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lunedì 6 aprile 2026

Il fascino discreto dell'astrologia

 

Arianna Montanari
Perché l'oroscopo ha tanto successo
Il Post, 4 aprile 2026

Mia nonna l’oroscopo lo guardava sempre. Sul tavolino del salotto si accumulavano riviste di gossip e magazine femminili, e lei ogni settimana consultava le ultime pagine per scoprire cosa sarebbe successo allo Scorpione. Mio nonno le diceva che erano tutte fesserie, lei rispondeva: «Dici così perché sei della Vergine».

Non era l’unica, in famiglia, a leggere l’oroscopo – mio cugino e io sbirciavamo sempre quello della Gazzetta, che parlava di sesso ammiccando al lettore come uno zio ubriaco alle cene di famiglia – ma era l’unica che, attraverso un sillogismo che non riteneva di dover giustificare, tracciava una linearità deterministica tra i segni zodiacali e i temperamenti – di più, la moralità – delle persone. «Giusto perché sei mia nipote», mi diceva, «ma coi Gemelli preferirei non avere a che fare, tutti bugiardi».

Mia nonna credeva all’oroscopo con la stessa cristallina certezza con cui credeva nella volontà di Dio o nella forza di gravità, con la differenza che una buona congiuntura astrale poteva essere incoraggiante quando c’era da puntare qualcosa sulla ruota di Napoli. Ma sebbene ci credesse, non vi dedicava in realtà più di qualche minuto alla settimana. Giusto il tempo di confrontare le diverse previsioni e scegliere la più affidabile – che era poi sempre anche la più fortunata.

Io che invece non ci credo, che vedo chiaramente quanto non possa esserci alcun legame fra il movimento degli astri e il mio minuscolo destino personale, ho due app che ogni mattina mi inviano una notifica per dirmi come andrà la giornata: so che mi innamoro di intellettuali o sedicenti tali perché ho Venere in Gemelli, che Marte in Cancro mi rende svagata e inconcludente, che il Medio Cielo – ancora non ho capito bene cos’è, ma pazienza – ce l’ho in Ariete. Ho regalato analisi del quadro astrale, speso dei soldi per verificare le affinità di coppia nelle succitate app, non so dire quanti meme sull’oroscopo ho condiviso negli ultimi anni e ho almeno tre magliette che esibiscono sul petto la costellazione del mio segno.

L’astrologia è, fra le cose in cui crediamo di meno, quella di cui parliamo di più. È stato Rob Brezsny, una quindicina di anni fa, a liberarla dall’aura di creduloneria superstiziosa che si era portata dietro fino ad allora. Brezsny aveva una bella penna, anche poetica, e offriva suggestioni su come guardare il mondo, più che previsioni su ciò che sarebbe successo. Il suo oroscopo veniva pubblicato su Internazionale, quindi non c’era da vergognarsi a leggerlo o condividerlo sui social. Da quel momento, più o meno verso la fine degli anni ’00, l’astrologia è diventata prima un guilty pleasure, poi un argomento di conversazione sempre più interessante e autorevole, buono per rispondere a interrogativi e inquietudini, ma soprattutto per dire qualcosa su chi siamo, per codificare un carattere – spesso, il nostro – che non finisce mai di incuriosirci.

Rob Brezsny nella sua foto più famosa (via Wikimedia)

Non serve una laurea in fisica per rendersi conto che non c’è nessun legame fra le rotazioni celesti e la tenuta delle nostre relazioni o la fortuna durante un colloquio di lavoro: il pensiero magico non appartiene più al nostro mondo, abbiamo bisogno di dati chiari per credere a qualcosa. Eppure.

Negli ultimi vent’anni l’astrologia, disciplina complessissima come solo le scienze inesatte possono essere, è di certo diventata più accessibile – basta inserire i dati online per avere il nostro quadro astrale, non serve più un astrologo con compasso e righello – ed è pressoché scomparsa la domanda «Ma tu, ci credi all’oroscopo?», perché sembra che un po’ tutti, fra millennial e gen Z, in un modo più o meno vago, in un modo che evita accuratamente l’analisi delle fonti e non si interroga sulla verificabilità delle sue prescrizioni, tutti, in qualche modo, più o meno per gioco, ci credano.

In una scena dell’ultima stagione di Girls, Hannah, la protagonista, indecisa su una questione piuttosto importante, sbotta: «Non c’è qualcuno che possa dirmi che cosa devo fare, ma in modo che sembri una mia idea?».

