sabato 9 gennaio 2016

Un terrorismo della vita quotidiana

 
Elisabetta Rasy
La sicurezza delle donne, l’altra emergenza
Il Sole 24ore, 9 gennaio 2015 
 
 
È molto probabile che le donne aggredite a Colonia nella notte di Capodanno facessero parte di quel molto diffuso gruppo di europei che si battono, con militanza vera e propria o nel profondo della propria coscienza, contro l’islamofobia. Donne molte delle quali non accompagnate, sicure di essere libere, magari con altre amiche, di godersi in allegria una serata di festa in mezzo alla gente: donne dunque senza diffidenza, senza pregiudizi. Così come senza pregiudizi, cittadini del mondo e della libertà, erano sicuramente la gran parte dei morti di novembre a Parigi. Ma per aggredire le libere ragazze di Colonia non servivano né kalashnikov né bombe, neppure i coltelli, bastavano le armi tradizionali che nelle società tradizionali gli uomini hanno usato contro le donne: le proprie peggiori pulsioni e il proprio corpo violento. Questi due elementi, la pacifica e ben disposta libertà delle vittime e la mancanza di armi tradizionali (il che vuol dire un terrorismo della vita quotidiana che può essere organizzato solo con un semplice passa-parola) hanno cambiato definitivamente volto, nel 2015, alla questione dell’integrazione, degli immigrati, dei rifugiati e del multiculturalismo.
Da oggi in poi, per forza di cose, ogni ottimismo della volontà in materia non sarà più possibile. Non si può più dire che sono i giovani della banlieue sfavoriti rispetto ai loro coetanei che vanno ai concerti rock o al ristorante. Non si può più parlare, salvo suscitare un imbarazzante ridicolo, di colpe dell’Occidente, di tragici esiti di politiche coloniali e postcoloniali errate, di guerre ingiuste. No. Qui in campo c’erano delle ragazze che non rappresentavano niente se non se stesse, inermi e sorridenti nella notte di festa. E tanto è bastato.
Se nel caso di bande terroristiche armate si discute di guerra asimmetrica, qui non si può che riesumare la vecchia formula dello scontro di civiltà. Purtroppo è così: sappiamo bene che la condizione femminile è uno degli indici in base ai quali si valuta il grado di democrazia e complessivo benessere di una società. Ma la condizione femminile è anche questione di sguardi: se chi guarda una donna non vede che una preda da attaccare – in vari modi, dai più ipocriti come i matrimoni combinati ai più violenti come l’acidificazione o la morte – siamo di fronte a una differenza basilare che nessuna buona volontà può negare.
È ora impossibile ascoltare discorsi di mediazione, quei discorsi degli arabi moderati che con sincerità sostengono che il vero Islam è rispettoso delle donne. Sarebbe come tirare in ballo la morale cristiana ogni volta che da noi c’è uno stupro. Che cosa sostenga sulle donne il vero Islam conta poco se è possibile a un gruppo di uomini persino ubriachi – e dunque non necessariamente coordinati e organizzati – circondare, intimidire e aggredire sessualmente donne che circolano pacificamente per strada. È persino esagerato dire che quelle donne incarnavano un’idea estrema di libertà femminile: erano semplici cittadine in una notte di festa, senza niente di trasgressivo, senza niente di provocatorio.
Questo pone per tutti un problema difficile, ma lo pone soprattutto per tutti coloro che si battono per l’accoglienza e la tolleranza delle altre culture, e si battono giustamente perché la tolleranza e l’accoglienza fanno parte di quella stessa idea occidentale del diritto e della libertà che consente a delle ragazze di andarsene in giro a festeggiare la notte dell’anno. Suonano molto male in questi giorni le chiamate alla xenofobia: non si può difendere la libertà e il diritto alla sicurezza essendo xenofobi o razzisti. È una contraddizione palese e bisogna sottolinearlo con forza.
Ma suonano anche male le parole di chi sostiene che anche nella nostra società la tentazione patriarcale è sempre attiva, che anche qui le donne sono aggredite, stuprate e uccise. È vero, ma qui da decenni su decenni è in corso una battaglia condotta dalle donne stesse in primo luogo e poi dalle istituzioni perché questo non avvenga, e di fatto, per quanto l’onda misogina non sia mai del tutto sconfitta, si tratta sempre dell’eccezione non della regola. Nel caso di Colonia è evidente che per la mentalità degli aggressori attaccare le donne – se non velate, controllate, sottomesse – è la regola, non l’eccezione.
Tutti dicono oggi che bisogna ripensare il wilkommen, la politica dell’accoglienza. È la sfida non dell’anno che nasce ma di tutto il secolo, cominciata l’11 settembre del 2001. Le cose da rifare, quelle da revisionare o da cambiare sono tante e spetta agli organismi competenti – governi sovranazionali nazionali e locali – impegnarsi a fondo, nella convinzione che battersi per l’uguaglianza significa comprendere e affrontare le diversità, anche e in primo luogo tra immigrato e immigrato e tra rifugiato e rifugiato, tenendo ben distinto, come ci ha insegnato il Vangelo, il grano dal loglio. Ma tra le tante emergenze che ci assediano e le tante ipotesi di una nuova possibile accoglienza e integrazione da vagliare, una cosa è certa fin da ora: la sicurezza delle donne è sempre più all’ordine del giorno.

