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venerdì 21 agosto 2026

Il paesaggio greco

 

quel paesaggio colmo di atmosfere oniriche

Antonio Perazzi
Il Sole 24ore, 2 agosto 2026

Il paesaggio greco è ancora la cornice naturale ideale dell’attesa teofania: resiste immutato attraverso la storia con una tale coerenza da permettere di immaginare a chiunque lo percorra cosa provassero gli antichi. Esprime sensazioni di coerenza contrastanti: rovine, templi, teatri, monumenti e strade immersi in una natura aspra ma seducente. Fuori dalle strade carrabili, i sentieri sono ricalcati su quelli formati dagli animali, percorrerli con sandali, con le gambe nude, non vuol dire solo prestare attenzione ai propri movimenti ma soprattutto stare in ascolto della Natura.

Ora come allora i fili d’erba pungono e tagliano come rasoi: qui anche i semi sono coperti di arpioni e sembrano avere uno scopo nella vita che è quello di uncinarsi a noi per essere trasportati altrove come materializzazione polisemica e polisensoriale. Qui, ogni pietra é aguzza e ogni pianta é armata: Sarcopoterium spinosus, Calicotome spinosa, Asparagus horridus. Nel Mediterraneo, le piante spinose sono il risultato di una brillante evoluzione convergente di adattamento: le spine si sono evolute come trasformazioni fogliari e sono la risposta mirata a scarsità d’acqua e pressione degli erbivori. Capre e pecore sono i veri residenti del territorio tanto da trasformarsi in giardinieri, anzi maestri di arte topiaria dediti alla continua potatura della macchia che, grazie al loro passaggio si conferma giardino.

L’epifania del divino nel paesaggio greco è una maturazione psicofisica attraverso i profumi e i colori delle piante e degli altri elementi naturali. che si evolvono. Micene, dove si trova la celebre tomba di Agamennone, anticamente era detta Mekone dal sintagma melon/mekon, pomo/capsula del papavero da oppio qui abbondantemente coltivato per i semi nutrienti e per le proprietà psicotrope dell’oppio da cui si estraevano sedativi. L’oniricità è una costante in questo paesaggio: cercare rifugio sotto un albero di corbezzolo, fico o sotto l’imponente chioma di una quercia vallonea provoca un torpore che non è sonno, ma piuttosto una sospensione delle percezioni sensoriali, una sorta di stato ipnotico innescato dallo stormire delle fronde.

E quando le temperature si fanno più miti unite alle piogge, a primavera come in autunno, appaiono fioriture generosissime e inaspettate.

Ma quale era il rapporto con la natura ai tempi di Ulisse? E il loro paesaggio era diverso da quello attuale? La risposta è no, anzi ciò che rende ancora oggi straordinaria questa terra è che ha mantenuto una coerenza biologica come è raro trovare altrove, dove invece ci sono state trasformazioni per necessità abitative umane e biologiche per le piante e gli animali esotici che si sono insediati.

Nell’Iliade domina un paesaggio di desolazione e guerra in cui le battaglie vengono descritte tramite similitudini naturalistiche: mare tempestoso, vento che abbatte le messi, fiumi in piena. Ma nell’Odissea, il paesaggio assume dimensioni fiabesche e oniriche legate al tema dell’esplorazione. Vengono descritte numerose piante che fanno presagire che ci fosse una forte consapevolezza del legame tra flora e ambiente. Si incontrano luoghi selvaggi e pericolosi senza piante: come l’isola delle sirene o la grotta di Polifemo, contrapposti a diverse forme di giardini. Quelli incantati delle divinità: l’isola di Calipso è incontaminata e lussureggiante, popolata di viti ma anche di ontani, pioppi e cipressi odorosi, quattro fiumi danno da bere a prati di viole. Poi ci sono i giardini reali come quello descritto nel canto VII dove il giardino di re Alcinoo si fa rappresentazione di un alleanza tra lavoro umano e natura. Tutte le piante sono legate alle divinità come medium e ognuna è associata a un dio: Zeus la quercia, Atena l’olivo, Apollo l’alloro, Demetra il grano, Dioniso la vite, Era il melograno e il giglio, Poseidone i pini e le conifere delle scogliere, Afrodite e i fiori profumati dalla rosa alla viola, fino al mirto.

I greci antichi conoscevano alla perfezione il paesaggio in cui erano immersi e anche le proprietà delle piante con cui condividevano il territorio che apprezzavano come natura incontaminata e lussureggiante, oppure come risultato di una trasformazione mirata a creare espressioni di natura civilizzata. Quindi erano in grado di discernere una foresta selvaggia pullulante di insidie, rappresentazione dell’ignoto, dai boschi sacri dove risiede l’armonia sovrumana, come i boschi delle ninfe di Itaca. I paesaggi omerici letterari sono vivi e vegeti e risiedono nella natura che ci circonda, tra passato e presente, mantenendo vivo il desiderio di tornare al mito.



giovedì 20 agosto 2026

L'Odissea televisiva

 


bekim fehmiu, il bello del mediterraneo

Educazione sentimentale tv. La serie Rai era il primo prodotto tv che parlava a una nuova generazione di donne emancipate, pronte ad accogliere nel focolare domestico la potenza di un’inedita hybris erotica e a desiderare il corpo dell’eroe

Laura Leonelli

Il Sole 24ore, 2 agosto 2026

Avevamo dovuto aspettarlo per almeno quaranta minuti, allora televisivamente un tempo infinito. Quand’ecco che nel silenzio della reggia di Itaca, libera dai Proci, Penelope aveva avuto una visione, sua sorella Iftime, e a quella immagine d’aria, mandata da Atene, Penelope aveva posto la domanda che la consumava da dieci anni: «Allora dimmi, dov’è Ulisse?». Mancavano solo quattro minuti e cinquanta secondi alla fine della prima puntata dell’Odissea quando, annunciato dall’accordo fortissimo della colonna sonora, eccolo lì Ulisse, eccolo lì Bekim Fehmiu su una zattera tra le onde, corpo di marinaio coperto di sale, corpo di uomo trentenne, muscoli nella tempesta, avvolti appena da uno straccio sui fianchi, e riguardando oggi la scena al computer, a pochi centimetri dagli occhi, si può persino notare che sotto il selvaggio pareo si celava, fuori dalla correttezza storica, il profilo di un costume da bagno.

