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martedì 7 luglio 2015

Luca Rastello scrittore

... Luca Rastello è stato uno dei maggiori narratori della "guerra in casa", ossia alle nostre porte, nella ex Jugoslavia. Tuttavia il giornalismo d'inchiesta, quello autentico, non la fuffa da talk show di certi "specialisti" che ammorbano i canali televisivi, era la sua autentica passione. Che traslava in un racconto continuo, il quale si faceva letteratura viva, senza per questo diventare narrazione fantasiosa. E' il reale, sembrava volerci dire, che riesce a superare le nostre più vivaci ipotesi. Non di meno, il suo stile era sobriamente disincantato rispetto alle mitologie che attraversano (ancora) certe parti politiche, bisognose di autoingannarsi. Un libro come "i buoni" è un buon vademecum, abrasivo come lo può essere unicamente un testo che ti dice che devi imparare a camminare da solo, con le tue gambe, poiché maîtres à penser, soloni e narcisi parlano di "collettività" pensando che coincida con la propria persona. Costruendoci sopra un vero mercato del sentimento politico. Luca ci dice che spesso rimaniamo soli, cosa che ci angoscia. Ma che la nostra solitudine può essere il punto di partenza non di una nostalgia senza rimedio bensì della capacità di congedarci da una parte di noi stessi per diventare qualcosa d'altro. Non si tratta di rinnegare e neanche di rimuovere ma di capire che ci sono stagioni dell'esistenza che, come tali, vanno affrontate con la giusta dose di disincanto, senza cadere nella malattia del cinismo. Riposa in pace, dunque. Noi cercheremo di proseguire il tuo lavoro, sia pure con la modestia che ci deve appartenere. (Claudio Vercelli)