venerdì 8 gennaio 2016

Colonia, i fatti e la loro risonanza





Violenze Colonia, lascia il capo della polizia. "Anche 18 rifugiati tra gli oltre 30 identificati"
Accusati di lesioni personali e furto. Merkel valuta stretta su espulsioni: "Verità o danno a maggioranza". Casi anche in Svezia. Il premier slovacco, Robert Fico, chiede convocazione di summit Ue straordinario per discutere l'ondata di violenze a sfondo sessuale
La Repubblica di oggi

COLONIA - A una settimana dalle violenze contro centinaia di donne a Colonia durante la notte di Capodanno il capo della polizia tedesca, Wolfgang Anders, ha lasciato il suo posto, più precisamente è stato sospeso dal servizio, nonostante avesse ripetetuto di non sentirsi in alcun modo responsabile. Il tentativo della polizia tedesca di minimizzare l'ondata di molestie e violenze a Colonia, evento replicato anche ad Amburgo e Stoccarda, da parte di uomini di aspetto "arabo e nordafricano" è fallito.

Le forze dell'ordine hanno fermato oggi 32 sospetti. Tra questi 18 sono richiedenti asilo, un elemento destinato a mettere in difficoltà la cancelliera Angela Merkel e la sua politica delle porte aperte ai profughi. Il portavoce del ministero dell'Interno tedesco, Tobias Plate, ha spiegato che la maggior parte dei 32 atti criminali documentati dalla polizia federale nella notte riguarda il furto e lesioni personali. Tre riguardavano aggressioni sessuali.

La cancelliera ritiene importante "che la piena verità sia messa sul tavolo" senza "sconti ed edulcorazioni". Diversamente si avrebbe un "danno" allo stato di diritto e alla grande maggioranza dei profughi che non ha alcuna colpa e cerca protezione. Merkel insomma non arretra dalla sua posizione 'negazionista' iniziale: "Prima di tutto questo non è (un problema) legato ai profughi ma un caso di criminalità", ha dichiarato il suo portavoce George Streiter aggiungendo allo stesso tempo che "è importante che tutta la verità esca fuori e che nulla venga taciuto e che non si passi sotto silenzio nulla". Per la cancelliera non bisogna automaticamente sospettare di tutti i migranti, malgrado le vittime abbiano denunciato molestie da uomini di aspetto "arabo o nordafricano".

Le ripercussioni. Il premier slovacco, Robert Fico, ha chiesto la convocazione di summit Ue straordinario per discutere dell'ondata di violenze a sfondo sessuale: "Sarà necessario convocare un summit straordinario. Dobbiamo modificare il calendario approvato recentemente poiché non possiamo aspettare fino all'autunno, dati gli eventi", ha affermato il premier, parlando con la stampa. Ieri Fico aveva annunciato che, in seguito ai fatti di Colonia, il governo slovacco non vuole più accogliere profughi musulmani. Reagiscono anche i partiti di estrema destra in tutta Europa. In una lettera aperta al premier olandese Mark Rutte il leader del partito xenofobo Pvv Geert Wilders commenta l'ondata di molestie parlando di "terrorismo e jihad sessuale", ed invita a "chiudere subito i confini" del Paese e ad iniziare "a de-islamizzare l'Olanda". Wilders ricorda che da anni le "violenze sessuali di non-Occidentali" sono una piaga in Svezia e Norvegia e afferma: "questo sta venendo verso di noi ora".

I 32 sospetti sono stati interrogati. Nove sono algerini, 8 marocchini, 4 siriani, 5 iraniani, un iracheno, più un serbo, un cittadino americano e tre tedeschi che si sono uniti al branco. Sono sospettati per lo più di furti e lesioni corporali. Finora nessuno dei 18 profughi identificati è collegato a casi di molestie sessuali. Ci sono anche tre denunce per delitti sessuali rispetto alle quali non vi sono per ora dei sospettati, dice il ministero dell'Interno. La polizia ha fatto sapere di aver arrestato e poi rilasciato un ragazzino di 16 anni e un ventitreenne di origine nordafricana. Secondo la Bild, diversi stranieri sono stati fermati ieri sera dalla polizia locale.

I cellulari sequestrati. Secondo quanto riportato dal Koelner Stadt Anzeiger, gli inquirenti avevano sequestrato alcuni cellulari con le immagini delle aggressioni a donne e un foglietto di appunti con frasi in arabo e tedesco con espliciti riferimenti sessuali. La Bild on line ha pubblicato un biglietto giallo con appunti presi a mano. Tra le frasi segnate, "voglio scopare", "ti voglio baciare", "sto scherzando con lei", "io la uccido". Nella sola notte di Capodanno la polizia ha ricevuto 170 denunce, 120 di natura sessuale.
...
I media tedeschi. Intanto i media tedeschi continuano a tenere alta l'attenzione attorno ai gravi episodi della notte di Capodanno e anche sulla confusione e sulle contraddizioni delle affermazioni della polizia: "Siamo stati ingannati?", si chiede la Bild, che riporta la dichiarazione del capo della polizia di colonia del 5 gennaio: "Non abbiamo informazioni sui responsabili" e la mette a confronto con il rapporto della polizia del 2 gennaio che parla di 71 schedature, 11 fermi, 4 arresti.

