge ha prodotto una gara accanita per la conquista, sul filo del rasoio, di quell’abnorme premio, il cui vincitore ha finito per non riuscire a governare una simile sovra-rappresentanza in Parlamento. Ed è un fatto, non certo imprevedibile, che quella legge ha provocato un risultato elettorale di difficile governabilità, e suscitato nuovamente frustrazione tra i cittadini per non aver potuto scegliere gli eletti.
Non meno imperdonabile resta il nulla di fatto in materia di sia pur limitate e mirate riforme della seconda parte della Costituzione, faticosamente concordate e poi affossate, e peraltro mai giunte a infrangere il tabù del bicameralismo paritario. Molto si potrebbe aggiungere, ma mi fermo qui, perché su quei temi specifici ho speso tutti i possibili sforzi di persuasione, vanificati dalla sordità di forze politiche che pure mi hanno ora chiamato ad assumere un ulteriore carico di responsabilità per far uscire le istituzioni da uno stallo fatale. Ma ho il dovere di essere franco : se mi troverò di nuovo dinanzi a sordità come quelle contro cui ho cozzato nel passato, non esiterò a trarne le conseguenze dinanzi al paese.
Non si può più, in nessun campo, sottrarsi al dovere della proposta, alla ricerca della soluzione praticabile, alla decisione netta e tempestiva per le riforme di cui hanno bisogno improrogabile per sopravvivere e progredire la democrazia e la società italiana.
Parlando a Rimini a una grande assemblea di giovani nell’agosto 2011, volli rendere esplicito il filo ispiratore delle celebrazioni del 150° della nascita del nostro Stato unitario : l’impegno a trasmettere piena coscienza di “quel che l’Italia e gli italiani hanno mostrato di essere in periodi cruciali del loro passato”, e delle “grandi riserve di risorse umane e morali, d’intelligenza e di lavoro di cui disponiamo”. E aggiunsi di aver voluto così suscitare orgoglio e fiducia “perché le sfide e le prove che abbiamo davanti sono più che mai ardue, profonde e di esito incerto. Questo ci dice la crisi che stiamo attraversando. Crisi mondiale, crisi europea, e dentro questo quadro l’Italia, con i suoi punti di forza e con le sue debolezze, con il suo bagaglio di problemi antichi e recenti, di ordine istituzionale e politico, di ordine strutturale, sociale e civile.”
Ecco, posso ripetere quelle parole di un anno e mezzo fa, sia per sollecitare tutti a parlare il linguaggio della verità – fuori di ogni banale distinzione e disputa tra pessimisti e ottimisti – sia per introdurre il discorso su un insieme di obbiettivi in materia di riforme istituzionali e di proposte per l’avvio di un nuovo sviluppo economico, più equo e sostenibile.
È un discorso che – anche per ovvie ragioni di misura di questo mio messaggio – posso solo rinviare ai documenti dei due gruppi di lavoro da me istituiti il 30 marzo scorso. Documenti di cui non si può negare – se non per gusto di polemica intellettuale – la serietà e concretezza. Anche perché essi hanno alle spalle elaborazioni sistematiche non solo delle istituzioni in cui operano i componenti dei due gruppi, ma anche di altre istituzioni e associazioni qualificate. Se poi si ritiene che molte delle indicazioni contenute in quei testi fossero già acquisite, vuol dire che è tempo di passare, in sede politica, ai fatti; se si nota che, specie in materia istituzionale, sono state lasciate aperte diverse opzioni su varii temi, vuol dire che è tempo di fare delle scelte conclusive. E si può, naturalmente, andare anche oltre, se si vuole, con il contributo di tutti.
Vorrei solo formulare, a commento, due osservazioni. La prima riguarda la necessità che al perseguimento di obbiettivi essenziali di riforma dei canali di partecipazione democratica e dei partiti politici, e di riforma delle istituzioni rappresentative, dei rapporti tra Parlamento e governo, tra Stato e Regioni, si associ una forte attenzione per il rafforzamento e rinnovamento degli organi e dei poteri dello Stato. A questi sono stato molto vicino negli ultimi sette anni, e non occorre perciò che rinnovi oggi un formale omaggio, si tratti di forze armate o di forze dell’ordine, della magistratura o di quella Corte che è suprema garanzia di costituzionalità delle leggi. Occorre grande attenzione di fronte a esigenze di tutela della libertà e della sicurezza da nuove articolazioni criminali e da nuove pulsioni eversive, e anche di fronte a fenomeni di tensione e disordine nei rapporti tra diversi poteri dello Stato e diverse istituzioni costituzionalmente rilevanti.