Goffredo Fofi
La voce libera di Luca Rastello
Internazionale, 7 luglio 2015

Scompare con Luca Rastello la voce libera di una persona d’eccezione, che ha avuto tra i suoi grandi meriti anche quello di salvare, con pochi altri, l’onore della generazione cresciuta negli anni sessanta e settanta del secolo scorso, nel pieno di un forte scontro sociale e poi dentro il riflusso e nel vivo di una radicale mutazione della scena politica causata dalla radicale mutazione dell’economia e dalla totalizzante invadenza dei nuovi mezzi. E insieme a rarissimi altri di salvare l’onore (forse insalvabile da tempo) del nostro giornalismo.
Ho conosciuto Luca assai presto, nella redazione dell’Indice, quando quella rivista era nei suoi primi anni e aveva ambizioni che andavano oltre il ristretto cerchio universitario torinese. In quegli anni (gli ottanta) due erano i giovani più promettenti espressi da quelle pagine, lui e Alessandro Baricco, che scelse una strada molto diversa dalla sua.
Dell’Indice Luca fu per un breve tempo anche direttore, nella vana impresa di rimetterla al passo con i problemi dell’epoca, e ricordo con qualche commozione che, quando fu incaricato di quest’impresa impossibile, venne con me a trovare Nuto Revelli a Cuneo come per averne una benedizione, un’investitura che andasse di pari passo con quella di un’altra grande resistente, Bianca Guidetti Serra.
Gli interessi del giovane Luca vertevano sulla letteratura dei paesi dell’est europeo, e fu trattando di questa che cominciò a collaborare con Linea d’ombra, spostandosi più tardi dalla letteratura alla politica (all’economia, alla società) ma senza rinunciare all’amore per i buoni romanzi e alla curiosità per i nuovi scrittori.
La svolta fu la guerra fratricida nella ex Jugoslavia (ma tutte le guerre sono fratricide e tutte sono “civili”, ci hanno detto i classici), quando la seguì come inviato sui luoghi ma anche come operatore sociale a Torino, attivo nell’assistenza ai profughi, ai cacciati, agli esuli.
Raccontò quest’esperienza in La guerra in casa (1998), un saggio-narrazione di eccezionale intelligenza e rigore morale, i due caratteri che più lo distinsero. Vi si esprimeva una convinzione che non è mai venuta meno, di non fare mai il reduce, di abitare appieno il proprio presente.
Alla confluenza tra inchiesta e saggio, gli fecero seguito Io sono il mercato (Chiarelettere; sull’economia della droga), La frontiera addosso (Laterza; sui diritti dei rifugiati), Binario morto (Chiarelettere; sull’assurdità della Tav, che è anche il libro più onesto tra quanti hanno cercato di raccontare la risposta dei no Tav).
Con il tempo, ci si renderà conto che questi libri sono tra i pochi da salvare nella marea di carta inutile e predicatoria – e quasi sempre ipocrita – che i giornalisti italiani e i loro fratelli guru hanno dedicato a questi argomenti fondamentali, per farsene belli e non per la ricerca della verità e l’incitamento a una reazione limpida e attiva.
Allo stesso modo, si può essere certi che tra i pochissimi romanzi che resteranno dei mille che hanno affrontato gli argomenti più forti del nostro tempo, saranno in prima fila i due che egli ha scritto, tornando alla sua prima vocazione, Piove all’insù (Bollati Boringhieri 2006) e I buoni (Chiarelettere 2014), il primo sulla “vera storia” della sua generazione (e gli anni del movimento e poi del terrorismo e poi dell’accettazione) e il secondo sull’ipocrisia che, volenti o no, ha riguardato e riguarda coloro che in questi ultimi decenni hanno scelto di occuparsi del prossimo, partendo da motivazioni alte e finendo nella costruzione di nuovi aree di privilegio e nelle povere pratiche della sopravvivenza, nonché della guerra tra poveri.
Del primo romanzo si colse la qualità artistica più facilmente che del secondo, variamente osteggiato da coloro di cui trattava, appunto “i buoni”. Ma I buoni resta anzitutto un grande romanzo “dostoevskiano”, forse unico nella nostra letteratura.
Sulla figura e l’opera di Luca Rastello si dovrà tornare spesso, nei prossimi tempi, perché sono tra le più belle e più esemplari tra quelle che hanno agito in questi anni e hanno cercato di investigarne le tensioni, gli interessi, le brutture e disgrazie e le pochissime grazie, così come si è finito per tornare così spesso a un’altra figura esemplare della generazione appena precedente la sua, quella di Alex Langer, altro amico indimenticabile.
La sua limpidezza morale, la franchezza delle sue polemiche (assumendosi tutta la fatica del rispetto verso gli avversari), la sua bravura “tecnica” di giornalista in anni in cui il buon giornalismo è andato morendo, la sua capacità di leggere i movimenti della storia e dell’economia (le guerre per l’energia che stanno alle spalle di tutto), la sua ostinazione nel cercare anche tra i “buoni” i buoni veri così come li è andati trovando anche tra i reietti, la sua capacità di fare di tutto questo narrazione e comunicazione chiarificatrici e coinvolgenti, il suo umano calore privo di qualsivoglia calcolo e opportunismo, e infine la sua guerra contro una malattia per la quale lo si dava per spacciato già una dozzina di anni fa e contro la quale lottò instancabilmente – lavorando in ogni pausa lunga o breve concessa dal dolore sostenuto da un grandissimo amore per la vita e dalla convinzione di poter portare un contributo anche a battaglie che si sospettano già perdute.
Addio, Luca, i tuoi pareri e le tue conoscenze, i tuoi consigli ci mancheranno tantissimo. Ti salutiamo abbracciando le tue splendide figlie, che così tanto hai amato. 

°°°

Andrea Cortellessa
Un coraggio da fantascienza. Ricordo di Luca Rastello
  Le parole e le cose, 7 luglio 2015


