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mercoledì 23 ottobre 2024

Gli italiani e la guerra. Un affresco



Claudio Vercelli, Le contraddittorie tinte dei conflitti, il manifesto, 31 agosto 2024 

Parlare di eserciti e di guerre può rivelarsi un esercizio ben poco premiante. Non è forse un caso che la storia militare, e più in generale gli studi in materia, in Italia abbiano avuto scarso seguito. A fronte di un numero significativamente ristretto di ricercatori che si sono dedicati all’indagine sull’evoluzione e le trasformazioni dell’istituzione militare, riversando i risultati dei loro lavori sia in ambito accademico che nella pubblicistica, il tema in sé continua ad essere osservato da molti come sostanzialmente estraneo rispetto all’orizzonte della vita comune. Oppure viene banalizzato, semplificato, ricondotto a letture tanto affrettate quanto semplicistiche. La diffidenza, che in alcuni casi si trasforma in aperta ostilità, verso riflessioni sul merito della vita e della morte in divisa, deriva senz’altro da molteplici fattori storici. L’Italia non è un paese il quale nutra in sé maggiori sentimenti pacifisti rispetto al resto del consesso europeo, che resta il vero metro con il quale vanno misurate differenze e analogie di condotta. Tuttavia, nella sua storia più recente, dall’unificazione in poi, proprio sul terreno non propriamente bellico bensì militare in senso più lato, si sono manifestati una serie di nodi che ad oggi rimangono irrisolti. Il primo tra tutti è un debole contratto sociale, ossia una sfiducia reciproca tra ordinamenti istituzionali e cittadinanza, quindi tra pubbliche amministrazioni e individui privati.

SE LA DIFESA CON LE ARMI del perimetro comune conosciuto come «Patria», al netto di qualsiasi considerazione etica di principio, per la nostra Costituzione è «sacro dovere del cittadino», la considerazione che le Forze armate hanno raccolto ha spesso polarizzato l’opinione pubblica. Nel pensiero conservatore è stata tematizzata, sotto il velo di richiami a idealità e sentimenti più o meno «nobili», come uno strumento per governare parte dei mutamenti che hanno attraversato la società italiana dall’Unità in poi.

Di fatto, per questo campo politico e ideologico tutto ciò che ruota intorno al ricorso alla funzione militare è stato inteso come uno strumento di disciplinamento delle classi sociali. Un tale approccio, ad oggi è ancora saldamente presente nei ritualismi, nelle iconografie, nei linguaggi e nei mitologemi che si accompagnano alle destre, costituzionali e non, quand’esse tematizzano lo spazio pubblico come un territorio da gerarchizzare. Speculare a tale approccio, ancorché inverso, è quello che, nel nome dell’inclusione e della progressiva estensione del campo dei diritti, ha sviluppato perplessità, e poi aperto sospetto, verso gli apparati ai quali è consentito il legittimo ricorso alla forza. In ciò ha letto, e continua a leggere, la perversione del principio di autorità in autoritarismo. Peraltro, l’internazionalismo si è sempre presentato come l’opposto dei nazionalismi. Ciò facendo, ha sostituito alla chiamata alla leva la chiamata alle armi del «popolo» intero.

Un secondo nodo è quello della concreta storia degli italiani, dove il fantasma della guerra, ossia di una violenza istituzionale di massa finalizzata politicamente, ha accompagnato quasi tutte le generazioni, quanto meno fino al 1945. Il ripudio del ricorso ad essa, sancito nella Costituzione, se ha un valore programmatico, tuttavia non impedisce che, nel quadro del persistente mutamento geopolitico, concretamente le cose siano in più occasioni andate diversamente.

