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mercoledì 14 giugno 2023

La successione

 


Marco Damilano,
Il centrodestra era solo lui. Sarà guerra tra Meloni e Salvini,
Domani, 13 giugno 2023

... La gara è aperta tra i due capi della destra, con Renzi a fare da terzo incomodo. Meloni ha l'occasione in mano perché si trova alla guida del governo, con il brand più simile all'originale, Fratelli d'Italia si canta allo stadioquando gioca la Nazionale, ha lo spazio per provare a fare quello che Berlusconi non ha mai voluto fare, istituzionalizzare la destra italiana con una riforma presidenziale. Ma a sbarrarle la strada ci sdarà Salvini che non ha altro ruolo ora, all'interno del centro destra, se non rappresentare quel pezzo di paese allergico alle regole, anti-stato, che per anni si è riconosciuto in Berlusconi. Il centrodestra italiano può nascere solo senza Berlusconi. Ma anche infrangersi, senza di lui.

sabato 22 ottobre 2022

Che cosa è stato l'antifascismo

 

Due sono state le novità importanti che hanno accompagnato l'ascesa di Giorgia Meloni al potere. Una è stata la caduta finale del primato berlusconiano a destra. Basterebbe una sequenza fotografica a illustrare il fenomeno. Berlusconi che esce dal palazzo del Quirinale dopo che la delegazione della maggioranza è stata ricevuta dal Presidente della Repubblica e fa il suo ingresso nel cortile. Fisicamente, è l'ombra di se stesso, non si regge in piedi da solo, viene sorretto da Salvini, mentre tenta di appoggiare una mano sulla spalla di Giorgia Meloni, che subito si sottrae alla manovra. L'altra novità è rappresentata dalla caduta temporanea del paradigma antifascista che sembrava ancora dotato di una certa forza alla vigilia delle elezioni. Già al tempo di Fini gli eredi della Repubblica sociale, l'antico MSI diventato Alleanza Nazionale, avevano assunto l'antifascismo tra i loro valori di riferimento. Con Giorgia Meloni possiamo dire che, se l'antifascismo viene meno, neppure il fascismo si porta più tanto bene. Niente di grave: l'adesione alla democrazia resta per ora un elemento costitutivo dello spirito repubblicano nel paese. Succede quello che è successo con il richiamo al trinomio Liberté Egalité Fraternité in Francia. Per i giovani immigrati delle banlieues era diventato uno slogan di facciata, mentre per la destra era ormai privo di una efficacia pratica, vista la spaccatura ormai intervenuta su questo tra le forze politiche. Gli ideali che non si rinnovano tendono a diventare bandiere storiche senza un rapporto vitale con i sentimenti delle masse. Altra cosa è la lezione storica contenuta nella vecchia formula «Il re è morto, viva il re!». L'antifascismo è pronto a rinascere dalla sue ceneri, come dimostra il discorso della signora Liliana Segre al Senato. Deve solo trovare una nuova linfa nel rinnovo dei contenuti, dei riferimenti ideali e delle politiche.

