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martedì 5 maggio 2026

Desidero amicizia

Sundus Abdi
"Le persone desiderano l'amicizia": migliaia di persone accorrono per la rinascita di un gioco da tavolo sud-asiatico secolare. 
Il carrom, un gioco in cui i giocatori lanciano pedine nelle buche di un tabellone, ha attirato centinaia di persone a eventi in tutto il Regno Unito.
The Guardian, 5 maggio 2026

Lunedì sera, nella sala al piano superiore del Dishoom Permit Room a Notting Hill, l'atmosfera è già elettrizzante prima ancora che inizi la serata di giochi. Il chai viene versato e passato di mano in mano, il gesso viene spolverato sulle lavagne di legno e il secco ticchettio delle pedine che colpiscono la superficie sovrasta il brusio delle conversazioni.

A un tavolo, Uneeb Khalid, 39 anni, e il suo amico Varun Solan, 43 anni, sono immersi in una conversazione sull'intelligenza artificiale mentre fanno scivolare delle piccole pedine su una tavola di legno. Più tardi, arrivano al round finale e si classificano al secondo posto.

Intorno a loro, la stanza è in continuo movimento: i giocatori si spostano da un tavolo all'altro, le conversazioni si intrecciano e le partite riprendono in rapida successione. Inizialmente, sembra una semplice serata di giochi, ma per molti qui presenti rappresenta un senso di comunità in una città dove trovarne di simili sembra sempre più difficile.

Il gioco in questione è il carrom, un gioco da tavolo secolare originario dell'Asia meridionale, descritto come "una versione del biliardo con le dita" e paragonato alla dama. I giocatori colpiscono un dischetto con le dita per imbucare piccole pedine nelle buche d'angolo del tabellone, con l'obiettivo di liberare le proprie pedine prima dell'avversario. È un gioco praticato da generazioni in tutta l'Asia meridionale e nella diaspora, e ora è al centro di una crescente rinascita a livello locale nel Regno Unito.

Abdus Khan è l'ideatore di Karrom, una comunità nata nel Regno Unito attorno al carrom. Foto: Jill Mead/The Guardian

Dietro la sua rinascita nel Regno Unito c'è Abdus Khan, 31 anni, fondatore di Karrom, una community nata attorno al gioco che ora conta circa 12.000 persone nel Regno Unito.

La richiesta di eventi come questo è aumentata vertiginosamente. Solo per questa serata, 800 persone hanno cercato di acquistare i biglietti, ma solo 44 sono riuscite ad assicurarsi un posto. Un recente torneo della Super League tenutosi al Boxpark Wembley ha attirato 600 persone, tra giocatori e spettatori, in quello che Khan spera sia l'inizio di un circuito ricorrente.

Per Khan, il fascino della comunità e del gioco risale al suo primo ricordo di una visita ai parenti in Bangladesh da bambino. "Fu la prima volta che giocai a carrom e una delle esperienze più divertenti che abbia mai vissuto da bambino", racconta. La sua famiglia portò poi nel Regno Unito proprio quella tavola, che lui possiede ancora oggi.

"È sinonimo di alcuni dei ricordi più preziosi che abbia mai vissuto", afferma. "Al centro di tutta quella felicità, di quelle risate e di quel senso di comunità c'era quella tavola da surf."

Sebbene le sue origini siano ampiamente dibattute in India, Bangladesh, Pakistan e persino nello Yemen, Khan afferma che il gioco ha sempre significato più della semplice geografia. "È una grande celebrazione dell'unione tra comunità e culture, e un modo per avvicinare le persone", afferma.

Quel senso di appartenenza è evidente durante le serate di giochi. Uneeb, che ha imparato a giocare dalla nonna, afferma che questa rinascita è stata sorprendente. "Pensavo che stesse morendo lentamente", dice. "Avrei pensato che il biliardo fosse più popolare tra le giovani generazioni. Sono contento di vedere così tanti giovani interessati... è un piacevole diversivo dai nostri schermi."