LA PROFESSIONALIZZAZIONE delle forze armate, in un contesto europeo e all’interno di una rete di accordi istituzionali vincolanti, spinge da tempo in tale senso, con missioni di guerra variamente giustificate. Di certo, l’esperienza bellica non è più affidata ad un esercito di massa bensì ad un insieme di reparti la cui stessa ragione d’essere riposa nel costituire segmenti separati dall’ambito civile. Al quale pure debbono rispondere, ancora più di quanto non avvenisse nel passato, attraverso la mediazione politico-istituzionale. La storica funzione di strumenti nella gestione dell’ordine pubblico interno, peraltro, si è fortemente allentata, mutando peraltro la natura stessa dei conflitti sociali all’interno dei quali le forse armate erano chiamate ad intervenire in funzione repressiva. All’idea di una guerra «gloriosa», fatta di grandi campi di battaglia e sacrifici collettivi, si è progressivamente sostituita quella – non importa quanto in sé illusoria – di un intervento chirurgico il cui principale obiettivo è quello di tenere fuori dai confini nazionali la violenza bellica. Le analogie con il modello statunitense meriterebbero forse di essere maggiormente colte e quindi analizzate, soprattutto dal momento che questa impostazione incentiva il passaggio della nostre società da sistemi di Welfare inclusivo a circuiti dove è maggiormente presente il peso del Warfare, inteso non tanto come stato di guerra permanente quanto come orizzonte di impegno economico. Un terzo elemento critico è il rapporto con il pacifismo, qui inteso non tanto come una dottrina organica che tematizza la negoziazione dei conflitti prescindendo dal ricorso alla violenza bellica quanto come sentimento tanto diffuso quanto dai tratti generici e, spesso, assai contraddittori.

COME TALE, capace di tenere insieme il rifiuto della guerra (in casa propria) insieme ad una rinnovata fiducia verso le istituzioni militari, oggi più che mai vissute come organismi professionali garanti, ancora più che della sicurezza fisica collettiva, senz’altro di una altrimenti irrisolta idea di unità nazionale. A fronte dell’abituale esercizio di auto-discredito, molti italiani sembrano confidare, assegnandogli un ruolo quasi taumaturgico, nei corpi armati dello Stato.
In tutta plausibilità, questo comune sentire è il prodotto anche di una profonda e lunghissima depoliticizzazione della società, laddove la delega diventa il principio al quale ancorarsi a fronte di una diffusa decadenza dello spirito critico. Il profilo istituzionale che è innervato negli apparati che hanno in delega l’esercizio del monopolio della forza, sembra in tal senso offrire una sorta di rassicurante orizzonte. Marco Mondini con un titolo di per sé programmatico, Il ritorno della guerra. Combattere, uccidere e morire in Italia 1861 – 2023 (il Mulino, pp. 402, euro 25) affronta, con un affresco corposo, centocinquant’anni di vicende nazionali. Il volume, firmato da uno dei pochi storici militari di nuova generazione presenti nell’accademia italiana, è un excursus sul rapporto tra società italiana, istituzione militare, esperienze belliche, raffigurazioni ideologiche e istituzioni collettive.

NON È UNA STORIA delle forze armate italiane. Ovvero, non si ferma a questo quadro di riferimento. Semmai è un repertorio degli ondivaghi rapporti tra società civile ed esercito fino agli anni più recenti. L’urgenza di queste riflessioni nasce dal titolo medesimo. Poiché la guerra sta tornando ad essere una prospettiva europea. In sette capitoli, più un epilogo, Mondini traccia in filigrana la traiettoria del sodalizio militare all’interno di un paese dalle memorie irrisolte. Ne emergono alcuni tratti fondamentali: le complesse relazioni tra classi dirigenti e ceti subalterni; le irrisolte conflittualità tra militari e politici e le diverse concezioni non solo del «fare la guerra» ma anche del mantenere la pace; il frazionamento e le competizioni intestine tra forze armate; così come la rielaborazione e la ricezione popolare del ricordo delle guerre attraverso le sensibilità delle diverse generazioni; la selettività delle memorie medesime e quant’altro. Ne emerge un ritratto a tinte mutevoli. L’intelligenza dello studioso evita il grande numero di luoghi comuni e di stereotipi che si accompagnano a questo come ad altri discorsi.