Memoria pubblica dell’antifascismo 

Nicola Gallerano, Le verità della storia, Manifestolibri, Roma 1999, pp. 89-93   

A differenza del caso francese, dove la Quarta Repubblica poteva contare su radici più lontane e
sedimentate, e di quello tedesco, dove l’antifascismo dei vertici politici costituiva poco più del
riconoscimento della sconfitta subita, in Italia l’antifascismo è stato [...] il fondamento stesso della
Carta costituzionale e lo strumento ideologico di legittimazione reciproca tra le forze politiche che
in quella tradizione si riconoscevano. [...in questo senso] l’antifascismo è stato in Italia una
importante componente ideologica della opposizione politica e sociale, un fattore di identità e un
potenziale di mobilitazione, che hanno agito con continuità fino alla metà degli anni Settanta,
basandosi su e al tempo stesso irrobustendo le sue radici di massa. [...]
In altre parole, l’antifascismo è stato, in fasi diverse della storia del dopoguerra, ora al potere, ora
all’opposizione: non è stato puramente e semplicemente l’ideologia dei vincitori, come sostengono i
suoi detrattori, ma non è stato neppure il fondamento indiscusso dell’identità nazionale, il tramite,
nel bene e nel male, di una costruzione di “cittadinanza”.
Una periodizzazione del suo diverso ruolo e della sua diversa fortuna è stata proposta qualche anno
fa [...] e può qui essere riconfermata. In sintesi, dopo il ’48 e per tutti gli anni Cinquanta, dominati
dalla contrapposizione ideologica e politica tra comunismo e anticomunismo, si assiste a una più o
meno tacita emarginazione dell’antifascismo da parte delle coalizioni di governo.
Gli anni Sessanta – che si aprono con i fatti del luglio – sono gli anni della ripresa di massa
dell’antifascismo e insieme della sua nuova legittimazione istituzionale.
Gli anni che vanno dal 1968 alla metà degli anni Settanta conoscono infine il massimo sviluppo
dell’iniziativa che si richiama all’antifascismo ma anche i primi segnali di logoramento.
Si apre allora una fase di crisi dell’antifascismo [...].
Antonio Baldassarre ha spiegato come negli anni della solidarietà nazionale, nel 1976-1979, il
paradigma antifascista abbia esaurito la sua funzione di strumento di legittimazione dei partiti
dell’arco costituzionale, estendendola al Pci.
Negli stessi anni, anche l’antifascismo come ideologia dell’opposizione sociale subisce duri colpi.
Non solo per la sconfitta del movimento del 1968 che in quegli anni si consuma. Ma perché il
richiamo all’antifascismo suonò allora paradossalmente ambiguo: esso venne surrettiziamente
richiamato dal terrorismo “rosso” come proprio antecedente storico e insieme evocato dai partiti
dell’arco costituzionale come fondamento dell’unità nazionale contro l’emergenza.
L’effetto che ne uscì è difficile da sottovalutare, perché il terrorismo rosso colpiva il radicato
convincimento, confermato fino allora da tutta la storia post-bellica, che l’eversione avesse un
segno esclusivo di destra; e perché la nuova situazione aveva l’effetto di deprimere forme
collaudate di attivizzazione e presenza sociale che nel nome dell’antifascismo si erano coagulate.
Sia pure con un decennio di ritardo [rispetto agli altri stati europei], negli anni Ottanta, anche in
Italia dunque si fanno evidenti i processi di diaspora della tradizione antifascista e resistenziale [...].
Negli anni ’80, inoltre, inizia ad avere spazio e corso l’identificazione dell’antifascismo quale
supporto ideologico del sistema dei partiti e della I repubblica, mentre viene sviluppato il tema della
contrapposizione tra antifascismo, inquinato dalla presenza nel suo seno del totalitarismo
comunista, e democrazia. D’altra parte l’antifascismo non costituisce più l’asse privilegiato della
strategia del Pci, alle prese con un difficile e ambiguo tentativo di ridefinire la sua cultura e la sua
collocazione nel sistema politico.
Questo processo è stato certamente segnato da palesi strumentalizzazioni e da vere e proprie offese
alla verità storica. A parte le compiacenti e consolatorie immagini del fascismo che l’universo dei
media è venuto massicciamente esibendo, è persino mortificante o stucchevole dover ribadire che nel nostro paese l’antifascismo è stato storicamente lo strumento di passaggio alla democrazia moderna: un sistema di regole ma anche un terreno per allargare i confini della trasformazione possibile verso l’uguaglianza e la giustizia sociale; e che l’antifascismo, rifiutando il fascismo, rifiutava l’aggressione esterna e la repressione istituzionalizzata interna. Ma non va neppure passato sotto silenzio che nel corso degli stessi anni Ottanta questo processo ha avuto anche effetti liberatori: rivelando la pluralità e non omogeneità delle componenti dell'antifascismo, eliminando l'equivoco di una sua strumentale utilizzazione da parte del Pci, aprendo la strada a una riflessione più consapevole e matura, e talvolta anche più radicale, sul fascismo. Penso ai risultati di ricerche sulla memoria della deportazione in Germania e alla messa in discussione del luogo comune dell'«italiano brava gente» e dunque agli effetti non superficiali della ideologia e della propaganda del regime. Penso alla ricerca esemplare di Claudio Pavone, e alla sua capacità di rivisitare senza pregiudizi e insieme senza rovesciare i termini del giudizio storico e politico un pezzo di storia lacerante e intricatissimo sul piano delle scelte morali ed esistenziali.
La comparazione sviluppata nella prospettiva della fine del dopoguerra ha messo dunque in luce
percorsi differenziati ma anche alcuni trend comuni. In particolare ha mostrato una tendenza al
logoramento della tradizione antifascista: un processo che si è sviluppato con aspetti e tempi diversi
nei tre paesi [Francia Germania, Italia].
Esistono d'altra parte elementi comuni ai tre casi su cui vale la pena di svolgere una riflessione
conclusiva. Abbiamo ricordato il paradosso di una fine del dopoguerra che al tempo stesso conosce
l'ossessione della memoria del fascismo. Da questo punto di vista, il dopoguerra non è finito. Non è
finito perché le ferite della memoria e la loro riattivazione non sono esaurite. Nel caso francese, è
stata la memoria ebraica, a grande distanza degli eventi, negli anni Settanta, a riaprire il contenzioso
del razzismo e della sua attualità. Nel caso tedesco, è il dibattito sul passato nazista a fornire
alimento al conflitto sui contenuti dell'identità collettiva. Anche nel caso italiano, che appare oggi
quello dove l'intreccio tra memoria storica e suo uso politico appare più strumentale e insieme più
superficiale, abbiamo rilevato l'esistenza di importanti controtendenze. Sono d'altra parte gli stessi
nuovi processi storici a provocare antichi mali - il razzismo, la sopraffazione, la diseguaglianza, la
violenza - e ad aprire - imprevedibilmente - la strada a memorie compresse o soffocate.