Rabbia sui social arabi. La rabbia nei confronti degli aggressori di Colonia corre in queste ore su Twitter dove, secondo la Bbc, gli hashtag in lingua araba di #Germania e #Colonia sono stati utilizzati già 17.000 e 2.500 volte. Le molestie sessuali della notte di San Silvestro "provocheranno una vergogna di proporzioni storiche" in tutti gli arabi che vivono in Germania, twitta @Osama_Saber. Israa Ragab, un egiziano che vive in Germania, confessa su Facebook "di non essersi mai sentito più rispettato che qui e ora, ogni volta che sento alla televisione che i responsabili potrebbero essere nordafricani o arabi mi vergogno e sono disgustato". Netta la condanna degli aggressori da parte di @LLLLoL00 che sul suo account Twitter scrive: "Ogni volta che cerchiamo di migliorare l'immagine degli arabi, un branco di stronzi distrugge tutto!". Ma sui social media c'è anche chi esprime il timore che questi episodi di violenza possano portare, come di fatto sta già avvenendo, a una stretta sulle politiche nei confronti dei migranti, non solo in Germania. "L'Europa si pentirà di accogliere persone che sono vittima di repressione politica e religiosa?", twitta‏@Farcry99. E per qualcuno adesso "la Germania potrebbe cominciare a chiudere le porte ai rifugiati".

https://palomarblog.wordpress.com/2016/01/07/capodanno-a-colonia/
https://palomarblog.wordpress.com/2016/01/08/il-nome-e-la-cosa-una-riflessione/
 

mercoledì 6 gennaio 2016

La formazione della mitologia cristiana



Silvia Ronchey 
Tutti gli dèi nascosti dietro al dio chiamato Gesù
Riti di Mitra, misteri dionisiaci, saturnali e la “vera” Epifania. Ritorna “Jesus Rex”, il capolavoro di Robert Graves