Ma che importa, alla visione di quella schiena a volta celeste tanto era cosmica, le gentili spettatrici, sedute su poltrone, sedie e divani, urlarono in silenzio, travolte omericamente da un’onda di piacere televisivo. E la Rai quell’urlo lo sentì. Del resto lo aveva previsto. L’Odissea diretta da Franco Rossi e interpretata da Irene Papas, sublime Penelope, e da Bekhim Fehmiu, il suo sposo, era il primo prodotto televisivo che parlava a una nuova generazione di donne, abbastanza emancipate, pronte ad accogliere nel focolare domestico la potenza di un’inedita hybris erotica. Poi arrivò Rai Educational, certo, ma quella fu per i tempi una vera educazione sentimentale.

Le otto puntate da soli cinquanta minuti l’una dell’Odissea erano dunque a livello subliminale un regalo all’immenso femminile della nazione. Un insegnamento. Un metodo. E come nel poema omerico la trasmissione del sapere politico e del coraggio avveniva di padre in figlio, da Ulisse a Telemaco, così alle madri del XX secolo spettava di iniziare le figlie a un altro modo di amare e desiderare un uomo. Più libertà. Forse più consapevolezza. Del resto da astuto sceneggiatore Omero aveva punteggiato il racconto di storie d’amore e desiderio per ogni generazione, avendo intuito, prima di Louisa May Alcott, che esiste un pubblico femminile, e non sono poi così piccole le donne, anche in termini di audience. Soprattutto sono destinate a crescere.

Chi scrive aveva seguito con passione cocente la seconda edizione dello sceneggiato, girato nel 1968, e ritrasmesso a colori nel 1974. In un’Italia che aveva appena votato la legge sul divorzio, in un Paese machista dove Carla Lonzi nel 1970 aveva dato alle stampe Sputiamo su Hegel, e ancora in un Paese dove solo nel 1975 le donne avevano potuto firmare in autonomia il loro primo assegno, improvvisamente la domenica sera, dopo essersi sciroppate le partite e i commenti catramosi di Sandro Ciotti, le madri, le figlie, le sorelle e le amiche di tutta Italia, sparecchiata velocemente la tavola, pulita furiosamente la cucina, occupavano manu militari il salotto e aspettavano quel che finalmente ci spettava dopo tante lotte: il diritto al piacere. Che non era solo innamorarsi, roba di ogni tempo, ma era fisicamente desiderare e desiderare Ulisse, e che ci portasse tra i flutti, nei gorghi, in una grotta, tra i rovi di una montagna del Peloponneso, lungo la riva di un fiume, tutto bellissimo, tutto nostro.

Come nostro e non hollywoodiano era Bekim Fehmiu, albanese di nascita, primo attore a raggiungere la fama oltre i Balcani, volto e corpo filologici, puro Mediterraneo. E forse anche per questa familiarità, dal cavallo di Troia del piccolo schermo Odisseo ci lasciava intuire, mentendo, un’intesa speciale, un trattamento dedicato. Per le ragazze c’era Nausica, «sei una dea o una delle figlie immortali di Zeus?» diceva l’eroe, e chi non avrebbe voluto detergere quelle membra sporche di salsedine e sabbia.

Per le madri, accanto a Penelope e alla sua eburnea fedeltà, c’erano le amanti, Circe, la nera notte della passione, e Calipso, luminosa come una giornata di sole, eternamente senza colpa, troppo bionda, troppo leggera. Tutte noi, teenager e vere donne, potevamo vivere l’avventura, e rinunciarci sarebbe stato davvero un peccato. A Matt Damon, l’Odisseo di Christopher Nolan, non spetta certo il compito di emanciparci. Non è il nostro eroe, è arrivato tardi e di ripartire con lui, come fa Anne Hathaway, che pare la pubblicità di una crociera per le nozze d’argento, non ci interessa. In viaggio ci andiamo anche da sole, il mondo è grande. Anche questo ce lo ha insegnato Ulisse.

pedagogia e show: polifemo horror e frangette sexy

Amarcord tv

Gianluigi Rossini

Il Sole 24ore, 2 agosto 2026

Per un produttore televisivo, l’Odissea di Omero potrebbe essere una miniera d’oro: un racconto modulare a episodi, enorme, avventuroso, strabordante di personaggi. Eppure, dalla nascita della televisione a oggi gli adattamenti sono pochissimi, se si escludono le reinterpretazioni molto libere e le versioni per bambini. In sostanza sono tre: Il ritorno di Ulisse, prodotta dalla francese Arte nel 2013, che pure si prende grandi libertà; L’Odissea dell’americana NBC (1997) e infine Odissea, coproduzione internazionale a guida italiana, pietra miliare Rai del 1968.

Tra queste, l’ultima è senza dubbio quella con la miglior reputazione: i contemporanei non furono sempre soddisfatti (Achille Campanile scrisse che Nausicaa e le sue ancelle sembravano «delle belle e gentili lavandaie… La poesia di Omero consisteva nel trasformare le lavandaie in principesse… la poesia dei riduttori consiste nel trasformare le principesse in lavandaie»), ma negli anni ha acquisito uno statuto di intoccabilità, non solo per i 16 milioni di spettatori dell’epoca ma anche per un successo prolungato, certificato dalla persistenza nella memoria del pubblico e dalle numerose repliche successive.

