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sabato 1 novembre 2025

Il Ponte sullo Stretto

Serena Sileoni
Perché sul Ponte sullo Stretto conviene ascoltare i giudici

La Stampa, 1 novembre 2025

La decisione della Corte dei conti sul Ponte di Messina è cronaca di un diniego annunciato. Un mese fa, la Corte aveva trasmesso al governo il suo parere sulla delibera Cipess contestata, nel quale individuava una serie di incongruenze e lacune di tipo procedurale e sostanziale, alcune molto serie, che non possono non aver messo il Governo in allerta. È in quel momento che, almeno a Palazzo Chigi e al Mit, il piano tecnico e quello politico si sono sovrapposti, impedendo ora anche solo una ricostruzione pacata della vicenda.

A costo di pedanteria, per capirla bisogna invece andare oltre lo scontro tra magistratura e politica, utile solo a titillare tifoserie già in curva. A luglio, la ormai famosa delibera approvava il progetto definitivo del Ponte. Si può dire, per intendersi, che sia stata la posa della prima pietra nel procedimento di costruzione dell’infrastruttura. In quanto atto di governo, è stata trasmessa prima della pubblicazione alla Corte dei conti, perché svolgesse il controllo preventivo di legittimità.

I principali atti di governo sono infatti sottoposti a questo controllo, col quale si verifica che non violino le leggi su cui si basano. Per questo si esercita sugli atti dell’esecutivo e non su quelli parlamentari. È del tutto pretestuoso e serve solo a fare confusione accusare quindi i magistrati contabili, come ha fatto Fratelli d’Italia, di aver usato due pesi e due misure col Ponte e il Superbonus, poiché questo venne approvato – ahinoi – con legge.

Alla fine di settembre, i magistrati contabili hanno formulato una serie consistente di osservazioni relative a incongruenze, carenze istruttorie tecniche e difformità del procedimento rispetto agli obblighi di legge. Tra queste, vi erano rilievi non rimediabili che evidenziavano forzature non superabili, a partire dalla verifica dei costi che avrebbe imposto al governo di indire una nuova gara secondo le regole di appalto, impedendogli di recuperare un affidamento precedente. La delibera, e con essa il procedimento a monte, sono indubbiamente complessi e complicati, ma questo e altri rilievi sono tali da far venire il dubbio che, pur nella difficoltà delle carte e delle procedure, qualche pasticcio sia stato fatto, come nella stima dei costi (calcolati senza quantificazione degli aumenti derivanti dalla revisione dei prezzi) e del traffico atteso, cioè del ritorno dell’investimento. Una soluzione, però, ci deve sempre essere. In effetti, di fronte al parere della Corte il governo poteva scegliere di ritirare in autotutela il provvedimento e rifare le cose con più ordine e cura; o aspettare che i nodi venissero al pettine per poi gridare “ahia! ”

Tra le due possibilità, Meloni e Salvini devono aver convenuto sulla seconda, magari per motivi non proprio identici. In comune, c’è stata probabilmente la constatazione che per trasformare una sconfitta in vittoria occorresse capitalizzarla politicamente. Resta il dubbio che alla Presidente del Consiglio un eventuale stop forzato e esterno sul Ponte convenga molto più che al vice Presidente del Consiglio. Meglio dare oggi la colpa agli altri che doversi addossare domani un possibile fallimento. Ad ogni modo, la Corte dei conti, scaduto il termine di legge per la risposta del governo, si è riconvocata per decidere definitivamente e lo ha fatto, a motivo della delicatezza della vicenda, in adunanza plenaria.

L’esito è cronaca di questi giorni: i magistrati hanno bocciato la delibera interrompendo quindi il progetto del Ponte. Anche se le motivazioni non sono ancora depositate, è possibile immaginare che non si discostino da quelle, note, del parere di settembre. Nel frattempo, il governo ha fatto esplodere il caso politico e nel dibattito pubblico sono ormai ininfluenti le ragioni giuridiche, completamente oscurate da una polemica accesa come diversivo rispetto al merito amministrativo e giuridico.

