venerdì 10 dicembre 2021

Parole primordiali

 


 

LA BIBBIA (LA NUOVA DIODATI, 1991) 

 1 Nel principio DIO creò i cieli e la terra. 2 La terra era informe e vuota e le tenebre coprivano la faccia dell'abisso; e lo Spirito di DIO aleggiava sulla superficie delle acque. 3 Poi DIO disse: "Sia la luce!". E la luce fu. 4 E DIO vide che la luce era buona; e DIO separò la luce dalle tenebre. 5 E DIO chiamò la luce "giorno" e chiamò le tenebre "notte". Così fu sera. Poi fu mattina: il primo giorno. 

 

Edna O'Brien, Uno splendido isolamento, trad. Anna Bassan Levi, Feltrinelli, Milano 1997 

La storia è dovunque. S'infiltra nel terreno, penetra nel sottosuolo. Come la pioggia, o la grandine, o la neve, o il sangue. Una casa ricorda. Una rimessa ricorda. Un popolo riflette. La storia cambia a seconda di chi la racconta.

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mercoledì 8 dicembre 2021

Attualizzo ossia distruggo

Gianpasquale Santomassimo Per molti secoli è stata normale, addirittura doverosa, l'attualizzazione delle vicende legate alla storia, per lo più sacra. Il fedele doveva vedere negli affreschi in chiesa i personaggi vestiti in foggia medievale o rinascimentale. Ma ci si rivolgeva a fedeli per lo più analfabeti e digiuni di storia, privi di istruzione. L'opera lirica, a partire soprattutto dall'Ottocento, si rivolge invece a un pubblico borghese ma anche popolare, che ha ormai la sua cultura e in molte regioni italiane pratica un vero e proprio culto dell'opera, come testimoniano i nomi di battesimo ispirati a quelle vicende e non più alla tradizione biblica. L'attualizzazione avviene mentalmente, senza artificio scenico o registico, per la forza di vicende ambientate in un passato determinato ma che riescono a parlare anche all'oggi. Attualizzare e stravolgere ambientazione dell'opera sembra essere l'unica carta giocata da registi apparentemente fantasiosi, ma in realtà banali e ripetitivi nel loro artificio. Quante divise naziste abbiamo visto in scena negli ultimi decenni per impersonare i cattivi? Lo snaturamento dell'opera procede anche e soprattutto attualizzando in forme illogiche ogni vicenda. Lasciamo perdere per pietà il Rigoletto brutalizzato di recente a Roma e soprattutto a Bregenz. Accennerei ad alcune attualizzazioni giudicate spiritose e fortunate dell'Elisir d'amore, che ho visto recentemente ambientato tra hostess di un aeroporto e lungo la piscina di un idroscalo. Ma la vicenda narra di un villaggio sperduto di analfabeti, dove un'unica ragazza, la protagonista, legge e si informa (Essa legge, studia, impara... non vi ha cosa ad essa ignota... Io son sempre un idïota, io non so che sospirar, canta Nemorino nell'aria di apertura). Solo un villaggio come questo può mostrarsi indifeso a fronte di un ciarlatano come Dulcamara. Trasportare le villanelle del villaggio sulle sedie a sdraio di una piscina, mostrarle mentre leggono Sorrisi e canzoni e compilano la Settimana Enigmistica significa rendere incomprensibile tutta la trama. La motivazione ufficiale è che bisogna avvicinare i giovani all'opera. Motivazione in realtà disperata e anche insultante, che non ritiene i "giovani" capaci di comprendere che sono esistite epoche diverse dalla nostra. Far comprendere invece ai "giovani" che la storia è più complicata rispetto all'eterno presente - senza passato e senza futuro - in cui si pretende che vivano avrebbe anche un valore educativo.