A questa reputazione contribuì il suo ruolo di spartiacque per la tv nostrana: se i Promessi sposi del 1967 furono il culmine dello sceneggiato vecchio stile, ovvero teatrale, girato in studio con ambienti ricostruiti, in bianco e nero su nastro magnetico, Odissea inaugurò la stagione delle miniserie e la collaborazione tra cinema e tv. Prodotta da Dino de Laurentis, a colori e su pellicola, con moltissimi esterni girati tra le isole dell’ex Jugoslavia, gli effetti speciali di Carlo Rambaldi (poi premio Oscar per Alien e ET), un cast internazionale e la regia di Franco Rossi, stimato regista di cinema: è qui che inizia la grande tradizione delle miniserie Rai culminata con il Gesù di Nazareth di Zeffirelli del ’77.

Odissea è il frutto di una cultura per la quale il testo letterario è ancora indiscutibilmente al primo posto: non solo è necessario essere fedeli al testo originale, lo è ancor di più infondere il racconto televisivo di letterarietà, dentro, fuori e tutt’intorno. Ogni episodio, infatti, veniva introdotto dalla lettura di alcuni versi di Omero da parte di Ungaretti, a ricordare sempre che da lì si è partiti. In spregio alla regola dello “show, don’t tell”, la miniserie trabocca di narratori: mentre la versione americana del 1997 seguiva l’ordine cronologico degli eventi, ripartendo dalla guerra di Troia per poi seguire le peripezie di Ulisse, qui, invece, nel primo episodio una voce narrante ci informa che Telemaco è giunto a Pilo, per chiedere notizie dal padre a Nestore, «il più vecchio dei sovrani achei distruttori di Troia» il quale, su una spiaggia ghiaiosa e assolata, dopo un lungo e complesso rito, racconta la fine della guerra e la ripartenza delle navi dalle coste troiane. Spesso, anche quando sarebbe stato semplice rendere gli eventi in forma di dialoghi, la serie preferisce una voce narrante dal tono uniforme e calmo: l’intenzione non era solo di ricalcare la struttura dell’originale ma più in generale di imitare il ritmo omerico, mostrando così una società in cui il racconto orale ha un ruolo fondamentale.

Allo stesso tempo, però, Odissea non lesinava lo spettacolo, con effetti notevoli forse proprio per contrasto con il ritmo lento e solenne: nell’episodio di Polifemo, la cui regia fu affidata a Mario Bava, il crock delle ossa dei compagni di Ulisse divorati dal mostro fa accapponare la pelle, così come conservano un certo effetto orrorifico la discesa nell’Ade abitato da defunti-zombie o il richiamo delle sirene, uno dei pochi momenti in cui il volume si alza all’improvviso. Un contrasto simile si potrebbe trovare nella messa in scena: l’ambientazione è austera e descrive un mondo primitivo, dove dominano la nuda pietra e il legno, e perfino le dimore dei re sono spoglie e prive di ornamenti. Allo stesso tempo, però, ci si concedono varie incursioni in un immaginario tipicamente anni ’60: Cassandra appare con una frangetta corta alla Rita Pavone, Eolo e i suoi figli sono vestiti con tute spaziali argentate, la corte dei Feaci è uno strano mix tra arcaico e futuribile, come fossero un popolo alieno visitato dall’equipaggio di Star Trek. L’austerità, inoltre, non riduce la carica sensuale, ma è in particolar modo il corpo di Bekim Fehmiu (Ulisse) a essere messo in mostra, mentre la bellezza di Nausicaa (Barbara Bach), Circe (Juliette Mayniel) e Penelope (Irene Papas) è espressa quasi solo attraverso il volto, lo sguardo, il sorriso.

Il difficile e affascinante equilibrio tra pedagogia e spettacolo, fedeltà e inventiva trovato da Odissea segue, insomma, una strada paradossalmente più originale delle tante versioni cinematografiche che ancora oggi riscuotono grandi successi.


quando ungaretti diede la sua voce a omero

Da poeta a poeta

Gino Ruozzi


Il Sole 24ore, 2 agosto 2026

Benché non abbia ricevuto il premio Nobel, Giuseppe Ungaretti è stato più di tutti il «poeta vate» del nostro Novecento: sacrale, profetico, sublime, non solo ma pure per quel «M’illumino / d’immenso» che è il verso più emblematico della poesia contemporanea. Anche per questo non poteva che toccare a lui l’introduzione dello sceneggiato Rai per eccellenza, l’Odissea trasmessa nel marzo- maggio 1968 per la prima volta in una produzione a colori. Al «poeta sovrano» fu abbinato il più carismatico dei poeti odierni, per la sua marcata postura attoriale e la voce profonda da segreti dell’Ade e caverne di Platone. Per me che stavo per compiere dieci anni fu un ingresso indimenticabile nella poesia e nel mito, indissolubilmente legati.

Già si era affermata la poesia del «rovescio» di Montale; già i venti del ’68 mettevano ulteriormente in discussione ogni possibile «aura»; ma Ungaretti in TV incarnava alla perfezione quella lingua meravigliosa e inafferrabile che era la poesia. Sfuggente e libera come quell’Ulisse di cui ci si apprestava a vedere nell’ancora giovane televisione italiana le gesta eroiche e spettacolari, a un tempo vincitore e vinto, re e fuggiasco, conteso dalle sirene e dalle donne più belle. Il binomio Ungaretti-Ulisse è tra le più celebri e durature immagini della televisione italiana, voluto dal direttore Ettore Bernabei, dallo sceneggiatore Renzo Rosso e da Leone Piccioni, ai vertici culturali della Rai e allievo dello stesso Ungaretti (di cui nel 1969, per l’apertura della collana dei Meridiani Mondadori curò l’edizione di «tutte le poesie» dal titolo Vita d’un uomo, tuttora il maggiore successo di vendite della splendida collezione).