Altri si sono avvicinati a questo mondo più di recente. Zara Chechi, 29 anni, ha scoperto la community su Instagram lo scorso autunno. "A molti di noi manca l'aspetto comunitario, il frequentare le case delle persone, stare in mezzo a famiglie di diverse generazioni", afferma. Per compensare questa mancanza, Zara dice di aver usato i social media per trovare eventi e persone con interessi simili con cui "connettersi di persona piuttosto che online".

domenica 26 ottobre 2025

I mondi di una scrittrice indimenticabile

Amaury da Cunha
Le mille e una vita di Colette in mostra a Parigi

Le Monde, 25 ottobre 2025 

Sebbene Colette (1873-1954) sia ancora celebrata per i suoi romanzi intimi, sensuali e poetici – in particolare la serie Claudine (1900-1903), Le Blé en herbe (1923) e La Chatte (1933) – in cui, secondo Jean Cocteau , sapeva "trasformare il quotidiano in mito e l'ordinario in arte" , abbiamo forse dimenticato altri aspetti della sua esistenza. Formidabile tuttofare, scrittrice, giornalista, ballerina, Colette non ha mai smesso di reinventarsi. "Ricominciare, ricostruire, rinascere, non è mai stato al di là delle mie forze" , scrisse ne La Naissance du jour nel 1928. Sapevate, ad esempio, che nel 1932 aprì un salone di bellezza a Parigi, in rue de Miromesnil? O che diede la sua immagine a una pubblicità per le sigarette Lucky Strike?

Presentata alla BNF, nel momento in cui la sua opera diventa di pubblico dominio, l'affascinante mostra "I mondi di Colette" offre un viaggio attraverso cinque temi ("Memorie sensibili", "Il mondo", "Scrivere se stessi", "Il tempo" e "La carne") attraverso oltre 300 documenti: manoscritti, disegni, dipinti, libri illustrati, fotografie, tra cui diversi inediti. "Nel progettare questa mostra, siamo partiti dalla constatazione che l'opera di Colette, spesso descritta come molto classica, avrebbe potuto benissimo essere annientata dalla seconda metà del XX secolo "  , spiega Laurence Le Bras, co-curatrice della mostra, con Emilie Bouvard e Julien Dimerman (tutti e tre co-direttori del libro I mondi di Colette, Gallimard/Bibliothèque nationale de France, 258 pagine, 35 euro) a " Le Monde des livres" . Tuttavia, continua a parlarci, nella sua capacità di trattare molti argomenti, come l'amore, con grande libertà e senza mai esprimere giudizi morali. Abbiamo voluto rivisitare la sua opera partendo dai motivi principali che la strutturano.

Le regole del gioco

Entriamo nella mostra attraverso la porta dell'infanzia. È un periodo di meraviglia, attorno alla città natale di Saint-Sauveur-en-Puisaye (Yonne), dove la madre di Colette, Sido, la introdusse alla fauna e alla flora, fonti inesauribili della sua opera futura. La scrittrice ricorderà questa ingiunzione materna alla contemplazione, in particolare in Regarde… (1929), un'opera dedicata agli animali del mare, illustrata da Mathurin Méheut (1882-1958). "Il mio sguardo scruta la valle sottomarina e gli alberi che risvegliano lentamente tante vite segrete ", scrisse. Colette collaborò anche con l'artista Raoul Dufy e con il compositore Maurice Ravel, per perpetuare questo spirito infantile.

Perché l'opera e la vita di Colette obbediscono a una sola regola: quella del gioco, che è un percorso tortuoso e rischioso verso la libertà. È ciò che la mostra mostra con grande efficacia, grazie alla sua scenografia aperta e circolare, dove si incontrano tutte le avventure di Colette. Il suo divorzio da Willy, nel 1910, segna l'inizio di questa conquista. Liberata dal marito-editore che aveva firmato i suoi primi romanzi, Colette finalmente si appropria della propria voce. Attraverso i suoi molteplici "avatar" , esplora la scrittura del desiderio femminile e inventa, in anticipo sui tempi, l'autofiction. "Riesci a immaginare, leggendomi, che io stia dipingendo il mio ritratto? Pazienza: è solo il mio modello" , scrisse in  La nascita del giorno , sfumando così i confini tra realtà e finzione. Da ballerina di music-hall a giornalista appassionata di cronaca nera – nel 1921 seguì il processo Landru per  Le Matin – fino ad affermata scrittrice e membro dell'Académie Goncourt, Colette appare come un uccello strano, difficile da afferrare. Lei stessa ammetteva: "Sono composta da una successione di sé che si rinnegavano a vicenda"

