venerdì 18 marzo 2022

Praga, agosto 1968



Alexander Dubcek, L'alba in cui uccisero la mia primavera, La Stampa, 24 novembre 1992, pag. 7   

martedì 20 agosto 1968

Poco prima di mezzanotte, Oldrich Cernik, il nostro primo ministro, venne chiamato al telefono dal generale Dzur, il nostro ministro della Difesa, che gli disse che i sovietici e quattro loro alleati del Patto di Varsavia avevano cominciato l'invasione. Dzur era stato trattenuto dai sovietici nel suo ufficio al ministero, ora occupato. Era un fulmine a ciel sereno.
In qualche modo riuscimmo a riportare ordine nella riunione. Io ricordai la lettera di Breznev, che lessi ad alta voce per far vedere che anche in quest'ujtima nob c'era niente che potesse essere letto come un avviso di imminente invasione.[...]
Abbozzammo una dichiarazione rivolta ai popoli della Repubblica cecoslovacca, esprimendo sgomento e sorpresa di fronte all'invasione, che condannavamo in quanto contraria alle norme basilari del diritto internazionale e del socialismo. Invitammo però la popolazione a non opporre resistenza. [...]
Passarono due ore. Il cielo era pieno di aerei. Come apprendemmo subito, i sovietici ne facevano atterrare all'aeroporto di Praga uno al minuto, con il loro carico di carri armati, mezzi corazzati e truppe.
Perché non abbiamo lasciato l'edificio, non ci siamo nascosti e non abbiamo preso le redini di un movimento di resistenza? Perché questo avrebbe contraddetto la nostra decisione collettiva di offrire una resistenza solo politica e di rimanere ai nostri posti perché non potessero essere occupati da traditori. Così rewstammo nell'edificio - e aspettammo.
Nel frattempo centinaia, forse migliaia di persone si erano radunate fuori. Erano quasi tutti giovani e sventolavano la bandiera nazionale. Li sentivo scandire il mio nome e cantare l'inno nazionale - e anche l'Internazionale. Che amara ironia!
Alle quattro del mattino, una limousine Volga nera guidava una colonna di carri armati e mezzi corazzati attraverso il ponte sul fiume, diretta verso il nostro edificio. La folla si apr+, ma non abbastanza in fretta. Così ci fu uno scontro e i sovietici si misero a sparare con la mitragliatrice. Un giovane civile venne ucciso proprio davanti ai nostri occhi.
Poi arrivarono i paracadutisti dell'Armata Rossa e circondarono l'edificio. I telefoni erano muti. L'alba era diventata giorno quando un drappello di militari, guidato da diversi ufficiali, fece irruzione. Alle nove del mattino, sette o otto paracaditisti sovietici e otto ufficiali piombarono nel mio ufficio. Chiusero le finestre e bloccarono le porte di comunicazione tra le stanze. Era come una rapina a mano armata. Feci un passo verso il telefono che stava sulla mia scrivania: uno dei soldati mi puntò la pistola addosso, afferrò il telefono e strappò il filo dal muro.

Alexander Dubcek, Il socialismo dal volto umano: autobiografia di un rivoluzionario, Nuova iniziativa editoriale, Roma [2008]. Supplemento dell'Unità.

giovedì 17 marzo 2022

La Russia non sta vincendo


 
 