Ungaretti ricordò quell’esperienza televisiva come «l’impresa più memorabile, la memorabilissima», alla quale «pochi, da noi, a qualsiasi ceto appartengano, si sono privati di assistere»; e «me ne sono accorto, mi si permetta di osare tirarmi qui personalmente in ballo, dalla gente che di continuo, ovunque mi trovi, mi accosta e mi assedia chiedendomi l’autografo, per essere stato io quello che aveva tradotto e in pubblico recitava i preamboli riassumenti la grande avventura».

Ungaretti si avvalse soprattutto del confronto con la versione francese dell’Odissea delle Belles Lettres. Come ha scritto Carlo Ossola, le traduzioni omeriche di Ungaretti risaltano «per un loro lapidario nitore, per quella collocazione misurata delle parole, quasi – dopo molto cammino d’artifici – avessero raggiunto la loro primitiva sede».

Nella declamazione delle epiche prodezze di Ulisse, Ungaretti trasmise il mistero insondabile dell’esistenza, facendo risalire dalle oscurità abissali le verità di ogni «porto sepolto» della vita. Il suo Ulisse è simbolo di sfida e di solitudine: sempre sostanzialmente «solo» e dominato da un’inquietudine che alle certezze di Itaca antepone l’eccitante curiosità del «folle volo».





mercoledì 19 agosto 2026

Itaca per noi



 la terra dei padri e del «nostos» aspro

A Itaca/1 L’isola è piccola, austera e brulla, con tanta vita paesana dei tempi andati appena si esce fuori dalla capitale in miniatura Vathi dove ogni negozio ha un nome ispirato all’Odissea

Claudio Visentin

Il Sole 24ore, 19 luglio 2026

Da sempre i marinai raccontano di isole capricciose e ballerine, isole che si nascondono allo sguardo e all’approdo, isole che si allontanano quando credi di averle raggiunte, isole che forse neppure esistono eppure sono l’ossessione di qualcuno. A volte penso che Itaca sia una di queste. Ogni estate un tale si sveglia e decide che la vera Itaca non è l’isola che abbiamo sempre chiamato così, che non è nell’arcipelago delle Ionie, porta della Grecia, ma in qualche altro mare. Di rado è la proposta di un archeologo o un geografo; più spesso sono studiosi improvvisati provenienti da tutt’altri mestieri. Per esempio un ingegnere nucleare (!) ha immaginato che la vicenda dell’Odissea si svolga tra Baltico, Scandinavia e Atlantico settentrionale; Itaca sarebbe allora la piccola isola danese di Lyø (mentre quello di Ulisse diventa il classico esempio di viaggio senza gli abiti adatti). Altri hanno trasportato l’intera geografia omerica nell’Atlantico, collocando Itaca presso Cadice (e Troia in Inghilterra), o ancora nella Sicilia occidentale (Samuel Butler), con un disinvolto Ulisse trapanese. L’archeologo tedesco Wilhelm Dörpfeld, tra Otto e Novecento, sostenne invece che la vera Itaca fosse l’isola di Leucade, più a nord nell’arcipelago delle Ionie. Infine questa estate, complice il gran caldo credo, diversi autori hanno rilanciato con qualche aggiustamento la tesi di Robert Bittlestone che già vent’anni fa identificava l’Itaca omerica con Paliki, la penisola occidentale di Cefalonia. Abbandonata dopo ricerche infruttuose la teoria che la penisola fosse un tempo un’isola, separata da Cefalonia da un canale, si sostiene ora che di “isola” in senso stretto nel poema non si parla mai a proposito di Itaca: insomma una teoria smentita dalla geologia e poi riformulata attraverso la filologia. Diciamo subito che il testo omerico qualche dubbio lo fa sorgere, per esempio quando Ulisse descrive la sua amata isola come «l’ultima là, in fondo al mare, / verso la notte». Ma a occidente di Itaca c’è la massiccia Cefalonia – e dunque Itaca ultima non è – e appunto Paliki segna qui un punto a suo favore.

Ma ha senso questa acribia filologica applicata a un passo controverso di un poema nato da una lunga tradizione orale, sedimentata e ricomposta per secoli? Ogni altra considerazione poi ci spinge a pensare che Itaca sia … Itaca. Per cominciare così si è creduto fin dall’antichità (e non è argomento da poco) e questa identificazione ha dalla sua una tradizione lunghissima. Inoltre sappiamo da diverse fonti che gli abitanti di Itaca in età ellenistica veneravano Odisseo come eroe locale e organizzavano giochi in suo onore. A Itaca si sono poi trovate testimonianze epigrafiche del culto di Odisseo, con frammenti che riportano il suo nome; nella grotta di Polis sono emersi anche i celebri tripodi di bronzo, di epoca più tarda ma sorprendentemente simili a quelli che nell’Odissea i Feaci donarono a Ulisse. A Paliki invece… poco o nulla. E se tutte queste faticose corrispondenze vi hanno già stancato, sappiate che già alcuni tra gli antichi liquidavano la questione facendosi beffe di chi cercava in un poema precisi riscontri geografici. Per esempio il sommo geografo ellenistico Eratostene, nel III secolo a.C., mette in guardia dalla tentazione di trasformare il mito in geografia reale e ironizza dicendo che si sarebbe scoperto dove aveva viaggiato Odisseo quando si fosse trovato il calzolaio che aveva cucito l’otre dei venti.