Il tono di fondo è quello che àncora ad un robusto disincanto, privo di qualsiasi omaggio a retoriche di parte (che siano apologetiche o detrattive) un oggetto di analisi – la vita e la morte all’ombra delle guerre, più che gli eserciti come tali – che invece è quasi sempre filtrato attraverso appartenenze ideologiche o identità precostituite. La linea di non ritorno, in fondo, è stata dettata una volta per sempre dal 2022, quando la faglia del conflitto russo-ucraino ha imposto ai paesi dell’Europa occidentale di considerare come il tempo della lunga pace, inauguratasi quasi ottant’anni prima, si stia definitivamente concludendo.

sabato 14 ottobre 2023

Hamas nel vuoto della politica

 

                                  


Claudio Vercelli
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ANCORA PAROLE DIFFICILI: LA FOIBA MEDIORIENTALE, OVVERO DIRE COSE DURE POICHE’ STANNO VIVENDO UNA CONDIZIONE DURISSIMA - La tempesta è già arrivata ma presto si trasformerà in un uragano di lunga durata. Il conflitto arabo-israelo-palestinese è giunto ad una svolta, dopo più di vent’anni di apparente status quo, nel mentre invece - carsicamente - le cose in sé mutavano. Nell'indifferenza collettiva. Nulla, quindi, sarà più come prima. Ne sono certo. Nei territori palestinesi così come, e soprattutto, in Israele. Si tratta, forse, dello smottamento traumatico che veniva già da tempo vaticinato da certuni. Anche se non necessariamente nei concreti termini in cui si sta invece rivelando. Ci vorrà comunque tempo per capire in che direzione volgono questi mutamenti. Gli strateghi da bar e da social stanno sentenziando a ripetizione. Io, per il momento, me ne astengo, vedendo solo la prevedibile confusione che deriva dai lunghi periodi di transizione. Un po’, per fare un altrimenti assai improprio parallelo, come nel caso dell’8 settembre del 1943 in Italia. (Altri hanno parlato dell’ 11 settembre 2001 oppure di Pearl Harbour; perché, a questo punto, non anche l’11 settembre 1973, in Cile?) Poiché da italiano, mi rivolgo essenzialmente ai miei connazionali. A dominare, tra coloro che si sentono chiamati in causa (ancora una volta pochi) sono soprattutto sconcerto, angoscia e spiazzamento. Ad essi, non a caso, seguiranno risposte del tutto inedite. Vedremo, al riguardo, quali, con l'opportuno lasso di tempo. Poiché sul piano palestinese, al netto di qualsiasi pindarica analisi “geopolitica” sugli interessi, e le pretese, di altri attori dello scenario regionale (primo tra tutti l’Iran), rimane il fatto che la presa di Hamas – che si è ulteriormente radicalizzata, plausibilmente anche per rispondere alla spinte centrifughe di componenti alternative, sempre più manifeste nei suoi territori – volge alla frantumazione di ciò che residua dell’oramai agonizzante potere di Fatah, dell’Olp e dell’Anp, per quindi vampirizzarne le “mortali spoglie”. (Anche se è mia impressione che quanto stia avvenendo potrebbe determinare soprattutto il definitivo declino dalla causa palestinese; si tratta - tuttavia - di una considerazione da lasciare in sospeso, ossia tra parentesi, per poi eventualmente riprenderla e argomentarla in momenti diversi da quelli che stiamo adesso vivendo.) Hamas, e i suoi accoliti, sono rigorosamente concentrati su un’unica ipotesi: cancellare Israele, in quanto non solo “Stato abusivo” ma intollerabile offesa verso Dar-al Islam. È l’impuro che si è sovrapposto alla “purezza” del verbo islamista. Cosa in sé diversa dalle molteplici identità musulmane, che il fondamentalismo nega. Si