MARCO DI GIOVANNI
Mission creep, “centro di gravità" e crimini contro i civili
 
Una nota necessaria in considerazione dell’offensiva misericordiosa dei fautori della pace a tutti i costi
Dopo tre settimane di operazioni militari l’aggressione russa ha fallito il colpo di mano e ha dovuto dirottare verso una definizione, che appare incerta, del suo nuovo centro di gravità.
L’obiettivo iniziale, con l’ampiezza delle linee di intervento, si fissava nel crollo del sistema politico ucraino, nel cedimento di tutta la sua organizzazione difensiva senza leadership e attaccata su più fronti, e sull’insediamento di un potere fantoccio da manipolare.
Nulla di tutto questo si è dato e due fattori hanno proposto ai russi la questione di una nuova linea strategica. E’ quello che, in gergo, si chiama mission creep, involontario scivolamento della prospettiva strategica della mission.
La tenuta politica e militare dell’Ucraina e la sua efficacia (anche nella compattezza della popolazione che ha verosimilmente isolato una inconsistente presenza filorussa) hanno dilatato l’impegno militare su una scala e con esigenze di qualità, cui i russi non erano pronti : di fronte alla situazione mostrano sorprendenti carenze logistiche (a maggior ragione per una missione condotta a ridosso dei loro confini e linee di comunicazione) ed una adeguatezza operativa come minimo a pelle di leopardo. Improvvisamente si è spalancato un fronte immenso, incontrollabile e disperatamente costoso. Il dispiegamento iniziale è stato assorbito completamente ed anzi impone integrazioni delle perdite molto ampie e un ampliamento che deve allora misurarsi con dimensioni nuove e una critica posizione rispetto al fattore tempo.
Il colpo di mano era organico all’azione politica di Putin per minimizzare la capacità internazionale di risposta e minimizzare i costi dell’azione. L’impegno militare si rivela invece improbo e la reazione internazionale ha messo sul piatto, con sanzioni dure e una politica di sostegno militare indiretto all’Ucraina, la questione della tenuta del sistema putiniano.
I tempi lunghi sarebbero quelli che - ora - l’azione militare deve prevedere, ma non sono compatibili con la tenuta del sistema.
L’apparato militare russo accumula con fatica mezzi intorno alle città che cerca di assediare, ma ci si domanda con quale obiettivo: quale è il centro di gravità individuato? Le forze sono disperse su troppi fronti, cui fissano unità ucraine e popolazione, ma non sono in grado, almeno al momento, di rischiare un attacco a fondo.
Forse Mariupol cadrà ma Odessa dovrà essere bombardata pesantemente e senza vergogna, Kiev è una immensa, paurosa trappola mentre la guerra costa, a braccio, circa 400 milioni di dollari al giorno, salvo ampliamenti del dispositivo o fasi di particolare intensità operativa.
La Penelope ucraina lavora i russi ai fianchi, disfacendo parte della rete russa, operativa e logistica, con le sue efficaci puntate. E se anche Kiev dovesse cadere la guerra si scioglierebbe sul terreno, con tempi ed efficacia diversa a seconda della capacità della leadership di sopravvivere, ma senza offrire tregua. Proprio la “dottrina” e la storia delle vicende politico militari ci parlano della forza strategica del resistente in rapporto alla variante “tempo”.
A meno che, a questo punto, il centro di gravità non si sposti sulla popolazione, trasformata pienamente in ostaggio, e l’assedio sia, appunto, un assedio, che fa della continuità della violenza indiscriminata sui civili il coltello alla gola della leadership politica, cui imporre, nel ricatto morale della distruzione, NON DELLA VITTORIA MILITARE, la propria volontà.
I misericordiosi fautori della resa, formulata – solo a volte – una generica condanna dell’aggressione, magari un po’ giustificata, si collocano allora su questo innesto strategico. Spacciano per inevitabile prospettiva delle operazioni militari una – del tutto ipotetica e al momento lontana – vittoria russa, e condannano la determinazione a resistere. Caracciolo e soci insegnano.
La strage dei civili torna allora a ricadere fra le colpe delle vittime, mentre gli invasori dispiegano saggezza con le loro bombe a grappolo.

martedì 15 marzo 2022

Alessandro Orsini, una verifica

 

Ugo Colombino 

Ecco un contributo alla complessità e al pensiero critico. Dovrebbe piacere ai critici del "pensiero unico".