A Jean Cocteau, che voleva svelare il "mistero Colette", diede una risposta splendidamente disarmante. In una sequenza di un film girato nel 1952, due anni prima della sua morte, la scrittrice, indebolita dalla malattia e reclusa nel suo appartamento al Palais-Royal, gli confida di amare sopra ogni cosa il non fare nulla. "Cosa intendi per non fare nulla?" chiede Cocteau, aspirando una boccata di sigaretta. La bella voce di Colette, con il suo forte accento borgognone, ravviva improvvisamente il suo volto stanco: "Intendo il non fare nulla dedicandomi a molte occupazioni diverse. Perché anche l'ozio è una professione..."

sabato 23 novembre 2024

La trottola che vola



Petrusino. Secondo alcuni la parola deriverebbe dal greco petroselinon, πέτρος σελινον, dove selinon sta per sedano. Forse non è necessario cercare tanto lontano, esistendo in latino il vocabolo petrosilium, prezzemolo. Senza contare che in botanica si registra la varietà petroselinum crispum neapolitanum. La parola è legata in particolare a un modo di dire: petrusino, ogne menesta. La formula indica una persona che si intromette in ogni discussione, che non perde mai l’occasione per mettersi in “mezzo”. Ma perché paragonarla al prezzemolo? Il rapporto con questa erba è facile da cogliere. Il prezzemolo, infatti, è usato se non in tutte ma di certo in moltissime pietanze, è sempre chiamato in causa dunque, soprattutto quando si parla di minestre. Ecco dunque l’ispirazione per il detto napoletano. Ad una persona che si infila sempre in ogni discussione, anche quelle che non la riguardano, si dice che sembra un prezzemolo in ogni minestra. In fondo chi si esprime in questa maniera ammette che l'intrusione può avere ogni volta le sue ragioni pur trovandone eccessiva la frequenza o la ripetizione. Nothing personal, in altri termini: l'osservazione sgradevole non comporta l'intenzione di offendere. 

Picca La parola figura tra quelle di origine greca nell'elenco tracciato da Rohlfs  ("Mundarten und Griechentum des Cilento"). L'etimologia potrebbe rinviare a πολύ λίγο molto poco. Picca si ritrova in napoletano, in siciliano e nei dialetti cilentani e lucani. Ѐ tra le parole usate da Camilleri nei suoi romanzi. In siciliano esistono i proverbi: cu' picca havi, caru 'u teni, "chi poco ha, caro se lo tiene" e cu' picca parra, picca sbagghia, "chi poco parla, poco sbaglia". 

