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domenica 30 marzo 2014

Simone Weil sul rapporto tra Dio e il mondo



Pietro Citati  

Sotto il tallone della forza. Così l'Iliade parla di oggi
Il viaggio di Simone Weil alle fonti della violenza 
Il paradosso. Da un lato Dio è lacerato, perduto, diviso tra bene e necessità, assente dal mondo che Lui stesso ha creato, ma allo stesso tempo è onnipresente come nei Salmi

Corriere della Sera, 14 gennaio 2014

La rivelazione greca di Simone Weil (pubblicata dalla Adelphi, con eccellente traduzione e commento di Maria Concetta Sala e Giancarlo Gaeta) è un libro senza paragoni. La parola Grecia ha un'estensione quale non aveva mai avuto nella storia, assai più che nell'Umanesimo e nel Rinascimento. Comprende l'Iliade, i testi orfici, pitagorici, Eschilo, Sofocle, Platone, i platonici; e Cristo e i Vangeli e la tradizione cristiana dove è più pura. Una frase di Platone risuona sulle labbra di Cristo; un detto di Cristo spiega una pagina o un dialogo di Platone; l'Iliade avvolge tutte le cose come una grande coltre materna; un tessuto fittissimo di risonanze e di echi colma secoli di vita, che a Simone Weil appaiono miracolosi. Questa vita non è scomparsa: la Grecia non è una civiltà meravigliosa e irrimediabilmente finita, come appare anche ai più appassionati studiosi. La Grecia è viva, attuale: è il nostro irradiante presente; se immaginiamo una tragedia che parli al nostro cuore, dobbiamo pensare all'Antigone o all'Edipo re di Sofocle; se sogniamo un poema che comprenda la vita e la morte, il destino di chi vince e di chi è sconfitto, solo l'Iliade soddisfa i nostri desideri. Il primo e centrale di questi scritti, composti tra il 1936 e il 1943, è l'Iliade, poema della forza. Il 4 dicembre 1934 Simone Weil era entrata in fabbrica, come ouvrière sur presses. Non vi era entrata per ragioni umanitarie o politiche: ma per provare sulla sua carne, con quel coraggio furibondo che non l'abbandonò mai, cosa fosse la mossa ferrea della necessità. Là dominava la macchina, senza rivali: come nei versi di Baudelaire, regnava la sventura moderna, dei grandi occhi muti; lei voleva fissare lo sguardo in quella orribile apparizione. Conobbe la costrizione assoluta, la sinistra ripetizione, l'umiliazione profonda. Qualcuno le diceva all'orecchio, di minuto in minuto, senza che lei potesse rispondere: «Tu non sei nulla qui. Tu non conti. Tu sei qui per piegarti, subire tutto e tacere». Imparò cosa significa ciò che aveva letto nei libri: diventare una cosa, un pezzo di legno o di ferro. Quelle esperienze di fabbrica diventarono, grandiosamente trasformate, l'esperienza di lettura dell'Iliade, dove scoprì la prima apparizione scritta della forza nel mondo. Nell'Iliade, la forza ha due aspetti, secondo che la si veda con gli occhi di chi la subisce o di chi la impone. La forza fa di chiunque le sia sottomesso una cosa: cadavere e oggetto. Se egli è vivo, ha l'anima; e tuttavia è una cosa. Ci sono esseri sventurati che, senza morire, sono diventati cose per tutta la vita. Nelle loro giornate, non c'è alcun margine, alcun vuoto, alcun campo libero, per un soffio che venga da loro stessi. Non sono uomini che vivono più duramente di altri: si tratta di una diversa specie umana, un compromesso tra l'uomo e il cadavere. Chi ferisce, violenta, uccide, comanda, impone non è più libero dalla forza di chi ne è distrutto. Egli non la possiede: vi fa troppo affidamento e ne è inebriato, travolto dalla propria hybris. Va al di là di ciò di cui dispone. Va inevitabilmente al di là, perché ignora cosa è limitazione e misura: viene abbandonato senza rimedio al caso, e le vicende non gli obbediscono più. La storia greca aveva avuto inizio con un crimine atroce: Troia era stata distrutta e arsa; nella notte i guerrieri troiani erano stati massacrati, i bambini sfracellati contro le rocce; le donne prese prigioniere e portate in esilio. Allora, era nato un immenso rimorso, che aveva pesato su tutta la civiltà greca e, come suggerisce la Weil, su tutta la storia che gli uomini fabbricarono dopo di allora. Le lacrime di Andromaca dopo la morte di Ettore sono le lacrime che piangiamo su noi stessi come attori e vittime della storia.
