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venerdì 10 aprile 2026

Trump animale ferito

Mario Del Pero
Cosa può aspettarsi il mondo da Trump, un animale ferito è ancora più pericoloso
Domani, 9 aprile 2026

È una fragile “finestra di opportunità” quella apertasi grazie al cessate il fuoco di due settimane negoziato da Iran e Stati Uniti. Subito testata dalle azioni dell’attore del conflitto, Israele, meno interessato a porre fine al conflitto. Ed è un’opportunità legata alla disponibilità degli altri due ad accettare dei compromessi che per il momento appaiono molto lontani, come evidenziano peraltro proposte negoziali non solamente distanti, ma nelle quali si fatica a intravedere anche solo dei possibili punti di convergenza al momento ancora molto futuribili.

Tanto, tantissimo dipende ovviamente da Donald Trump. Da una umoralità che ne rende imprevedibili e volatili i comportamenti e le scelte. E da un radicalismo espresso in queste settimane in dichiarazioni e commenti social a dir poco sconcertanti, nei quali si annunciavano con compiacimento imminenti crimini di guerra o addirittura intenzioni genocidiarie (come altro può essere interpretata la minaccia di porre termine una volta per tutta all’intera «civiltà» iraniana?).

Dichiarazioni, queste, coerenti con una biografia pubblica e politica, quella del presidente, nella quale la violenza, l’ostentazione della crudeltà e il cinico rigetto di qualsivoglia principio etico hanno sempre occupato un ruolo centrale. Ma che in queste giornate convulse e spaventevoli hanno evidenziato come il cinismo si possa facilmente trasformare in irresponsabilità, il culto della violenza in cieca irrazionalità, la pretesa della forza in nichilistica distruttività.

Ed è da questo ultimo aspetto che è necessario partire per cercare di capire che cosa ci si può ora attendere da Trump. Stati Uniti e Israele hanno evidenziato una volta di più quanto soverchiante sia la loro preminenza militare; con quale facilità possano colpire diversi bersagli industriali, militari e civili iraniani o promuovere una campagna di assassini mirati, capace di decapitare gli stessi vertici di Teheran (con un messaggio, implicito ma inequivoco, a chi dovesse poi rimpiazzarli).

Eppure questa indiscussa superiorità non è stata sufficiente. Non soccombendo, l’Iran è riuscito in una certa misura a prevalere, o quantomeno a resistere, facendo uso di una leva – il controllo di Hormuz e la conseguente possibilità di socializzare globalmente i costi del conflitto – non utilizzata in passato, imposta in una certa misura dalla guerra e che ha rivelato tutta la sua straordinaria efficacia.

Logica vorrebbe che Donald Trump porti a compimento l’indietreggiamento avviato con il cessate fuoco. Che accetti una parziale sconfitta, i cui effetti politici e simbolici possono essere mitigati dalla rivendicazione dell’efficacia militare dell’operazione o dall’essere riusciti a riaprire la navigazione nello Stretto di Hormuz. Che contenga insomma il danno economico, politico ed elettorale, con le borse che tornano a correre, il prezzo della benzina e dei generi alimentari che (gradualmente) si avvicina ai livelli pre-guerra, e la sua inscalfibile base Maga che ne celebra l’acume strategico e le presunte abilità politiche.

La logica, però, non sempre pertiene all’agire di Trump, per quanto sensibile certamente sia a indicatori inequivoci quali quelli offerti dalle oscillazioni borsistiche. Men che meno in un contesto oggi umiliante per il presidente, dove gran parte dei commentatori – anche di destra – ne criticano e finanche irridono la condotta, una maggioranza di americani ne disapprova l’operato e il fedelissimo elettorato Maga si mostra sì inscalfibile, ma anche strutturalmente minoritario nel paese.

Trump è, per usare una metafora semplice ma evocativa, un animale ferito, che ha subito una sconfitta strategica ed è prossimo a subirne una elettorale. È anche il presidente che controlla l’apparato militare più potente e letale nella storia dell’umanità. E per un uomo che si nutre di violenza e crudeltà, la tentazione di dispiegarlo senza remore e costrizioni, soprattutto in un momento di grande difficoltà come questo, potrebbe comunque risultare irresistibile.

domenica 6 luglio 2025

Quello che conta

Giorgio de Chirico, Il contemplatore, 1976

Mauro Magatti
Riflessione. Le buone ragioni per non rassegnarsi alla guerra e alle ingiustizie
Avvenire, 5 luglio 2025

Di fronte alla diffusione della guerra come metodo per risolvere le controversie politiche, al riscaldamento globale che minaccia le condizioni stesse della vita sul pianeta, alle ingiustizie clamorose che scavano abissi tra privilegiati ed esclusi, all’odio verso lo straniero e il diverso che fa crescere razzismo e xenofobia, la tentazione della rassegnazione è forte. Disorientati e stanchi, siamo spinti ad abbassare lo sguardo, pensando che tutto questo sia ormai inevitabile, quasi scritto in un destino ineluttabile della storia.

Si tratta di un inganno: perché accettare passivamente la violenza, l’ingiustizia e la distruzione significa rinunciare a ciò che ci rende umani, ossia la capacità di reagire, di immaginare alternative, di costruire un mondo diverso.