Strummolo. L'etimologia rimanda alla parola greca strombos (στρόμβος, manovellao strobilos (στρόβιλος), cioè "turbina" o "mulinello"Strombos e stròbilos si ritrovano ugualmente nel nome del vulcano Stromboli. Come oggetto, 'u strùmmolo è un piccolo cono di legno con una punta di acciaio. Funziona come una trottola. Si trattava più che altro di un gioco tra ragazzi da praticare per strada soprattutto nelle giornate invernali. Per ottenere la rotazione dello strummolo occorre avvolgere una cordicella intorno al cono, partendo dalla punta. Una volta terminato l'avvolgimento, tirando con uno strappo la cordicella e lanciando la trottola per terra, si ha l'effetto della rotazione. Il cono di legno con il chiodo in punta in italiano porta il nome di picchio; nelle valli piemontesi si parla di sàtula o sòtula. Già il giocattolo che si stacca dalla mano, vola per aria e si posa al suolo restando dritto e mettendosi a girare rappresenta una prodezza che ha qualcosa di magico. I più bravi riuscivano a ”raccogliere” lo strummolo: mentre questo girava il ragazzo inseriva sotto al chiodo la propria mano aperta, facendo salire la trottola sul palmo, nello spazio tra il dito indice e il medio tenuti divaricati, e lo strummolo continuava a girare sul palmo della mano, finché avesse forza. Più spesso il picchio dava luogo a delle gare che potevano essere di due tipi.  In un caso, vinceva chi faceva durare più a lungo il movimento della trottola.  Occorreva scegliere il punto più adatto per il lancio. La dimostrazione di bravura presupponeva un lungo apprendimento e un costante esercizio. Bisognava calcolare la lunghezza dello spago: uno troppo corto non avrebbe impresso alla trottola il movimento rotatorio sufficiente a tenerla per molto tempo in piedi; uno troppo lungo non si sarebbe svolto in tempo da liberare lo strumento prima che questo avesse raggiunto il suolo. Bisognava anche graduare la forza di lancio: lanciare con molta forza avrebbe trasformato il lancio in una fiondata; un tiro troppo debole avrebbe fatto semplicemente cadere a terra la trottola. L'altro tipo di gara era detto spacca strummolo (spacca picchio, spicàs nelle valli piemontesi) ed era riservato ai ragazzi più grandi e provetti. Si sorteggiava, tra i due contendenti, chi dovesse ”mettere sotto” il suo strummolo, cioè deporlo a terra a costituire bersaglio. L’altro avvolgeva lo spago alla sua trottola e la lanciava levando al massimo il braccio in modo da imprimere allo strumento la massima forza. Se la trottola colpiva quella giacente a terra, questa quasi sempre si spaccava perché il chiodo della punta faceva da cuneo: lo strumento colpito era perduto. Se il giocatore non aveva colpito il bersaglio, la sua trottola diventava bersaglio e l’altro giocatore provava a sua volta a spaccarla. Era un gioco crudele, che lasciava l’amaro in bocca anche ai ragazzi che avevano assistito al duello. 
Per sganciare lo strùmmolo vi erano tre modi: il tirafilaccio, che si effettuava tenendo la trottola a punta in giù e tirando indietro lo spago con forza a livello del suolo; sottemàne (d’sutmëŋ, in Piemonte) che consisteva nel tenere l'ultimo tratto dello spago tra l'anulare e il mignolo, stringendo la trottola in pugno e volgendone la punta verso il  basso: era il lancio dei principianti e aveva il difetto di dare poca forza alla trottola;  ncoppamàno (d‘giurmëŋ, in Piemonte)  era la maniera degli esperti e consisteva nel tenere la trottola in pugno con la punta in alto, con lo spago tra l'anulare e il mignolo, sicché quando si effettuava il lancio, bisognava far ruotare la mano sul polso per far cadere la trottola a punta in giù.





giovedì 11 novembre 2021

Françoise Hardy, una canzone in forma di scioglilingua

Sous aucun prétexte Je ne veux Avoir de réflexes Malheureux Il faut que tu m'expliques Un peu mieux Comment te dire adieu Mon cœur de silex Vite prend feu Ton cœur de pyrex Résiste au feu Je suis bien perplexe Je ne veux Me résoudre aux adieux Je sais bien qu'un ex-amour n'a pas de chance, ou si peu Mais pour moi un explication vaudrait mieux Sous aucun prétexte Je ne veux Devant toi surexposer mes yeux Derrière un kleenex Je saurais mieux Comment te dire adieu Comment te dire adieu Tu es mis à l'index, nos nuits blanches, nos matins gris-bleu Mais pour moi une explication vaudrait mieux Sous aucun prétexte Je ne veux Devant toi surexposer mes yeux Derrière un kleenex Je saurais mieux Comment te dire adieu Comment te dire adieu Comment te dire adieu Source : Musixmatch Paroliers : Jack Gold / Arnold Goland https://www.youtube.com/watch?v=mwhX5V1Gn6w