 

 

 

 

 



sabato 6 gennaio 2018

La caduta prossima ventura




Ironia della sorte, ironia della storia. Che il rottamatore Renzi finisse rottamato era possibile e ora sembra via via più probabile. Il Cesare in formato tascabile è in caduta libera da oltre un anno, regge perché tra i suoi il momento del redde rationem non è ancora arrivato. Segno dalla distanza tra il ceto politico del Pd e il sentimento del paese. E' qui che la sorpresa comincia a prendere forma. Renzi nei fatti è stato già rottamato. Manca la certificazione ufficiale. Le urne dovrebbero condurre la direzione renziana del Pd sull'orlo del baratro. A quel punto basterà una spinta brusca a provocare la perdita dell'equilibrio e la caduta. Chi darà quella spinta? Forse non Franceschini, non Calenda, non Del Rio. Potrebbe essere Berlusconi a esigere la testa di Renzi al tavolo della trattativa per laformazione di un nuovo governo. Ecco la suprema ironia. Altro che Renzusconi. Renzi rottamato da Berlusconi.

Scrive Claudio Cerasa sul Foglio di oggi: "una ricomposizione oggi sarebbe oggettivamente complicata a meno che il partito di Grasso e il partito di Berlusconi non ottengano l'unico risultato che permetterebbe loro di accettare con relativa facilità un compromesso a tempo: ottenere la testa di Matteo Renzi e provare a rottamare definitivamente il segretario del Pd tenendolo distante anni luce dalle stanze del governo".

Un Pd commissariato dai presumibili vincitori delle elezioni, ecco la prospettiva. Non c'è tanto da meravigliarsi. E' una questione di egemonia. Chi non sa orientarsi finisce per piegarsi alle scelte dettate da altri e più lucidi strateghi. Stavolta tocca al Pd.

http://www.ilgiornale.it/news/politica/maratoneta-81-anni-salver-litalia-dai-cinque-stelle-1480149.html