Credo che il rinascimento astrologico che stiamo vivendo abbia molto a che fare con la fatica di una generazione che non crede in Dio (quantomeno, non nel Dio che offre precetti di condotta morale e conduce le esistenze), che gode di una libertà inaudita e ha messo in discussione tutto il cursus honorum dell’età adulta, nella convinzione che tutto sia ottimizzabile, e in nostro potere.

Misuriamo la qualità del nostro sonno con lo smartwatch, portiamo con noi checklist dettagliatissime al primo appuntamento, disponiamo di spiegazioni biochimiche per ogni nostra emozione (mi raccomando, controllare i livelli di cortisolo e verificare le scorte di vitamina D) e sul lettino del terapeuta ci avviciniamo, seduta dopo seduta e non senza fatica, alla versione migliore di noi stessi. In un quadro del genere, costantemente prestazionale, dove siamo chiamati a trovare una spiegazione razionale o una diagnosi a tutto quello che succede, può essere profondamente liberatorio aprire le braccia e sospirare «Sono dei Gemelli, le bugie le dirò sempre». Se la colpa di quel brutto periodo al lavoro è di Mercurio retrogrado, io non posso farci niente: il mio malumore non è un fallimento personale, ma un momento inserito in un ciclo cosmico di fronte al quale tocca avere pazienza e aspettare transiti migliori. Che pace.

L’astrologia è il territorio di frontiera in cui la linearità deterministica che tiranneggia le nostre vite viene finalmente messa a tacere. Se ha tanta presa su di noi, però, se ci convince o, quantomeno, non ci scandalizza, è perché è regolata, al suo interno, da quella stessa regolarità meccanicistica di cui riconosciamo l’autorevolezza. A differenza di altre forme divinatorie come i tarocchi, dove l’elemento casuale è assai più evidente (potrei pescare con lo stesso grado di probabilità l’otto di bastoni o la temperanza, e avere previsioni assai diverse sul mio futuro), l’oroscopo è ancorato a movimenti astronomici indubbiamente veritieri, scientifici, guidati da regolarità inflessibili.

A guardarla con gli occhi della teoria dei giochi, l’apparente irrazionalità del nostro interesse per l’oroscopo acquista un senso nuovo. In un sistema complesso dove le variabili sono infinite e l’informazione è sempre incompleta, l’astrologia funge da punto di Schelling: un set di simboli condivisi che ci permette di coordinarci con gli altri senza dover spiegare da zero chi siamo.

Quando consulto le mie app al mattino, non sto cercando la verità assoluta, ma una strategia per la giornata che minimizzi il rischio di essere sorpresa dal caso. È quella che in matematica si chiama strategia minimax: un modo per dare un nome, per quanto arbitrario, all’imponderabile, ma soprattutto per gestirlo.

L’oroscopo non è diverso da tutte le altre arti combinatorie che, a partire da elementi semplici e codificati, offrono loro nuovi significati attraverso accostamenti simbolici pressoché infiniti: tutti sappiamo quali sono le caratteristiche del Leone, ma la sua cifra cambia se ha l’ascendente in Capricorno o in Bilancia. Pianeta dopo pianeta, si arriva a una configurazione astrologica che è pressoché unica per ciascun individuo.

Leggere cos’hanno in serbo per noi le stelle ci apre a un vissuto distante dall’ordinario. Quando varchiamo la soglia di una cattedrale, le luci soffuse, le vetrate, il silenzio segnalano subito che lì vigono regole diverse, capaci di collegare la nostra dimensione terrena a qualcosa di più grande. Leggere di costellazioni e pianeti, di transiti e quadrature, rappresenta una forma di spiritualità laica che non richiede l’adesione a nessun dogma ma offre il conforto di una generica speranza di miglioramento per il futuro: «Questo mese è ancora tosto, ma col passaggio di Saturno in Capricorno cambierà tutto». Il pensiero scientifico è messo momentaneamente fra parentesi per fare spazio a un pensiero più antico: quello magico.

Come chi entra in chiesa da non credente accetta comunque le regole del gioco e si apre sempre un po’ alla possibilità di scoprire dentro di sé una sensibilità al confine con il soprannaturale, così noi, aprendo l’oroscopo, non chiediamo verità assolute, ma trasformiamo il mondo in uno specchio. Cerchiamo parole che sappiano entrare in risonanza con quanto stiamo vivendo, per rispondere all’ancestrale desiderio di sentirci, finalmente, visti dall’universo.