Né si trascuri di reagire a disinformazioni e polemiche che colpiscono lo strumento militare, giustamente avviato a una seria riforma, ma sempre posto, nello spirito della Costituzione, a presidio della partecipazione italiana – anche col generoso sacrificio di non pochi nostri ragazzi – alle missioni di stabilizzazione e di pace della comunità internazionale.
La seconda osservazione riguarda il valore delle proposte ampiamente sviluppate nel documento da me già citato, per “affrontare la recessione e cogliere le opportunità” che ci si presentano, per “influire sulle prossime opzioni dell’Unione Europea”, “per creare e sostenere il lavoro”, “per potenziare l’istruzione e il capitale umano, per favorire la ricerca, l’innovazione e la crescita delle imprese”.
Nel sottolineare questi ultimi punti, osservo che su di essi mi sono fortemente impegnato in ogni sede istituzionale e occasione di confronto, e continuerò a farlo. Essi sono nodi essenziali al fine di qualificare il nostro rinnovato e irrinunciabile impegno a far progredire l’Europa unita, contribuendo a definirne e rispettarne i vincoli di sostenibilità finanziaria e stabilità monetaria, e insieme a rilanciarne il dinamismo e lo spirito di solidarietà, a coglierne al meglio gli insostituibili stimoli e benefici.
E sono anche i nodi – innanzitutto, di fronte a un angoscioso crescere della disoccupazione, quelli della creazione di lavoro e della qualità delle occasioni di lavoro – attorno a cui ruota la grande questione sociale che ormai si impone all’ordine del giorno in Italia e in Europa.
È la questione della prospettiva di futuro per un’intera generazione, è la questione di un’effettiva e piena valorizzazione delle risorse e delle energie femminili. Non possiamo restare indifferenti dinanzi a costruttori di impresa e lavoratori che giungono a gesti disperati, a giovani che si perdono, a donne che vivono come inaccettabile la loro emarginazione o subalternità.
Volere il cambiamento, ciascuno interpretando a suo modo i consensi espressi dagli elettori, dice poco e non porta lontano se non ci si misura su problemi come quelli che ho citato e che sono stati di recente puntualizzati in modo obbiettivo, in modo non partigiano. Misurarsi su quei problemi perché diventino programma di azione del governo che deve nascere e oggetti di deliberazione del Parlamento che sta avviando la sua attività. E perché diventino fulcro di nuovi comportamenti collettivi, da parte di forze – in primo luogo nel mondo del lavoro e dell’impresa – che “appaiono bloccate, impaurite, arroccate in difesa e a disagio di fronte all’innovazione che è invece il motore dello sviluppo”. Occorre un’apertura nuova, un nuovo slancio nella società ; occorre un colpo di reni, nel Mezzogiorno stesso, per sollevare il Mezzogiorno da una spirale di arretramento e impoverimento.
Il Parlamento ha di recente deliberato addirittura all’unanimità il suo contributo su provvedimenti urgenti che al governo Monti ancora in carica toccava adottare, e che esso ha adottato, nel solco di uno sforzo di politica economico- finanziaria ed europea che meriterà certamente un giudizio più equanime, quanto più si allontanerà il clima dello scontro elettorale e si trarrà il bilancio del ruolo acquisito nel corso del 2012 in seno all’Unione europea.
Apprezzo l’impegno con cui il movimento largamente premiato dal corpo elettorale come nuovo attore politico-parlamentare ha mostrato di volersi impegnare alla Camera e al Senato, guadagnandovi il peso e l’influenza che gli spetta : quella è la strada di una feconda, anche se aspra, dialettica democratica e non quella, avventurosa e deviante, della contrapposizione tra piazza e Parlamento. Non può, d’altronde, reggere e dare frutti neppure una contrapposizione tra Rete e forme di organizzazione politica quali storicamente sono da ben più di un secolo e ovunque i partiti.
La Rete fornisce accessi preziosi alla politica, inedite possibilità individuali di espressione e di intervento politico e anche stimoli all’aggregazione e manifestazione di consensi e di dissensi. Ma non c’è partecipazione realmente democratica, rappresentativa ed efficace alla formazione delle decisioni pubbliche senza il tramite di partiti capaci di rinnovarsi o di movimenti politici organizzati, tutti comunque da vincolare all’imperativo costituzionale del “metodo democratico”.
