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martedì 16 settembre 2025

La radice culturale della crisi


L'adelphité è un neologismo, coniato dalla femminista francese Florence Montreynaud, che indica una solidarietà incondizionata tra esseri umani, senza distinzione di genere. 

Mauro Magatti
Guerre e capitalismo. Le democrazie sono schiacciate da un tenaglia insidiosa

Avvenire, 16 settembre 2025

A tre anni di distanza dallattacco russo allUcraina, le democrazie occidentali sono in affanno. Londa lunga della guerra, sommata alle trasformazioni economiche e tecnologiche, sta mettendo a nudo fragilità profonde. Note da tempo, ma aggravate dalle forti tensioni del tempo. Il caso della Francia è il più eloquente. Le proteste di questi giorni non sono episodi isolati, ma il sintomo di un malessere radicato. Laumento del debito pubblico, combinato con la crescita delle disuguaglianze, ha compromesso il rapporto di fiducia tra il presidente Macron e gran parte del paese. Il leader, che si era presentato come l’alfiere di un nuovo modello sviluppo, appare sempre più distante dal popolo, prigioniero delle logiche finanziarie internazionali e incapace di costruire le condizioni di un nuovo patto sociale. Le piazze francesi ci dicono che non è più sostenibile governare appellandosi soltanto alla retorica della modernizzazione, se questa si traduce in sacrifici distribuiti in maniera iniqua e in una crescente precarietà.

Dallaltra parte dellAtlantico, anche gli Stati Uniti stanno vivendo una stagione inedita. Con un presidente che continuamente forza le regole istituzionali, lequilibrio dei poteri – cardine della democrazia americana – è messo a dura prova. La polarizzazione politica, alimentata dai media e dalle piattaforme digitali, non è più solo un dato sociologico, ma un rischio per la stabilità del sistema stesso. Ogni decisione sembra diventare un pretesto per lo scontro totale, mentre la fiducia nelle istituzioni tocca livelli minimi. Di fronte a un contesto globale che richiederebbe chiarezza e capacità di guida, Washington appare tutta assorbita dalle sue diatribe interne. Ma anche altre democrazie sono in difficoltà. Il governo guidato da Keir Starmer nel Regno Unito, nato con lobiettivo di riportare stabilità dopo anni di turbolenze politiche e post-Brexit, è già ai minimi di popolarità. Le promesse di riforma e di rilancio economico sembrano essersi arenate nel pantano delle difficoltà strutturali e della disillusione diffusa. In Germania – ex locomotiva economica europea – la situazione è ancora molto incerta: nonostante il cancelliere Merz, il Paese rimane in una fase di recessione persistente. Le basi industriali che per decenni avevano garantito prosperità vacillano sotto il peso della transizione energetica, delle catene del valore globali interrotte e della concorrenza asiatica.

Le democrazie sono schiacciate da una tenaglia insidiosa. Da un lato, la crisi sociale indotta da un capitalismo sempre più estrattivo, che concentra ricchezza e potere, impoverisce il tessuto comunitario, e spinge uninnovazione tecnologica che procede a una velocità vertiginosa. Dallaltro lato, le prolungate tensioni internazionali che costringono a prendere decisioni rapide e impopolari. In questo contesto, gli investimenti in armamenti e sicurezza tornano a crescere, spesso a discapito delle politiche sociali e ambientali. Col risultato di un diffuso senso di impotenza delle istituzioni democratiche. Al di là degli aspetti economici e politici, la radice più profonda di questa crisi è culturale e spirituale. Le democrazie hanno vissuto negli ultimi decenni sotto il segno di un individualismo radicale e di un nichilismo pratico che hanno eroso i legami simbolici e comunitari. Lidea che ciascuno basti a sé stesso, che la vita buona coincida con il consumo e lautorealizzazione narcisistica, ha lasciato dietro di sé un vuoto spaventoso. Proprio quando ci sarebbe bisogno di coraggio, di immaginazione, di coesione, il terreno è occupato da paura, cinismo e rassegnazione. È lo scollamento tra potenza economica e impotenza politica che rende oggi le democrazie vulnerabili di fronte alle sfide storiche.