D’altronde l’oroscopo è strutturato proprio per offrire interpretazioni quanto più generiche e universali. Era questo il cuore della critica di Theodor W. Adorno in Stelle su misura, dove a partire dall’analisi della rubrica di astrologia del Los Angeles Times scriveva che «la tecnica dell’oroscopo consiste nel dire a ciascuno esattamente ciò che egli è e al tempo stesso qualcosa che è così generale che chiunque potrebbe applicarlo a se stesso. È il tentativo di creare l’illusione che le forze impersonali dell’universo stiano parlando proprio a te».

Adorno vi vedeva una trappola, ma è possibile scorgerci anche una scialuppa di salvataggio. Pazienza se fra l’oroscopo e le nostre vite manca un rapporto deterministico; a tenerci legati alle previsioni di Simon & the Stars c’è comunque quella che Jung chiamava sincronicità: un nesso acausale fra due eventi che si verificano nello stesso momento (la lettura dell’oroscopo che prevede per noi un nuovo amore e l’incontro con una persona interessante, per fare esempio) e che ci apre alla possibilità di leggere la realtà con lenti diverse, prerazionali, cariche d’incanto, e per un attimo ci permette di credere ancora a parole come “destino” e “magia”.

In La scienza come professione Max Weber spiegava come il progresso scientifico avesse portato a un progressivo disincantamento del mondo: la realtà, non più animata da spiriti o scopi divini ma ridotta a una sequenza di fatti neutri, rimane muta, un semplice foglio di calcolo, vera e reale, ma priva di poesia, a tratti faticosa.

L’astrologia, mutuando la propria simbologia dalla mitologia classica e associando a ciascun pianeta un tratto archetipico, torna invece a far parlare il mondo per accordi e richiami. Quando apriamo Co-Star accettiamo di lasciarci incantare dalle assonanze che incontriamo, proprio come quando apriamo un romanzo: sappiamo che non ci dirà niente di vero e forse nemmeno di utile, ma per un magico e fortunato allineamento di stati d’animo, o di costellazioni, sembra che parli proprio di noi.

sabato 1 marzo 2014

Lucrezio, La teoria degli atomi

Il clinamen
De rerum natura, libro II, versi 216-224, 251-260 e 289-293


Sullo stesso argomento desidero che tu sappia anche questo:

i corpi, quando cadono verticalmente trascinati nel vuoto

dal loro stesso peso, in un momento del tutto indefinito

e in un luogo incerto si sviano un poco dal percorso:

così poco che appena ne puoi dire mutato il cammino.

Se infatti non usassero deviare, precipiterebbero tutti in basso,

attraverso il vuoto profondo simili a gocce d'acqua,

non si sarebbero prodotti gli scontri, non avrebbero luogo gli urti

tra i corpuscoli primordiali: in tal modo la natura non avrebbe generato mai nulla.

...Infine, se ogni moto è sempre legato ad altri,

e quello nuovo sorge dal precedente in ordine certo,

e se i germi primordiali con l'inclinarsi non determinano un qualche

inizio di movimento che infranga le leggi del fato,

sì che da tempo infinito causa non sussegua a causa,

donde ha origine sulla terra per i viventi  questo libero arbitrio,


donde proviene, io dico, codesta volontà indipendente dai fati,

in virtù della quale procediamo dove il piacere ci guida

e deviamo il nostro percorso, non in un momento esatto,

né in un punto preciso dello spazio, ma quando lo decide la mente?

...Ma che la mente stessa in ogni

sua iniziativa non segua una necessità insita in lei,

né come domata sia costretta a sopportare e a patire,

deriva da quella esigua inclinazione dei corpi primordiali

che si produce in un punto dello spazio e in un momento indeterminati.

(traduzione di Luca Canali)


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Illud in his quoque te rebus cognoscere avemus,
corpora cum deorsum rectum per inane feruntur
ponderibus propriis, incerto tempore ferme
incertisque locis spatio depellere paulum,
tantum quod momen mutatum dicere possis. 220
quod nisi declinare solerent, omnia deorsum
imbris uti guttae caderent per inane profundum
nec foret offensus natus nec plaga creata
principiis; ita nihil umquam natura creasset.

... 
Denique si semper motu conectitur omnis
et vetere exoritur <motus> novus ordine certo
nec declinando faciunt primordia motus
principium quoddam, quod fati foedera rumpat,
ex infinito ne causam causa sequatur, 255
libera per terras unde haec animantibus exstat,
unde est haec, inquam, fatis avolsa voluntas,
per quam progredimur quo ducit quemque voluptas,
declinamus item motus nec tempore certo
nec regione loci certa, sed ubi ipsa tulit mens? 260


... Sed  ne mens ipsa necessum
intestinum habeat cunctis in rebus agendis 290
et devicta quasi cogatur ferre patique,
id facit exiguum clinamen principiorum
nec regione loci certa nec tempore certo.