A Vespa non si sfugge

Cavoli a merenda C'era da aspettarselo. Era già successo altre volte. Uno si appresta a seguire lo spettacolo inaugurale della nuova stagione scaligera e si ritrova di fronte il faccione di Bruno Vespa, associato a un'altra figura del repertorio Rai romano. All'eterna mediocrità non si sfugge. Chissà se moriremo democristiani. E non è dato neppure sapere quanto durerà l'associazione di Bruno Vespa al potere in Rai.

giovedì 2 dicembre 2021

E' stata la mano di Dio

Simone Lorenzati E’ stata la mano di Dio di Paolo Sorrentino (Italia, 2021) - A tien' 'na cosa 'a raccuntà? - Sì! - E dimmell'! - La realtà non mi piace più. La realtà è scadente. In questo dialogo tra l’alter ego del giovane Paolo Sorrentino ed un maestro di teatro e di cinema – ma potrebbe anche leggersi come uno stesso Sorrentino che riguardi al proprio passato – vi è l’essenza di E’ stata la mano di Dio. Il regista partenopeo si mette a nudo mostrandoci una riflessione sulla propria carriera, sul suo cinema, in primis sulle scelte di stile che lo ha portato a quella che, di fatto, è ormai la sua “immagine di marca”. Un intreccio stretto, insomma, tra biografia ed estetica a fare la forza del film, un mondo che spazia dall’esuberanza sessuale della zia Patrizia (una Luisa Ranieri di una bravura pari solamente alla bellezza) alla passione di zio Alfredo per Maradona (da qui la mano di Dio del titolo), dalle spacconerie di un amico contrabbandiere all’altezzosità di una decaduta baronessa. Eccola, ancora, la strettissima connessione tra follia ed umanità, per uno spaccato di vita quanto mai sincero. E poi il contesto. Napoli, solamente a Napoli. Quando la mamma di Fabietto prepara la spremuta d’arance pare di sentirne il profumo, esattamente come quando, in un connubio tra tradizione e famiglia, preparano tutti insieme la conserva. Vi sono le miriadi di sfumature del sentimento confuso della vita nel film autobiografico di Paolo Sorrentino che si veste da Fabietto, miniatura del futuro regista, già osservatore minuzioso e silenzioso della commedia umana, un artista sublime in grado di trasformare la realtà tutta, compresa quella scadente, in grande cinema. Teresa Saponangelo e Toni Servillo interpretano perfettamente i genitori di Fabietto e, grazie anche a loro, ecco che iniziano a mischiarsi sacro e profano, cinema e calcio, citazioni di Dante e scherzi telefonici. Si viene immersi in tutta la verità, insieme al folclore familiare, degli Schisa. Parentesi. Cosa rende grande un film? Al di là della storia e degli attori, si intende. Per chi scrive, il pubblico, meglio le reazioni dello stesso. Ecco, Sorrentino ci fa ridere fino alle lacrime. Mi guardavo intorno, ed erano davvero risate sincere, forse anche liberatorie visto il momento che tutti quanti stiamo attraversando. Poi, improvvisamente, sulla sala torinese, a metà film, cala il silenzio. Insieme alle lacrime, che bagnano le mascherine. Fabietto ed il fratello - quello che vorrebbe fare l’attore ma a cui Fellini ha detto che ha la faccia di un cameriere di Anacapri – si trovano sulle spalle un mondo che è crollato. Ché la vita, a volte, è davvero così, dalla commedia si passa alla tragedia. Ed è toccante, perché si mischiano, nuovamente, le nostre vicende personali a quelle del film, per di più film autobiografico. Un racconto familiare sincero