Dani Macchi
12
marzo alle 21:01

LE INNOCENTI OMISSIONI DEL PROF. ORSINI
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Chi mi conosce sa che qui su FB rarissimamente scelgo di parlare di qualcosa che non abbia a che fare con la musica.
Oggi faccio un'eccezione, mosso da una piccola scoperta che ho fatto che mi dà l'opportunità di divertirmi un po' a sbertucciare simpaticamente l'apparente sicumera di un personaggio recentemente assurto ad improvvisa notorietà televisiva per le sue posizioni sul tema dell'i'invasione russa in Ucraina.
Parlo del Prof. Alessandro Orsini, Direttore dell'Osservatorio sulla Sicurezza Internazionale della LUISS e del quotidiano Sicurezza Internazionale.
Giovedì scorso durante "Piazza Pulita" il Prof. Orsini, con tono accorato, ha rivelato all'Italia - specificando che voleva che "passassero informazioni che non sono passate" - che la NATO tra il Giugno e Settembre 2021 aveva effettuato "tre gigantesche esercitazioni militari con scenari di guerra in Ucraina", coinvolgendo addirittura paesi non-NATO. “Io mi domando, – si chiede il Prof. Orsini – la von der Leyen dov’era quando succedeva questo?”
Queste rivelazioni - che stanno facendo scalpore e stanno aiutando a creare la percezione che questa guerra sia (anche) colpa dell'Ucraina e della NATO - mi hanno lasciato attonito. Ma allora è vero, mi son detto, la NATO e l'Ucraina stavano provocando/minacciando la Russia! Sarebbe una cosa gravissima se fosse vera. Ho deciso che dovevo saperne di più.
Ho cercato e trovato informazioni sulle tre "gigantesche esercitazioni". Ne cito una come esempio, la "Tre Spade", del Luglio 2021. E scopro che la narrazione televisiva del Prof.Orsini ne offriva una suggestione e percezione non esattamente allineata alla oggettiva realtà dei fatti, a causa di alcune, senz'altro innocenti, omissioni.
1) Anzitutto di questa esercitazione ne dà notizia il 27 Luglio la più grande agenzia di stampa mondiale, la Reuters (ecco il link: https://www.reuters.com/.../ukraine-holds-military.../ ) il Prof. Orsini aveva asserito che erano "informazioni che non sono passate".
2) Vi partecipano Ucraina (ovviamente, l'esercitazione avviene sul loro territorio), Stati Uniti, Lituania e Polonia. Quindi solo 3 paesi NATO e 1 non-NATO. Il Prof. Orsini aveva detto "la NATO ha fatto tre gigantesche esercitazioni militari". Ed è giusto, anche solo 3 paesi NATO sono comunque la NATO, ma su questo ci torneremo.
3) Vi hanno partecipato 1.200 soldati. Il totale di soldati ucraini prima dell'invasione era di 250.000 unità. Quindi vi ha partecipato meno dello 0.5% dei soldati ucraini. Questa sarebbe la dimensione reale della "gigantesca esercitazione" di cui parla il Prof. Orsini.
4) l'esercitazione è avvenuta a Yavoriv, una cittadina vicino Leopoli ed adiacente al confine con la Polonia. Una cittadina a circa 760 chilometri dal confine con la Russia. Il Prof. Orsini ha ritenuto di non dover specificare questa distanza geografica (questa sì, davvero gigantesca) fra l'esercitazione in questione ed il paese che poteva ritenersi da essa minacciato o provocato.
E forse sarebbe stato opportuno per il Prof.Orsini contestualizzare la "rivelazione" di queste "gigantesche esercitazioni" aggiungendo che nell'Ottobre 2019 la Russia ha effettuato un'esercitazione militare in Serbia, portando il sistema missilistico S-400 (che ha una gittata di 400km) nel territorio serbo, ad un tiro di schioppo da qui, uno potrebbe dire con un po' di humor nero.
Ma soprattutto, ed è questa la principale innocente omissione del Prof.Orsini e la mia piccola scoperta, forse sarebbe stato opportuno aggiungere che nel Febbraio 2021 la NATO ha effettuato un'esercitazione militare CON LA MARINA RUSSA, al largo delle coste del Pakistan. L'esercitazione si chiamava "AMAN-2021", ed i paesi NATO coinvolti erano Stati Uniti, Regno Unito e Turchia.
Se il Prof. Orsini non avesse omesso di dire che solo 4 mesi prima delle "gigantesche esercitazioni" del giugno 2021 Russia e NATO facevano allegramente una esercitazione militare assieme, il potere suggestivo della sua "rivelazione" si sarebbe totalmente afflosciato, perdendo tutta la sua forza persuasiva.
Ma, mi sono detto, è impossibile che l'esimio Prof.Orsini abbia omesso di dire una tale cosa se l'avesse saputa! Sicuramente non la sapeva! Cribbio, se l'avesse saputa senza esplicitarla sarebbe sicuramente un comportamento da (come minimo) sbertucciare pubblicamente! SI tratta sicuramente di una innocente omissione!
Indaghiamo.
La fonte è la RIA Novosti, il servizio stampa della flotta russa nel Mar Nero.
E chi ha riportato la notizia in Italia?
Un sito chiamato "Sicurezza Internazionale", in questo articolo: https://sicurezzainternazionale.luiss.it/.../marina.../
E "Sicurezza Internazionale" chi lo dirige?
Facile, c'è scritto in cima all'articolo: il Prof. Alessandro Orsini.

 

lunedì 14 marzo 2022

Ultimo brindisi

 


 

Anna Achmàtova, 1934

Bevo a una casa distrutta,
alla mia vita sciagurata,
a solitudini vissute in due
e bevo anche a te:
all’inganno di labbra che tradirono,
al morto gelo dei tuoi occhi,
ad un mondo crudele e rozzo,
ad un Dio che non ci ha salvato.
traduzione di Michele Colucci 
Maria Grazia Meriggi  Poetessa sublime politicamente meglio sorvolare, del resto 
il figlio Gumilev è uno degli ispiratori dell'ideologia imperiale di Putin.
Marco Palla poetessa sublime ma non certo umile, troppo enfatica, solenne e sussiegosa. (Si comprende che io capisco poco di poesia ma ella non mi sta a cuore? La politica non c'entra nulla). Achmatova pensava in termini classisti, ma si può essere aristocratici per
nascita o per scelta, e al contempo poeti immensi. Achmatova a me non pare possa competere con altre voci, faccio solo l'esempio di Zvetaeva.