la Repubblica, 6 gennaio 2015








Nel 1614 Keplero, dopo laboriosi calcoli, dimostrò che nel 7 a.C., quando dovette grossomodo avere luogo la nascita di Gesù (che il calendario etiopico colloca nell’8 a.C. e che comunque non poté precedere il 5 a.c., anno di morte di Erode), Giove e Saturno ebbero tre congiunzioni ravvicinate nella costellazione del Pesce, un evento raro che avviene ogni svariate centinaia di anni e che era stato tuttavia già, previsto, si dice, dagli astronomi caldei. Una di queste congiunzioni fu nel mese di dicembre. Non che l’evento in sé spieghi la “stella grandissima”, che secondo i testi sacri — Matteo 2, 1-12, ma soprattutto gli apocrifi — sarebbe apparsa in quel tempo e avrebbe segnalato ai Magi la nascita di “un re per Israele”; o giustifichi un aumento della luminosità tale da oscurare le altre stelle, come scritto nel Protoevangelo di Giacomo. Né risulta compatibile con la cronologia della nascita di Gesù la visibilità della cometa di Halley, il cui passaggio si ascrive al 12 a.C. Ma la relazione tra il formarsi del calendario liturgico protocristiano e gli eventi astronomici che già sostanziavano i riti delle più antiche religioni, zoroastriana anzitutto e poi romana, è indubitabile.
La festività che nel mondo cristiano ortodosso è detta “delle Luci” (ton Photon) accomuna in un breve giro di calendario il pellegrinaggio escatologico dell’élite pagana d’oriente e la festa solare chiamata nell’antica Roma dies natalis Solis Invicti, e ancora oggi da noi Natale; a sua volta legata sia ai Saturnali, sia alla festa di Mitra, il cui culto misterico prettamente maschile, originariamente indopersiano, romanizzato nella pratica rituale degli eserciti, era in grande espansione nel periodo in cui nacque la fortunata eresia giudaica che le scritture canoniche ed extracanoniche associano alla nascita di un “nuovo re di Israele” proprio in occasione dell’evento che qui festeggiamo il 6 gennaio e chiamiamo Epifania.
Nome a sua volta desunto dalla terminologia dei misteri greci. È l’epiphàneia di un dio, la sua sacra manifestazione, al centro della leggenda della stella e dei Magi. I tre maghi persiani dal cappello a cono del mosaico di Sant’Apollinare Nuovo a Ravenna, i Drei Könige sulle cui magnetiche reliquie si impennò la cattedrale di Colonia,i tre savii stranieri dai nomi incerti e contorti che seguirono la stella ed ebbero l’epifania di un fanciullo divino, si prostrarono, scrive Matteo, con la rituale proskynesis che si riconosce al capo di un’altra e nuova religione, recandogli il crisma dei sommi doni sapienziali. «I misteri religiosi sono in gran parte connessi con le predizioni astronomiche», scrive con apparente candore Robert Graves all’inizio della terza e culminante parte di Io, Gesù, il capolavoro (ora ripubblicato da Longanesi, e all’epoca intitolato Jesus Rex) che settant’anni fa dedicò al formarsi del culto di quelli che chiama i crestiani — i seguaci del Chrestòs, in greco “il Buono” — nell’epoca che va appunto dalla teofania occorsa ai Magi a quello che definisce «lo scisma dei gentili, capeggiato dal visionario Paolo di Tarso. Un culto che sancisce — è la grande teoria di Graves, che fa qui la sua prima comparsa — la vittoria delle religioni dominate da divinità maschili, di cui JHWH, il dio onnipotente del monoteismo biblico, è l’esempio massimo, sulla religione femminile originaria, quella della Grande Dea, cui Graves dedicherà due anni dopo il suo libro più noto, La dea bianca. L’eclissi della divinità lunare e l’oblio del suo culto porteranno a fraintendere l’identità storica di Gesù, che nella ricostruzione di Graves, fantastorica, deliberatamente fantasmagorica ma non per questo meno scientificamente probante, riunisce in sé, per discendenza matrilineare, un’effettiva e clamorosa regalità. La legittima successione del trono di Davide, ossia dell’antica Israele, e di Erode, ossia della Giudea romana, gli è assicurata da Maria, vergine di sangue regale consacrata al Tempio, che ha però segretamente sposato uno dei figli di Erode, avuto dalla prima moglie, di altrettanto impeccabile discendenza idumonea. È alla luce dell’effettivo status di aspirante Rex Iudaeorum che Graves interpreta, nel finale del libro, l’udienza personale concessa da Pilato a Gesù, il suo straordinario favore, l’inusuale titulus, INRI, apposto per suo ordine alla croce; così come il successivo, irrazionale e imprevedibile svolgersi del fatti, la catena di fraintendimenti, censure, tendenziosità che plasmeranno, in un sincretismo assoluto e a tratti costernante, la nuova religione maschile destinata a pervadere i confini dell’impero romano, dal medio oriente giudaico all’estremo occidente celtico, di quella gelosa idea di elezione e linearità, legata a un’inquietante promessa di “al di là”, che si sostituirà alla preesistente idea femminile di ciclicità della storia come della natura del cosmo.
Al bene informato Agabo, alter ego narrante di Graves nell’ipotetico anno Domini 93 d.C. cui la narrazione è ascritta, il nuovo culto si presenta dominato da un rito conosciuto col nome di eucarestia e adibito «a comodo ponte tra il giudaismo e i culti misterici greci e siriani, in cui il sacro corpo di Tammuz viene mangiato sacramentalmente e sacramentalmente bevuto il sacro sangue di Dioniso», il dio “Figlio della Duplice Porta”, nato prima a sua madre Semele e poi al padre Zeus, cui Gesù somiglia anche nell’avere due date astronomiche di nascita: a quella del solstizio d’inverno, che coincide con la nascita del sole, si aggiunge quella estiva cui si riconduce il suo battesimo — rappresentato con matematica perfezione neoplatonica da Piero della Francesca — che coincide con la levata eliaca di Sirio, la stella messianica del versetto di Isaia.
In Io, Gesù Graves, superbo esperto di mitografia greca ed ebraica, dipana il sincretismo fin dalla Natività. Se la Vergine Madre dalla veste azzurra e dalla corona di stelle d’argento è necessaria ipòstasi di Iside, nella grotta la mangiatoia dov’è adagiato il Bambino ripropone quella usata allo stesso scopo nei misteri delfici ed elusini e il bue e l’asino, cui già allude Isaia, simboleggiano i due messia promessi, il figlio di Giuseppe e il figlio di Davide, che il neonato adorato dai Magi riunisce. La sua storia ha tratti in comune con quella di Pèrseo, che il re Acrisio tenta di uccidere in fasce. Nella narrazione di Graves, ironicamente accademica, irresistibilmente sacrilega, implacabilmente laica, i Magi non sono nulla di ciò che per due millenni l’esegesi dei teologi cristiani o degli storici delle religioni o tanto meno degli esoteristi e teosofi in voga in quegli anni ha abilmente e spesso fondatamente congetturato, ma solo tre ebrei damasceni della tribù di Issa- char, che nel palazzo di Erode a Gerico si presentano come astrologi appartenenti alla nuova setta degli “alleanzisti”: hanno stipulato una nuova alleanza con Dio attraverso la mediazione di uno spirito chiamato “Colui che viene” ovvero “la Stella”, che secondo la loro previsione si incarnerà quanto prima sotto spoglie umane e darà a Erode gloria eterna. Ma Erode stesso ha basato la sua politica e il suo regno sulla congiunzione astrale di Giove e Saturno individuata da Keplero nel 1614. Dal fallimento del piano dinastico di Erode, che in Graves si snoda in sostanziale aderenza a Matteo, ascende l’astro del nuovo re che i tre astrologi giudei hanno correttamente individuato e adorato, ma che non sarà scorto in vera luce dai gentili. I suoi Atti e detti, originariamente scritti in aramaico, riceveranno, riferisce il beffardo Agabo, versioni multiple di una traduzione greca «erronea, a volte goffa e di tanto in tanto fraudolenta », cosicché i fondatori delle chiese gentili fraintenderanno «così stranamente la sua missione da fare di lui la figura centrale di un nuovo culto che, se lui oggi fosse vivo, giudicherebbe solo con avversione e orrore». Lo vedranno come un giudeo rinnegato che «unendo la propria sorte a quella degli gnostici greci aspirò a una sorta di divinità apollinea, per di più fornendo credenziali che devono essere accettate per cieca fede — suppongo perché nessuna persona ragionevole», aggiunge Agabo, «potrebbe mai accettarle in alcun altro modo».