Ma queste in fondo sono discussioni da eruditi, condotte nei loro studi tra carte e libri. Se a Itaca si ritorna davvero, come faccio ogni anno da nove anni con la mia scuola di scrittura di viaggio, la prospettiva sul campo è subito diversa. Già lo sbarco dal traghetto nel modesto approdo di Piso Aetos, un piazzale polveroso da dove parte una strada che s’inerpica sulla collina, ridimensiona le aspettative. L’isola è piccola, austera, brulla, con tanta vita paesana dei tempi andati se appena si esce dalla capitale in miniatura Vathi, distesa intorno a una baia luminosa e affollata di turisti. A Stavros, il più importante villaggio del nord dell’isola, ogni negozio ha un nome ispirato all’Odissea e certi dubbi sono semplicemente un’eresia. Ma Itaca non vive solo del passato omerico, anche perché la sua storia è stata assai varia: dopo l’età micenea l’isola conobbe le dominazioniù di romani, bizantini, normanni e latini, poi ottomani, veneziani, francesi e inglesi. Si fa prima a dire chi non è passato di qui.

All’inizio del Cinquecento, quando i veneziani presero il controllo dell’isola, la trovarono quasi spopolata dopo decenni di guerre, pirateria e occupazione ottomana, tanto da dover rifondare la società attirando immigrati. E tuttavia la maggior parte degli edifici, testimonianza delle diverse epoche, è stata cancellata dal terribile terremoto del 1953. Quel tragico evento accelerò l’emigrazione verso Atene e Paesi lontani (Canada, Australia), già avviata nella seconda metà dell’Ottocento. In compenso altri sono arrivati: il portiere della locale squadra di calcio per esempio è albanese: quando non gioca fa il muratore o la guida omerica. Un buon numero di suoi connazionali giunse qui dopo la caduta del regime comunista di Tirana nel 1990-1991, sostituendo gli itacesi emigrati nell’edilizia e nell’agricoltura.

Ma poi per un giorno possiamo dimenticare dispute e rivendicazioni per abbandonarci alla natura; il mare brilla immobile nella luce calda dell’estate, il canto delle cicale è assordante. Al di là di quegli oscuri e gloriosi inizi, Itaca è forse solo un’isola greca come tante altre. Del resto anche Ulisse, nell’Odissea, non rivendica per Itaca nessun primato e non ne nasconde i limiti, pur descrivendola con desiderio e tenerezza, lui che per tornarvi ha respinto l’allettante offerta d’immortalità della dea Calipso: «Aspra, ma buona nutrice di giovani e io nulla / più dolce di quella terra potrò mai vedere». Itaca è la casa, la terra dei padri, e come tale comanda amore. Invece di discutere delle isole altrui – sembra dire – ognuno impari ad amare la propria.


ulisse non c’è, ma frequentiamo la scuola di omero

A Itaca/2

Emanuele Papi
Il Sole 24ore, 2 agosto 2026

Quando c’è di mezzo Ulisse, il pericolo è noto: trovare quel che si va cercando. Già gli antichi litigavano sulle coordinate della sua carta nautica. Eratostene, scettico, suggeriva che fosse più facile rintracciare il pellaio che aveva cucito l’otre dei venti di Eolo; Polibio, più fiducioso, misurava correnti, distanze e pesci; Strabone era per il compromesso: Omero inventava, ma con materiali veri.

Da allora gli interpreti più spericolati cercano di far combaciare la mappa omerica con il Mediterraneo: un muro diventa la reggia di Ulisse, una costa la terra delle Sirene, qualche faraglione minaccioso il paese dei Ciclopi. Di recente è stata riesumata la teoria che trapianta Itaca nella penisola di Paliki, a Cefalonia. Quando la geografia non coincide con Omero, si può sempre cambiare la geografia.

Ulisse sfuggì a Polifemo, ma da secoli non riesce a liberarsi dei suoi inseguitori e, da eroe astuto, continua a giocare loro qualche scherzo. Il suo palazzo a Itaca occupa poco spazio negli studi, moltissimo in TV, sul web e nell’orgoglio degli abitanti delle isole Ionie. Il problema non è soltanto l’entusiasmo dei divulgatori. È anche il silenzio degli archeologi, che ritengono la questione troppo fatua per meritare una replica. Così i due mondi procedono senza parlarsi: i giornali rivelano scoperte e l’accademia inarca il sopracciglio.

A Itaca è stato trovato qualcosa di meno spettacolare ma più interessante: non il domicilio di Ulisse, bensì il luogo dove gli abitanti, molti secoli dopo la composizione dell’Odissea, lo veneravano. Il luogo si trova ad Agios Athanasios, a nord dell’isola; è chiamato «Scuola di Omero», un nome che promette troppo e spiega poco. Al centro emerge una grande roccia; le strutture occupano due terrazze: in alto resta una torre del III secolo a.C., più in basso un edificio con spazi per le offerte.

Gli scavi, condotti dal 1994 al 2011, hanno ricostruito una storia di millenni. Il luogo fu frequentato già nel Neolitico, tra il V e il IV millennio a.C. Al XIV e XIII secolo a.C., in età micenea, risalgono una trentina di vasi. Presenze antiche, ma che non bastano a consegnare le chiavi di casa a Ulisse. In età ellenistica e romana l’area conobbe il suo periodo più intenso. Sono stati riconosciuti bacini per aspersioni, molti ex-voto e oltre cento monete, coniate dal III secolo a.C. al II secolo d.C. in città lontane: la zona non era frequentata soltanto dagli isolani. Il più celebre viaggiatore greco era diventato a sua volta meta di viaggio.