Giovanni Carpinelli Lasciando stare la politica e la poesia, pensavo che la Achmatova avesse sofferto abbastanza nella sua vita per meritare ogni rispetto. E poi c'erano stati l'amore giovanile per Modigliani, quello senile per Berlin. Dovevo arrivare alla mia veneranda età per assistere a un tale massacro dell'icona. Povero me, se non mi affretto a morire rischio di vedere tanti miei forse troppo facili amori finire in pezzi sotto i colpi di critici spietati come il pur bravo Marco Palla. Non mi resta che sperare in una maggiore indulgenza alla prossima occasione. Zvetaeva piace molto a Annalena Benini. A me sembrava troppo esaltata. Genio e sregolatezza, forse. Ma qui finiamo nei meandri della mia psicologia. Rifuggo dal turbamento.
 
Marco Palla beh io rispetto la persona Achmatova e credo che di poeti sofferenti ce ne siano fin troppi, gli aggettivi pesanti che ho usato - dovevo essere più chiaro - sono per la sua cifra poetica, io prediligo la poesia che si spoglia di ogni orpello. Ma non sono un critico e mi pare di averlo scritto, ho predilezioni e idiosincrasie di un comune lettore (assai inesperto di letteratura russa). Se una poesia supera un certo livello retorico di enfasi - uso il termine in piena consapevolezza che è un criterio esegetico troppo naïf, o forse un non-criterio - non ho pazienza di approfondire. Cambio. Rimetto a posto Hughes e leggo Plath, chiudo Yeats e apro Auden, non leggo oltre Cardarelli o Quasimodo e dedico più tempo a Saba, Penna, Zanzotto.  
 
Giovanni Carpinelli  tutto molto giusto. Poi entrano in gioco le propensioni personali e allora il gioco si fa meno angusto. Per esempio Omero è spesso enfatico, ma a me in lui questo appare tollerabile.
 
Marco Palla di Omero non si butta nulla.
 
Giovanni Carpinelli evviva!
 
 https://www.unive.it/pag/fileadmin/user_upload/dipartimenti/DSLCC/documenti/DEP/numeri/n22/07_22__maggio2013-Dundovich.pdf


domenica 13 marzo 2022

Guai ai vinti

 
Marco Di Giovanni,13 marzo 2022
LA VIOLENZA DOPO LA COSIDETTA “PACE”

Agli inizi dell’invasione, avevo segnalato alcuni processi che si sarebbero probabilmente innescati nei territori occupati dagli aggressori russi.
Le notizie che arrivano da Melitopol e da altre aree confermano lo scenario che potevamo immaginare, in tutta la sua luce sinistra. Siamo fra la Polonia dell’autunno 1939 e la Francia delle prime settimane di occupazione nel 1940, quando gli occupanti nazisti miravano, come quelli russi oggi iniziano puntualmente a fare, alla decapitazione della classe dirigente, alla eliminazione delle figure guida che possano fare da riferimento per qualche forma di resistenza o a innescare forzosamente processi di denazionalizzazione (imporre una nuova repubblica” nell’aerea di Kershon). Era capitato a Jean Moulin, futuro leader della resistenza francese e all’epoca, estate 1940, sindaco di un piccolo centro, che arrivò a tentare il suicidio pur di non firmare dichiarazioni false che gli occupanti gli imponevano in merito a un episodio di violenza sui civili.
Selezione politica e demolizione personale del nemico si fondono, rafforzate dalla lunga tradizione della GPU.
Il dopo che si configura una volta deposte le armi non è, allora, una “pace” ma una promessa di oppressione e violenza innestata su un panorama di rovine e di miseria trasformata in arma di ricatto. Forse è per questo che in Ucraina si scoprono “nazionalisti” e sono determinati a combattere, semplicemente perché, in quella “pace”, manca non solo un futuro accettabile ma perfino un orizzonte minimale di sicurezza personale.
Se lo ricordino gli interessati sostenitori della resa “umanitaria”: c’è davvero poca “vita” dentro la loro “pace”.

sabato 12 marzo 2022

Tucidide, le ragioni della forza


 Maria Chiara Pievatolo
, Il Gorgia di Platone, 2010

 Nel V libro della Guerra del Peloponneso, dedicato alle vicende del lungo conflitto che oppose Sparta ad Atene alla fine del V secolo, Tucidide racconta che gli Ateniesi, i quali dominavano i mari con la loro flotta, misero sotto assedio l'isola di Melo. I Melii erano coloni spartani, ma avrebbero preferito rimanere neutrali. Gli Ateniesi non potevano tollerare che un'isola indipendente interrompesse la continuità e indebolisse la reputazione delle loro egemonia marittima.