lunedì 5 giugno 2017

Un buon momento per Pisapia

il rischio resta quello dell'armata Brancaleone


STEFANO FOLLI, L'alternativa Pisapia, La Repubblica 31 maggio 2017

GIULIANO Pisapia è sembrato a lungo prudente e attendista. Secondo qualcuno fin troppo prudente e attendista, al limite dell'ambiguità. Viceversa stava solo aspettando il momento opportuno per cominciare il suo cammino. Dove questo sentiero lo porterà, è presto per dirlo; ma il primo passo è stato compiuto. Matteo Renzi può credere che il "Campo progressista", più o meno allargato, non lo danneggerà per via della ghigliottina del 5 per cento pronta a calare sulla testa dei temerari. Ma forse un dubbio lo ha sfiorato, se è vero che ha tentato più volte di trattenere Pisapia nell'area del Pd.
Ora il quadro è chiaro. L'intesa Renzi-Berlusconi sulla legge elettorale vorrebbe anticipare la "grande coalizione" della prossima legislatura, salvo il dettaglio che per il momento i voti sembrano insufficienti. Vedremo cosa decideranno gli italiani. Intanto però l'abbraccio fra i due ha aperto uno spazio a sinistra. Spazio che con il sistema maggioritario avrebbe avuto un respiro modesto, mentre il proporzionale autorizza il tentativo del Campo, anzi lo rende quasi inevitabile.
Pisapia, che non ha mai militato nel Pd, potrebbe avere un ruolo non secondario nei prossimi mesi. A patto di rimanere fedele a se stesso e al suo progetto originario. In primo luogo, quindi, il Campo non dovrà trasformarsi in un partito, né assumere i connotati di una sinistra ideologica. In altre parole, l'ex sindaco non ha interesse a diventare il protettore di un ceto politico fuoriuscito dal Pd che aspira a ritagliarsi uno spazio nel prossimo Parlamento. La sua sfida — che resta molto difficile — ha bisogno di orizzonti aperti e soprattutto di un'impronta di relativa novità. Il che non esclude gli scissionisti ex Pd, almeno alcuni di loro, ma li colloca in una cornice non scontata. Ossia una specie di "nuovo Ulivo", come viene ripetuto spesso. La definizione è un po' per addetti ai lavori, ma in pratica significa un ombrello aperto a raccogliere fermenti sparsi nella società, oltre a figure politiche che non si riconoscono nel renzismo, specie nella versione ultima.
Forse non è un caso che Romano Prodi di questi tempi sia piuttosto attivo nel dibattito pubblico. Da poco è apparso un saggio ("Il piano inclinato", Il Mulino) in cui si ricolloca il tema del lavoro al centro del dibattito pubblico. Quasi la piattaforma di un movimento "laburista", volto a occupare il vuoto che il "partito di Renzi", come lo chiama Ilvo Diamanti, lascia nel mondo del centrosinistra. È un fatto che alcuni nomi che guardano con attenzione all'iniziativa di Pisapia sono vicini a Prodi. Come Franco Monaco. E il "manifesto" del Campo che circola in queste ore è firmato da figure eterogenee. Alcune fanno parte di Articolo 1-Mdp, altre sono tuttora nel Pd ma con un piede sull'uscio, come Mucchetti. Tutti cercano una nuova identità e sperano di trovarla grazie al tratto cortese e alla caparbietà dell'ex sindaco di Milano.
Di fatto si sta creando una nuova tensione nel Pd. Il modo con cui ci si avvia alla fine della legislatura e soprattutto le prospettive del dopo rendono plausibili altri rimescolamenti, altri possibili abbandoni. Pisapia non è ancora un polo d'attrazione decisivo per gli ulivisti e i "laburisti", ma potrebbe diventarlo in tempi rapidi. Starà a lui, in seguito, trovare una sintesi fra le diverse anime senza rinserrarsi nel solito partitino di reduci. Questo rischio sembra ben presente al diretto interessato. È evidente che Pisapia non si è allontanato dall'orbita di Renzi per finire in quella di Massimo D'Alema. Quell'impronta di novità irrinunciabile per Pisapia sarebbe subito perduta se si trasmettesse all'opinione pubblica l'impressione che tutto si riduce a una resa dei conti fra Renzi e, appunto, D'Alema. Anzi, il primo avrebbe fra le mani un eccellente argomento per la campagna elettorale. Una campagna che sarà durissima.
Pisapia e gli altri devono saperlo e prepararsi. L'appello al "voto utile" sarà incessante. Ad esso il "nuovo Ulivo" risponderà proponendo al Pd, dopo il voto, un'alleanza di centrosinistra con un programma sociale. Con quali voti? Al momento non si sa. Ma, del resto, anche la super-coalizione non ha i consensi necessari.