La creazione del mondo non è stata, secondo la Weil, un atto di pienezza, di espansione e dilatazione di Dio, come racconta la Genesi. È stata una follia. Per darci spazio, Dio ha rinunciato a se stesso; si è limitato; si è nascosto negli abissi più remoti; si è ritirato dall'universo, come diceva Itzhak Luria. Nel luogo vuoto, che prima della creazione occupava, egli ha lasciato lo schermo tremendo della necessità: le leggi meccaniche dell'universo, il male, la miseria, l'angoscia, il lavoro, la guerra e la forza dell'Iliade, la morte violenta, la malattia, l'oggettività mostruosa della fabbrica moderna. Come uno schiavo, Dio si è incatenato con le catene della necessità, sulla quale non interviene. Ora, nel mondo, non c'è alcuna traccia di misericordia divina; e questa assenza è il segno di Dio. A causa di questa rinuncia, egli non è più l'Uno, come i filosofi troppo ottimisti avevano creduto. È lacerato tra i suoi due volti opposti e contradditori, che tuttavia costituiscono il suo unico volto: diviso tra bene e necessità, come noi siamo. Nessuno, mai, nemmeno uno gnostico, aveva portato la lacerazione e la follia, che sono cose proprie dell'uomo, così addentro il volto segreto di Dio. Il mondo è la conseguenza di questo paradosso divino. Da un lato Dio perduto, lontano, assente dalla sua creazione, dove possiamo rintracciare soltanto qualche lievissimo barlume di lui. Ma, d'altro lato, egli è onnipresente nella creazione, come nei Salmi. Tutte le cose sono una metafora e un riflesso multicolore della sua presenza. Egli è dovunque: nella bellezza, nell'ordine e nell'armonia del mondo, schiave della necessità, che la Weil celebra con gli accenti di una stoica o di una cristiana del quarto secolo. Egli è presente in ogni cosa che avviene nell'universo: nei fatti mostruosi che sono accaduti, nei fatti orribili che stanno per compiersi, i quali per l'uomo sono tutti carezze delicate e discrete della mano di Dio. L'incarnazione e la passione rappresentano il culmine della follia e dello strazio di Dio. Appena parla di Cristo, ogni traccia gnostica e manichea scompare dalla mente della Weil: Cristo è colui che si è incarnato e ha patito con un reale corpo umano. Ma in lei non c'è nemmeno una traccia del Cristo salvatore e trionfatore della tradizione cristiana: Cristo non salva nessuno. Come Osiride, è il Dio fatto a pezzi, simbolo «dello spirito disperso attraverso lo spazio e la materia». Sulla croce, egli viene abbandonato da Dio, che verso di lui diventa gelido come la necessità; non c'è parola nei Vangeli che abbia tanto colpito la Weil quanto il grido di disperazione del Dio abbandonato. Come diceva Eschilo, «mediante la sofferenza e la conoscenza». «La croce del Cristo ribadisce la Weil è l'unica forza della conoscenza». Il solo pensiero umano degno di questo nome è lacerato, contradditorio, aguzzo, aforistico, come i due pezzi di legno levati inutilmente contro il cielo. La tragedia della croce si ripete nella sventura, l'esperienza essenziale che ogni uomo fa di se stesso. Non c'è nessuna sensazione o sentimento che la Weil abbia espresso con tanta lucidità e intensità, con tanta appassionata partecipazione e orrore e riconoscenza come se per tutta la vita, malgrado le dolcezze discese dal cielo e gli sguardi innamorati alla natura, non fosse stata che «un poco di carne nuda, inerte e sanguinante, abbandonata senza nome sull'orlo di un fossato». La sventura è una di quelle presse che la Weil aveva conosciuto in fabbrica: un meccanismo freddo, metallico e implacabile che domina il corpo, ostacola l'immaginazione, incatena il pensiero, ghiaccia tutti coloro che tocca. Come con un ferro rosso, imprime nello sventurato il disprezzo, il disgusto, la repulsione di sé, una sensazione di colpa e di lordura più grave di quella che suscita il delitto. Lo rende succube e complice, inietta un veleno di inerzia, si fa amare e desiderare, uccide le parole che potrebbero esprimerla; martella l'anima, la degrada, la riduce a una cosa, l'annienta. In quei momenti di desolazione, Dio abbandona chi soffre, come aveva abbandonato Giobbe e Cristo: «Egli è più assente di un morto, più assente della luce in un carcere completamente tenebroso». Ma, subito dopo aver descritto con parole terrificanti la sventura, grazie a uno di quei capovolgimenti totali che costituiscono la chiave del suo pensiero, la Weil intona l'elogio della sventura. Con una specie di empietà nella voce, afferma che a causa della sofferenza «l'uomo è superiore agli dei». «Dio ha dovuto incarnarsi e soffrire per non essere inferiore all'uomo». «Se in questo mondo non ci fosse sventura, potremmo crederci in paradiso, orribile possibilità». Se sappiamo scendere in fondo alla sventura, come Omero e Sofocle, senza cercare consolazioni o illusioni, senza parole vane e bugiarde, lì, proprio in fondo all'abisso, in quelle profondità dove stanno le cose supreme, ritroveremo la sofferenza redentrice, la verità, la bellezza, la misericordia e l'amore di Dio.