Gli strateghi ateniesi, prima di cominciare a combattere, inviarono ambasciatori per intavolare trattative. Essendo l'isola di Melo un'oligarchia, gli ambasciatori non furono condotti davanti al popolo, ma davanti ai magistrati e agli oligarchi. L'assenza del popolo rende credibili le argomentazioni crude e dirette che Tucidide mette in bocca - come è solito fare - ai rappresentanti ateniesi, per esprimere, per così dire, le leggi non scritte della politica. I protagonisti del dialogo, infatti, sono i delegati di una grande potenza, che impongono di scegliere fra la sottomissione e l'annientamento, e degli oligarchi che prendono le loro decisioni per conto di un popolo assente. Il colloquio riservato fra Ateniesi e Melii è una sede adatta a mettere in scena gli arcana imperii.

I delegati ateniesi propongono di discutere assumendo come riferimento il sympheron, l'utile, e non il dikaion, il giusto, perché:

    ...nella considerazione [logos] umana il giusto [dikaia, come complesso dei diritti e dei doveri di ciascuno] viene preferito per una uguale necessità [apo tes ises ananches], mentre chi è più forte fa quello che può e chi è più debole cede. [V, 89, 1]

In altri termini, ha senso parlare di giusto solo se i rapporti di forza fra le parti sono tali che nessuna delle due può prevalere sull'altra, e occorre pertanto trovare un modus vivendi, che funzionerà solo finché esisterà questa situazione di parità. Altrimenti, se si assume il punto di vista del sympheron, non è "utile" parlare di giusto, perché basta la forza a risolvere i conflitti. Anche per il debole è "utile" cedere, perché la sottomissione spontanea gli eviterà mali peggiori. Bisogna sottolineare che Ateniesi e Melii si intendono sui termini morali del discorso perché condividono il medesimo concetto di "utile".

D'altra parte, il realismo di questa tesi tucididea può venir condiviso anche da chi si pone il problema del giusto senza identificarlo con l'utile: si può parlare di giusto solo se le parti sono soggette ad una uguale costrizione, ossia se sono costretti allo stesso modo e dalla stessa legge. Se la costrizione è disuguale, la giustizia è solo "giustizia" del più forte, o del meno costretto, e si riduce, perciò, alla maschera della forza.

I Melii oppongono agli argomenti ateniesi considerazioni basate promiscuamente sull'utile, sul giusto e sulla pietà religiosa. I delegati di Atene rispondono così:

    Noi crediamo infatti che per necessità di natura chi è più forte comandi; che questo lo faccia la divinità lo crediamo per convinzione (doxa), che lo facciano gli uomini lo crediamo perché è evidente. [V, 105,2]

Se le divinità sono divinità politiche, la pietà religiosa si riduce a una mera opinione sul corso delle cose umane, le cui leggi, a uno sguardo "laico", sono altrimenti evidenti. E se la mentalità religiosa tradizionale legittima la divinità semplicemente per la sua superiore potenza e vede il corso delle cose umane come dominato da una necessità naturale e morale a un tempo, allora non c'è davvero nessun ostacolo religioso al diritto del più forte.

I Melii, ritenendo ingiusto il Diktat ateniese, rifiutano di sottomettersi. L'assedio continua. Melo, riferisce Tucidide, è infine espugnata. I Melii adulti vengono uccisi, e le donne e i bambini fatti schiavi.

I termini di questa discussione: l'utile, il giusto e la forza ricorrono nel dibattito ateniese del V secolo. Se la città fondata sull'uguaglianza di fronte alla legge (isonomia) è convenzionale e se il suo spazio è talmente ristretto che perfino le potenze democratiche applicano le ragioni della forza in politica estera, perché dovremmo rispettare la sua giustizia?

https://btfp.sp.unipi.it/dida/gorgia/index.xhtml
https://machiave.blogspot.com/2026/02/tucidide-lezioni-per-trump.html

giovedì 10 marzo 2022

Ruth

 

 