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Les atomes se·rencontrent dans la chute, non pas en
raison de leur différence de poids, mais en raison du clinamen.
Le clinamen est raison de la rencontre, ou rapporte
l'atome à l'autre atome. Le clinamen est fondamentalement
lié à la théorie épicurienne du temps, pièce essentielle du
système. Dans le vide, tous les atomes tombent à égale
vitesse; un atome n'est plus ou moins rapide en fonction
de son poids que par rapport à d'autres atomes qui retardent
plus ou moins sa chute. Dans le vide, la vitesse de
l'atome est égale à son mouvement dans une direction unique
en un minimum de temps continu. Ce minimum exprime
la plus petite durée possible pendant laquelle un atome se
meut dans une direction donnée, avant de pouvoir prendre
une autre direction sous le choc d'un autre atome. Il y a
donc un minimum de temps, non moins qu'un minimum de
matière ou d'atome. Conformément à la nature de l'atome
ce minimum de temps continu renvoie à l'appréhension de
la pensée. Il exprime la plus rapide, la plus courte pensée:
l'atome se meut aussi vite que la pensée»5. Mais, dès
lors, nous devons concevoir une direction originaire de
chaque atome, comme une synthèse qui donne au mouvement
de l'atome sa première direction, sans laquelle il n'y
aurait  pas de choc. Cette synthèse se fait nécessairement
dans un temps plus petit que le minimum de temps continu.
Tel est le clinamen. Le clinamen ou déclinaison n'a rien à
voir avec un mouvement oblique qui viendrait par hasard
modifier une chute verticale 6. Il est présent de tout temps;
il n'est pas un mouvement second, ni une seconde détermination 
du mouvement qui se produirait à un moment quelconque,
en un endroit quelconque. Le c1inamen est la détermination
originelle de la direction du mouvement de l'atome.
Il est une sorte de conatus: une différentielle de la matière,
et par là-même une différentielle de la pensée, conformément
à la méthode d'exhaustion. D'où le sens des termes qui le
qualifient; incertus ne signifie pas indéterminé, mais inassignable;
paulum, incerto tempore, intervallo minimo signifient « en un 
temps plus petit que le minimum de temps continu pensable ».
5 Cf. Epicure Lettre à Hérodote, 61-62 (sur le minimum de temps continu).
6. Il, 243-250.

Gilles Deleuze, Logique du sens

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Ilya Prigogine and Isabelle Stengers in their famous book Order out of Chaos argue that the clinamen, the swerve of events, is one of the fundamental factors in the creation of new, unpredictable patterns of self-organizing in the universe. They call these new patterns of self-organizing dissipative structures. 

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All'origine di ogni cambiamento, anche decisivo e radicale, vi è un exiguum clinamen, affermava l'atomista Lucrezio, nel suo poema sulla natura delle cose.
Ebbene Franz Kafka, due millenni dopo, esprimeva lo stesso concetto, quasi con le stesse parole, più e più volte. Das winzigste Kleinigkeit, cioè la più minuscola piccolezza (e potremmo ben tradurre anche dicendo: «la più esigua declinazione»), può «decidere della esistenza di un uomo».

Lucio Lombardo Radice, Gli accusati, De Donato, Bari 1972, pp. 91-92

martedì 28 gennaio 2014

Come si arrivò alla guerra nell'estate del 1914

Emilio Gentile
La Grande Guerra e i suoi artefici
Il Sole 24 ore, 22 dicembre 2013