sabato 13 luglio 2013

Il discorso del papa a Lampedusa

 OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO

Campo sportivo "Arena" in Località Salina
Lunedì, 8 luglio 2013


Immigrati morti in mare, da quelle barche che invece di essere una via di speranza sono state una via di morte. Così il titolo dei giornali. Quando alcune settimane fa ho appreso questa notizia, che purtroppo tante volte si è ripetuta, il pensiero vi è tornato continuamente come una spina nel cuore che porta sofferenza. E allora ho sentito che dovevo venire qui oggi a pregare, a compiere un gesto di vicinanza, ma anche a risvegliare le nostre coscienze perché ciò che è accaduto non si ripeta. Non si ripeta per favore. Prima però vorrei dire una parola di sincera gratitudine e di incoraggiamento a voi, abitanti di Lampedusa e Linosa, alle associazioni, ai volontari e alle forze di sicurezza, che avete mostrato e mostrate attenzione a persone nel loro viaggio verso qualcosa di migliore. Voi siete una piccola realtà, ma offrite un esempio di solidarietà! Grazie! Grazie anche all’Arcivescovo Mons. Francesco Montenegro per il suo aiuto, il suo lavoro e la sua vicinanza pastorale. Saluto cordialmente il sindaco signora Giusi Nicolini, grazie tanto per quello che lei ha fatto e che fa. Un pensiero lo rivolgo ai cari immigrati musulmani che oggi, alla sera, stanno iniziando il digiuno di Ramadan, con l’augurio di abbondanti frutti spirituali. La Chiesa vi è vicina nella ricerca di una vita più dignitosa per voi e le vostre famiglie. A voi: o’scià!
Questa mattina, alla luce della Parola di Dio che abbiamo ascoltato, vorrei proporre alcune parole che soprattutto provochino la coscienza di tutti, spingano a riflettere e a cambiare concretamente certi atteggiamenti.
«Adamo, dove sei?»: è la prima domanda che Dio rivolge all’uomo dopo il peccato. «Dove sei Adamo?». E Adamo è un uomo disorientato che ha perso il suo posto nella creazione perché crede di diventare potente, di poter dominare tutto, di essere Dio. E l’armonia si rompe, l’uomo sbaglia e questo si ripete anche nella relazione con l’altro che non è più il fratello da amare, ma semplicemente l’altro che disturba la mia vita, il mio benessere. E Dio pone la seconda domanda: «Caino, dov’è tuo fratello?». Il sogno di essere potente, di essere grande come Dio, anzi di essere Dio, porta ad una catena di sbagli che è catena di morte, porta a versare il sangue del fratello!
Queste due domande di Dio risuonano anche oggi, con tutta la loro forza! Tanti di noi, mi includo anch’io, siamo disorientati, non siamo più attenti al mondo in cui viviamo, non curiamo, non custodiamo quello che Dio ha creato per tutti e non siamo più capaci neppure di custodirci gli uni gli altri. E quando questo disorientamento assume le dimensioni del mondo, si giunge a tragedie come quella a cui abbiamo assistito.
«Dov’è il tuo fratello?», la voce del suo sangue grida fino a me, dice Dio. Questa non è una domanda rivolta ad altri, è una domanda rivolta a me, a te, a ciascuno di noi. Quei nostri fratelli e sorelle cercavano di uscire da situazioni difficili per trovare un po’ di serenità e di pace; cercavano un posto migliore per sé e per le loro famiglie, ma hanno trovato la morte. Quante volte coloro che cercano questo non trovano comprensione, non trovano accoglienza, non trovano solidarietà! E le loro voci salgono fino a Dio! E una volta ancora ringrazio voi abitanti di Lampedusa per la solidarietà. Ho sentito, recentemente, uno di questi fratelli. Prima di arrivare qui sono passati per le mani dei trafficanti, coloro che sfruttano la povertà degli altri, queste persone per le quali la povertà degli altri è una fonte di guadagno. Quanto hanno sofferto! E alcuni non sono riusciti ad arrivare.