tratta quindi di Jihad contro gli «ebrei». È questa la sua mission storica e lo ha ribadito, senza tanti giri di parole e gesti, in questi ultimi giorni. Non è questione di mera e gratuita cattiveria: semmai si tratta di un’opzione politica meditata nel tempo. L’essere terroristi non implica in comportarsi da deficienti, tanto per capirci. Hamas, in fondo, dopo la morte dei comunismi e delle tante vie secolarizzate all’emancipazione nazionale, ha coperto un vuoto che si era andato creando tra i palestinesi. Lo ha fatto, si intende, a modo suo. Sul versante israeliano, quando l’ennesima emergenza – in sé tuttavia molto diversa da quelle precedenti, trattandosi di una vera e propria “catastrofe” nazionale poiché ha colpito civili del tutto indifesi – si sarà conclusa, plausibilmente con un di più di ludibrio da parte della comunità internazionale (posto che operare da terra, oltre che da aria, a Gaza Strip, implica inevitabilmente il colpire i civili), [il pubblico] chiederà invece ragione di quanto è successo alle sue classi dirigenti. Otterrà risposte tanto prevedibili quanto parziali. Non ho difficoltà a ritenere che, a quel punto, finita l’esigenza di un Burgfrieden, di un’union sacrée tra anime opposte, nel nome del fondamentale principio di autodifesa (cosa il cui significato in Italia non si capisce in alcun modo), non solo ritorneranno i profondi dissensi che Hamas ha contribuito ad anestetizzare temporaneamente ma anche un prevedibile surplus di contrapposizioni, altrimenti solo momentaneamente lasciate a macerare. Riduco il concetto di fondo ai minimi termini: si chiederà a Benjamin Netanyahu - che come king maker della politica israeliana, ossia asso pigliatutto, ben presto rischierà di divenirne anche l’agnello sacrificale, a fronte dell’entropia di una parte delle istituzioni israeliane - quale sia stata la ratio politica di quanto sta (ancora) succedendo, a partire dalle vittime israeliane, per arrivare anche a quelle della controparte. Non basterà al premier la sua comprovata capacità mediatoria e coalittiva. Poiché se “nulla sarà più come prima”, ciò allora riguarderà anche l’animo profondo degli israeliani. Già in parte esasperati e divisi da un governo che ne rappresenta senz'altro alcuni tuttavia a danno di altri. A versare il maggiore tributo di sangue, infatti, è stata la componente secolarizzata, tanto per capirci. Non si tratta di fare una cernita e un conteggio, men che meno adesso, ma di comprendere quali siano i veri soggetti del grande disagio, oltreché della paura. Si tratta quindi di capire che una società pluralista non risponde nel medesimo modo alle identiche sollecitazioni, al netto dell’imprescindibile e indiscutibile richiamo corale a difendersi. La qual cosa è invece ben diversa dal puro nazionalismo identitario. Se così non fosse, altrimenti, ben poco distinguerebbe una democrazia da un movimento teocratico. In Israele il pluralismo funziona, ancorché con tutti i limiti del caso. In sé crescenti. A Gaza, per molti “militanti” l’idea di democrazia è invece solo un pallido inganno “coloniale”. Un mio tale, lungo incipit serve – infine - solo per arrivare ad un dunque, ossia al riscontro che, dinanzi alla tumultuosa evoluzione degli eventi, ci sono sempre e comunque due posizioni, per me altrettanto intollerabili. La prima è quella degli oppositori a prescindere, coloro che sostituiscono alla contraddittoria realtà dei fatti, ancorché spesso nebulosi, l’autoaffermazione identitaria, in genere mascherata sotto il richiamo all’umanitarismo che si