quello di Paolo Sorrentino, colore e affetto ma anche crepe - il papà affettuoso ha anche un’altra donna e persino un altro figlio, eccolo lì il matrimonio all’italiana - ed è proprio la scoperta di quelle crepe che costringe Fabietto a crescere, anticipando quello scontro con il dolore profondissimo che porterà sempre con sé. A metà film, dunque, Fabietto – così simile nelle movenze e nell’andatura a quello che fu un altro grandissimo napoletano, ovvero Massimo Troisi - è divenuto Fabio. E l’arrivo a Capri con il contrabbandiere - nella piazzetta di una Capri desolata quanto spettrale – gli dipingono in volto quella voglia di curiosità, quella curiosità che ti fa prendere appunti mentali per il futuro. Il cinema che diventa sogno ed evasione, con un Paolo Sorrentino che tenta di rifugiarsi nel cinema per scappare dalla realtà ed a ispirarlo, nella pellicola così come nella realtà, ci sono gli insegnamenti di Federico Fellini, con quel suo tentativo di arrivare alla verità attraverso la fantasia. Ed il passato del regista napoletano emerge attraverso il racconto della sua città natale, rivista e riecheggiata attraverso l’occhio sapiente della macchina da presa, esattamente come accadeva per lo stesso Fellini in Amarcord. Il mare del golfo di Napoli, sin dalle prime inquadrature di È stata la mano di Dio, è un elemento che ritorna spesso, una sorta di rappresentazione in grado di mescolare libertà e speranza. Il mare è il vero filo conduttore delle vicende e delle storie che accadono a Napoli, quel mare azzurro come le divise del Napoli. Una Napoli di una bellezza incantevole in cui riescono a convivere, come in pochissime altre città, alto e basso, cultura e scaramanzia, presente e passato, onestà e contrabbando, vendetta e amore. O munaciell, San Gennaro, una miriade di personaggi pittoreschi. Paolo Sorrentino ce la mostra in tutta la sua essenza, senza dimenticare, mai, il popolo, l’uomo comune che può, spesso, nascondere - dentro e fuori di sé - tutto un universo mondo, quell’universo mondo che unisce il barocchismo al quotidiano. E lo si sente sì quel velo felliniano, in un film – due ore e dieci minuti che letteralmente volano - dalle tantissime sfaccettature emozionali, da quelle più divertenti a quelle più amare e ciniche. Il tutto lasciandoci cullare e trasportare dalle onde del mare verso un futuro fatto di sogni e speranze: dal voler assistere a una partita di calcio giocata dal proprio idolo – il cui arrivo fa trattenere, letteralmente, il fiato all’intera città - al sogno di far parte del magico e onirico mondo del cinema. Paolo Sorrentino ce l’ha fatta. Ci ha saputo raccontare qualcosa. La teniss 'na cosa 'a raccuntà.
Paolo Di Paolo E mi ha fatto capire che bisogna imparare a piangere. E che non basta avere un dolore per diventare artisti. Ci vuole qualcosa di più esatto; e vedere il “munaciello” per strada, e sapere che la vita immaginata è migliore di quella reale, che è scadente, anche se poi in fondo amiamo quella, ci manca quella, e a dire il vero ci manca chiunque - della folla di comparse che ci fanno ridere e disperare e tremare. È un film molto bello, “È stata la mano di Dio”. Mi piace l’idea che per raccontare una storia così - così semplice e così dolorosa -, per fare questo film, che poteva essere il primo, Paolo Sorrentino abbia atteso, dal primo, vent’anni.