http://www.unita.tv/opinioni/dalema-pisapia-cosa-rossa-sinistra-bivio-ulivo/

lunedì 30 settembre 2013

Serve il coraggio dei moderati

Emanuele Macaluso
l'Unità 30 settembre 2013

 L’AVVENTUROSA INIZIATIVA BERLUSCONIANA CHE HA MESSO IN CRISI IL GOVERNO E COLPITO INTERESSI VITALI DEL PAESE, ha un risvolto su cui riflettere: lo sconcerto tra le forze produttive, lo sbandamento dell’area politica del centro-destra e anche lo smascheramento di quei gruppi di «sinistra» (Grillo e il Fatto) che avevano bollato l’opera del presidente della Repubblica come copertura e sostegno alle magagne del Cavaliere.
C’è da aggiungere che anche nel centro-sinistra, dopo tanti giuochi tra le correnti-non correnti, è scoccata l’ora della verità. Anzitutto un’osservazione che dà un senso preciso alle cose cui ho accennato: tutti i giornali, anche il Fatto, hanno qualificato l’iniziativa berlusconiana come una pugnalata al Paese. Il che significa che il governo Letta, con tutti i suoi limiti e le sue contraddizioni, nella realtà italiana esprime una verità: uno stato di necessità dovuto alla drammatica situazione economica e sociale, alla nostra precaria collocazione in Europa e alla impossibilità di tornare a votare con una legge elettorale infame e sotto giudizio della Corte Costituzionale. Questa verità non può essere cancellata dall’ira del Cavaliere e dei suoi scudieri che non vogliono prendere atto di una sentenza irrevocabile, di una sconfitta che non è solo giudiziaria, ma politica perché ha messo in forte evidenza che un certo modo di fare politica ha toccato il fondo.
Nei prossimi giorni vedremo come si svilupperà il dibattito parlamentare e quali processi politici si apriranno anche nei gruppi parlamentari che hanno sostenuto o avversato il governo Letta. Un’attenzione particolare deve essere data all’«area moderata», dove forze sociali (non solo la Confindustria), gruppi cattolici e laici che avevano apprezzato l'impegno del Pdl in un governo di emergenza con il Pd e Scelta Civica, non sono disposti a subire passivamente l’avventurismo berlusconiano. E anche nel gruppo parlamentare del Pdl le critiche di Cicchitto e la decisione degli onorevoli Quagliariello e Lorenzin di dimettersi da ministri ma non di aderire a Forza Italia rivela più che disagio una determinazione politica di non accettare un regime di partito che ignora le regole più elementari della democrazia e della collegialità. Un partito in cui c’è un «segretario» che non ha partecipato né alla demenziale decisione di fare dimettere tutti i parlamentari (pezzi di carta inutili in mano a Schifani e Brunetta), né a quella di mettere in crisi il governo.
Il tema di oggi è, a mio avviso, chiaro. Dal momento in cui formalmente si apre la crisi il Capo dello Stato, seguendo la Costituzione e la prassi, dovrà verificare se nel Parlamento c’è una maggioranza in grado di esprimere un governo. Ma per questa possibilità occorre lavorare con iniziative politiche o bisogna rassegnarsi ad accettare quel che vorrebbe Berlusconi? La questione riguarda soprattutto il Pd, dove non mancano gruppi che, per motivi correntizi, privilegiano le elezioni: una parola chiara e iniziative limpide sono necessarie per capire dove si vuole andare a parare. In ogni caso si tenga ben presente il fatto che il presidente della Repubblica ha più volte detto che è assurdo tornare a votare dopo pochi mesi e ancora più assurdo farlo con una legge che tutte le forze politiche - almeno a parole - dicono di non volere e che il 3 dicembre subirà un giudizio della Corte Costituzionale.
Su questo nodo è bene che i dirigenti di tutte le forze politiche rileggano l’applauditissimo discorso di Napolitano pronunciato alle Camere dopo la sua rielezione, per capire che non ci sono spazi: con questa legge non si voterà. Il Paese nella situazione di oggi ha bisogno di un governo che intanto faccia l’essenziale in tutti i campi, soprattutto in quello economico-sociale e anche per cambiare la legge elettorale. Solo dopo questa fase si potrà valutare il futuro, non solo del governo ma della politica italiana.