«Dov’è il tuo fratello?» Chi è il responsabile di questo sangue? Nella letteratura spagnola c’è una commedia di Lope de Vega che narra come gli abitanti della città di Fuente Ovejuna uccidono il Governatore perché è un tiranno, e lo fanno in modo che non si sappia chi ha compiuto l’esecuzione. E quando il giudice del re chiede: «Chi ha ucciso il Governatore?», tutti rispondono: «Fuente Ovejuna, Signore». Tutti e nessuno! Anche oggi questa domanda emerge con forza: Chi è il responsabile del sangue di questi fratelli e sorelle? Nessuno! Tutti noi rispondiamo così: non sono io, io non c’entro, saranno altri, non certo io. Ma Dio chiede a ciascuno di noi: «Dov’è il sangue del tuo fratello che grida fino a me?». Oggi nessuno nel mondo si sente responsabile di questo; abbiamo perso il senso della responsabilità fraterna; siamo caduti nell’atteggiamento ipocrita del sacerdote e del servitore dell’altare, di cui parlava Gesù nella parabola del Buon Samaritano: guardiamo il fratello mezzo morto sul ciglio della strada, forse pensiamo “poverino”, e continuiamo per la nostra strada, non è compito nostro; e con questo ci tranquillizziamo, ci sentiamo a posto. La cultura del benessere, che ci porta a pensare a noi stessi, ci rende insensibili alle grida degli altri, ci fa vivere in bolle di sapone, che sono belle, ma non sono nulla, sono l’illusione del futile, del provvisorio, che porta all’indifferenza verso gli altri, anzi porta alla globalizzazione dell’indifferenza. In questo mondo della globalizzazione siamo caduti nella globalizzazione dell'indifferenza. Ci siamo abituati alla sofferenza dell’altro, non ci riguarda, non ci interessa, non è affare nostro!
Ritorna la figura dell’Innominato di Manzoni. La globalizzazione dell’indifferenza ci rende tutti “innominati”, responsabili senza nome e senza volto.
«Adamo dove sei?», «Dov’è il tuo fratello?», sono le due domande che Dio pone all’inizio della storia dell’umanità e che rivolge anche a tutti gli uomini del nostro tempo, anche a noi. Ma io vorrei che ci ponessimo una terza domanda: «Chi di noi ha pianto per questo fatto e per fatti come questo?», Chi ha pianto per la morte di questi fratelli e sorelle? Chi ha pianto per queste persone che erano sulla barca? Per le giovani mamme che portavano i loro bambini? Per questi uomini che desideravano qualcosa per sostenere le proprie famiglie? Siamo una società che ha dimenticato l’esperienza del piangere, del “patire con”: la globalizzazione dell’indifferenza ci ha tolto la capacità di piangere! Nel Vangelo abbiamo ascoltato il grido, il pianto, il grande lamento: «Rachele piange i suoi figli… perché non sono più». Erode ha seminato morte per difendere il proprio benessere, la propria bolla di sapone. E questo continua a ripetersi… Domandiamo al Signore che cancelli ciò che di Erode è rimasto anche nel nostro cuore; domandiamo al Signore la grazia di piangere sulla nostra indifferenza, di piangere sulla crudeltà che c’è nel mondo, in noi, anche in coloro che nell’anonimato prendono decisioni socio-economiche che aprono la strada ai drammi come questo. «Chi ha pianto?». Chi ha pianto oggi nel mondo?
Signore, in questa Liturgia, che è una Liturgia di penitenza, chiediamo perdono per l’indifferenza verso tanti fratelli e sorelle, ti chiediamo Padre perdono per chi si è accomodato e si è chiuso nel proprio benessere che porta all’anestesia del cuore, ti chiediamo perdono per coloro che con le loro decisioni a livello mondiale hanno creato situazioni che conducono a questi drammi. Perdono Signore!
Signore, che sentiamo anche oggi le tue domande: «Adamo dove sei?», «Dov’è il sangue di tuo fratello?».