finge universale quando, invece, è unilaterale. Qualcosa che concretamente si dà nell’espressione: “la nostra parte è migliore poiché è la più indifesa”. Un lascito, quest’ultimo, del terzomondismo che si è immediatamente diffuso nella coscienza di sé occidentale. Il dispositivo implicato da questa affermazione è, al medesimo tempo, sia di ordine vittimistico (“siamo soverchiati dai più prepotenti, dovete non solo appoggiarci bensì amarci incondizionatamente”) sia di natura egocentrica (“siamo il nocciolo della vera umanità, valiamo in quanto tali, a prescindere da qualsiasi riscontro di merito; come tali, vinceremo!”). Questo atteggiamento, a certe determinate condizioni, costituisce il grado zero della politica. Ovvero, concorre a cancellare dal comune orizzonte la necessità di comprendere appieno che l’esistenza associata non è un rullo inesorabile bensì il ripetersi di discontinuità. Che, come tali, vanno invece costantemente mediate. In un’impressionante declino dell’autonoma capacità critica, il campo di ciò che chiamiamo con il nome di “sinistra”, quanto meno una parte di essa, esaurita la speranza in un futuro migliore, si è invece adagiata su questo identitarismo che – storicamente - è, altrimenti, soprattutto il vero nocciolo delle destre illiberali dal 1789 in poi. (Avviso per i naviganti: la “sinistra”, storicamente, non si è mai richiamata alle sole vittime bensì alla capacità di andare ben oltre un orizzonte vittimimistico, prendendo nelle proprie mani, prometeicamente, il destino.) Ad oggi, si tratta di una sorta di gioco delle specularità, dove, il richiamo belluino, ferino, ferale degli uni corrisponde a quello degli altri. In parole povere: ci sono molti utili idioti che fanno il verso ad Hamas, senza capire che l’islamismo radicale ha, in Europa, come suo omologo, soprattutto il nazionalsocialismo. Non certo, per capirci, la “lotta di Liberazione”. Punto e a capo. La seconda opzione è quella che invece cerca, nel proprio campo, i cosiddetti “traditori”, tali poiché non cadavericamente allineati sulla celebrazione del gruppo di appartenenza, inteso al pari di una sorta di tribù bellicosa che, proprio nel richiamo al più vieto oltranzismo, trova la sua stessa ragione d’essere. Qualcosa del tipo: “non esisto per ciò che penso di me ma per quanto riesco ad identificare come elemento di alterità rispetto alla mia persona e al mio gruppo di identificazione: chiunque si permetta una critica, è allora un intruso, uno straniero, un alieno, un perturbante”. Poiché altrimenti, ovvero se così non fosse, il potere risulterebbe al pari di un “re nudo”. Privo, come tale, di regalità, ossia di legittimazione. Si tratta, nel qual caso, di una disposizione d’animo che vuole fare pulizia politica, prima ancora che etnica, al suo proprio interno. A volere dire che le grandi crisi si risolvono non solo contrapponendosi ai “nemici” ma anche ai “falsi amici”, quelli che si permettono di obiettare qualcosa. L’una e l’altra posizione mascherano il vuoto della politica che alberga un po’ ovunque. Costituiscono solo autoinganni, destinati a cadere rovinosamente, come maschere per un massacro. Dopo che quest’ultimo, si intende, si sia già compiuto. La storia, come diceva qualcuno, potrebbe insegnare molto ma non ci sono allievi disposti ad ascoltarla. Aggiungo da me: oggi, sulla piazza pubblica, ci sono soprattutto imprenditori politici della paura. So dove stare ma, francamente, non so con chi starò, se si parla non di ragioni bensì di persone. Che possono fare la concreta differenza…