Eppure la domanda resta: come è possibile che società così avanzate – dotate di conoscenze scientifiche straordinarie, di capacità tecnologiche mai viste prima, di risorse economiche enormi, di un patrimonio culturale immenso – rivelino tratti tanto arcaici?

Com’è possibile che, mentre inviamo sonde su Marte e decifriamo il genoma umano, la guerra di trincea torni a insanguinare l’Europa, le carestie continuino a devastare interi continenti, le persone muoiano di fame e sete alle porte di città opulente, e si erigano muri contro chi scappa da guerre e disastri?

Questa contraddizione - tra il livello raggiunto dalle nostre società e la brutalità di tante nostre azioni - è uno degli scandali più grandi del nostro tempo. E ci dice qualcosa di importante: che la civiltà non è solo una questione di tecniche e ricchezze. La civiltà è una questione di visione, valori, relazioni. Si può possedere la tecnica più sofisticata e usarla per distruggere; si può accumulare ricchezza senza alcun rispetto per chi resta indietro; si può avere accesso a infinite informazioni senza diventare più saggi. Non basta, dunque, la crescita economica a salvare il mondo, né basta la tecnologia.

E se la storia recente ci ha insegnato qualcosa, è proprio questo: che le meraviglie della scienza e dell’economia possono convivere con l’abisso morale, possono addirittura alimentarlo, quando non sono guidate da un’idea più alta di umanità. Di fronte a questa amara consapevolezza, non ne deriva necessariamente rassegnazione. Al contrario, è possibile leggere in mezzo ai tanti disastri un messaggio di speranza.

Proprio questo tempo, segnato da ferite profonde, ci sollecita a un cambiamento più radicale: il superamento di visioni dualiste che separano la ragione strumentale dalla saggezza spirituale. Per troppo tempo abbiamo coltivato l’illusione che bastasse “sapere come fare” - come produrre, come dominare la natura, come vincere la concorrenza - dimenticando di chiederci “perché farlo” e “a che scopo”.

La ragione strumentale, che è il cuore della modernità, ci ha permesso di conquistare il mondo esterno, ma ci rende ciechi al mondo interno, al senso delle cose, alla qualità delle relazioni, alla responsabilità verso il futuro. Proprio la separazione tra sapere tecnico e saggezza morale è alla radice delle nostre contraddizioni. È ciò che ci ha permesso di sviluppare tecnologie capaci di migliorare la vita di molti, ma anche di distruggere ecosistemi e società. Di alimentare un’economia che crea ricchezza per pochi abbandonando masse di persone nella miseria. Di trattare la terra come una macchina da sfruttare anziché come una casa comune da custodire. Superare questa frattura significa riscoprire la nostra umanità più profonda, quella che non si accontenta di calcoli utilitaristici ma sa riconoscere a far vivere valori e significati.

Significa rimettere insieme la ragione che efficientizza e la saggezza che orienta, la capacità di innovare e la capacità di prendersi cura. Significa, in definitiva, ricomporre ciò che abbiamo spezzato: l’unità tra il pensare e il sentire, tra l’individuo e la comunità, tra l’essere umano e la terra. Questa la via che siamo chiamati a percorrere, ancora di più al tempo dell’Intelligenza Artificiale.

In un mondo in cui le vecchie ricette non funzionano più, in cui la sola crescita economica non porta giustizia e la sola innovazione tecnologica non porta pace, ciò che più va coltivato è una cultura della responsabilità, della cura, della solidarietàCi sono dunque buone ragioni per non rassegnarci. È infatti nell’alleanza tra la lucidità della ragione e la profondità della saggezza spirituale che è possibile spezzare le catene della violenza, ridare equilibrio al pianeta, sanare le ingiustizie e accogliere l’altro come parte di noi. Non è un sogno ingenuo: è la sfida più concreta e necessaria che il nostro tempo ci affida. Sta a noi raccoglierla.

domenica 8 giugno 2025

Basta con il cinismo arrogante, le ragioni di un voto

Oggi si vota, ma soprattutto si decide se vogliamo ancora prenderci sul serio come Paese. Mentre qualcuno consiglia il barbecue e lo sberleffo come risposta all’impegno civile, c’è chi ha scelto di non rinunciare alla politica, alla partecipazione, al diritto — e dovere — di incidere sulle regole comuni.

L’ironia facile su chi promuove un referendum, il sarcasmo su chi si mobilita per la pace o per i diritti del lavoro, non sono nuove nella retorica di una certa destra mediatica. È la solita scorciatoia: ridicolizzare l’avversario per non entrare mai nel merito. Chi vuole umiliare l'avversario, lo capiamo, preferisce fare il tifo per l’ombrellone.

Ma facciamo chiarezza. I referendum sul lavoro sono una occasione per rimettere sul tappeto i problemi aperti della precarietà ricorrente, dei contratti-trappola, delle false partite IVA e dei ricatti ai quali sono sottoposti gli occupati poveri in particolare. Parlare di “occupazione record” senza mai chiedersi in quali condizioni si lavori è come festeggiare una maratona senza sapere quanti tra i partecipanti erano davvero in grado di competere alla pari.

Sul diritto di cittadinanza, l'accusa di voler “hackerare” l’elettorato è ancora più rivelatrice: chi teme che anche i figli degli immigrati, nati e cresciuti in Italia, possano votare, in fondo sa benissimo che sono cittadini già nei fatti. Solo che non li vuole riconoscere. Non per principio, ma in omaggio a un pregiudizio largamente condiviso.