Al termine della Celebrazione il Santo Padre ha pronunciato le seguenti parole:
Prima di darvi la benedizione voglio ringraziare una volta in più voi, lampedusani, per l'esempio di amore, per l'esempio di carità, per l'esempio di accoglienza che ci state dando, che avete dato e che ancora ci date. Il Vescovo ha detto che Lampedusa è un faro. Che questo esempio sia faro in tutto il mondo, perché abbiano il coraggio di accogliere quelli che cercano una vita migliore. Grazie per la vostra testimonianza. E voglio anche ringraziare la vostra tenerezza che ho sentito nella persona di don Stefano. Lui mi raccontava sulla nave quello che lui e il suo vice parroco fanno. Grazie a voi, grazie a lei, don Stefano.

giovedì 24 gennaio 2013

Amato lord di Siena

Ambrogio Lorenzetti, Allegoria del Cattivo Governo (1338-1339), Parete di sinistra della Sala dei Nove, Palazzo Pubblico, Siena


Chissà che il dottor sottile non si sia giocato il Quirinale in questa vicenda, o piuttosto nella sua ricaduta sotto forma di scandalo. Se poi questo dovesse addirittura favorire la sua candidatura, mettendolo nella posizione del complice salvaguardato per garantire tutti, allora sarebbe un pessimo segno. Certo non tutte le colpe portano a Roma. Amato ha coperto l'ingordigia dei politici (e della stessa popolazione) locali. Sul territorio pochi erano disposti a perdere il controllo sulla banca. Così è diventato possibile Mussari, che ha tentato l'impossibile per poter reggere il gioco e si è sfracellato rovinosamente. L'hybris fa di questi scherzi.

Giovanni Carpinelli

Amato lord di Siena, storia politica di un dissesto
Stefano Cingolani
Il Foglio, 24 gennaio 2013