Le tegole conservano due iscrizioni: in una si legge «di Odisseo», nell’altra «a Odisseo». Altri marchi certificano la proprietà pubblica delle costruzioni. Nel 1904 l’archeologo olandese Carl Wilhelm Vollgraff aveva trovato una testa bronzea di Ulisse con il suo berretto a cono. Nessuno di questi indizi, considerato isolatamente, sarebbe sufficiente a identificare il santuario dell’eroe. Nel loro insieme, però, architetture, offerte, monete e iscrizioni compongono un quadro difficile da liquidare e collegano l’area a un luogo di culto già noto dalle fonti scritte. Intorno al 207 a.C. la città di Itaca emanò infatti un decreto che menziona un Odysseion, il santuario di Odisseo, e gli Odysseia, gare in suo onore. A quel punto Ulisse non apparteneva più soltanto ai cantori: era entrato nel calendario, nei culti e nelle istituzioni della città. Agios Athanasios offre concretezza alle parole dell’iscrizione.

A Itaca c’è anche la grotta di Polis, esplorata negli anni Trenta dall’archeologa britannica Sylvia Benton. Qui si rinvennero molti doni cerimoniali tra cui una dozzina di tripodi, sostegni in bronzo per calderoni. È inevitabile pensare ai tripodi donati a Ulisse dai Feaci e nascosti nella grotta delle Ninfe. Ma la coincidenza non basta: la cavità fu un luogo di culto e vi compare anche una dedica «a Odisseo»: testimonianza sicura della devozione per l’eroe, non un punto GPS dell’antro descritto nel XIII libro dell’Odissea.

L’archeologia non ha trovato Ulisse. Ha trovato una comunità che trasformò il protagonista del poema in un antenato della storia civica, gli dedicò un centro religioso, offerte e giochi. Gli eroi non hanno bisogno di essere esistiti: cominciano a vivere quando qualcuno li riconosce come propri. Per questo, presentare l’Odysseion di Itaca come la magione del re significa confondere due storie diverse. L’identificazione funziona bene sugli schermi, meno in archeologia. Tra il culto di Ulisse e il celebre letto nuziale costruito attorno a un olivo resta ancora molto spazio, che è tutto occupato dalla poesia.





martedì 18 agosto 2026

Lettera a Ulisse

Nicola Gardini

CARO ULISSE, TI SCRIVO... e ho DOMANDE per te

Lettera all’eroe omerico. Nicola Gardini, che da anni studia e divulga magistralmente l’«Odissea» manda una missiva al protagonista. Che parla di libertà, sfortuna, rifondazioni di civiltà e delle stagioni della vita umana

Nicola Gardini

Il Sole 24 ore, 2 agosto 2026

Caro Ulisse di Omero (ti va bene se ti chiamo con il nome latino?), spero che questa mia lettera ti arrivi al più presto. Perdonerai il tono confidenziale, ma, poiché continuiamo a parlare di te da millenni, e con frequenza crescente, mi viene spontaneo considerarti un amico. Adesso c’è pure un nuovo film a celebrarti! Oh, nessuna gloria più per l’ingegnoso Ulisse del cavallo di legno, che pure era il tuo principale vanto! La celebrazione qui mostra un uomo distrutto. Ne hai sentito parlare? Sarebbe bello avere un tuo parere. Se ne sono dette di cose sul tuo conto! Io, comunque, sto dalla tua parte. Io ho bisogno di te e mi fido di te.

L’idea del film mi pare giusta: bisogna andare da un’altra parte. E in fretta. È già l’idea di Dante (lo conosci? Lui, anche se ti ha chiuso nel fuoco dell’inferno, ti ha adorato) – ripartire per nuovi orizzonti. Prendere un’altra direzione. Ricominciare, poiché continuare così è impossibile. Tu, in effetti, già nell’Odissea antica non hai fatto che ricominciare: ogni tappa un ricominciamento. Per questo mi piaci. Io credo che tu non sia mai tornato. È ingenuo ridurti alla figura del reduce, come ha preteso una visione romantica del tuo destino. Itaca, certo, ti mancava e a Itaca hai rimesso piede. Ma è stato ritorno? Io non lo credo. Il tuo cosiddetto ritorno ha solo proseguito il viaggio.

D’altronde, come poteva esserci ritorno dopo vent’anni? Niente rimane uguale, quando ci si mette di mezzo il tempo. Cioè, mai. E forse nessuno torna mai a casa, cioè alla stessa casa, neppure quando rientra la sera dello stesso giorno. Figuriamoci quando sono trascorsi vent’anni. Telemaco è cresciuto e chiede che lo si consideri adulto, Penelope è invecchiata nelle preoccupazioni e nei dubbi, la mamma è morta di crepacuore, il papà si è ritirato nella decrepitezza, il palazzo è invaso dagli usurpatori… Il tuo ritorno non è stato altro che la constatazione del cambiamento generale, ed è stato cambiamento esso stesso non meno delle avventure che attraversasti dopo aver ridotto Troia in cenere. Perfino Itaca ha un’altra faccia! In un primo momento neanche la riconoscesti: guardavi il tuo paese ed eri spaesato. Sono d’accordo con Omero: la realtà non corrisponde alla memoria. Pure la memoria cambia; pure la memoria rifiuta di stare ferma. Disfà e rifà, come la tua Penelope la tela ogni notte. Come tu quando ti racconti ai Feaci e a quelli che ritrovi a Itaca. Ecco perché a un certo punto servono la cicatrice o il letto coniugale – per provare che esiste un passato. Per impedire che il presente si affacci su un baratro.