Nella conclusione di un grosso libro, dove racconta come l'Europa giunse alla guerra nel 1914, lo storico inglese Christopher Clark scrive: «I protagonisti del 1914 erano dei sonnambuli, apparentemente vigili ma non in grado di vedere, tormentati dagli incubi ma ciechi di fronte alla realtà dell'orrore che stavano per portare nel mondo». Da questa affermazione, deriva il titolo del libro, I sonnambuli, senza apparentemente riferimento alla trilogia romanzesca I Sonnambuli dello scrittore austriaco Herman Broch, pubblicata fra il 1931 e il 1932. In tre romanzi, Broch evocava la tragedia della modernità, come fu vissuta in Germania fra il 1888 e il 1918, quando l'idealismo di un'epoca animata dalla romantica aspirazione alla totalità di un mondo ordinato da valori perenni, fu alla fine travolto dall'esplosione della Grande Guerra, che lasciò l'Europa nel caos di una realtà frantumata, in balia di un realismo cinico e brutale. I sonnambuli, per Broch, erano coloro che si illudevano di controllare una realtà che si stava disgregando, mentre camminavano verso l'«assurdità prepotente e inconcepibile» di una orrenda guerra. Anche senza un riferimento esplicito, sembrerebbe che una qualche influenza la trilogia di Broch potrebbe averla avuta sul modo in cui Clark ha cercato di comprendere l'«assurdità prepotente e inconcepibile» delle origini della Grande Guerra.
Egli infatti precisa che il suo libro, più «che del perché si preoccupa di capire come si arrivò alla guerra», studiando «da vicino le sequenze di interazioni che produssero certe conseguenze». Deriva da tale metodo, al quale Clark attribuisce «il merito di inserire nella vicenda un elemento di contingenza», la scelta di porre al centro del racconto gli uomini e le loro azioni, piuttosto che cercare le cause remote degli eventi in categorie astratte, come imperialismo, nazionalismo, alta finanza, dinamiche di mobilitazione, nei confronti delle quali «gli attori politici diventano semplici esecutori di forze da tempo presenti e al di fuori del loro controllo».
Avendo da tempo adottato, per una via del tutto indipendente, un analogo metodo di ricerca storica, chi scrive ne apprezza particolarmente l'efficacia per comprendere le vicende che nel 1914 portarono l'Europa alla guerra. La scelta di privilegiare il "come" sul "perché" costituisce forse la peculiarità dell'opera di Clark nell'ambito della storiografia sulle origini della Grande Guerra. Durante gli ultimi decenni, la storiografia ha accantonato la «questione della colpa», che fin dall'inizio del conflitto aveva assillato prima gli stessi protagonisti e successivamente, per oltre mezzo secolo, gli storici, condizionati dall'articolo 231 del Trattato di Versailles, che attribuiva alla Germania la responsabilità di aver provocato il primo conflitto mondiale.
Della questione della colpa non v'è traccia nel libro di Clark, anche se nella sua minuziosa ricostruzione del comportamento e delle decisioni dei protagonisti di ogni singolo Stato coinvolto nelle origini della Grande Guerra, egli non si astiene dall'individuare le responsabilità personali. Nello stesso tempo, tuttavia, cerca di rintracciare i motivi delle loro decisioni con senso propriamente storico, senza inflessioni moralistiche o giudiziarie, osservando l'agire di ogni protagonista nel contesto della storia del suo Paese, della sua esperienza politica e del modo in cui percepiva la realtà nella quale operava. Concentrando l'attenzione sui singoli protagonisti dell'evento, che egli stesso definisce «il più complesso della storia contemporanea, e forse di qualsiasi epoca», Clark fa venire in mente lo storico vagheggiato da Benedetto Croce, che non ricerca il moto e il dramma della storia «unicamente negli urti fragorosi e nei grossi fatti appariscenti», ma «anche davanti a spettacoli di guerre e rivoluzioni, cerca sempre il vero moto e il vero dramma negli intelletti e nei cuori».
Clark esprime con chiarezza la sua valutazione complessiva sul come l'Europa giunse alla guerra nel 1914: «Lo scoppio della guerra fu il momento culminante di concatenazioni di decisioni assunte da attori politici che perseguivano consapevolmente degli obiettivi ed erano capaci di riflettere su quanto stavano facendo, e che individuarono una serie di azioni formulando le valutazioni più adeguate in base alle migliori informazioni di cui disponevano. Il nazionalismo, gli armamenti, le alleanze e la finanza furono tutti elementi che entrarono a far parte della storia, ma acquistano valenza esplicativa solo quando si possa mostrare la loro effettiva influenza sulle decisioni che, congiuntamente, fecero scoppiare la guerra». Gli eventi causali che determinarono lo scoppio della guerra furono diversi, ma Clark ammonisce «a non giudicare scontato l'esito finale», tenendo presente «che le persone, gli eventi e le forze descritte in questo libro portavano dentro di sé i semi di altri, forse meno terribili, futuri». Nel complesso intreccio degli eventi che portarono alla Grande Guerra, i responsabili delle principali decisioni, secondo Clark, «camminarono verso il pericolo con passi guardinghi e calcolati». Ma se così fecero, allora perché mai definirli «sonnambuli»?