Luscita da questa spirale non può che passare da un ripensamento dellassunto che ha dominato gli ultimi decenni: lidea che niente e nessuno esista a prescindere dagli altri. La società non è la somma di individui isolati, ma lintreccio di relazioni che ci tengono in vita. La sovranità di un singolo Stato è un valore da tutelare, ma va pensata e praticata nel quadro delle interconnessioni globali che sono sempre più stringenti. Al di là delle pluralità delle idee e delle culture, ciò che va rafforzato e rinnovato è il senso di un orizzonte condiviso. Senza una capacità di riconoscere e coltivare il nesso strutturale tra lio e il noi”, la democrazia perde il suo fondamento. È da qui che occorre ripartire: dalla consapevolezza che libertà e responsabilità, pluralismo e solidarietà, autonomia e legame sociale non sono alternative, ma elementi inseparabili di un medesimo progetto.


sabato 13 luglio 2013

Il discorso del papa a Lampedusa

 OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO

Campo sportivo "Arena" in Località Salina
Lunedì, 8 luglio 2013


Immigrati morti in mare, da quelle barche che invece di essere una via di speranza sono state una via di morte. Così il titolo dei giornali. Quando alcune settimane fa ho appreso questa notizia, che purtroppo tante volte si è ripetuta, il pensiero vi è tornato continuamente come una spina nel cuore che porta sofferenza. E allora ho sentito che dovevo venire qui oggi a pregare, a compiere un gesto di vicinanza, ma anche a risvegliare le nostre coscienze perché ciò che è accaduto non si ripeta. Non si ripeta per favore. Prima però vorrei dire una parola di sincera gratitudine e di incoraggiamento a voi, abitanti di Lampedusa e Linosa, alle associazioni, ai volontari e alle forze di sicurezza, che avete mostrato e mostrate attenzione a persone nel loro viaggio verso qualcosa di migliore. Voi siete una piccola realtà, ma offrite un esempio di solidarietà! Grazie! Grazie anche all’Arcivescovo Mons. Francesco Montenegro per il suo aiuto, il suo lavoro e la sua vicinanza pastorale. Saluto cordialmente il sindaco signora Giusi Nicolini, grazie tanto per quello che lei ha fatto e che fa. Un pensiero lo rivolgo ai cari immigrati musulmani che oggi, alla sera, stanno iniziando il digiuno di Ramadan, con l’augurio di abbondanti frutti spirituali. La Chiesa vi è vicina nella ricerca di una vita più dignitosa per voi e le vostre famiglie. A voi: o’scià!
Questa mattina, alla luce della Parola di Dio che abbiamo ascoltato, vorrei proporre alcune parole che soprattutto provochino la coscienza di tutti, spingano a riflettere e a cambiare concretamente certi atteggiamenti.
«Adamo, dove sei?»: è la prima domanda che Dio rivolge all’uomo dopo il peccato. «Dove sei Adamo?». E Adamo è un uomo disorientato che ha perso il suo posto nella creazione perché crede di diventare potente, di poter dominare tutto, di essere Dio. E l’armonia si rompe, l’uomo sbaglia e questo si ripete anche nella relazione con l’altro che non è più il fratello da amare, ma semplicemente l’altro che disturba la mia vita, il mio benessere. E Dio pone la seconda domanda: «Caino, dov’è tuo fratello?». Il sogno di essere potente, di essere grande come Dio, anzi di essere Dio, porta ad una catena di sbagli che è catena di morte, porta a versare il sangue del fratello!
Queste due domande di Dio risuonano anche oggi, con tutta la loro forza! Tanti di noi, mi includo anch’io, siamo disorientati, non siamo più attenti al mondo in cui viviamo, non curiamo, non custodiamo quello che Dio ha creato per tutti e non siamo più capaci neppure di custodirci gli uni gli altri. E quando questo disorientamento assume le dimensioni del mondo, si giunge a tragedie come quella a cui abbiamo assistito.
«Dov’è il tuo fratello?», la voce del suo sangue grida fino a me, dice Dio. Questa non è una domanda rivolta ad altri, è una domanda rivolta a me, a te, a ciascuno di noi. Quei nostri fratelli e sorelle cercavano di uscire da situazioni difficili per trovare un po’ di serenità e di pace; cercavano un posto migliore per sé e per le loro famiglie, ma hanno trovato la morte. Quante volte coloro che cercano questo non trovano comprensione, non trovano accoglienza, non trovano solidarietà! E le loro voci salgono fino a Dio! E una volta ancora ringrazio voi abitanti di Lampedusa per la solidarietà. Ho sentito, recentemente, uno di questi fratelli. Prima di arrivare qui sono passati per le mani dei trafficanti, coloro che sfruttano la povertà degli altri, queste persone per le quali la povertà degli altri è una fonte di guadagno. Quanto hanno sofferto! E alcuni non sono riusciti ad arrivare.