lunedì 29 novembre 2021

Il mito dell'individuo sovrano

Oggi molti scoprono l'invadenza dello Stato. Pensavano di essere liberi e invece si trovano prigionieri di regole imposte dall'esterno. Ma è mai esistito l'individuo libero da costrizioni oppressive? Libero di sparare, per esempio, senza essere tenuto a pagare per le conseguenze? Io sono certo libero di immaginare me stesso al centro del mondo e insofferente delle incursioni altrui nel mio spazio privato. Fatto sta che questo individuo sovrano è una pia illusione. Noi siamo costitutivamente attraversati dalla presenza degli altri. Si pensi alla lingua. Noi inoltre siamo parte di una collettività che può avere un legittimo interesse alla sua tutela. Per questo la libertà di uccidere non è giudicata ammissibile. Nessuno ha il diritto di sterminare i suoi simili con le armi o con l'aiuto di un virus. Proponiamo sul tema qui appena delineato una riflessione della filosofa Donatella Di Cesare. Qual è la sua idea di libertà?
 

Io credo che noi non possiamo più pensare la libertà come “La mia libertà finisce dove comincia quella dell’altro”. Perché questo è un modo moderno, oggi potremmo dire modernista, di pensare la libertà che fa acqua, ormai lo sappiamo, da tutte le parti. Cioè l’idea che ci sia un soggetto autonomo, un soggetto direi sovrano, il soggetto sovrano quasi sovranista, che presidia i propri confini. Perché il sovranismo non è solo quello della nazione e dello stato nazione. Il sovranismo è anche quello del soggetto autonomo, che presidia i propri confini e poi ci sono gli altri. E poi di tanto in tanto io scelgo se rispettare l’altro o no, se essere responsabile per l’altro oppure no. Questo concetto di libertà è un concetto superato. È un concetto che è stato giustamente criticato da tutta la filosofia del Novecento da Heidegger in poi. Penso a Essere e tempo. Già da Essere e tempo viene non solo criticato ma destituito questo soggetto sovrano. Non c’è il soggetto sovrano. Sovrano di nulla. Non c’è questa autonomia già solo se io, come dicevo all’inizio, riconosco che in me c’è sempre l’altro. Pensiamo soltanto al rapporto con la lingua. La lingua che io parlo con cui mi esprimo è già sempre la lingua dell’altro. Pensiamo già all’altro della lingua che è in noi e ci plasma, che plasma la nostra interiorità. Pensiamo per esempio alla riflessione di Wittgenstein che lei menzionava prima. Cioè tutta la riflessione di Wittgenstein, le osservazioni sulla psicologia, sono tutte in questa direzione. Wittgenstein dice “Decostruiamo il mito dell’interiorità”. Perché la lingua che io parlo è appunto sempre una lingua dell’altro. Quindi nel momento in cui io parlo la lingua dell’altro non sono più sovrano perché sono interdipendente con l’altro? Ma certo. Assolutamente. E poi pensiamo anche a tutta la riflessione successiva. Penso a tutta la riflessione per esempio della seconda metà del Novecento. Quindi penso per esempio a Emmanuel Lévinas. In fondo tutta la filosofia di Lévinas è tutta una filosofia che è anche una critica del liberismo. Perché il liberismo nasce da questa idea di libertà. Levinas mette in discussione questa idea del soggetto sovrano. Lévinas è veramente molto severo. Arriva al punto di dire che questo soggetto egocentrico, centrato su di sé, è quello che ha portato poi all’eliminazione dell’altro, che ha portato ad Auschwitz. Per rispondere alla sua domanda io penso di non essere un soggetto libero e autonomo. Penso che non ci sono prima io e poi ci sono gli altri. Prima ci sono io soggetto autonomo e poi ci sono gli altri e di tanto in tanto io scelgo se rispettarli o no, se rispondere per loro o no. Ma io sono io in quanto rispondo all’altro, in questa mia risposta all’altro, proprio nel volgermi all’altro che mi chiama. E l’altro viene sempre prima di me. Perché io, il posto in cui sono, quanti altri mi hanno preceduto? Quindi, non vengo prima io. Questo primato dell’io sovrano che politicamente diventa il primato del cittadino sovrano è gravissimo. Questo che cosa vuol dire? Vuol dire che il dibattito pubblico avviene sempre secondo concetti filosofici che i filosofi hanno già messo da un secolo in discussione. 