mercoledì 19 giugno 2019

Omaggio a Marc Bloch



MARC BLOCH. L’attualità stringente del suo pensiero, a settantacinque anni dalla morte. Il 16 giugno 1944, dopo mesi di prigionia e torture in quanto resistente, veniva fucilato dai nazisti a Lione. Si interroga sulla natura del potere, sui legami che tengono avvinti i ceti subalterni ai gruppi dominanti
Claudio Vercelli, Lo straniamento dello storico, il manifesto, 18 giugno 2019
Il racconto dello storico è quello che, per definizione, raccoglie e restituisce il senso del mutamento, in quanto condizione perenne dell’uomo, così come della complessa stratificazione di elementi e attori che stanno alla base del processo temporale. Marc Bloch, di cui in queste settimane ricorre l’anniversario della morte, fucilato dai nazisti a Lione il 16 giugno 1944, dopo mesi di prigionia e torture in quanto resistente, è forse tra quanti meglio hanno saputo rendere, attraverso la propria scrittura, la sensazione di straniamento che il fare e raccontare la storia induce in chi si adopera in un tale esercizio.
Tutta la sua scrittura, infatti, è sospesa tra la necessità di dare conto in maniera plausibile e accertata delle trasformazioni che il tempo induce nella collettività e, dall’altro lato, della difficoltà di discernere il fatto oggettivo dalle rappresentazioni che di esso circolano nel momento stesso in cui questo si verifica. Quella che lo accompagnava nelle sue riflessioni non è solo la questione delle manipolazioni deliberate bensì della reale conoscibilità degli eventi.
IL SUO TESTO più importante, I re taumaturghi, del 1924, oltre a essere un eruditissimo esercizio di storia della mentalità, interrogandosi su alcuni aspetti del «doppio corpo» (secolare e, al medesimo tempo, miracoloso) dei sovrani, costituisce una cavalcata di straordinaria vivacità nell’antropologia medievale. Se il ruolo dello storico non è solo quello di identificare degli eventi ma di stabilire concatenazioni logiche attraverso dei nessi, allora l’impegno che egli deve devolvere è quello di calarsi in un’epoca e coglierne i tratti prevalenti.
Non di meno, Bloch si interroga sulla natura del potere, ossia sui legami che tengono saldamente avvinti classi e ceti subalterni ai gruppi dominanti. Anche altre opere di medievistica, il suo campo d’azione per eccellenza, come Re e servi (1920), I caratteri originali della storia rurale francese (1931) e ancora La società feudale (1939-1940), rispondono a questa esigenza. La necessità di ibridare la ricostruzione storica con quelle altre discipline che si erano venute affermando a cavallo tra il Settecento e il primo Novecento, l’antropologia per l’appunto tra tutte, rimane per lo studioso un esercizio imprescindibile. Poiché il campo simbolico non è il regno della fantasia ma il contesto in cui si stabiliscono rapporti di diseguaglianza destinati a cristallizzarsi nel tempo. Così come anche il luogo delle possibilità, poiché gli uomini sono quello in cui credono e credono nella misura in cui a essi è offerta una guida che percepiscono come autorevole, ossia comprensiva, protettiva e riparatoria.
D’altro canto, la questione di capire la storia per Bloch si lega a quella di manifestare se stesso, la sua personalità, che, a sua volta, demanda alla necessità di assumersi le responsabilità dettate dalle circostanze. La sua stessa scelta, quando era oramai ultracinquantenne, di militare nella Resistenza francese, si inscrive chiaramente in questa dimensione. Ciò che studiò, disse, scrisse fu essenzialmente qualcosa che riportava a un dato personale, prima ancora che professionale. Ovvero, qualcosa che faceva dell’esercizio intellettuale un impegno morale quotidiano. Così come il racconto storico deve rendere intelligibile il presente, essendo altrimenti un esercizio barocco, autoreferenziato, in buona sostanza totalmente sterile.
BLOCH ERA CRESCIUTO intellettualmente in quella Francia che aveva digerito con grande difficoltà i miasmi dell’affaire Dreyfus, che si era confrontata con il carnaio della Prima guerra mondiale e che poi aveva seguito la lunga traiettoria declinante della Terza Repubblica. Vichy, da questo punto di vista, avrebbe costituito solo la tappa terminale di un percorso dove al declino militare, politico e geostrategico la Francia, e la stessa Europa, accompagnavano quello morale. L’assumersi una responsabilità politica implicava quindi il rifiutare la decadenza che la «collaborazione» con l’occupante portava invece con sé.