«Dov’è il tuo fratello?» Chi è il responsabile di questo sangue? Nella letteratura spagnola c’è una commedia di Lope de Vega che narra come gli abitanti della città di Fuente Ovejuna uccidono il Governatore perché è un tiranno, e lo fanno in modo che non si sappia chi ha compiuto l’esecuzione. E quando il giudice del re chiede: «Chi ha ucciso il Governatore?», tutti rispondono: «Fuente Ovejuna, Signore». Tutti e nessuno! Anche oggi questa domanda emerge con forza: Chi è il responsabile del sangue di questi fratelli e sorelle? Nessuno! Tutti noi rispondiamo così: non sono io, io non c’entro, saranno altri, non certo io. Ma Dio chiede a ciascuno di noi: «Dov’è il sangue del tuo fratello che grida fino a me?». Oggi nessuno nel mondo si sente responsabile di questo; abbiamo perso il senso della responsabilità fraterna; siamo caduti nell’atteggiamento ipocrita del sacerdote e del servitore dell’altare, di cui parlava Gesù nella parabola del Buon Samaritano: guardiamo il fratello mezzo morto sul ciglio della strada, forse pensiamo “poverino”, e continuiamo per la nostra strada, non è compito nostro; e con questo ci tranquillizziamo, ci sentiamo a posto. La cultura del benessere, che ci porta a pensare a noi stessi, ci rende insensibili alle grida degli altri, ci fa vivere in bolle di sapone, che sono belle, ma non sono nulla, sono l’illusione del futile, del provvisorio, che porta all’indifferenza verso gli altri, anzi porta alla globalizzazione dell’indifferenza. In questo mondo della globalizzazione siamo caduti nella globalizzazione dell'indifferenza. Ci siamo abituati alla sofferenza dell’altro, non ci riguarda, non ci interessa, non è affare nostro!
Ritorna la figura dell’Innominato di Manzoni. La globalizzazione dell’indifferenza ci rende tutti “innominati”, responsabili senza nome e senza volto.
«Adamo dove sei?», «Dov’è il tuo fratello?», sono le due domande che Dio pone all’inizio della storia dell’umanità e che rivolge anche a tutti gli uomini del nostro tempo, anche a noi. Ma io vorrei che ci ponessimo una terza domanda: «Chi di noi ha pianto per questo fatto e per fatti come questo?», Chi ha pianto per la morte di questi fratelli e sorelle? Chi ha pianto per queste persone che erano sulla barca? Per le giovani mamme che portavano i loro bambini? Per questi uomini che desideravano qualcosa per sostenere le proprie famiglie? Siamo una società che ha dimenticato l’esperienza del piangere, del “patire con”: la globalizzazione dell’indifferenza ci ha tolto la capacità di piangere! Nel Vangelo abbiamo ascoltato il grido, il pianto, il grande lamento: «Rachele piange i suoi figli… perché non sono più». Erode ha seminato morte per difendere il proprio benessere, la propria bolla di sapone. E questo continua a ripetersi… Domandiamo al Signore che cancelli ciò che di Erode è rimasto anche nel nostro cuore; domandiamo al Signore la grazia di piangere sulla nostra indifferenza, di piangere sulla crudeltà che c’è nel mondo, in noi, anche in coloro che nell’anonimato prendono decisioni socio-economiche che aprono la strada ai drammi come questo. «Chi ha pianto?». Chi ha pianto oggi nel mondo?
Signore, in questa Liturgia, che è una Liturgia di penitenza, chiediamo perdono per l’indifferenza verso tanti fratelli e sorelle, ti chiediamo Padre perdono per chi si è accomodato e si è chiuso nel proprio benessere che porta all’anestesia del cuore, ti chiediamo perdono per coloro che con le loro decisioni a livello mondiale hanno creato situazioni che conducono a questi drammi. Perdono Signore!
Signore, che sentiamo anche oggi le tue domande: «Adamo dove sei?», «Dov’è il sangue di tuo fratello?».

Al termine della Celebrazione il Santo Padre ha pronunciato le seguenti parole:
Prima di darvi la benedizione voglio ringraziare una volta in più voi, lampedusani, per l'esempio di amore, per l'esempio di carità, per l'esempio di accoglienza che ci state dando, che avete dato e che ancora ci date. Il Vescovo ha detto che Lampedusa è un faro. Che questo esempio sia faro in tutto il mondo, perché abbiano il coraggio di accogliere quelli che cercano una vita migliore. Grazie per la vostra testimonianza. E voglio anche ringraziare la vostra tenerezza che ho sentito nella persona di don Stefano. Lui mi raccontava sulla nave quello che lui e il suo vice parroco fanno. Grazie a voi, grazie a lei, don Stefano.