Capitolo 1

[1] Al tempo dei giudici, ci fu nel paese una carestia e un uomo con la moglie e i suoi due figli emigrò da Betlemme di Giuda nei campi di Moab. [2] Quest’uomo si chiamava Elimèlec, sua moglie Noemi e i suoi due figli Maclon e Chilion; erano Efratei, di Betlemme di Giuda. Giunti nei campi di Moab, vi si stabilirono. [3] Poi Elimèlec, marito di Noemi, morì ed essa rimase con i suoi due figli. [4] Questi sposarono donne moabite: una si chiamava Orpa e l’altra Rut. Abitarono in quel luogo per dieci anni. [5] Poi morirono anche Maclon e Chilion, e la donna rimase senza i suoi due figli e senza il marito. [6] Allora intraprese il cammino di ritorno dai campi di Moab con le sue nuore, perché nei campi di Moab aveva sentito dire che il Signore aveva visitato il suo popolo, dandogli pane. [7] Partì dunque con le due nuore da quel luogo ove risiedeva e si misero in cammino per tornare nel paese di Giuda. [8] Noemi disse alle due nuore: «Andate, tornate ciascuna a casa di vostra madre; il Signore usi bontà con voi, come voi avete fatto con quelli che sono morti e con me! [9] Il Signore conceda a ciascuna di voi di trovare tranquillità in casa di un marito». E le baciò. Ma quelle scoppiarono a piangere [10] e le dissero: «No, torneremo con te al tuo popolo». [11] Noemi insistette: «Tornate indietro, figlie mie! Perché dovreste venire con me? Ho forse ancora in grembo figli che potrebbero diventare vostri mariti? [12] Tornate indietro, figlie mie, andate! Io sono troppo vecchia per risposarmi. Se anche pensassi di avere una speranza, prendessi marito questa notte e generassi pure dei figli, [13] vorreste voi aspettare che crescano e rinuncereste per questo a maritarvi? No, figlie mie; io sono molto più amareggiata di voi, poiché la mano del Signore è rivolta contro di me». [14] Di nuovo esse scoppiarono a piangere. Orpa si accomiatò con un bacio da sua suocera, Rut invece non si staccò da lei. [15] Noemi le disse: «Ecco, tua cognata è tornata dalla sua gente e dal suo dio; torna indietro anche tu, come tua cognata». [16] Ma Rut replicò: «Non insistere con me che ti abbandoni e torni indietro senza di te, perché dove andrai tu, andrò anch’io, e dove ti fermerai, mi fermerò; il tuo popolo sarà il mio popolo e il tuo Dio sarà il mio Dio. [17] Dove morirai tu, morirò anch’io e lì sarò sepolta. Il Signore mi faccia questo male e altro ancora, se altra cosa, che non sia la morte, mi separerà da te». [18] Vedendo che era davvero decisa ad andare con lei, Noemi non insistette più. [19] Esse continuarono il viaggio, finché giunsero a Betlemme. Quando giunsero a Betlemme, tutta la città fu in subbuglio per loro, e le donne dicevano: «Ma questa è Noemi!». [20] Ella replicava: «Non chiamatemi Noemi, chiamatemi Mara, perché l’Onnipotente mi ha tanto amareggiata! [21] Piena me n’ero andata, ma il Signore mi fa tornare vuota. Perché allora chiamarmi Noemi, se il Signore si è dichiarato contro di me e l’Onnipotente mi ha resa infelice?». [22] Così dunque tornò Noemi con Rut, la moabita, sua nuora, venuta dai campi di Moab. Esse arrivarono a Betlemme quando si cominciava a mietere l’orzo.