Alexandria, Santorini, cdo, abs, trs, nomi da crociera, acronimi esoterici, il mondo stregato dei derivati che fanno scandalo, escrescenze della finanza, crusca del diavolo. Sono solo ombre, epifenomeni. La sostanza è ben più allarmante. Ecco perché Giuseppe Mussari, che per undici anni ha tenuto le redini al Monte dei Paschi di Siena, si è dimesso da presidente dell’Assobancaria italiana. Ieri il titolo è caduto ancora del 7 per cento, ma la sensazione generale è che siamo solo all’inizio. Banca d’Italia, in serata, ha fatto sapere che “la vera natura di alcune operazioni” è emersa solo di recente, dopo il “rinvenimento di documenti tenuti celati all’Autorità di vigilanza” e portati alla luce, ha sottolineato Palazzo Koch, “dalla nuova dirigenza di Mps” (Alessandro Profumo ringrazia: “Pronti a rivalerci sugli amministratori precedenti”). Ora sono in corso “approfondimenti e indagini” e venerdì è prevista una movimentata assemblea degli azionisti. Le perdite nascoste e il belletto steso sui conti grazie a operazioni rivelatesi fallimentari, conducono con un inesorabile filo di Arianna al vero nocciolo oscuro: l’acquisizione di Antonveneta dal Banco di Santander di Emilio Botín (assistito da Ettore Gotti Tedeschi). La banca di Padova è stata pagata 9 miliardi di euro poi saliti a dieci, tre più di quanto fosse costata al venditore e 5 o 6 miliardi oltre il valore patrimoniale, stando alle stime del commercialista Tommaso Di Tanno, membro del collegio sindacale, portate in consiglio nell’assemblea di Mps il 27 aprile dello scorso anno. Sulla operazione pende un’indagine della magistratura e un’accusa di aggiotaggio e ostacolo alla Vigilanza. E cala il sospetto su presunte operazioni estero su estero che varrebbero fino a un miliardo e mezzo di euro. In quel crudele aprile in cui Alessandro Profumo prende il posto di Mussari, con il piglio del risanatore, spunta anche Alexandria. Il contratto viene rivelato persino in tv da un anonimo funzionario intervistato da “Report” di Milena Gabanelli. E’ il 6 maggio. Sono cominciate anche le prime turbolenze interne. Nessuno si sente più al sicuro. Si parla di teste che rotolano, tagli, licenziamenti, i primi nella secolare storia. Volano gli stracci, le parole, le carte. Le cifre del resto sono impressionanti. Dal 2011 ai primi nove mesi del 2012 la banca senese ha accumulato 6,2 miliardi di perdite. Ha in pancia titoli di stato per 26 miliardi (due volte e mezzo il capitale, ma in qualche modo questo ha un valore “patriottico”); derivati per 11 miliardi; e ben 17 miliardi di crediti a rischio. Profumo deve bussare alla porta del Tesoro che emette titoli speciali, i cosiddetti Monti bond, per due miliardi che si aggiungono a 1,9 miliardi di Tremonti bond del 2009. Quattrini dei contribuenti i quali vorrebbero chiarezza. “Ci vorrebbe un’operazione trasparenza, una indagine approfondita condotta da un organismo indipendente”, propone Giancarlo Galli, che conosce bene “la giungla degli gnomi”, come ha definito la finanza. Come stanno davvero le banche italiane? In questi giorni è in corso la missione del Fondo monetario internazionale. Ma per Galli non c’è certezza, perché “ogni banchiere ha come emblema un gattopardo”.
Giuseppe Mussari è diventato presidente dell’Assobancaria nel 2010 sostenuto da Giovanni Bazoli, presidente di Intesa, che ha convinto lo stesso Profumo allora capo di Unicredit. Sarebbe stato proprio Bazoli, l’altroieri, a invitare Mussari a mollare. Anche Giuseppe Guzzetti, il gran patron delle fondazioni e presidente dell’Associazione casse di risparmio, aveva preso il giovane avvocato sotto la sua ala, nominandolo vicepresidente dell’Acri. Ma nel giro di relazioni eccellenti entra anche Giuliano Amato, ex premier ora in corsa per il Quirinale, da sempre gran protettore di Siena, città ultramassonica. Il filo si snoda ancora e porta indietro al 2002 quando Mps voleva acquisire la Bnl e venne stoppata dalla Banca d’Italia; Bankitalia chiede alla Fondazione di scendere sotto il 50 per cento come prevede la legge. E ancora al 2005. E’ l’anno delle scalate parallele, ma Mps si sfila e non sostiene la Unipol di Giovanni Consorte. E’ Mussari a guidare la Fondazione e il suo atteggiamento provoca una frattura nei Democratici di sinistra che controllano Siena e la banca. Piero Fassino e Massimo D’Alema se la prendono, ma i senesi possono vantare autorevoli amici a cominciare da Amato che viene eletto deputato proprio a Siena, e Franco Bassanini che del Montepaschi è stato anche vicepresidente. Sì, perché la politica in banca c’è entrata sempre, soprattutto là dove la banca è sempre stata sistema. Il sindaco è un dipendente del Monte che poi vuol diventarne il capo come Pierluigi Piccini che aspira a guidare la Fondazione. E’ allora che entra in campo il giovane avvocato nato a Catanzaro nel 1962, ma ormai senese a tutti gli effetti.