Ma anche denunciare, a prescindere da qualsiasi affiliazione partitica, i limiti di un regime liberale, incapace di fare concretamente fronte all’evoluzione della società francese all’insegna di quei principi di emancipazione e integrazione di cui si dichiarava invece integrale depositario. Tre opere sul metodo, prima ancora che di merito, caratterizzano il lavoro di Bloch. Sono le Riflessioni d’uno storico sulle false notizie della guerra, redatte tra il 1914 e il 1915; La strana disfatta, del 1940; l’Apologia della storia, la cui curatela, per le mani di Lucien Febvre, vedrà la luce solo a cose fatte, nel 1949, cinque anni dopo la morte dell’autore. Il tratto comune a scritti tra di loro altrimenti diversi è quello della ricerca urgente di una dimensione simbolica nella quale celebrare il senso degli eventi correnti. Le Riflessioni demandano alla guerra parallela delle dicerie e dei passaparola, che si fa conflitto a sé, capace non solo di condizionare quello materialmente combattuto nelle trincee e sui campi di battaglia ma anche di generare un universo di significati, e con essi di aspettative e quindi di condotte, autonomi dai riscontri di fatto. Dei quali, almeno in parte, condizionano addirittura l’esito.
LA «DISFATTA», scritta sotto l’impellenza della repentina e clamorosa sconfitta francese dinanzi alla guerra lampo tedesca del 1940, è un vero e proprio regolamento di conti generazionale. Poiché al suo centro c’è il tracollo morale del Paese, ossia la rottura del patto tra le diverse parti della società francese, e quindi la consunzione delle ragioni e delle idealità che dal 1789 in poi ne avevano accompagnato la storia. Il disastro, per Bloch, che fu anche militare e come tale ragionò sulle cronache che lo vedevano chiamato in causa, non giungeva inatteso. Tuttavia, le sue proporzioni erano tali da rendere impossibile, con le sole forze allora presenti, il ricomporre le cesure che si erano nel mentre generate.
Anche per via di una tale premessa, lo storico sceglierà di lì a non molto la strada della Resistenza, vista come l’unico percorso possibile per dare un futuro non solo al suo Paese ma all’intero Continente, dinanzi al rullo compressore nazista del «nuovo ordine europeo». Lo stesso lavoro dello storico diveniva peraltro impossibile nell’asfissiante e mortificante regime di occupazione. Impraticabile non solo materialmente ma soprattutto moralmente, dinanzi alla decadenza dei quadri culturali e ideologici di un’intera collettività. L’Apologia, quindi, risponde anche all’esigenza di fare fronte ad un lavoro di ricostruzione, non esclusivamente intellettuale, del senso del passato, per meglio intendere la natura dell’intervento politico diretto sul presente.
D’ALTRO CANTO, Marc Bloch se precedentemente si era interrogato sul tessuto connettivo delle società feudali, sulle infinite ramificazioni delle dipendenze, delle sudditanze e delle credenze, insieme alla forza centripeta dei differenziali sociali (il paradosso della diseguaglianza che lega invece che dividere), con le opere redatte frammentariamente a ridosso della tragedia bellica cerca invece di rendere conto della radice di una sconfitta che interpreta e vive come evento totale.
L’impreparazione bellica è solo un aspetto di quella che viene intesa come una resa definitiva. Alla mobilità delle truppe tedesche, specchio efficace di un’intraprendenza feroce, disinvolta e amorale della società nazista, si contrappone quell’inerzia dell’esercito francese che è il prodotto del lungo stallo della Terza Repubblica (quella delle «biblioteche dagli scaffali vuoti»).
La destra nazionalista, fingendo di tradire le sue stesse premesse, si consegna allora all’occupante, coltivando l’inconfessabile desiderio di riceverne un dividendo, mentre ciò che resta dell’opposizione di sinistra, afasica e inconsistente, non riesce neanche a concepire quale possa essere l’esigenza di un discorso sulla rigenerazione nazionale. L’una, traditrice, così come l’altra, inessenziale, sono semmai destinate a essere surclassate dalla signoria tedesca. In una Francia sottomessa, dove le classi abbienti contrattano il regime di occupazione nel nome della compromissione, i ceti medi e la piccola borghesia cercano una finta normalità che sarà l’anticamera della collaborazione nei suoi aspetti più livorosi e intollerabili e le comunità lavoratrici si piegano a una visione particolarista e corporativa del proprio ruolo.
LO STORICO, che avrebbe senz’altro proseguito nel suo lavoro se non fosse stato ucciso anzitempo, coglie i lineamenti di questo drastico mutamento di quadro. Non fa in tempo ad ultimare l’affresco di un’epoca che lo vede diretto protagonista, come militante politico. E tuttavia riesce ancora a formulare, tra le righe, l’esigenza di un’altra Europa, così come il bisogno di un’altra idea di nazione. L’una e l’altro prodotto della disillusione e del disincanto. Quanto di quella lezione su un tramonto repentino, che però ha lontane radici, si riproponga per il nostro presente, sarà il futuro prossimo venturo a raccontarcelo. In un’età, la nostra, che è anch’essa di declino, per alcuni aspetti comparabile a quella che Bloch visse sulla sua viva carne