Capitolo 2

[1] Noemi aveva un parente da parte del marito, un uomo altolocato della famiglia di Elimèlec, che si chiamava Booz. [2] Rut, la moabita, disse a Noemi: «Lasciami andare in campagna a spigolare dietro qualcuno nelle cui grazie riuscirò a entrare». Le rispose: «Va’ pure, figlia mia». [3] Rut andò e si mise a spigolare nella campagna dietro ai mietitori. Per caso si trovò nella parte di campagna appartenente a Booz, che era della famiglia di Elimèlec. [4] Proprio in quel mentre Booz arrivava da Betlemme. Egli disse ai mietitori: «Il Signore sia con voi!». Ed essi gli risposero: «Ti benedica il Signore!». [5] Booz disse al sovrintendente dei mietitori: «Di chi è questa giovane?». [6] Il sovrintendente dei mietitori rispose: «È una giovane moabita, quella tornata con Noemi dai campi di Moab. [7] Ha detto di voler spigolare e raccogliere tra i covoni dietro ai mietitori. È venuta ed è rimasta in piedi da stamattina fino ad ora. Solo adesso si è un poco seduta in casa». [8] Allora Booz disse a Rut: «Ascolta, figlia mia, non andare a spigolare in un altro campo. Non allontanarti di qui e sta’ insieme alle mie serve. [9] Tieni d’occhio il campo dove mietono e cammina dietro a loro. Ho lasciato detto ai servi di non molestarti. Quando avrai sete, va’ a bere dagli orci ciò che i servi hanno attinto». [10] Allora Rut si prostrò con la faccia a terra e gli disse: «Io sono una straniera: perché sono entrata nelle tue grazie e tu ti interessi di me?». [11] Booz le rispose: «Mi è stato riferito quanto hai fatto per tua suocera dopo la morte di tuo marito, e come hai abbandonato tuo padre, tua madre e la tua patria per venire presso gente che prima non conoscevi. [12] Il Signore ti ripaghi questa tua buona azione e sia davvero piena per te la ricompensa da parte del Signore, Dio d’Israele, sotto le cui ali sei venuta a rifugiarti». [13] Ella soggiunse: «Possa rimanere nelle tue grazie, mio signore! Poiché tu mi hai consolato e hai parlato al cuore della tua serva, benché io non sia neppure come una delle tue schiave». [14] Poi, al momento del pasto, Booz le disse: «Avvicìnati, mangia un po’ di pane e intingi il boccone nell’aceto». Ella si mise a sedere accanto ai mietitori. Booz le offrì del grano abbrustolito; lei ne mangiò a sazietà e ne avanzò. [15] Poi si alzò per tornare a spigolare e Booz diede quest’ordine ai suoi servi: «Lasciatela spigolare anche fra i covoni e non fatele del male. [16] Anzi fate cadere apposta per lei spighe dai mannelli; lasciatele lì, perché le raccolga, e non sgridatela». [17] Così Rut spigolò in quel campo fino alla sera. Batté quello che aveva raccolto e ne venne fuori quasi un’efa di orzo. [18] Se lo caricò addosso e rientrò in città. Sua suocera vide ciò che aveva spigolato. Rut tirò fuori quanto le era rimasto del pasto e glielo diede.
[19] La suocera le chiese: «Dove hai spigolato oggi? Dove hai lavorato? Benedetto colui che si è interessato di te!». Rut raccontò alla suocera con chi aveva lavorato e disse: «L’uomo con cui ho lavorato oggi si chiama Booz». [20] Noemi disse alla nuora: «Sia benedetto dal Signore, che non ha rinunciato alla sua bontà verso i vivi e verso i morti!». E aggiunse: «Quest’uomo è un nostro parente stretto, uno di quelli che hanno su di noi il diritto di riscatto». [21] Rut, la moabita, disse: «Mi ha anche detto di rimanere insieme ai suoi servi, finché abbiano finito tutta la mietitura». [22] Noemi disse a Rut, sua nuora: «Figlia mia, è bene che tu vada con le sue serve e non ti molestino in un altro campo».
[23] Ella rimase dunque con le serve di Booz a spigolare, sino alla fine della mietitura dell’orzo e del frumento, e abitava con la suocera.

Capitolo 3

[1] Un giorno Noemi, sua suocera, le disse: «Figlia mia, non devo forse cercarti una sistemazione, perché tu sia felice? [2] Ora, tu sei stata con le serve di Booz: egli è nostro parente e proprio questa sera deve ventilare l’orzo sull’aia. [3] Làvati, profùmati, mettiti il mantello e scendi all’aia. Ma non ti far riconoscere da lui prima che egli abbia finito di mangiare e di bere. [4] Quando si sarà coricato – e tu dovrai sapere dove si è coricato – va’, scoprigli i piedi e sdraiati lì. Ti dirà lui ciò che dovrai fare». [5] Rut le rispose: «Farò quanto mi dici».

http://bes.biblia.org/documenti-docman/proposte-didattiche/97-ruth-relazione-di-accompagnamento/file.html

La Rut di Giovanni Battista Lombardi (1864) 

Rembrandt (1637-40)

Hayez (1835)

Gustave Doré (1882-83)  

 Dalla parte di Boaz (o Booz) troviamo Victor Hugo 

Les femmes regardaient Booz plus qu’un jeune homme,
Car le jeune homme est beau, mais le vieillard est grand.

Le vieillard, qui revient vers la source première,
Entre aux jours éternels et sort des jours changeants;
Et l’on voit de la flamme aux yeux des jeunes gens,
Mais dans l’oeil du vieillard on voit de la lumière.

e le donne guardavano più lui che i giovanotti ,
perché il giovane è bello ma l'anziano è grande.

Il vecchio che ritorna alla prima sorgente,
entra nei giorni eterni, esce dai girni spuri;
e se negli occhi dei giovani c'è una lingua di fiamma,
una luce s'irradia da quelli degli anziani.

Pendant qu’il sommeillait, Ruth, une moabite,
S’était couchée aux pieds de Booz, le sein nu,
Espérant on ne sait quel rayon inconnu,
Quand viendrait du réveil la lumière subite.

Booz ne savait point qu’une femme était là,
Et Ruth ne savait point ce que Dieu voulait d’elle.
Un frais parfum sortait des touffes d’asphodèle;
Les souffles de la nuit flottaient sur Galgala.