Le forze rappresentate in Parlamento, senza alcuna eccezione, debbono comunque dare ora – nella fase cruciale che l’Italia e l’Europa attraversano – il loro apporto alle decisioni da prendere per il rinnovamento del paese. Senza temere di convergere su delle soluzioni, dal momento che di recente nelle due Camere non si è temuto di votare all’unanimità. Sentendo voi tutti – onorevoli deputati e senatori – di far parte dell’istituzione parlamentare non come esponenti di una fazione ma come depositari della volontà popolare. C’è da lavorare concretamente, con pazienza e spirito costruttivo, spendendo e acquisendo competenze, innanzitutto nelle Commissioni di Camera e Senato. Permettete che ve lo dica uno che entrò qui da deputato all’età di 28 anni e portò giorno per giorno la sua pietra allo sviluppo della vita politica democratica.
Lavorare in Parlamento sui problemi scottanti del paese non è possibile se non nel confronto con un governo come interlocutore essenziale sia della maggioranza sia dell’opposizione. A 56 giorni dalle elezioni del 24-25 febbraio – dopo che ci si è dovuti dedicare all’elezione del Capo dello Stato – si deve senza indugio procedere alla formazione dell’Esecutivo. Non corriamo dietro alle formule o alle definizioni di cui si chiacchiera. Al Presidente non tocca dare mandati, per la formazione del governo, che siano vincolati a qualsiasi prescrizione se non quella voluta dall’art. 94 della Costituzione : un governo che abbia la fiducia delle due
Camere. Ad esso spetta darsi un programma, secondo le priorità e la prospettiva temporale che riterrà opportune.
E la condizione è dunque una sola : fare i conti con la realtà delle forze in campo nel Parlamento da poco eletto, sapendo quali prove aspettino il governo e quali siano le esigenze e l’interesse generale del paese. Sulla base dei risultati elettorali – di cui non si può non prendere atto, piacciano oppur no – non c’è partito o coalizione (omogenea o presunta tale) che abbia chiesto voti per governare e ne abbia avuti a sufficienza per poterlo fare con le sole sue forze. Qualunque prospettiva si sia presentata agli elettori, o qualunque patto – se si preferisce questa espressione – si sia stretto con i propri elettori, non si possono non fare i conti con i risultati complessivi delle elezioni. Essi indicano tassativamente la necessità di intese tra forze diverse per far nascere e per far vivere un governo oggi in Italia, non trascurando, su un altro piano, la esigenza di intese più ampie, e cioè anche tra maggioranza e opposizione, per dare soluzioni condivise a problemi di comune responsabilità istituzionale.
D’altronde, non c’è oggi in Europa nessun paese di consolidata tradizione democratica governato da un solo partito – nemmeno più il Regno Unito – operando dovunque governi formati o almeno sostenuti da più partiti, tra loro affini o abitualmente distanti e perfino aspramente concorrenti. Il fatto che in Italia si sia diffusa una sorta di orrore per ogni ipotesi di intese, alleanze, mediazioni, convergenze tra forze politiche diverse, è segno di una regressione, di un diffondersi dell’idea che si possa fare politica senza conoscere o riconoscere le complesse problematiche del governare la cosa pubblica e le implicazioni che ne discendono in termini, appunto, di mediazioni, intese, alleanze politiche. O forse tutto questo è più concretamente il riflesso di un paio di decenni di contrapposizione – fino allo smarrimento dell’idea stessa di convivenza civile – come non mai faziosa e aggressiva, di totale incomunicabilità tra schieramenti politici concorrenti.
Lo dicevo già sette anni fa in quest’aula, nella medesima occasione di oggi, auspicando che fosse finalmente vicino “il tempo della maturità per la democrazia dell’alternanza” : che significa anche il tempo della maturità per la ricerca di soluzioni di governo condivise quando se ne imponga la necessità. Altrimenti, si dovrebbe prendere atto dell’ingovernabilità, almeno nella legislatura appena iniziata.
Ma non è per prendere atto di questo che ho accolto l’invito a prestare di nuovo giuramento come Presidente della Repubblica. L’ho accolto anche perché l’Italia si desse nei prossimi giorni il governo di cui ha bisogno. E farò a tal fine ciò che mi compete : non andando oltre i limiti del mio ruolo costituzionale, fungendo tutt’al più, per usare un’espressione di scuola, “da fattore di coagulazione”. Ma tutte le forze politiche si prendano con realismo le loro responsabilità : era questa la posta implicita dell’appello rivoltomi due giorni or sono.
Mi accingo al mio secondo mandato, senza illusioni e tanto meno pretese di amplificazione “salvifica” delle mie funzioni ; eserciterò piuttosto con accresciuto senso del limite, oltre che con immutata imparzialità, quelle che la Costituzione mi attribuisce. E lo farò fino a quando la situazione del paese e delle istituzioni me lo suggerirà e comunque le forze me lo consentiranno. Inizia oggi per me questo non previsto ulteriore impegno pubblico in una fase di vita già molto avanzata ; inizia per voi un lungo cammino da percorrere, con passione, con rigore, con umiltà. Non vi mancherà il mio incitamento e il mio augurio.