E poi Gaza. Chi ha parlato dal palco l’ha fatto per denunciare l’ipocrisia di chi chiude gli occhi di fronte a crimini documentati, a una crisi umanitaria che coinvolge migliaia di innocenti. Trasformare tutto questo in una caricatura anti-israeliana è un trucco retorico vecchio, tanto abusato quanto infame. Non una sola bandiera è stata bruciata nella manifestazione romana. Tra i convenuti molti erano sinceri amici di Israele. Giorgio La Malfa, tanto per fare un nome. 

Se c’è una cosa che dovremmo difendere oggi, è proprio la possibilità di dissentire, di proporre alternative, di votare su questioni vere — anche se divisive. Di esprimersi nelle piazze e nelle urne senza essere zittiti con battute da cabaret politico. Se chi prova a cambiare qualcosa viene definito “kamikaze” o “compagnia di giro”, allora non siamo solo in crisi politica. Siamo in crisi culturale.

Chi oggi invita a “lasciar perdere la compagnia di giro dei compagni” in fondo ci chiede di rinunciare all’idea stessa di alternativa. Ma se la politica si riduce a una grigliata contro il quorum, se il dissenso si liquida con un meme, allora forse siamo di fronte al tentativo di voltare le spalle a una tradizione di natura repubblicana, a un costume di sicura ispirazione democratica.

Si dice che l'opposizione non è seria. Come se fosse seria una maggioranza di governo che non riesce nell'emergenza tragica del momento a condannare uno Stato il cui governo pratica lo sterminio come tattica di guerra non contro una armata nemica ma contro un intero popolo. Si dice che i radicali (i radicali!) con la loro proposta di referendum hanno perso il contatto con la realtà. Come se la demografia non parlasse da sola un altro linguaggio. Come se l'evidenza dell'integrazione prevalente tra i giovani non permettesse di smentire le peggiori paure. La destra continua a presentarsi come detentrice di una maggioranza che invece è tutta da verificare. La ragione e la serena considerazione dei dati permettono di assumere un atteggiamento ben diverso, fatto di responsabilità e lungimiranza. 

Civis Romanus 


venerdì 13 dicembre 2024

Saggezza mondana


 

François de la Rochefoucauld, Réflexions ou sentences et maximes morales
Gallimard, Paris 1965 (1665)

La gelosia è in un certo senso giusta e ragionevole, poiché tende solo a conservare un bene che ci appartiene, o che crediamo ci appartenga; mentre l'invidia è un furore che non può sopportare il bene altrui. (28) Sintomo di un merito straordinario è vedere che chi più lo invidia è costretto a lodarlo. (95)

Non abbiamo abbastanza forza per seguire tutta la nostra ragione. (42) La giovinezza è un'ebbrezza continua: è la febbre della ragione. (271) Invecchiando si diventa più folli, ma anche più saggi. (210) La fortuna [la sorte] ci corregge da parecchi difetti, che la ragione non saprebbe correggere. (154) Chi vive senza follia non è poi così saggio come crede. (209) È una grande follia voler essere saggi da soli. (231) Chi immagina di poter fare a meno degli altri s'inganna parecchio; ma chi immagina che non si possa fare a meno di lui s'inganna ancora di più. (201) Il vero mezzo di essere ingannati è di credersi più furbo degli altri. (127)

Il bene che la verità produce nel mondo non eguaglia il male che vi arrecano le sue apparenze. (64) Non c'è travestimento che possa nascondere a lungo l'amore dov'è, né fingerlo dove non è. (70) L'assenza affievolisce le passioni mediocri e aumenta le grandi, come il vento spegne le candele e ravviva il fuoco. (276) Le grandi anime non sono quelle che hanno meno passioni e più virtù delle anime comuni, ma solo quelle che hanno progetti più grandi. (602) Avere grandi difetti è prerogativa soltanto dei grandi uomini. (190)

L'ipocrisia è un omaggio che il vizio rende alla virtù. (218) 

L'esagerata premura di sdebitarsi di un obbligo è una forma di ingratitudine. (226)

La vera eloquenza consiste nel dire tutto e soltanto il necessario. (250)

https://machiave.blogspot.com/2024/12/elogio-della-fuga.html

giovedì 17 ottobre 2024

Voltaire se la prende con i creduloni

  


LO SPIRITO FALSO

Abbiamo ciechi, orbi, strabici, guerci, torvi, presbiti, miopi, o distinti, o confusi, o deboli, o instancabili. Tutto questo è un'immagine abbastanza fedele del nostro intendimento. Ma difficilmente sperimentiamo una percezione falsa. Non c'è quasi nessuno che prenda sempre un gallo per un cavallo, né un vaso da notte per una casa. Perché spesso incontriamo menti che sono abbastanza giuste, ma che hanno assolutamente torto su cose importanti? Perché questo stesso siamese che non si lascerà mai ingannare quando si tratta di rimettergli tre rupie, crede fermamente nelle metamorfosi di Sammonocodom? Per quale strano capriccio gli uomini sensati assomigliano a Don Chisciotte, il quale credeva di vedere giganti dove gli altri uomini vedevano solo mulini a vento? Se non altro, Don Chisciotte appare più scusabile del siamese il quale crede che Sammonocodom sia venuto sulla terra più volte, e del turco che è convinto che Maometto gli abbia messo la metà della luna nella manica. Infatti Don Chisciotte, infervorato dall'idea di dover combattere contro i giganti, può immaginare che un gigante debba avere un corpo grosso come un mulino a vento, e braccia lunghe quanto le ali del mulino a vento: ma da quale supposizione può prendere le mosse  un uomo sensato per lui convincersi che la metà della luna è entrata in una manica, e che un Sammonocodom è sceso dal cielo per venire a giocare con gli aquiloni in Siam, abbattere una foresta ed eseguire giochi di prestigio?