La debolezza del Montepaschi emerge già nella seconda metà degli anni 90, ricorda Angelo De Mattia allora alla Banca d’Italia con il governatore Antonio Fazio. La foresta pietrificata comincia a muoversi, le banche si aggregano, nascono nuovi gruppi. Il Mps si chiude a Rocca Salimbeni, il suo quartier generale, e difende la senesità. Quando mette gli occhi sulla Bnl, allora controllata direttamente dal Tesoro, la Fondazione azionista rifiuta di ridimensionare la propria presenza. Intanto è al governo Silvio Berlusconi e al Tesoro c’è Giulio Tremonti; i diessini senesi gridano al complotto della destra. All’insegna del rinnovamento, nel 2002 arriva Vincenzo De Bustis, banchiere dalemiano, che porta la Banca del Salento (poi ribattezzata 121). Con essa entrano nelle antiche casseforti del Monte anche esotici prodotti che si chiamano Mayway, 4you, Btp-tel e altre diavolerie per le quali la banca verrà condannata per scarsa trasparenza dai tribunali di Firenze e Brindisi. De Bustis passa a Deutsche Bank la quale finanzia Stefano Ricucci nell’improbabile assalto al Corriere della Sera.
Siamo all’estate dei furbetti e al gran rifiuto che un anno dopo porterà Mussari direttamente alla guida del Monte. I Ds si spaccano. Amato non nasconde la sua contrarietà alle scalate. I dalemiani s’inalberano. Vincenzo Visco che non aveva nascosto le sue critiche per l’autoreferenzialità della banca quando era ministro del Tesoro nel 2000, vorrebbe chiarezza. Nicola Latorre, pro D’Alema, se la prende con la Fondazione, “simbolo della conservazione”. La grande rivincita arriva nel novembre 2007 con l’operazione Antonveneta che coglie tutti di sorpresa. Il prezzo fa suonare un campanello d’allarme, ma le critiche vengono messe a tacere perché attorno tutto si muove in modo frenetico. Nel gennaio Intesa si fonde con Sanpaolo, creando un nuovo asse tra Milano e Torino, a maggio Unicredit acquisisce Capitalia e porta Cesare Geronzi sulla poltrona di Enrico Cuccia. Siena doveva restare con le pive nel sacco? Ettore Gotti Tedeschi, rappresentante in Italia del Santander fa da intermediario con Botìn che aveva appena preso la banca da Abn Amro, la banca olandese affondata dalla crisi dei subprime. L’orgoglio costa caro. Al di là delle inchieste giudiziarie (e vedremo che cosa verrà fuori) la decisione pare avventata. Per sopportarne l’onere, finanza creativa. Anche perché la gestione ordinaria non va bene. I titoli Alexandria erano stati acquistati nel 2005 da Dresdner Bank: 400 milioni e due anni dopo ne valevano 180. A quel punto, entra in campo Nomura con la quale si stipula un contratto per acquistare 3 miliardi di Btp trentennali facendosi prestare i quattrini dalla stessa banca giapponese. L’idea è di spalmare il rischio nel tempo. Intanto, la crisi dei debiti sovrani, i Btp crollano e viene firmato il contratto segreto che consente di scaricare le perdite su Nomura e abbellire il bilancio 2009. Spunta anche Santorini, vicenda che risale al 2002 e coinvolge Deutsche Bank: nel 2008 si stipula un prestito per coprire le perdite di un precedente contratto. Alla fine, per liquidare l’operazione nel 2009 si spendono 224 milioni.
Al di là dei dettagli tecnici che andranno esaminati con attenzione (i derivati sono marchingegni giuridici nei quali si perde anche chi li ha costruiti e tutto è nelle mani dei magistrati senesi) l’impressione è che il Montepaschi sia stremato da un’acquisizione al di sopra delle sue forze. Ecco perché tutti i fili di questa complicata matassa riconducono poi alla banca patavina. Mussari ha peccato di hybris? Si è fidato troppo della propria abilità, delle protezioni eccellenti, di quel sistema senese che mette insieme la curia, la massoneria, i sindacati, gli ex socialisti e gli ex comunisti? E’ probabile. Siena non può cadere, invece “è finito il mondo dei numi tutelari”, commenta De Mattia. Questo vale anche per i più autorevoli, fossero candidati al Quirinale o suoi inquilini. E ricorda la battuta di Cuccia: “Conta solo il titolo quinto, chi ha i soldi ha vinto”.