https://www.mentinfuga.com/donatella-di-cesare-a-lezione-di-democrazia/

domenica 28 novembre 2021

Draghi al Quirinale

Antonio Socci, Perché Draghi è l’uomo migliore per il Quirinale, Libero, 28 novembre 2021 L’elezione del nuovo presidente della Repubblica è un appuntamento che – nelle cronache dei giornali – sembra un gioco a nascondino o un banale Risiko (per qualcuno un “rosico”). I partiti non sanno dove sbattere la testa. In questa nebbia fitta di chiacchiere però ha fatto irruzione finalmente un pensiero, una riflessione geopolitica che fa capire almeno la vera posta in gioco nella partita del Colle. Il piccolo e denso libro di Giulio Sapelli e Lodovico Festa - «due sovranisti molto chic» li ha definiti Giuliano Ferrara – ha un titolo perentorio: «Draghi o il caos. La grande disgregazione: l’Italia ha una via d’uscita?» (Guerini e Associati). Il pamphlet ha dietro l’erudizione storica, politica ed economica di Sapelli, nella prima parte, per sfociare poi nella brillante analisi dell’oggi (e qui si sente di più la prosa giornalistica di Festa). Riprendo, dalle loro pagine, alcuni flash perché aiutano a inquadrare i termini del problema. Cominciamo dal primo, ovvero Mario Draghi che – secondo loro - fu «nominato grazie agli Stati Uniti al vertice della Bce». Perché quella scelta? «Nella contesa globale di potenza» scrivono i due autori «quella americana è una forma di capitalismo differente da quella “renana”, franco-tedesca, attribuendo da sempre un ruolo ben diverso alla deflazione e al debito pubblico. E proprio per questo motivo richiede anche forze intellettuali in grado di contestare il verbo tedesco, austero e filocinese». Dunque «l’originalità e la forza di Draghi rispetto alla retorica europeista imperante» scrivono Sapelli e Festa «risiede nel fatto che ha rappresentato la versione americana e non tedesca di tale capitalismo, come prova il suo ruolo – sempre contestato dalla Bundesbank – nella Bce e la lotta che ha condotto per anni contro l’austerità stupida che ancora oggi sta distruggendo l’Europa… e il suo intervento riparatore a Francoforte, intervento che gli ha conferito quella speciale autorevolezza che ora pone al servizio dell’Italia». Veniamo agli altri elementi del titolo: il caos e la «grande disgregazione». Sono un’amara descrizione della situazione dell’Italia, sprofondata in una crisi economica ventennale (che è anche crisi politica, crisi di identità e crisi demografica), ora aggravata dal ciclone del Covid, nonché da una delegittimazione sempre più preoccupante delle istituzioni, dei partiti e del tessuto democratico. Se è stato decisivo che un tecnico come Draghi, uomo delle istituzioni, assumesse quest’anno in prima persona la guida di un governo di unità nazionale, per affrontare l’emergenza più drammatica, è anche vero – secondo Sapelli e Festa - che ora la politica deve riprendere il suo ruolo di governo. PROFILO IDEALE Mentre il profilo di Draghi è perfetto per l’istituzione massima dello Stato: la presidenza della repubblica. Perché «quel che serve alla nostra nazione» argomentano i due autori «è un periodo di garanzia dall’alto che protegga la nostra vita politica e aiuti a far crescere partiti radicati sul territorio dove tra storia, famiglia e piccola impresa si esprime la nostra principale “forza”». Per chiarire il prezioso ruolo che Draghi può svolgere dal Quirinale i due autori ricordano «due “tecnici” senza l’azione dei quali non avremmo avuto lo sviluppo capitalistico nazionale che impetuosamente si è realizzato negli anni Cinquanta per poi consolidarsi fino alla fine degli anni Ottanta. Senza un “tecnico” come Alberto Beneduce, la sua Iri, il salvataggio della Commerciale da lui reso possibile non ci sarebbe stato neanche un “tecnico” come Raffaele Mattioli che poi tra Mediobanca ed Eni, collaborando con i governi Dc e dialogando con i comunisti, è stato tra gli uomini decisivi per porre le basi del miracolo economico post Seconda guerra mondiale. In questo senso la perfetta potenza di un supertecnico» concludono Sapelli e Festa «si manifesta non quando sostituisce il potere politico ma quando con la massima influenza possibile, si affianca al potere politico e lo indirizza verso lo sviluppo». La logica del libro è ferrea: «Se la nostra analisi sullo stato disperato in cui versano le istituzioni italiane è fondata, se si ritiene che la ricostruzione della disgregazione italiana, precipitata del decennio 2010-2020, sia corretta… allora quella che abbiamo definito “la chance” Draghi per salvare la Repubblica, va giocata nella partita del Quirinale con il massimo della consapevolezza». A rinforzo di questa tesi Sapelli e Festa sottolineano che «il caos italiano» è determinato da due fattori: «Una carenza di credibilità internazionale accentuata dalle mosse franco-tedesche tese a semplificare così la loro egemonia sulla governance europea, e una parallela e gravissima rottura tra società e istituzioni italiane». DEM NEL PANICO Tenere ancora Draghi a Palazzo Chigi potrebbe risolvere il primo problema, ma per quanto? Oltretutto le elezioni del 2023 sono dietro l’angolo…. Inoltre così si lascerebbe «andare alla deriva il sistema politico» perché «senza rinascita dei partiti la democrazia italiana non ha futuro». Del resto il caos e la disgregazione riguardano anche l’Unione Europea e continuare a farci commissariare dalla Ue, come è accaduto nel decennio scorso, non solo è disastroso per l’Italia, ma anche per la Ue: «L’Italia ha un ruolo centrale nell’Unione europea: se accetta di essere commissariata» concludono Sapelli e Festa «permette quella dialettica degli egoismi e delle chiusure che abbiamo vissuto particolarmente nell’ultimo decennio; se riacquista un’alta capacità di iniziativa fondata sul risanamento del suo Stato (e conseguentemente fino in fondo della politica) costringe tutti a fare i conti con le esigenze di riforma dell’Unione che sono urgenti quanto quelle italiane». Il libro di Sapelli e Festa merita di essere letto. Si possono avere preferenze diverse sul futuro inquilino del Quirinale, ma bisognerebbe saper sfornare, a supporto, analisi dello stesso valore. Dal Pd – che sembra essere oggi il principale avversario dell’elezione di Draghi al Colle – traspare solo la paura di non poter eleggere ancora una volta uno dei suoi candidati. Politica di piccolo cabotaggio.