  E così, alla fine, l’ha avuta vinta la scienza. Ma Luca Rastello, che invece tanto amava la fantascienza, ha tenuto duro così a lungo che avevamo finito per abituarci al miracolo: noi, che ai miracoli siamo stati educati a non crederci. Senz’altro era più laica di me l’amica comune che ci aveva presentati, Lidia De Federicis, che negli ultimi tempi mi telefonava essenzialmente per parlarmi di due suoi amici (che ora, come lei, non ci sono più) i quali, per motivi diversi, la riempivano di stupore: uno era Nico Orengo e l’altro era appunto Luca Rastello. Ogni volta Lidia mi ripeteva che non si poteva attribuire ad altro che a un miracolo, appunto, la sua sopravvivenza: tale da lasciare stupefatti i medici che l’avevano in cura. Quando il cancro l’aveva aggredito, quei medici gli avevano dato al massimo sei mesi di vita; da allora, erano passati sei anni. E altri quattro ne sono passati, se è per questo, da quando Lidia ci ha lasciati. In questi dieci anni in proroga – vissuti bruciando al doppio della luce, come il replicante in quel film che, scommetto, gli piaceva – il giornalista Rastello aveva fatto in tempo a fare una “muta” che tanti, troppi suoi colleghi hanno tentato e continuano a tentare invano: ed era divenuto lo scrittore Rastello. Il giornalista era un eccellente giornalista (e quello, fino alla fine, era tornato a essere; lavorava nella redazione torinese della «Repubblica», e negli ultimi anni ha pubblicato reportages importanti, anche in volume: sulla famigerata linea Torino-Lione, sulle narcomafie, sulla lobby dei diritti umani…) ma lo scrittore, col suo primo libro di narrativa, aveva messo d’accordo un po’ tutti: chi aveva scritto Piove all’insù, per quanto lo si possa dire di un nostro contemporaneo, era un grande scrittore.
Che fosse un tipo fuori del comune lo aveva già mostrato, in effetti, col suo primo libro: un reportage dai Balcani doloroso e tagliente, che non faceva sconti a nessuno e che era uscito proprio alla vigilia di quel 1999 in cui la sinistra italiana di governo, violando l’articolo 11 della Costituzione, con me, per quel che valeva, aveva chiuso. Lo incontrai proprio in quelle settimane furibonde, mentre piovevano bombe su Belgrado, nella redazione dell’«Indice» di cui per breve tempo fece il direttore e al quale all’epoca, grazie all’affetto di Lidia, collaboravo intensamente. Aveva insistito lei, ovvio, perché ci conoscessimo di persona, e ricordo benissimo quel nostro primo incontro. Cominciò come uno scontro, finì con un abbraccio. Avevo letto La guerra in casa, naturalmente, e lo avevo trovato tanto importante quanto ambivalente. Con l’arroganza dei miei trent’anni partii lancia in resta; lo sfidai su tutto, inossidabile di ragioni che lui con lucida pazienza, incuriosito e forse un po’ divertito dalla mia esagitazione, smontava una dopo l’altra. Poche volte ho avuto modo di assistere tanto plasticamente alla demolizione di un’ideologia sulla base dell’esperienza diretta; e purtroppo, nella circostanza, il demolito ero io.
Malgrado allora Rastello mi avesse tanto impressionato, quando nel 2006 apparve da Bollati Boringhieri Piove all’insù, fu una sorpresa anche per me. Perché la scommessa di quel libro (come scrissi nella recensione che pubblicò «Tuttolibri»...) era, per uno scrittore italiano della sua generazione (Rastello era nato nel ’61), non una scommessa bensì la scommessa. E la cosa da fantascienza è che quella scommessa impossibile Rastello, against all odds, l’aveva vinta. Andai a trovarlo nella sua casa di Torino, insieme a un altrettanto ammirato Daniele Giglioli. Volevamo fargli un’intervista, non ricordo più per quale sconsiderato progetto editoriale, poi naturalmente naufragato. E gli rubammo un intero pomeriggio, di quel suo prezioso tempo in proroga. Ma Rastello, anzi Luca, sembrava contento. Contento di spiegare come era nato quel libro, da dove veniva, cosa voleva essere.
Quel nostro secondo incontro mi impressionò come e più del primo. Eppure non ci siamo più visti. Nel suo ultimo anno Luca ha scritto un altro libro che veniva a sua volta da lontano, e al quale con tutta evidenza annetteva grande importanza, I Buoni. Non mi convinse. Forse gli aveva dato persino troppa importanza; il fatto – cui, accettato il miracolo, ormai non pensavo più – è che quel libro, con ogni probabilità, lui sapeva sarebbe stato l’ultimo. I registri del reportage e del romanzo, che nei due libri precedenti avevano raggiunto – ciascuno per suo conto – l’eccellenza, mi pareva non fossero riusciti a mescolarsi del tutto; e spesso faceva capolino un’intenzione polemica “a chiave” che chi conosceva le persone, e le situazioni, ci mise pochissimo a denunciare (non senza, magari, qualche strumentalità). Le polemiche furono violente, e Luca ci rimase male; in minima parte, temo, anche per la mia freddezza. Così io resto qui, ora, coi suoi libri, e con la faccia rossa. Non solo per quella mattina all’«Indice».