Viva il Parlamento! Viva la Repubblica! Viva l’Italia!

L'omaggio del quotidiano belga Le Soir a Giorgio Napolitano
Béatrice Delvaux

E' bene guardare quest'uomo, un po' incurvato, elegantissimo nella sua camicia bianca con gemelli, il viso consumato, con quattro fogli di carta nelle mani che tremano leggermente. Ispira il rispetto, suscita l'ammirazione. Dà una lezione agli uomini politici in preda all'irragionevolezza. Offre soprattutto alla storia un'incarnazione del senso dello Stato. A quelli che chiederanno ciò che è “un uomo di Stato„, si potrà mostrare l'immagine di questo vecchio uomo di 87 anni, di fronte al Parlamento italiano, applaudito da quelli che inchioda alla gogna. Non c'è un momento più forte in questa giornata particolare, né un momento più vergognoso per coloro ai quali si rivolge, se non quando Giorgio Napolitano, nuovo presidente italiano, commosso dall'affezione crescente di cui si sente l'oggetto, colpisce: “Ho ritenuto di non poter declinare. Ma ci sono stati troppi errori, sciocchezze e irresponsabilità delle forze politiche. I vostri applausi non devono indurre alcuna autoindulgenza. Calcoli di convenienza, tatticismi e strumentalismi vi hanno portato alla sterilità ed al blocco del Parlamento.„ Ricordate questo momento: ha appena reso il suo onore all'Italia. Con la grazia di un vecchio uomo spinto dalla follia che si è impadronita della classe politica del suo paese, a riprendere servizio “fino a che le sue forze glielo permetteranno„. Al sacrificio della sua vita dunque, mentre tanto altri in questo Parlamento non sono pronti a nulla sacrificare. La rabbia fredda di Giorgio Napolitano non è senza ricordare la congestione di Albert II, quando il presidente italiano richiama questo ABC della politica: “Un governo è più importante del rifiuto di un'alleanza.„ Ci sono stati tempi di caos fa in cui l'uomo “provvidenziale„ portava un'uniforme militare e puniva la democrazia schiacciandola. E' invece doveroso rendere omaggio a quei tempi in cui individui armati del solo amore del loro paese, del senso dello Stato e della democrazia salvano il loro paese. Perché è di questo che si tratta.
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Il faut regarder cet homme, un peu voûté, élégantissime dans sa chemise blanche avec boutons de manchette, le visage usé, avec, dans ses mains légèrement tremblantes, quelques feuilles de papier. Il inspire le respect, il suscite l’admiration. Il donne une leçon aux hommes politiques pris de déraison. Il offre surtout à l’Histoire une incarnation du sens de l’État. A ceux qui demanderont ce qu’est un « Homme d’État », on pourra montrer l’image de ce vieil homme de 87 ans, face au Parlement italien, acclamé par ceux qu’il cloue au pilori. Il n’y a pas de moment plus fort dans cette journée particulière, et pas de moment plus honteux pour ceux auxquels il s’adresse, que lorsque Giorgio Napolitano, nouveau président italien, ému par l’affection croissante dont il se sent l’objet, assène : « Je ne pouvais décliner. Mais il y a eu trop d’erreurs, de bêtises et d’irresponsabilités des forces politiques. Vos applaudissements ne doivent induire aucune auto-indulgence. La tactique, le cynisme et l’instrumentalisation vous ont portés à la stérilité et au blocage du Parlement. »
Rappelez-vous ce moment : il vient de rendre son honneur à l’Italie. Par la grâce d’un vieil homme poussé, par la folie qui s’est emparée de la classe politique de son pays, à reprendre du service « jusqu’à ce que ses forces le lui permettront ». Au sacrifice de sa vie donc, alors que tant d’autres dans ce Parlement-là ne sont prêts à rien sacrifier.
La colère froide de Giorgio Napolitano n’est pas sans rappeler le coup de sang d’Albert II, lorsque le président italien en appelle à ce b.a.-ba politique : «Un gouvernement est plus important que le refus d’une alliance.»
Il y eut des temps de chaos où l’homme « providentiel » portait un costume militaire et punissait la démocratie en l’écrasant. On se doit donc de saluer ceux où des individus armés du seul amour de leur pays, du sens de l’Etat et de la démocratie sauvent leur pays. Car c’est de cela qu’il s‘agit.