Tu sei l’incarnazione del tempo che va. La tua essenza è il divenire. Ti hanno reso celebre soprattutto la scena dell’arco e la strage dei pretendenti? La forza, il coraggio, la baldanza, gli stratagemmi, l’eroismo, la parola sagace, il nome “Nessuno”? Be’, ti dovrebbe rendere ancora più celebre il fatto che rappresenti le fasi della vita umana. La vera odissea è scivolare d’età in età. Su questo Omero è chiarissimo. Sei il seme da proteggere nel tiepido nascondiglio; e sei il bambino che si diverte a piantare gli alberi col papà; e sei il ragazzo che va a caccia e si lascia ferire da un cinghiale; e sei l’uomo che parte per la guerra. Sei quello che morirà. Così hai deciso. Calipso ti offre l’immortalità e tu ti tieni la finitudine. Tu preferisci il fato di svanire giorno per giorno. Tu anteponi la felicità di variare, perché è la felicità superiore di poter scegliere sempre.

Omero ti chiama polýtropos, “multiforme”. Lo siamo tutti, in fondo, sebbene abbiamo la presunzione di attribuirci identità immutabili. Presunzione grave, che ci blocca nei pregiudizi e ci toglie immaginazione. Infinite sono le possibilità da tentare, ma noi non le tentiamo. Noi non ci inventiamo, come ti inventi tu. Ci ripetiamo, indifferenti alle differenze che pure accadono ogni momento. Sono convinto che la maggioranza dei miei contemporanei sceglierebbe l’immortalità. Cioè la prigionia della fissità. Lo sai che molti si illudono di restare giovani anche da vecchi?

Tu sei libero. E la libertà, ovviamente, ti ha portato anche a commettere errori. Rientri a Itaca e non riporti a casa uno solo dei compagni che sopravvissero alla guerra. Loro senza dubbio hanno avuto le loro responsabilità, ma tu li hai esposti a tremendi pericoli, non li hai guidati con lo scrupolo necessario. Grande pianificatore, agivi anche tu talvolta senza piano, senza cautela. Dopo esser sfuggito al Ciclope, hai quasi riconsegnato alla sua furia te stesso e gli altri gridandogli dalla barca il tuo vero nome, che prima avevi avuto l’accortezza di nascondergli.

Sei fortunato, non c’è dubbio, perché la pelle l’hai salvata. Non dovrei parlare così, lo so. Ti sosteneva, infatti, non una forza insondabile e capricciosa, ma una divinità razionale e ferma come Atena. A ogni modo, la fortuna o, se preferisci, Atena non basta perché un uomo non vada in pezzi, non anneghi nell’egoismo, non impazzisca nel senso di colpa. Tu ti sei salvato seguendo un principio superiore, che voi greci chiamate xenia, “ospitalità”. Alla luce di tale principio tu hai cercato un tuo posto nel mondo. La xenia ti ha permesso di distinguere gli amici dai nemici. È, in sostanza, un principio di giustizia, la xenia, che tu hai onorato con fedeltà assoluta. I pretendenti, invece, no. Neanche Polifemo. I Feaci sì. Calipso e Circe in una certa misura. E noi?

Ma è ora che chiuda questa lettera, prima che cominci a parlar male del mio tempo. E arrivo alla domanda che avevo in mente di porti. Dopo aver causato tanta distruzione con la trovata del cavallo, hai veramente rifondato la civiltà da un’altra parte, come immagina il bravo regista al quale mi riferivo? E dove? Sei ancora lì, re per sempre redento? O la civiltà che hai ricreato è già finita e noi ne siamo l’ultimo brandello? Presto finirà tutto e saremo dimenticati? O finiranno prima la guerra e la violenza nel mondo?

Augurandomi di ricevere un tuo segno, ti abbraccio.

Nicola Gardini

lunedì 17 agosto 2026

Elogio di Nolan

                            

è nolan l’ingegno multiforme

Il film. Il regista ha sperimentato una tecnica nuova su pellicola, con profondità e risoluzione che portano a un’esperienza unica, in grado di togliere le sale dal ruolo di ancelle delle piattaforme

Cristina Battocletti
Il Sole 24ore, 2 agosto 2026

Se la Musa oggi dovesse cantare un uomo dal multiforme ingegno, guarderebbe Christopher Nolan. Gli inganni della sua Odissea sono riusciti a puntino: il primo teso a Ulisse, che da eroe sagace e malinconico si torce a principale responsabile del tracollo di una civiltà. Il secondo al poema omerico, che taglia, intreccia, innesta (è pur sempre il regista di Inception) con Iliade ed Eneide. Il terzo a noi figli della cultura greco-romana, costretti a perdonargli – soprattutto nelle scene itacensi –, la sovrabbondanza informativa di una banalità pornografica, in cambio delle potentissime scene di flashback, dove lo spettatore è sempre accanto a Ulisse, non meno vigile, pauroso, stupito, confuso, angosciato.

Ma Nolan non pensa solo agli intrighi, porta anche doni: riempie i cinema a luglio e fa discutere la gente di una guerra iniziata tremila anni fa, dimenticando le nuove diramazioni di oggi. Ma, soprattutto, il regista con l’Odissea porta avanti una tecnologia che permette di vivere un’esperienza nuova e offre una chance alle sale di uscire dalla palude di ancelle delle piattaforme: l’Imax (crasi per Image MAXimum), un sistema di proiezione cinematografica in grado di restituire immagini di una grandezza e una risoluzione superiore. Già il Cinemascope nel 1953 e il VistaVision, l’anno dopo, avevano aumentato le dimensioni della pellicola, mentre i sistemi multi-proiettore come il Cinerama nel 1952 avevano allargato l’area di proiezione. Con Imax il fotogramma da 70 millimetri viene esposto orizzontalmente all’interno del proiettore (illuminato con una lampada speciale da 15 kW allo Xeno), mentre le tradizionali pellicole da 70 sono a scorrimento verticale. Per capirci meglio, “normalmente” una zona di immagine è larga 48,5 millimetri e alta 22,1 e comprende lo spazio di 5 perforazioni; con il sistema Imax le immagini sono larghe 69,6 mm e alte 48,5 mm ed occupano 15 perforazioni.