martedì 5 gennaio 2016

L'autobiografia di Toni Negri


                                                                                Simonetta Fiori
L’ego-biografia di Negri che dimentica la Storia
Dall’infanzia agli anni Settanta, l’ex leader di Potere Operaio racconta la sua vita. Seicento pagine, nessuna autocritica

la Repubblica, 5 gennaio 2016




L’autobiografia è un genere disseminato di trappole, che in pochi riescono a disinnescare. Certo non vi riesce Toni Negri nei fluviali mémoires in cui ripercorre la sua vita dall’infanzia in un Veneto molto povero fino all’arresto il 7 aprile del 1979 per «insurrezione contro i poteri dello Stato ». (Storia di un comunista, a cura di Girolamo De Michele, Ponte alle Grazie). Una storia lunga oltre seicento pagine che può essere letta come documento del narcisismo intellettuale di una generazione, quella dei cattivi maestri che oggi si volta a guardare le macerie lasciate alle spalle rimpiangendo la rivoluzione mancata. Mancata naturalmente non per oggettive responsabilità, ma per colpa del «troppo piombo rovesciato dallo Stato assassino».
Un’occasione mancata sembra l’ego-histoire di Negri, figura che continua a esercitare fascino in alcuni ambienti intellettuali nonostante le gravi responsabilità penali, politiche e morali accumulate nella stagione del terrorismo. Il ponderoso volume poteva essere un’occasione per ripercorrere (auto)criticamente la storia italiana, anche gli errori e le dissennatezze di quegli anni. Ma tra le pieghe della meticolosa ricostruzione è difficile imbattersi in un ripensamento autentico («i compagni delle Brigate Rosse», continua a scrivere quarant’anni dopo). E rari sono gli accenti di umana solidarietà per chi quella storia oggi non può raccontarla, per le vittime del terrorismo e per le loro famiglie spezzate, anche per i giovani perduti dietro un folle velleitarismo. Così come invano si cerca un accenno alle ricadute che la lotta armata ha prodotto nel nostro paese, negli assetti politici e nella capacità di cogliere i cambiamenti in atto nel mondo. L’autore è troppo preso dal raccontare il suo «assalto al cielo» per accorgersi di tutto il resto, pur nella ripetuta deprecazione dell’omicidio, principio ribadito in vari passaggi. E il libro restituisce minuziosamente il vortice del suo progetto intellettuale e pratico, tra toni autocelebrativi e un evidente compiacimento.
I primi capitoli raccontano l’infanzia e l’adolescenza segnate da un pervasivo sentimento di morte provocato anche dalla guerra. «Ogni percezione del mondo è affogata nel lutto», scrive Negri in pagine raggelate da un dolore profondo, alimentato dalla tragedia del fratello repubblichino morto suicida. In questo contesto spicca luminosa la figura dell’Aldina, la “mutter courage” che ne favorisce la fuga da una vita di stenti. Quello che segue, tra gli anni Cinquanta e Sessanta, è un percorso di tutto rispetto che lo mette in contatto con le energie migliori del paese – il cattolicesimo democratico, il movimento federalista europeo, la comunità olivettiana, la Normale di Pisa, le riviste operaiste, intellettuali della statura di Chabod, Bobbio e Garin. Un percorso di esperienze, studi e letture che lo conduce giovanissimo alla cattedra di Dottrina dello Stato – lui che lo Stato l’avrebbe voluto abbattere – e che forse rende ancora più inaccettabile l’approdo successivo al brivido del passamontagna esibito dal leader di Potere Operaio e poi di Autonomia. E anche l’accento commosso della rievocazione - «Perché un giovane che si presume intelligente, colto e più attivo che contemplativo si iscrive a Filosofia all’inizio degli anni Cinquanta? La risposta che mi do è: la ricerca della verità» - crea le premesse della biografia di un santo o di un profeta disarmato, non di un intellettuale condannato dal tribunale italiano per aver organizzato bande armate e per concorso morale a una rapina.
E nella ricostruzione degli anni Settanta colpisce che a distanza di quattro decenni il linguaggio resti inalterato - lo “Stato terrorista” e “i poliziotti assassini” – come una livida caricatura che invece di essere nascosta con vergogna viene impudicamente rivendicata. Però non manca l’inchino a Francesco Cossiga, ricordato come «uomo elegante, appassionato e critico» (una simpatia probabilmente favorita dal giudizio che Cossiga avrebbe espresso sulla sua condanna, «frutto di un «giustizialismo giacobino»).
L’autobiografia di Toni Negri è anche la storia di una vita intensa, di molti amori, di residenze confortevoli, di viaggi appassionanti, di incontri con il fior fiore dell’intellighenzia internazionale. Fu a casa di un aristocratico napoletano che imparò «l’esatta composizione delle bombe molotov ». «Una bellissima villa sulla costa sorrentina, piastrellata di Vietri e aperta a una vista straordinaria ». Perché un rivoluzionario, tiene anche a dircelo, non deve mai rinunciare a un buon stile di vita.

* IL LIBRO Storia di un comunista di Toni Negri, a cura di G. De Michele, Ponte alle Grazie, (pagg. 608 euro 18)

http://www.gadlerner.it/2016/01/05/lautobiografia-di-toni-negri-imbarazza-la-sinistra-ma-censurarla-non-ha-senso
http://www.loccidentale.it/node/97257

lunedì 4 gennaio 2016

Su Checco Zalone




Provando a spiegare il fenomeno Zalone   
Ritratto dell’uomo del momento che piace al pubblico (e ora anche alla critica) perché non pensa alla satira ma solo a far ridere
Il Foglio di oggi


«Mi chiamo come mio nonno, capostazione, sosia di Terence Hill e convinto mignottaro» (Luca Pasquale Medici, in arte Checco Zalone) [1].