Non c'è da stupirsi che l’esecutivo abbia scelto questa strada. In Italia, pochi conflitti sono eterni e aspri come quello fra politica e giustizia. Serrare i ranghi delle proprie tifoserie, mentre su altri versanti (la riforma della giustizia) la magistratura adotta esattamente la stessa strategia, è tutto sommato una scelta razionale, almeno per Meloni. L’unico modo per evitare questa degenerazione della discussione pubblica non è chiedere che smettano di buttarla in cagnara, ma provare a esercitare un dovere di informazione serio e accorto, che provi a capire il merito delle cose tagliando la strada alle polemiche inutili. Solo così ci si può attendere che, la prossima volta, si facciano le cose per bene, dall’inizio.

lunedì 29 novembre 2021

Il mito dell'individuo sovrano

Oggi molti scoprono l'invadenza dello Stato. Pensavano di essere liberi e invece si trovano prigionieri di regole imposte dall'esterno. Ma è mai esistito l'individuo libero da costrizioni oppressive? Libero di sparare, per esempio, senza essere tenuto a pagare per le conseguenze? Io sono certo libero di immaginare me stesso al centro del mondo e insofferente delle incursioni altrui nel mio spazio privato. Fatto sta che questo individuo sovrano è una pia illusione. Noi siamo costitutivamente attraversati dalla presenza degli altri. Si pensi alla lingua. Noi inoltre siamo parte di una collettività che può avere un legittimo interesse alla sua tutela. Per questo la libertà di uccidere non è giudicata ammissibile. Nessuno ha il diritto di sterminare i suoi simili con le armi o con l'aiuto di un virus. Proponiamo sul tema qui appena delineato una riflessione della filosofa Donatella Di Cesare. Qual è la sua idea di libertà?
 

Io credo che noi non possiamo più pensare la libertà come “La mia libertà finisce dove comincia quella dell’altro”. Perché questo è un modo moderno, oggi potremmo dire modernista, di pensare la libertà che fa acqua, ormai lo sappiamo, da tutte le parti. Cioè l’idea che ci sia un soggetto autonomo, un soggetto direi sovrano, il soggetto sovrano quasi sovranista, che presidia i propri confini. Perché il sovranismo non è solo quello della nazione e dello stato nazione. Il sovranismo è anche quello del soggetto autonomo, che presidia i propri confini e poi ci sono gli altri. E poi di tanto in tanto io scelgo se rispettare l’altro o no, se essere responsabile per l’altro oppure no. Questo concetto di libertà è un concetto superato. È un concetto che è stato giustamente criticato da tutta la filosofia del Novecento da Heidegger in poi. Penso a Essere e tempo. Già da Essere e tempo viene non solo criticato ma destituito questo soggetto sovrano. Non c’è il soggetto sovrano. Sovrano di nulla. Non c’è questa autonomia già solo se io, come dicevo all’inizio, riconosco che in me c’è sempre l’altro. Pensiamo soltanto al rapporto con la lingua. La lingua che io parlo con cui mi esprimo è già sempre la lingua dell’altro. Pensiamo già all’altro della lingua che è in noi e ci plasma, che plasma la nostra interiorità. Pensiamo per esempio alla riflessione di Wittgenstein che lei menzionava prima. Cioè tutta la riflessione di Wittgenstein, le osservazioni sulla psicologia, sono tutte in questa direzione. Wittgenstein dice “Decostruiamo il mito dell’interiorità”. Perché la lingua che io parlo è appunto sempre una lingua dell’altro. Quindi nel momento in cui io parlo la lingua dell’altro non sono più sovrano perché sono interdipendente con l’altro? Ma certo. Assolutamente. E poi pensiamo anche a tutta la riflessione successiva. Penso a tutta la riflessione per esempio della seconda metà del Novecento. Quindi penso per esempio a Emmanuel Lévinas. In fondo tutta la filosofia di Lévinas è tutta una filosofia che è anche una critica del liberismo. Perché il liberismo nasce da questa idea di libertà. Levinas mette in discussione questa idea del soggetto sovrano. Lévinas è veramente molto severo. Arriva al punto di dire che questo soggetto egocentrico, centrato su di sé, è quello che ha portato poi all’eliminazione dell’altro, che ha portato ad Auschwitz. Per rispondere alla sua domanda io penso di non essere un soggetto libero e autonomo. Penso che non ci sono prima io e poi ci sono gli altri. Prima ci sono io soggetto autonomo e poi ci sono gli altri e di tanto in tanto io scelgo se rispettarli o no, se rispondere per loro o no. Ma io sono io in quanto rispondo all’altro, in questa mia risposta all’altro, proprio nel volgermi all’altro che mi chiama. E l’altro viene sempre prima di me. Perché io, il posto in cui sono, quanti altri mi hanno preceduto? Quindi, non vengo prima io. Questo primato dell’io sovrano che politicamente diventa il primato del cittadino sovrano è gravissimo. Questo che cosa vuol dire? Vuol dire che il dibattito pubblico avviene sempre secondo concetti filosofici che i filosofi hanno già messo da un secolo in discussione. 

https://www.mentinfuga.com/donatella-di-cesare-a-lezione-di-democrazia/