martedì 23 novembre 2021

Il mito di Faust

Claudio Magris, L'eterna rinascita del mito di Faust Corriere della Sera, 23 novembre 2021 I più grandi personaggi della letteratura universale — ma anche della musica e di altre arti — che ricorrono nelle opere e nei secoli come Ulisse, Faust, Antigone o don Giovanni, sembrano appartenere non tanto e non solo all’uno o all’altro degli autori che ne hanno scritto, quanto alle diverse civiltà che hanno dato loro vita e all’umanità stessa, che si interroga sul proprio destino e sul senso del proprio vivere, agire e morire. Nel mito faustiano il patto col diavolo sigilla una scommessa che riguarda l’esistenza intera — la sua esperienza totale e la sua conoscenza, il piacere più sensuale e immediato e la consapevolezza del dolore, dell’assoluto e del nulla. Faust firma il contratto consapevole di dover forse accettare la dannazione eterna pur di cogliere l’attimo in cui la vita riveli la pienezza del suo significato. La storia di Faust vive e viene ripresa nei capolavori di Goethe, Marlowe, Calderòn de la Barca, Lenau, Heine, Bulgakov, Valéry e tanti altri, grandi e minori, come in tante opere musicali e cinematografiche. Si inserisce, sin dalle origini, nelle dispute tra Riforma e Controriforma e, prima ancora, nelle antiche leggende e tradizioni paleo-cristiane, in numerosi testi anonimi collegati soprattutto alle tradizioni ermetiche e alla demonologia, nel teatro di marionette; acquista un rilievo centrale nell’Illuminismo. Una storia senza fine, che coinvolge il Sabba medioevale delle streghe e quello nazista. Il secondo Faust di Goethe abbraccia pure l’incertezza tra salvezza e perdizione, tanto più inquietante perché fa i conti con gli inevitabili rapporti fra progresso e violenza, rapporti demonicamente attuali già nel testo goethiano, come quando il grande e nobile progetto di Faust — costruire una libera terra dove possa vivere un libero popolo — deve passare attraverso la violenza, la distruzione del piccolo pezzo di terra dove vivono felici due vecchi coniugi i quali devono essere eliminati dall’avanzata del progresso moderno, che ha bisogno di vasti spazi ed è indifferente ai piccoli destini. Mefistofele interviene pure in soccorso della pericolante economia dell’impero stampando a tutto spiano cartamoneta straccia. Ma Goethe ha una visione globale e il suo Faust è anche — forse soprattutto, dal punto di vista poetico — la tragedia di Gretchen, di Margherita, del suo amore pure e totale, che echeggia nel suo canto all’arcolaio e nel Re di Thule, la canzone dell’amore e della fedeltà. Gretchen è la donna stritolata dalla violenza, dall’irresponsabilità e dall’egocentrismo maschile — Faust deve muoversi nel Grande Mondo, in cui non c’è spazio per l’amore e per la fedeltà, per la vita vera e condivisa. Anche se, pur nell’errore presente in ogni affannarsi nel mondo, come Faust sa bene e proclama esplicitamente, l’oscura consapevolezza di una giusta via è una possibilità di salvezza. Ma se nel capolavoro di Goethe Faust si salva, anche se in modo ambiguo, molti altri finiscono dannati. Si può oggi credere nella salvezza di Faust? È improbabile, ma non impossibile, che non ne fosse certo neppure il poeta. Lasciava che fosse l’opera stessa a deciderlo, così come non aveva fretta di finirla, nonostante la sua enorme complessità e il poco tempo che gli restava della sua vita. Il mondo faustiano di Goethe è un mondo di metamorfosi, che si aprono all’incantevole e inquietante scorrere della vita; nel suo Divano occidentale-orientale la bellissima Suleika invita ad amare, per un attimo, nella sua bellezza e nella sua bocca l’infinità eterna di Dio. Ma il Faust goethiano, specialmente il secondo, è l’inquietante rappresentazione di un mondo allora ancora futuro e per noi oggi presente, un mondo in cui l’artificio, l’artificiale sono diventati la vera natura e fiori e piante non conoscono più stagioni. Un mondo in cui si può creare homunculus, l’uomo artificiale — il