Un milione di italiani ha deciso di iniziare l’anno con il nuovo film di Checco Zalone. Il primo gennaio Quo vado? ha incassato 6.852.291 di euro, oltre 930.000 spettatori. Un record assoluto, più del doppio rispetto all’ultimo capitolo di Harry Potter I doni della Morte – Parte II che deteneva il primato con 3,2 milioni nel primo giorno di programmazione [2].

A questo punto è difficile ipotizzare fino a dove potrà arrivare Quo Vado?. Marco Giusti: «Perché il film, qualche buonismo a parte e a parte l’appoggio di Mancuso e perfino di Mereghetti, è davvero buono, divertente, civile, uno spettacolo per tutti con poche parolacce (il mitico bokking), che non potrà che salire ai 50 e passa milioni. Non ha neanche rivali importanti per tutto gennaio» [2].

La trama del film in due righe: le avventure di un impiegato statale che, pur di mantenere il suo posto fisso in un ufficio che rilascia licenzia di pesca e caccia, è disposto a trasferirsi persino al Polo Nord. «Qualcuno ci leggerà una satira sull’incapacità di cambiare… qualche mio amico intellettuale (che ha smesso dopo questa affermazione di essere mio amico) ha parlato di Gattopardo… gli ho detto di stare zitto altrimenti lo denuncio, con ’sta roba non si incassa» [3].

Paolo Mereghetti: «Se passano gli anni per Luca Medici, passano anche per il suo personaggio Checco Zalone. Cado dalle nubi era del 2009 e il suo protagonista è cresciuto in consapevolezza e ambizione. Così come sono cresciuti i bersagli da colpire: ieri erano i luoghi comuni del politically correct oggi, in Quo Vado?, sono diventati i miti di una nazione che si ostina a non crescere: la cucina della mamma, la sicurezza della famiglia, la certezza del posto fisso» [4].

«Fino a dieci anni fa il posto fisso era la mia massima aspirazione, i miei genitori mi hanno inculcato da sempre il mito del posto in banca, ho fatto pure il concorso per vice-ispettore di Polizia» [5].

Giuseppe De Bellis (che ha fatto il liceo insieme a Zalone): «L’omosessualità, il terrorismo, la crisi, il lavoro. C’è qualcun altro che riesce a raccontare questi temi con leggerezza? Si può far ridere con un film sul posto fisso? Lo fa Checco. Con la stessa idea di fondo di una delle battute di Cado dalle nubi: “Vi faccio ascoltare una canzone. L’ho scritta l'altro giorno, dopo aver ascoltato un pezzo di Gianni Morandi, Uno su mille ce la fa. Mi sono chiesto: ma agli altri 999 stronzi nessuno ci deve dedicare una canzone? Ce l’ha fatta Checco”» [6].

A spiegare il successo di Zalone, per Giusti, concorre il fatto che «al suo quarto film ha ancora miracolosamente intatta la sua freschezza originale, come se fosse la sua prima pellicola. Grazie alla sua completa chiusura, niente pubblicità, pochissime apparizioni pubbliche, il suo ritorno è davvero un grande evento alla Celentano» [2].

Intervistato da Mariarosa Mancuso: «Ma come, non ti fai vedere mai, e ora che esce il tuo film vai dappertutto? Se io fossi il pubblico mi terrei sul cazzo». Fa eccezione Maria De Filippi, da cui è andato fuori promozione, con un magnifico Jep Gambardella: «Le dovevo un favore, dovevo andare a Italia’s Got Talent ma quel giorno non me la sentivo, quindi l’ho chiamata. Silenzio all’altra parte, poi “quando ti passa la depressione vieni” (imita la voce). E poi mi ha pagato, pure bene» [3].

Tra le pochissime apparizioni tv per presentare il film, quella da Fabio Fazio. Andrea Minuz: «Per un ventina di minuti Zalone ha trasformato Che tempo che fa in una gigantesca, formidabile presa per il culo di Che Tempo che fa. Faticavamo a capire se si rideva di pancia o di testa quando Zalone si è infilato gli occhiali per diventare Gramellini che racconta il senso profondo di Quo Vado?» [7].

Nato a Capurso, in provincia di Bari, 3 giugno 1977. La madre, Tonia, impiegata a scuola; il padre, Sandro, rappresentante farmaceutico. Diploma al liceo scientifico Sante Simone di Conversano, laurea in Giurisprudenza con 106 all’Università di Bari, Luca Medici ha un passato da pianista jazz («Non sono mai andato al Conservatorio, ma guardo sempre Bollani su internet») [1].

Per un anno ha fatto il rappresentante dell’Amuchina [8].

Gavetta a Telenorba (emittente locale pugliese), comincia a farsi conoscere con Zelig, le imitazioni e le canzoni. Autore, tra le altre, di Siamo una squadra fortissimi, inno trash trasmesso da Radio Deejay per i Mondiali di calcio 2006 («Dacci tanti orologi agli albitri internazionali/ si no co’ cazzo che vinciamo i mondiali» ecc.) [1].

«Il colpo di culo che mi ha cambiato la vita è stato il provino di Zelig. Cantante neomelodico, cafonissimo, in scena con una tremenda maglietta rosa aderente. Sul palco faccio un numero che a Bari ripetevo spesso e non faceva ridere nessuno: “Un bacione alla casa circondariale di Trani con gli auguri di una presta libertà”. Gino e Michele mi prendono da parte: “Che fai nei prossimi mesi?”. “Ho la pratica per diventare avvocato”. “Annulla tutto, non prendere impegni per un anno”. Un sogno» [9].