Il primo film girato con Imax è stato Tiger Child, portato all’Expo ’70 a Osaka. Nolan, assieme al suo direttore della fotografia, Hoyte van Hoytema, ha iniziato a usare il sistema con Il Cavaliere Oscuro (2008) solo per alcune scene, aumentandone l’utilizzo con Oppenheimer e realizzando il primo lungometraggio girato interamente con cineprese Imax con Odissea. La rivoluzione ha toccato anche gli attori, che hanno dovuto adattare le tecniche di recitazione, imparate col digitale e macchine da presa più piccole, a una cinepresa enorme, che li rapporta alla maestà degli scenari che riesce a comprendere. Nolan è tornato alla pellicola (usandone 640mila metri), utilizzando una cinepresa che doveva essere ricaricata dopo tre minuti e così rumorosa che gli attori dovevano urlare per sovrastarne il frastuono («come avere un frullatore in faccia», ha detto l’Odisseo Matt Damon). Gli ingegneri hanno dovuto escogitare un silenziatore (il blimp), un involucro che la trasforma in un frigo di circa 130 chili da trasportare su e giù sui terreni non esattamente amichevoli di sei Paesi: Grecia, Italia, Islanda, Marocco, Scozia e Stati Uniti. I costi della produzione, che si stimano attorno ai 250 milioni di dollari, sono già stati superati dal triplo (per ora) degli incassi.

Da Il cavaliere oscuro, passando per Interstellar o Inception, Nolan ha sempre radicato le sue storie nella realtà e con l’Odissea ha messo sé stesso e la troupe in una condizione di fatica fisica che potesse emulare il nostos di Ulisse e ha creato, dopo i tentennamenti del 3D, l’esperienza immersiva più forte di sempre, con una profondità e dettaglio mai sperimentati prima. Spingendo la tecnica cinematografica un poco più in là, ha fatto un regalo al cinema e ai registi di domani, perché le sale Imax sono meno di mille nel mondo e in Italia solo tre (Orio al Serio, Sesto San Giovanni e Roma) e non del tutto adatte al formato dell’Odissea. Chi scrive l’ha vista in un cinema “normale”, ma, anche senza Imax, si è calata con Ulisse dal cavallo con cui ha ingannato i troiani, ha sentito il terrore davanti al corpo latteo del Ciclope, si è riempita di stupore sotto la neve sull’isola dei terribili lestrigoni, è inorridita all’allungamento delle ossa con cui Circe ha trasformato i soldati in animali, ha subito le dita di Scilla, mentre prelevavano nel mucchio le vittime, senza alcun criterio, secondo l’ingiustizia del fato che piomba nella nostra quotidianità appena apriamo certe pagine di cronaca.

Ha provato la nausea nel mare in tempesta, avvertendo il freddo dell’acqua sulla pelle, ha sentito il rimorso degli errori passati, quando Tiresia è emerso dalla sabbia e ha scatenato la rabbia dei compagni morti per le strategie dell’egotico comandante. Certo, è stato più difficile rimanere a Ogigia con Calipso, che tenta di psicoanalizzare Ulisse, propinandogli consigli new age. Ma togliendo di mezzo il dio che decide dall’alto, Nolan ci piazza l’esplorazione dell’inconscio, rendendo Calipso una sorta di manipolatrice psicopatica, che cura Ulisse, facendolo ricordare e, in parte, drogandolo con il fiore di loto e fondendo l’episodio di Ogigia con quello dei lotofagi, che è espunto come altri, compreso quello di Nausicaa, che ha oltremodo offeso i puristi. Ma qual è la purezza di un poema orale?

Nolan ha tolto i canti i cui protagonisti sono dativi e positivi per lasciare spazio a una civiltà senza speranza, come ci appare ora la nostra. Inutile il dibattito sulle armature rispetto all’epoca, i peplum d’antan si sono ispirati per costumi e scenografie all’arte romantica e la spina dorsale esposta sul retro dell’elmo di Agamennone è un sublime simbolo di fragilità. Le spiagge in cui approda Ulisse sono fredde come quelle di Dunkirk, una metafora delle carneficine di guerra, impossibile non pensare alla Normandia, all’Ucraina, a Gaza, al Sudan, all’Iran e a tutte le altre guerre in corso. Il mare è nero, salvo rarissime inquadrature, la Grecia è buia, la furbizia di Ulisse non è benemerita: non vince con onore, infrange la legge della Xenia, una mossa lesiva anche sul piano economico perché per i greci l’ospitalità era un modo per oliare e far fiorire le rotte commerciali. La via della diplomazia è abdicata in favore della guerra, il logos calpestato: lo sa Polifemo, cui non è stata data la possibilità di essere ascoltato. Gli esseri umani sono per lo più avidi, narcisi e imbroglioni e le donne non sono migliori, nemmeno la bravissima Anne Hathaway (Penelope), che tratta Tom Holland (Telemaco), come un poppante, mentre un ventenne nell’età del Bronzo era più che adulto. 

Nolan ha scelto un cast di grande richiamo per attirare il pubblico più largo possibile. Damon non è mai retorico e Robert Pattinson è un Antinoo vigliacchissimo. Se non abbiamo avuto niente da ridire che Liz Taylor fosse l’egiziana Cleopatra, in base a quali criteri dovremmo lamentarci se Zendaya è Atena, e Lupita Nyong’o Elena e Clitemnestra? Il cast è eccezionale e questo basta (tranne Holland, piuttosto fesso, ma temo che sia la parte). Dimentichiamoci le pecche e godiamoci cinema e messaggio pacifista, anche per chi non ama Ulisse, come Bobi Bazlen, che lo considerava un borghesuccio, che, invece di godersi le esperienze psichedeliche e l’amore libero, non voleva far altro che correre a casa dalla moglie.