futuro libero suolo per un libero popolo è già Silicon Valley. Forse solo di Gretchen si può dire «è salva»; degli altri, che fanno la storia passando come Faust sopra di lei si può forse dire soltanto che sono «passati». Il secondo Faust è veramente incommensurabile; è anche estremamente difficile metterlo in scena. Lo fece, molti anni fa, Giorgio Strehler: avevo potuto assistere spesso alle prove al Piccolo Teatro e avevo così potuto veder nascere e formarsi quel meraviglioso spettacolo. L’unico problema era Strehler; grandissimo regista e straordinario anche nel correggere gli attori, in quell’occasione si era talmente identificato, con una vera megalomania, con Faust da recitare in modo enfatico, talora oltre misura. Faceva parlare Giorgio Strehler, non Faust. Una volta, dopo aver recitato un brano, si voltò e mi chiese: «Te gà piasso?» «No», non potevo fare a meno di rispondergli. Per conoscere il Faust, quando ero al Liceo, si consigliava di leggere Il mito di Faust di Vincenzo Errante, ottimo libro che oggi certo mostra la patina del tempo. Ora è uscito uno splendido volume di Paolo Scarpi, Faust. Dalla leggenda al mito (Marsilio), che coglie a fondo, con concisa e incisiva chiarezza, il senso profondo e plurisecolare di questo mito che continua a rinascere sempre in nuove forme e in nuovi contesti. Un dono vitale, prezioso in un mondo in cui sembra che tutti scrivano e che nessuno legga. Il libro di Scarpi è un esempio di completezza, di finezza interpretativa e di scrittura nitida e coinvolgente. Mi permetto di aggiungere agli esempi presentati e interpretati da Paolo Scarpi altri due, che mi sembrano di grande forza poetica e che non mi stanco mai di ricordare. In un tardo frammento — forse l’ultimo — di Svevo il vecchio sta andando a letto, dove la moglie sta già dormendo, e pensa che è mezzanotte, l’ora in cui potrebbe apparirgli Mefistofele e riproporgli l’antico patto. Lui sarebbe subito pronto a cedergli l’anima, ma non saprebbe cosa chiedergli in cambio; non la giovinezza, spesso insensata e smarrita, anche se la vecchiaia è difficile e crudele; non l’immortalità, perché la vita è dolorosa, sebbene la morte sia angosciosa. Si rende allora conto di non avere nulla da chiedere al diavolo e pensa che Mefistofele debba essere imbarazzato perché i prodotti della ditta che egli rappresenta non sono richiesti. Il diavolo non viene, non c’è ed è questa la tragicità, il nulla. All’idea di Mefistofele che si gratta imbarazzato la barba, il vecchio si mette a ridere, mentre la moglie accanto a lui, sotto le coperte, mezza sveglia e mezza addormentata, borbotta «beato te che a quest’ora hai ancora voglia di ridere» e si gira dall’altra parte. Quel riso e quel sonno dissimulano la disperazione nell’amabile consuetudine quotidiana e costituiscono una delle ultime spiagge cui è giunta, nel suo nichilismo, la coscienza occidentale, consapevole che la vita, svanite le gerarchie morali e affettive, non induce più in tentazione. C’è anche un’altra grandissima pagina della letteratura universale in cui il diavolo non arriva: nel Grande Sertaõ, il romanzo o meglio l’epos di Guimarães Rosa, un capolavoro assoluto, il protagonista, un semi-fuorilegge dei grandi altipiani brasiliani, è incalzato, nel suo vagabondo errare dal tentatore, dal male, «il Manfarro, Quello che non esiste, l’Io-Sfrenato, il Lui» finché una notte va ad attenderlo nella brughiera. Il diavolo non si presenta, perché egli è il nulla, il non-essere sempre in agguato. Il cavaliere del Sertaõ accetta la sfida del nonessere, giungendo a quel confine oltre il quale ci si perde, ma guardando nel nulla riconquista la totalità epica della vita senza farsi risucchiare da quel vuoto e tuffandosi «nell’andirivieni» delle cose. Già il Faust di Goethe veniva rigenerato dall’aurora, dalla vita che sempre ricomincia, ma questo avviene nel suo primo Faust, mentre nel geniale megastore del secondo Faust anche il cavaliere del Sertaõ si troverebbe in difficoltà.