«Il 23 luglio del 2004 dopo essere sceso dal Milano-Bari in un giorno di caldo infernale, zanzare e bestemmie, trovo mio padre: “Mo’ mi hai rotto i coglioni, non c’ho più soldi, sto andando sotto in banca, falla finita”. Imbarazzatissimo, vado dal produttore di Zelig: “Non posso più venire”. Senza fiatare, mi stacca un assegno da 5.000 euro. Mi sembrò Dio. Chi cazzo li aveva mai visti 5.000 euro? Ne prendevo 50 a serata per fare il piano bar, mi pagavo la benzina e a volte mi toccava vestirmi pure da babbo Natale» (a Malcom Pagani) [9].

La consacrazione, nel 2009 col primo film Cado dalle nubi, che incassa 14 milioni di euro. Mariarosa Mancuso: «Ricordiamo perfettamente la prima risata a scroscio, quando “Angela” nella canzone faceva rima con “Losangela”: “Ami solo me, spositi con me, che in viaggio di nozze io ti porto a Losangela”. Va ascoltata da uno con la maglietta rosa, cantante di piano bar a Polignano a mare, voglioso di raggiungere “L’acne del successo” (era già una battuta di Marcello Marchesi, ma tra grandi si può fare). Salito a Milano canta la canzone Gli uominisessuali in un locale gay, indicando ogni avventore con il dito» [10].

«Quando ho iniziato chiamavo la macchina da presa telecamera suscitando le ire della troupe» [5].

Seguono Che bella giornata (43 milioni al botteghino nel 2011) e Sole a catinelle nel 2013 che con oltre 52 milioni di euro ha realizzato il più alto incasso della storia per un film italiano e il terzo in assoluto dopo Avatar e Titanic [5].

Dei 57 milioni incassati nei primi due film quanti ne ha messi in tasca? «Diciamo che ho guadagnato meno della metà del 10%. Sarebbero stati molti più soldi se avessi preso una percentuale sugli incassi. Ma il contratto che avevo firmato non la prevedeva» [11].

Qual è la sua donna ideale? «Quella con le tette» (ad Alessandra Comazzi) [8].

Fidanzato con Mariangela Eboli (qualche cameo nei suoi film), hanno una figlia, Gaia, nata nel 2013. «La bambina comincia a capire, la prima volta era stranita guardando la mia immagine in tv, adesso non gliene frega un cazzo» [3].

Un fratello, Francesco ha fatto l’aiutante di produzione nei primi due film: «Portava sul set gli attori, e poi li riaccompagnava a casa o in albergo. Ma ora fa l’aiuto attrezzista: gli attori, a volte, sono troppo antipatici». L’altro fratello fa lo steward per la Ryanair. «È identico a me. L’hanno chiamato all’Isola dei famosi: gli avrebbero dato 40mila euro. Lui mi ha preso in giro al telefono: “Se me ne dai 45mila, non vado”» [11].

«Detesto gli artisti che fanno finta che i soldi non contino. La prima volta che ho visto un set mi è preso un colpo: 70 persone, 70 famiglie, 70 bocche da sfamare. A qualsiasi uomo di coscienza il dubbio verrebbe: “Chi cazzo li paga questi qui?”» [9].

Ci dice una cosa di sinistra? «Le donne hanno gli stessi diritti dell’uomo. Specie se bone». E una di destra? «La famiglia è importante, l’amante meno» (ad Annalisa Venezia) [12].

Qual è la cosa che le dà più fastidio? «Sentirmi ripetere che sono “l’uomo del momento”. Perché il momento, prima o poi, passa, e ancora non ho un piano B. Di sicuro so che a 50 anni non farò il comico. A quell’età si inizia a essere tristi, la scorreggia diventa patetica, e io le corde drammatiche non le ho. Potrei aprire un ristorante, dedicarmi alla produzione, cinematografica o musicale. Sono anni che tento di scrivere canzoni serie: purtroppo mi scappa sempre la cazzata» (ad Andrea Scarpa) [11].

Apertura a cura di Luca D'Ammando
Note: [1] Catalogo dei viventi 2009, Marsilio 2008; [2] Marco Giusti, Dagospia 2/1; [3] Mariarosa Mancuso, Il Foglio 30/12/2015; [4] Paolo Mereghetti, Corriere della Sera 30/12/2015; [5] Arianna Finos, la Repubblica 30/12/2015; [6] Giuseppe De Bellis, il Giornale 30/12/2015; [7] Andrea Minuz, Il Foglio 22/12/2015; [8] Alessandra Comazzi, Stampa 29/10/2011; [9] Malcom Pagani, Il Fatto Quotidiano 28/10/2013; [10] Mariarosa Mancuso, Il Foglio 24/12/2015; [11] Andrea Scarpa, Vanity Fair 20/7/2011; [12] Annalisa Venezia, Panorama 23/12/2010.

domenica 3 gennaio 2016

Cercate l'antica madre


Edoardo Boncinelli
La curiosità salverà il mondo
Corriere della Sera La Lettura, 3 gennaio  2015


