mercoledì 6 febbraio 2013

Carlo Freccero sulla televisione

Freccero 1

Lo stanco Berlusconi che al Giorno della Memoria sostanzialmente elogia Mussolini ha ispirato indignate risposte nel merito, e bisognava pur darle. Ma l'esito cercato e sistematicamente ottenuto, dal sonnolento Omero delle nostre sghembe epopee non era a favore degli estremisti di destra: era la conquista dei titoli di apertura di tutti i tg e di tutti i giornali, in una giornata a lui sistematicamente ostile. Errore delle sinistre: pensare che il "codizionamento dell'elettorato riguardi, come nell'età moderna, [...] le singole affermazioni e l'ideologia ufficiale, piuttosto che il medium in sé e la sua influenza protratta nel tempo".


Freccero 2

"Nell'epoca della privacy, l'osceno riguarda l'esibizione del privato e di sentimenti". Da qui i reality, e il loro fallimento: "Per funzionare il reality deve far spettacolo del privato, ma nel momento in cui si esibisce, il privato non è più tale e si fa spettacolo".


Freccero 3

[sembra uno scioglilingua] "non è il vip che attira il gossip, ma è il gossip che costruisce il vip"
 

 

Stefano Bartezzaghi
L'eretico che svela i segreti della tv
la Repubblica, 6 febbraio 2013


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Freccero si pone un problema, e ciò facendo rivela il suo debito verso il migliore materialismo storico del '900: qual è il livello dell'influenza che la sovrastruttura culturale, quella filtrata dai media, esercita oggi sulla costruzione della percezione quotidiana delle relazioni sociali? Esiste una "surrealtà", una realtà sovraordinata, extraesperienziale, che colonizza gli immaginari e li globalizza. Un antesignano di questa concezione, tra gli altri, è il Cronenberg di Videodrome, laddove però tutto precipita nel disfacimento dei corpi, sostituiti dalle fantasie paranoidi. Per Carlo Freccero (ma penso anche ad un altro autore fondamentale, in tale senso, come Alberto Abruzzese) Berlusconi è l' "avvento del tempo messianico" in politica di un'epoca della non solo pop (Carlo Galli) ma anche dell'assenza del legame fisico, sostituito dalla proiezione identificativa sull'immagine del leader (Marco Belpoliti). Mi si obietterà che non c'è nulla di molto diverso dalle esperienze di national rebuilding dei totalitarismi. Effettivamente, rispondo io, abbiamo a che fare con un nuovo totalitarismo che trova nei paradigmi populisti (la democrazia senza la Costituzione, Carlo Donolo) il suo perno ideologico e nella cacofonia informativa la sua coltre protettiva più efficace. Il messianesimo di Berlusconi, lungi dall'esaurirsi con la sua persona, è un canone della politica che ha sostituito la politica medesima, l'unica soglia di sbarramento al tecnicismo agro (e falso) delle élites defezioniste (sempre Donolo). Freccero racconta che cosa avviene in ognuno di noi quando siamo attraversati dallo sguardo di Berlusconi. Diceva il Moro di Treviri "che tutto ciò che è solido si dissolve nell'aria", epitaffio della verità nell'età del relativismo storicistico...

Claudio Vercelli

domenica 20 gennaio 2013

Claudio Vercelli sul negazionismo

Claudio Vercelli, Il negazionismo. Storia di una menzogna, Laterza 2013, (collana Storia e società), 224 p., acquistabile dal 24 gennaio

«Il negazionismo è un piccolo universo autoreferenziato, per alcuni aspetti quasi un genere letterario a sé, che non viene scalfito dalla ragione poiché ha una sua ragione che riposa sulla negazione»: soprattutto è un fenomeno carsico, perché a intervalli più o meno regolari, si ripresenta con inquietante costanza negando l’evidenza dello sterminio degli ebrei e, con esso, delle condotte criminali assunte dalla Germania nazista. La «totalità della menzogna non sta nelle singole affermazioni ma nel loro utilizzo in sequenza, all’interno di un universo di significati che è menzognero poiché perviene a negare la realtà dei fatti. Il negazionismo, sul piano dei concetti, non è propriamente un’ideologia compiuta così come, sul versante di coloro che lo professano e lo condividono, non costituisce una setta, anche se molte delle sue manifestazioni e dei comportamenti di coloro che si riconoscono in esso farebbero pensare altrimenti. Si tratta piuttosto di un atteggiamento mentale che si traduce in un modo di essere nei confronti del passato. Al giorno d’oggi, si presenta come il prodotto della stratificazione e dell’interazione di tre elementi: il neofascismo, il radicalismo di alcuni piccoli gruppi della sinistra più estrema e il viscerale antisionismo militante delle frange islamiste». Claudio Vercelli ricostruisce storicamente il fenomeno negazionista, ne descrive i protagonisti e gli ideologi e racconta la mappa concettuale che dalla fine della guerra a oggi ne ha segnato l’evoluzione.

Questa è la segnalazione uscita su Cipmo (Centro italiano per la pace in Medio Oriente). Sullo stesso tema il quotidiano Avvenire pubblica nell'edizione cartacea di oggi un'intervista al nostro amico Claudio. Di lui nel blog trovate due brevi pezzi di bravura, Una mattina di Capodanno a Torino e Un pendolare piccolo piccolo.