I più grandi geni possono avere una falsa idea di un principio da essi recepito senza esame. Newton mostrava di avere una mentalità assai falsa quando commentava l'Apocalisse.  

Tutto ciò che alcuni tiranni delle anime desiderano è che gli uomini che essi istruiscono abbiano uno spirito falso. Un fachiro alleva un bambino che promette molto; impiega cinque o sei anni a ficcargli in testa che il dio Fo apparve agli uomini come elefante bianco, e persuade il bambino che sarà frustato dopo la sua morte per cinquecentomila anni, se non crede a queste metamorfosi. Aggiunge che alla fine del mondo il nemico del dio Fo verrà a combattere contro questa divinità.

Il bambino studia e diventa un prodigio; argomenta sulle lezioni del suo maestro, trova che Fo ha potuto solo trasformarsi in elefante bianco, perché questo è l'animale più bello. I re di Siam e del Pegu, dice, si sono fatti la guerra per un elefante bianco; certamente se Fo non fosse stato nascosto in quell'elefante, quei re non sarebbero stati così insensati da combattere per il possesso di un semplice animale.

Il nemico di Fo verrà a sfidarlo alla fine del mondo; sicuramente questo nemico sarà un rinoceronte, perché il rinoceronte combatte l'elefante. Così ragiona in età matura l'allievo sapiente del fachiro, e diventa una delle luci dell'India; più ha la mente sottile, più ce l'ha falsa, e forma poi spiriti falsi come lui.

Mostriamo a tutti questi energumeni un po' di logica, e la assorbono abbastanza facilmente; ma, cosa strana! La loro mente non è risanata per questo; essi vedono le verità della logica, ma essa non insegna loro a pesare le probabilità; hanno preso la loro piega, ragioneranno storto tutta la vita e ne sono arrabbiato per loro.

ESPRIT FAUX.



Nous avons des aveugles, des borgnes, des bigles, des louches, des vuës longues, des vuës courtes, ou distinctes, ou confuses, ou faibles, ou infatigables. Tout cela est une image assez fidelle de notre entendement. Mais on ne connaît guère de vuë fausse. Il n’y a guère d’hommes qui prenne toûjours un coq pour un cheval, ni un pot de chambre pour une maison. Pourquoi rencontre-t-on souvent des esprits assez justes d’ailleurs, qui sont absolument faux sur des choses importantes ? Pourquoi ce même Siamois qui ne se laissera jamais tromper quand il sera question de lui compter trois roupies, croit-il fermement aux métamorphoses de Sammonocodom ? Par quelle étrange bizarrerie des hommes sensés ressemblent-ils à Don Quichote, qui croyait voir des géants où les autres hommes ne voyaient que des moulins à vent ? Encore Don Quichote était plus excusable que le Siamois qui croit que Sammonocodom est venu plusieurs fois sur la terre, & que le Turc qui est persuadé que Mahomet a mis la moitié de la lune dans sa manche. Car Don Quichote frappé de l’idée qu’il doit combattre des géants, peut se figurer qu’un géant doit avoir le corps aussi gros qu’un moulin, & les bras aussi longs que les ailes du moulin : mais de quelle supposition peut partir un homme sensé pour se persuader que la moitié de la lune est entrée dans une manche, & qu’un Sammonocodom est descendu du ciel pour venir jouer au cerf-volant à Siam, couper une forêt, & faire des tours de passe-passe ?

Les plus grands génies peuvent avoir l’esprit faux sur un principe qu’ils ont reçu sans examen. Newton avait l’esprit très faux quand il commentait l’Apocalypse.

Tout ce que certains tyrans des ames désirent, c’est que les hommes qu’ils enseignent, aient l’esprit faux. Un faquir élève un enfant qui promet beaucoup ; il emploie cinq ou six années à lui enfoncer dans la tête que le dieu Fo apparut aux hommes en éléphant blanc, & il persuade l’enfant qu’il sera fouetté après sa mort pendant cinq cent mille années, s’il ne croit pas ces métamorphoses. Il ajoute qu’à la fin du monde l’ennemi du dieu Fo viendra combattre contre cette divinité.

L’enfant étudie & devient un prodige ; il argumente sur les leçons de son maître, il trouve que Fo n’a pû se changer qu’en éléphant blanc, parce que c’est le plus beau des animaux. Les rois de Siam & du Pégu, dit-il, se sont fait la guerre pour un éléphant blanc ; certainement si Fo n’avait pas été caché dans cet éléphant, ces rois n’auraient pas été si insensés que de combattre pour la possession d’un simple animal.

L’ennemi de Fo viendra le défier à la fin du monde ; certainement cet ennemi sera un rinocerot, car le rinocerot combat l’éléphant. C’est ainsi que raisonne dans un âge mûr l’élève savant du faquir, & il devient une des lumières des Indes ; plus il a l’esprit subtil, plus il l’a faux, & il forme ensuite des esprits faux comme lui.