L’ombre était nuptiale, auguste et solennelle;
Les anges y volaient sans doute obscurément,
Car on voyait passer dans la nuit, par moment,
Quelque chose de bleu qui paraissait une aile.

La respiration de Booz qui dormait
Se mêlait au bruit sourd des ruisseaux sur la mousse.
On était dans le mois où la nature est douce,
Les collines ayant des lys sur leur sommet.

Ruth songeait et Booz dormait; l’herbe était noire;
Les troupeaux palpitaient vaguement;
Une immense bonté tombait du firmament;
C’était l’heure tranquille où les lions vont boire.

Durante il sonno, Ruth, una donna moabìta,
si stese, a seno nudo, ai piedi di Boàz,
sperando chissà quale lampo di raggio ignoto
che porti nel risveglio un'improvvisa luce.

Boaz niente sapeva che lì c'era una donna,
né Ruth sapeva cosa Dio volesse da lei.
Un profumo saliva dai ciuffi d'asfodelo;
su Gálgala aleggiava il soffio della notte.

Era nuziale l'ombra, solenne e principesca;
e degli angeli certo volavano nel buio,
perché in certi momenti passava nella notte
qualche cosa di blu che somigliava a un'ala.

Il respiro profondo di Boàz che dormiva
s'intrecciava col suono dei ruscelli sul muschio.
La luna era nel mese della natura dolce,
e la cima dei colli si copriva dei gigli. 

Rut vegliava Boaz; l'erba era incupita;
i sonagli del gregge palpitavano appena;
un'immensa bontà stillava il firmamento;
in quell'ora tranquilla s'abbevera il leone.

Traduzione di Erri de Luca, Feltrinelli 1999.

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BOOZ (ebr. Boaz; i Settanta Βόοζ; lat. Booz). – Uno dei proavi di Davide, protagonista, con Rut (v.), del noto idillio che forma il libro da questa intitolato.

Elimelek, un betlemita emigrato per carestia nel paese di Moab coi due figli Mahalon e Chilion, e con essi ivi morto, aveva in Betlemme un parente molto ricco: Booz. Tornata Noemi, vedova di Elimelek, con la fedele sua nuora Rut da Moab in Betlemme, Booz soddisfece all’impegno, per lui, nel caso, non formale, della legge del levirato (v.), sposando la povera profuga moabita, Rut, per continuare la discendenza legale del suo defunto marito. Secondo la genealogia di Rut, IV, 13-22 (cfr. I Cronache, II, 12; Matteo, I, 5), da questo matrimonio nacque Obed, padre di Isai, a sua volta padre di Davide. Ma è da notare che nei tre testi la genealogia di Booz, come sovente nella Bibbia, è da supporsi molto sommaria, se il padre di lui, Salmon (o Salma, I Cron., II, 12) è figlio di Nachson contemporaneo di Mosè (Es., VI, 23; Num., I, 7), e se Raab sua madre (Matt., I, 5) è la peccatrice contemporanea di Giosuè, che salvò gli esploratori da lui inviati nella terra di Canaan; poiché non bastano tre generazioni a coprire tutto il tempo da Giosuè a Davide.

Booz resta in ogni modo, secondo il libro di Rut, un vivo tipo di virtù patriarcali, e uno degli avi più celebri di Davide e di Gesù Cristo.

Bibl.: v. rut; e Vigouroux, Dictionnaire de la Bible, Parigi 1895, coll. 1849-51; Encyclopaedia Biblica, New York e Londra 1899, col. 594. (Tommaso Piatti, Treccani)

Rut (ebr. Rūt) Nella Bibbia, progenitrice di David. Moabita, sposò Mahalon; dopo la morte di questo, seguì la suocera Noemi a Betlemme; qui si sposò nuovamente con Booz, per la legge del levirato. Dal matrimonio nacque Obed, nonno di David. La storia di R. è narrata nell’omonimo piccolo libro biblico, che nella versione greca dei Settanta e nella Vulgata si trova subito dopo il libro dei Giudici, essendo il racconto ambientato appunto al tempo di questi ultimi; nel testo ebraico, invece, il libro è classificato tra gli Agiografi, e più precisamente tra i Cinque Rotoli (mĕgillōt). Gli Ebrei usano leggerlo in occasione della festa delle Settimane (Pentecoste). L’autore è sconosciuto: certo scrisse dopo David, perché scopo del libro è la presentazione della sua genealogia; di quanto più tardi, è difficile determinare. Per la sua semplicità e grazia, il libro è uno dei più attraenti e caratteristici dell’Antico Testamento. (Treccani)