... Il poeta siriano Adonis ha il coraggio di affermare che «l’islam è fondato su tre punti essenziali. Primo, il profeta Maometto è il sigillo di tutti i profeti. Secondo, le verità tramandate sono di conseguenza le verità ultime. Terzo, l’individuo, o credente, non può aggiungere né modificare nulla. Deve limitarsi a obbedire ai precetti». Ma anche senza squilli di tromba o toni guasconi, per quante altre confessioni si può escludere che si sia visceralmente convinti di qualcosa di simile? Il problema è che la civiltà è una macchina che si alimenta di esplorazioni e novità. Non accetta, non può accettare, chiusure e preclusioni, altrimenti si smarrisce e si perde. E se ci dovessimo smarrire in viaggio, meglio sarebbe stato non essere mai partiti. Perché nell’universo siamo soli, o quasi. Alla ricerca di un fondamento unico e di un senso.
Forse il viaggio può ripartire dall’arte e nell’arte. Mai come oggi possiamo vedere e apprezzare le opere d’arte di tutto il mondo, e leggere poesie e racconti di scrittori di tutte le nazioni, cosa che una volta non era facile, per un difetto di comunicazione e perché i cittadini di molti Stati del mondo non accedevano al grande circo della letteratura, cioè dell’immanente trascendimento dell’umano. E a parte l’apprezzamento letterario, anche così si può soddisfare la nostra curiosità di vicende umane diverse che ci portino a farci «del mondo esperti e de li vizi umani e del valore». Nella grande diversità delle sue espressioni, l’arte declina comunque un paradigma comune, profondamente e autenticamente umano, per esempio nelle architetture delle parti più diverse del mondo, e nel cinema, la decima musa che ha oscurato e allo stesso tempo riassunto tutte le altre, e che è divenuta una pratica moneta di scambio culturale ed esistenziale tra le genti dei quattro angoli del mondo. Cioè tra esseri umani così vicini e a volte così lontani.
Qualcuno parla di un futuro d’innesti, di piccole protesi o di dispositivi tecnologici, sul corpo umano e sulla psiche a quello associata. Forse l’innesto più promettente è quello di uomini con altri uomini, alla ricerca di un qualcosa di sempre più propriamente umano. Questa, e non altra, deve essere la nostra ricerca delle «radici», per non parlare dell’incontro con l’altra metà del cielo, quel femminile che ci deve ancora mostrare la sua autenticità. Antiquam exquìrite matrem, aveva detto l’oracolo di Delo a Enea, prima che quello si mettesse per mare con tutti i suoi alla ricerca di un nuovo ubi consistam. Cercate l’antica madre. Io, alla mia età, da qualche tempo le mie esplorazioni le conduco sui social network, cogliendo al volo immagini di quadri, di sculture, di palazzi e di chiese, scintillanti versi di poesie e brani di musica. E «m’illumino d’immenso».

sabato 2 gennaio 2016

Le ragioni del cuore

Blaise Pascal
Pensieri 
S. 144, 146; B. 282, 277


144. Noi conosciamo la Verità non soltanto con la ragione, ma anche con il cuore. In quest’ultimo modo conosciamo i princípi primi; e invano il ragionamento, che non vi ha parte, cerca d’impugnare la certezza. I pirroniani, che non mirano ad altro, vi si adoperano inutilmente. Noi, pur essendo incapaci di darne giustificazione razionale, sappiamo di non sognare; e quell’incapacità serve solo a dimostrare la debolezza della nostra ragione, e non come essi pretendono, l’incertezza di tutte le nostre conoscenze. Infatti, la cognizione dei primi princípi – come l’esistenza dello spazio, del tempo, del movimento, dei numeri -, è altrettanto salda di qualsiasi di quelle procurateci dal ragionamento. E su queste conoscenze del cuore e dell’istinto deve appoggiarsi la ragione, e fondarvi tutta la sua attività discorsiva. (Il cuore sente che lo spazio ha tre dimensioni e che i numeri sono infiniti; e la ragione poi dimostra che non ci sono due numeri quadrati l’uno dei quali sia doppio dell’altro. I princípi si sentono, le proposizioni si dimostrano, e il tutto con certezza, sebbene per differenti vie). Ed è altrettanto inutile e ridicolo che la ragione domandi al cuore prove dei suoi primi princípi, per darvi il proprio consenso, quanto sarebbe ridicolo che il cuore chiedesse alla ragione un sentimento di tutte le proposizioni che essa dimostra, per indursi ad accettarle. […]

146. Il cuore ha le sue ragioni, che la ragione non conosce: lo si osserva in mille cose. Io sostengo che il cuore ama naturalmente l’Essere universale, e naturalmente sé medesimo, secondo che si volge verso di lui o verso di sé; e che s’indurisce contro l’uno o contro l’altro per propria elezione. Voi avete respinto l’uno e conservato l’altro: amate forse voi stessi per ragione?

Commento

Di tutto questo discorso solo la frase in grassetto è passata nel linguaggio corrente. Viene usata di norma per contrapporre il cuore alla ragione e per suggerire che il sentimento è destinato a prevalere. Pascal voleva dire un’altra cosa, come si capisce anche guardando al contesto. Il cuore per lui è qualcosa che va oltre il sentimento coinvolgendo l’intelligenza o lo spirito. Insomma sia il cuore che la ragione sono modalità di accesso alla conoscenza.

http://www.persee.fr/doc/phlou_0035-3841_1997_num_95_3_7043