On montre à tous ces énergumènes un peu de géométrie, & ils l’apprennent assez facilement ; mais, chose étrange ! Leur esprit n’est pas redressé pour cela ; ils aperçoivent les vérités de la géométrie, mais elle ne leur apprend point à peser les probabilités ; ils ont pris leur pli, ils raisonneront de travers toute leur vie, & j’en suis fâché pour eux.

sabato 2 gennaio 2016

Le ragioni del cuore

Blaise Pascal
Pensieri 
S. 144, 146; B. 282, 277


144. Noi conosciamo la Verità non soltanto con la ragione, ma anche con il cuore. In quest’ultimo modo conosciamo i princípi primi; e invano il ragionamento, che non vi ha parte, cerca d’impugnare la certezza. I pirroniani, che non mirano ad altro, vi si adoperano inutilmente. Noi, pur essendo incapaci di darne giustificazione razionale, sappiamo di non sognare; e quell’incapacità serve solo a dimostrare la debolezza della nostra ragione, e non come essi pretendono, l’incertezza di tutte le nostre conoscenze. Infatti, la cognizione dei primi princípi – come l’esistenza dello spazio, del tempo, del movimento, dei numeri -, è altrettanto salda di qualsiasi di quelle procurateci dal ragionamento. E su queste conoscenze del cuore e dell’istinto deve appoggiarsi la ragione, e fondarvi tutta la sua attività discorsiva. (Il cuore sente che lo spazio ha tre dimensioni e che i numeri sono infiniti; e la ragione poi dimostra che non ci sono due numeri quadrati l’uno dei quali sia doppio dell’altro. I princípi si sentono, le proposizioni si dimostrano, e il tutto con certezza, sebbene per differenti vie). Ed è altrettanto inutile e ridicolo che la ragione domandi al cuore prove dei suoi primi princípi, per darvi il proprio consenso, quanto sarebbe ridicolo che il cuore chiedesse alla ragione un sentimento di tutte le proposizioni che essa dimostra, per indursi ad accettarle. […]

146. Il cuore ha le sue ragioni, che la ragione non conosce: lo si osserva in mille cose. Io sostengo che il cuore ama naturalmente l’Essere universale, e naturalmente sé medesimo, secondo che si volge verso di lui o verso di sé; e che s’indurisce contro l’uno o contro l’altro per propria elezione. Voi avete respinto l’uno e conservato l’altro: amate forse voi stessi per ragione?

Commento

Di tutto questo discorso solo la frase in grassetto è passata nel linguaggio corrente. Viene usata di norma per contrapporre il cuore alla ragione e per suggerire che il sentimento è destinato a prevalere. Pascal voleva dire un’altra cosa, come si capisce anche guardando al contesto. Il cuore per lui è qualcosa che va oltre il sentimento coinvolgendo l’intelligenza o lo spirito. Insomma sia il cuore che la ragione sono modalità di accesso alla conoscenza.

http://www.persee.fr/doc/phlou_0035-3841_1997_num_95_3_7043

mercoledì 28 ottobre 2015

Pasolini senza eredi

Alberto Asor Rosa 

Quando Pasolini mi disse: “Sei l’uomo che mi ha fatto più male nella vita”
Pier Paolo sapeva che rischiava di essere ammazzato. E tutto ciò che scrive e fa negli ultimi due o tre anni va in quella direzione

intervista di Simonetta Fiori

la Repubblica, 28 ottobre 2015










«Vorrei dirlo proprio ai suoi più accaniti ammiratori: per carità non fatene un santino. Un destino che Pier Paolo non si merita». Cinquant’anni fa lo stroncò ferocemente in Scrittori e popolo come un piccolo-borghese piagnucoloso, romanziere fallito e refrattario all’avanguardia. Oggi rivede (ma solo in parte) le sue critiche e del polemista corsaro rimpiange la capacità profetica, seppure mossa da premesse reazionarie. Alberto Asor Rosa ripercorre il suo inquieto rapporto con Pasolini, mettendo in guardia dalla nuvola di incenso che rischia di neutralizzarne la carica dialettica.
Dallo “scandalo del contraddirsi” all’“icona pop” di oggi: il percorso di Pasolini risulta quasi paradossale. «Basta fare il raffronto con l’anniversario di Calvino, di cui ricorre il trentennale. Il clamore per Pasolini è enormemente più forte».
Come lo spiega?
«Calvino ha battuto una strada coerente con la sua natura di scrittore e intellettuale: il discorso razionale non intriso di passionalità e polemica. Pasolini evidentemente ha battuto la strada opposta. E la sua passionalità finisce per incontrarsi di più con gli strumenti della civiltà massmediatica».
Sta dunque dicendo che l’intellettuale che ci aveva messo in guardia dalla dittatura dei consumi rischia di essere il più consonante a questa civiltà?
«Entra di più nei suoi circuiti di comunicazione. La mia non vuole essere una critica postuma. La forza polemica di Pasolini consiste in una peculiarità: nell’atto di formulare giudizi e valori esibisce totalmente se stesso. Calvino fa l’operazione opposta: svolge la sua polemica politico-civile rifiutando di esibirsi. L’esibizione di se stessi è uno dei tratti fondamentali della nostra era massmediatica».
La corporeità di Pasolini è centrale in questo discorso.
«Mi viene in mente quella serie di fotografie che si fece scattare nel suo ritiro del Cimino mentre scrive nudo. Se lo immagina Calvino in mutande? Ma non è un giudizio di valore, è pura descrizione».
Perché si preoccupa tanto di non apparire critico? Cinquant’anni fa lo fece a pezzetti.
«No, io rifiuto questa vulgata. La mise in giro il medesimo Pier Paolo, ma non era così».
Lui ci rimase molto male.
«Ci incontrammo in un’assemblea alla Sapienza, alcuni anni dopo l’uscita del libro. Io ero seduto in prima fila e lui, passandomi davanti, mi fulminò con lo sguardo a mirino: “Asor, l’uomo che mi ha fatto più male nella vita”».
Perché l’aveva stroncato?
«Io però vorrei correggere questo stereotipo. Nel saggio apparso su Scrittori e Popolo ci sono due Pasolini. Uno è quello che punta a scavarsi un posto di rilievo nella cultura contemporanea ammiccando alla linea progressista ufficiale: il verbo comunista. E di questa spinta sono il frutto i romanzi romani, che io trovo intollerabili proprio perché mescolano le sue pulsioni naturali con il quadro ideologico populista del canone ufficiale».
Ma i critici comunisti lo accolsero con sospetto.
«E lui reagì con stupore: ma come è possibile? Ho scritto quei romanzi proprio tenendo conto della vostra linea…» Questo Pasolini non le piaceva.
«E continua a non piacermi. Ma in quel mio saggio c’era anche un altro Pasolini, l’autore delle poesie e dei romanzi friulani, espressione autentica del suo rapporto elegiaco con il mondo popolare.
E c’era anche il Pasolini delle Ceneri di Gramsci , dove lui riflette criticamente e autocriticamente sul suo stare al mondo e sul suo rapporto con l’Italia contemporanea. Il mio giudizio era già allora articolato e lo sarebbe diventato ancor di più nei passati decenni».
Sì, certo, non fu solo stroncatura.
Ma nella parte critica non mancano passaggi molto aspri. Soprattutto quando lei lo rimprovera atteggiarsi a «povero martire che invoca grazia e pietà», che «pretende tregua e dunque confessa inferiorità», che in sostanza «chiede di essere amato anche dal nemico».
«Ma su questo non ho dubbi. Anche qui il parallelo con Calvino è utile: Calvino non ha alcun bisogno di essere amato perché la sua intellettualità e la sua natura sono autonome. Pasolini aveva un urgente bisogno di essere riconosciuto. Prima accennavo alla richiesta di comprensione e di aiuto che avanzò alla cultura progressista: comprensione e aiuto che i critici comunisti si guardarono bene dal concedergli. In sostanza il bisogno di riconoscimento gli venne negato non solo dal ceto dominante conservatore e democristiano, ma anche da quella cultura comunista che sarebbe dovuta essere la interlocutrice privilegiata. Questo accentua il suo conflitto con il mondo fino agli esiti tragici finali».
Gli negherebbe ancora il ruolo di sperimentatore? In “Scrittori e Popolo” lo ritrae come un letterato conservatore nemico dell’avanguardia.
«Negare oggi il ruolo di sperimentatore a Pasolini sarebbe francamente assurdo, però letterariamente la sua è una sperimentazione che si muove molto nei solchi della tradizione. E io all’epoca mi concentravo sulla sua opera letteraria».
E quell’accusa di piccolo-borghese? A sinistra suonava come un insulto.
«Sì, un’accusa che ci siamo rinfacciati a vicenda. È una terminologia di quegli anni e oggi non mi verrebbe in mente ritirarla fuori. Decisamente datata».
I vostri rapporti si interruppero?
«No, tra noi non c’erano mai stati rapporti personali. Quando uscì Scrittori e Popolo io avevo 32 anni ed ero uno sconosciuto, sideralmente lontano dalla società culturale romana che aveva una struttura monocratica e chiusa. Il gruppo Moravia-Pasolini-Betti-Siciliano viveva in una sua realtà impermeabile. E io ai salotti romani bene preferivo il volantinaggio in fabbrica».
Oggi rimpiange il Pasolini profetico.
«Sì, partendo da premesse totalmente sbagliate riuscì a cogliere meglio di chiunque altro le aberrazioni del progresso. Una forza di denuncia e di previsione impressionante».
Però allora a sinistra era considerato reazionario e antiprogressista.
«Lo era, indubitabilmente. Era assetato di passato. Rimpiangeva un mondo incontaminato senza cogliere gli elementi di progresso che pure tra gli anni Cinquanta e Sessanta segnarono la crescita del nostro Paese. Ma il prevalere di questo elemento primigenio ha finito per rendere la sua denuncia più violenta e profetica».
Crede che la sua morte fu dovuta a un complotto?
«No, non ci credo. La sua morte fu coerente allo stile di vita. Non voglio dire che cercasse di essere ammazzato, ma se uno fa la vita che faceva Pier Paolo non può non sapere che rischia di essere ammazzato. E tutto quello che scrive e fa negli ultimi due o tre anni muove in quella direzione».
Cosa le dà fastidio delle celebrazioni di oggi?
«Invece di capirlo e interpretarlo si tende a farne un santino spegnendone la carica critica pungente. Il profeta dell’omologazione rischia di essere consumato come un prodotto di massa».
Walter Siti sostiene che intorno a Pasolini è tutto un pigolio, ma in realtà non ci sono eredi: nessuno si è confrontato davvero con la sua ricerca.
«Sì, ha ragione. L’unico è Saviano, che lo cita in Gomorra come oggetto di pellegrinaggio alla tomba di Casarsa e ne tiene un po' conto nella descrizione della società camorristica. Per il resto non vedo eredi pasoliniani come non vedo né fortiniani né calviniani. Non ci sono eredi e basta».

sabato 19 luglio 2014

Il Dio nascosto e la tragedia

Lucien Goldmann 
La visione tragica è più ampia di quella strettamente razionale

Di fronte a questo sviluppo ascensionale del razionalismo (sviluppo che è proseguito in Francia fino al XX secolo, ma che al XVII secolo si trovava ad una svolta qualitativa essendo appena riuscito attraverso le opere di Descartes e di Galileo a costruire un sistema filosofico coerente ed una fisica matematica incomparabilmente superiore alla vecchia fisica aristotelica), grazie ad un concorso di circostanze che esamineremo successivamente, prende forma il pensiero giansenista che troverà la sua espressione piú coerente nelle due grandi opere tragiche di Pascal e di Racine.
In quest’epoca si può caratterizzare la coscienza tragica attraverso la comprensione rigorosa e precisa del mondo nuovo creato dall’individualismo razionalista, con tutto ciò che esso conteneva di positivo, di prezioso e soprattutto di definitivamente acquisito per il pensiero e la coscienza umane, ma nello stesso tempo attraverso il rifiuto radicale di accettare questo mondo come la sola possibilità e la sola prospettiva dell’uomo.
La ragione è un fattore importante della vita dell’uomo, un fattore di cui l’uomo è a giusto titolo fiero e a cui non potrà mai piú rinunciare, ma essa non è tutto l’uomo e soprattutto essa non deve e non può bastare alla vita umana su nessun piano, neppure quello che a maggior ragione sembra spettarle della ricerca della verità scientifica.
Per questo la visione tragica rappresenta, dopo il periodo amorale e irreligioso del razionalismo e dell’empirismo, un ritorno alla morale e alla religione, a patto che si prenda questa ultima parola nel suo significato piú vasto di fede in un insieme di valori che trascendevano l’individuo. Tuttavia non si tratta ancora di una concezione filosofica e di un’arte che possano sostituire il mondo atomista e meccanicista della ragione individuale con una nuova comunità e un nuovo universo.

Pascal e Racine, Lerici, Milano, 1961, pagg. 57-58

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Se l’elemento essenziale del tragico è la lotta, questa è autenticamente tragica quando le forze che combattono tra loro hanno tutte ragione, ognuna dal suo punto di vista. È in questo contesto che
emerge l’insegnamento del sapere tragico: “la molteplicità della verità, la sua non-unità”. In tal
senso, Jaspers sviluppa un’interpretazione dell’Edipo Re  sofocleo e dell’Amleto  shakespeariano, ossia delle due figure tragiche attraverso le quali, per eccellenza, la questione della ricerca della verità diviene il tema stesso della tragedia, risolvendosi in un naufragio del pensiero che è, contemporaneamente, naufragio del linguaggio. La tragicità appartiene alla dimensione dell’inconoscibile e dell’indicibile.

Patrick Martinotta, Il sapere tragico in Karl Jaspers

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La tragédie ne connaît qu’une forme de pensée et d’attitude valables : le oui et non, c’est à dire le paradoxe : vivre – dans le monde – mais sans y prendre part. Il serait aussi peu cohérent de refuser le monde que de l’accepter dans son ambiguïté et son absurdité : «C’est là l’extrême rigueur et l’extrême cohérence de la conscience tragique telle qu’elle s’exprime dans Phèdre de Racine, dans les écrits philosophiques de Pascal, de Kant, et dans le texte déjà cité de Lukacs, attitude paradoxale et sans doute difficile à décrire et à rendre compréhensible, mais qui, seule, semble-t-il, nous permettra la compréhension des écrits que nous nous proposons d’étudier.»
...  La présence divine l’empêche de refuser le monde, et l’absence divine l’empêche de l’accepter entièrement. L’homme tragique vit pour la réalisation de valeurs rigoureusement irréalisables. Il réunit en lui l’Ange et la Bête, la grandeur et la misère, l’impératif catégorique et le mal radical. Dans le clair et l’ambigu, la proximité du Dieu absent, la seule forme d’expression que connaît l’homme tragique est le monologue, le dialogue solitaire selon une expression de Lukacs. Goldmann remarque que:  «Les Pensées sont un exemple suprême de ces dialogues où tout compte, où chaque mot pèse autant que les autres, où l’exégète ne saurait laisser rien de côté sous prétexte d’exagération ou d’outrance de langage, dialogues où tout est essentiel, parce que l’homme parle au seul être qui pourrait l’entendre mais dont il ne saura jamais s’il l’entend réellement.»
Conscient de la vanité du monde, de l’abîme infranchissable qui le sépare de lui, l’homme sait qu’il ne pourra atteindre la valeur exclusive de Dieu par ses propres forces. Le message que l’ âme croit entendre en permanence est cette voix du Dieu caché, invisible, qui lui apporte la certitude dans le doute, l’optimisme dans la crainte, la grandeur dans la misère. Telle est schématiquement l’interprétation globale que défend Goldmann dans son approche de la vision tragique de Pascal et de Racine.

... Comment expliquer cette étrange affinité entre le jansénisme, la vision tragique qu’il développe, et la petite noblesse de robe ? Goldmann montre que la politique du pouvoir central a progressivement réduit l’importance de ce groupe social, le rejetant pratiquement de la vie économique et politique. C’est cette éviction qui aurait conduit progressivement ce groupe à une position de retraite face au monde et à la vie sociale. Exclue du processus économique, privée de tout avenir social, cette petite noblesse de robe sera la plus sensible à cette idéologie qui prône le refus du monde et son acceptation avec l’ambiguïté qu’une telle position comporte, comme un idéal de vie.


Jean-Michel Palmier 
 http://stabi02.unblog.fr/2009/11/01/goldmann-vivant/





sabato 21 giugno 2014

Invocazioni poetiche alla luna

Eugène Chigot, Clair de lune
La Luna è uno dei simboli più antichi dell'umanità, rappresenta l'archetipo femminile materno per eccellenza, la Madre cosmica. La sua caratteristica fondamentale è la ricettività: la luna, pianeta satellite, trattiene e diffonde la luce del sole. Ci troviamo nel pieno cuore della notte, ma una notte illuminata da questo umile chiarore riflesso. È anche il mondo dei sogni, dell'immaginario e dell'inconscio, tradizionalmente associati alla notte.

Johann Wolfgang Goethe 
An den Mond, 1777

Di nuovo inondi la cara valle
silente di luminosa bruma,
e questa volta sciogli alfine
tutta l'anima mia
sopra i miei campi diffondi
il tuo sguardo mitigante,
tenero come l'occhio dell'amica
di fronte alla mia sorte


quello che sai così mutevole
questo cuore in fiamme,
voi lo tenete come uno spettro
relegato al fiume,
quando nella squallida notte
d'inverno si gonfia di morte,
o nel fulgore della vita a primavera
scorre sopra le gemme.

Beato chi senza alcun odio
si segrega dal mondo,
tiene al petto un essere amico
insieme con lui godendo
di quello che gli uomini ignorano
o forse disprezzano,
e che pei labirinti del cuore
di notte va errando.

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Giacomo Leopardi
Alla luna (1819)


1             O graziosa luna, io mi rammento
2             che, or volge l’anno, sovra questo colle
3             io venia pien d’angoscia a rimirarti:
4             e tu pendevi allor su quella selva
5             siccome or fai, che tutta la rischiari.
6             Ma nebuloso e tremulo dal pianto
7             che mi sorgea sul ciglio, alle mie luci
8             il tuo volto apparia, che travagliosa
9             era mia vita: ed è, né cangia stile,
10           o mia diletta luna. E pur mi giova
11           la ricordanza, e il noverar l’etate
12           del mio dolore. Oh come grato occorre
13           nel tempo giovanil, quando ancor lungo
14           la speme e breve ha la memoria il corso,
15           il rimembrar delle passate cose,
16           ancor che triste, e che l’affanno duri!

Il tema del ricordo ricorre molto spesso nella produzione letteraria di Leopardi. Il ricordo – come l’illusione e come il sogno – esalta la contemporanea presenza, nell’animo umano, del dolore e del piacere, i quali, pur non conciliandosi, sembrano confondersi nell’alternanza in un unico sentimento che esprime la condizione esistenziale dell’uomo.
L’apertura è sul versante della gioia: “O graziosa luna”. E “graziosa” significa sia “bella e leggiadra”, sia “benigna”. Ma subito (v. 3) irrompe il dolore: “io venia pien d’angoscia”. Quindi di nuovo la luce che sempre emana dalla Luna e illumina la terra. Poi il ricordo del dolore passato, che, però, sembra addolcirsi: fra le lacrime – è vero –, ma pur sempre è luce quella che appare agli occhi (luci anch’essi) del poeta. A questo punto la sferzata della ragione, in forma quasi eleatica: “è, né cangia stile” (v. 9), il dolore come l’Essere. Ma subito dopo una sorta di riconciliazione con la Natura: “o mia diletta luna”. E segue il piacere (“mi giova”) del ricordo, anche se è ricordo di cose dolorose e, pertanto, rinnova la tristezza.
Dopo il l835, su una copia dell’ultima edizione a stampa, Leopardi aggiunge i versi l3 e l4: una riflessione sulle sue convinzioni giovanili e una presa di distanza da esse, che sottolinea però la portata della funzione del ricordo, legandolo alla speranza. Di fronte alla morte incombente (e quasi presentita dal poeta) le certezze della ragione non sono piú scalfite dal sogno, dall’illusione o dal ricordo; ma quando la vita – seppure con tutto il suo bagaglio di dolore – appariva una via in gran parte da percorrere, allora il ricordo non solo saldava il passato al presente, ma offriva anche una prospettiva di speranza per il futuro. Una sorta di dilatazione del presente verso l’eterno (e l’infinito) che rammenta il tema nicciano dell’eterno ritorno. (filosofico.net)


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Felice Romani 
Norma, 1831

Casta Diva che inargenti
Queste sacre antiche piante,
A noi volgi il bel sembiante
Senza nube e senza vel.

Tempra tu de' cori ardenti,
Tempra ancor lo zelo audace,
Spargi in terra quella pace
Che regnar tu fai nel ciel.