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http://www.eastjournal.net/lettera-in-memoria-di-luca-rastello/61900


lunedì 6 ottobre 2014

Stendhal, politica e passioni. La Certosa di Parma

Irving Howe
Politica e romanzo 
traduzione di Giulio De Angelis
Lerici, Milano 1962 [Politics and the Novel, 1957]

Stendhal (1783-1842), pochi mesi prima della sua morte a Civitavecchia, luglio 1841. Disegno di Henri Lehmann, Grenoble, Museo Stendhal

La Certosa di Parma esprime il distacco più completo di Stendhal dal mondo contemporaneo e il suo trionfo più completo su di esso; il romanzo è l’espressione più completa della sua alienazione rispetto alla sua epoca e del suo rifiuto di lasciarsi bloccare da quella alienazione. La Parma di Stendhal non appartiene né al XIX° secolo né, come hanno sostenuto alcuni critici, all’epoca di Machiavelli; è indipendente dal tempo e dallo spazio, un modello in formato ridotto di governo autocratico; qui la politica, per un paradosso che è la molla segreta della grandezza di Stendhal, si presenta ai nostri occhi con l’evidenza rappresentativa di una parabola e con la stilizzata illogicità di un’opera lirica. La maggior parte dei romanzieri che volgono la loro attenzione alla politica - penso soprattutto a Conrad - tendono a considerarla un ostacolo che il mondo interpone sulla strada che porta alla felicità. Anche Stendhal vede la politica sotto questa luce, ma il suo modo di considerarla e di accostarsi ad essa è molto più complesso. La politica impedisce al conte Mosca e alla duchessa Sanseverina di godersi quella felicità che sarebbe alla loro portata, impedisce a Fabrice di fuggire con la sua cara, piccola Clelia; la politica è quella forza dei mondo esterno che impedisce agli uomini di seguire i loro più sani istinti ma è anche qualcos’altro e di ciò si tendono conto pienamente solo Stendhal e Dostoevskij tra i romanzieri dell’Ottocento: è un modo di sfogare quelle stesse passioni che essa soffoca; essa non è solo un ostacolo per la volontà ma anche uno stimolo e una sfida; essa non è semplicemente un invito alla pusillanimità ma, a volte, un invito all’eroismo.
Le possibilità di azione politica sono assai limitate nella Parma stendhaliana: non ci sono partiti veri e propri, si diffida delle idee, la gente è stupida e il monarca, pur non essendo un sovrano assoluto, ha abbastanza forza da influenzare a suo piacimento la vita quotidiana dei suoi ministri e della sua corte. La delusione crescente per il mondo della politica da parte di Stendhal (La Certosa occupa nella sua carriera letteraria un posto analogo a quello de La tempesta nell’opera di Shakespeare) fa sì che in tutto il romanzo egli studi il potere nel suo aspetto meno favorevole, come una vile assurdità da parte di coloro che lo esercitano, una continua minaccia per gli uomini intelligenti e una sicura fonte di corruzione per i deboli. Il potere è qualcosa che bisogna imparare a sfuggire o a blandire, o ci si sottrae ad esso o ci si viene ai patti. I protagonisti del romanzo si preoccupano ripetutamente del problema che avrebbe affascinato Stendhal nei suoi ultimi anni: come gabbare chi ci governa. L’atteggiamento di Stendhal nei confronti del potere non è quello di chi è in cima alla scala sociale o in fondo ad essa, ma piuttosto di chi vi si trova al margine.
Le tre figure centrali rappresentano tre atteggiamenti possibili nei riguardi del potere e tre diversi modi di distanziarsi da esso. Mosca lo domina e lo manovra, pur considerandolo, in privato, una farsa; la Sanseverina lo tollera ma è sempre pronta a contrastarlo con tutta la forza dei suoi appetiti; Fabrice si piega davanti ad esso con l’inchino del cortigiano e del chierico ma rimane fondamentalmente indifferente alle sue istanze. Stendhal partecipa di tutt’e tre questi atteggiamenti ma di nessuno dei tre esclusivamente.
Mosca è un uomo che crede nella stabilità, se non nella saggezza, del mondo sociale. In gioventù ha combattuto negli eserciti di Napoleone, ora « i traveste come l’attore che recita una farsa per conquistarsi un’elevata posizione sociale e qualche migliaio di franchi all’anno». La parola chiave è «farsa», che Mosca usa ripetutamente nel parlare delle cose di Parma, ed è una chiave che Stendhal offre ai suoi lettori i quali però di rado ne fanno l’uso dovuto. Mosca ha dovuto adattarsi all’ambiente ma non ne accetta l’ipocrisia. Egli sa che quando si occupa della ricerca notturna degli assassini sotto il letto di Ernesto IV, tanto lui quanto il monarca si rendono ridicoli. Egli mal sopporta il peso del potere; per lui è già un tormento atteggiare il viso all’espressione solenne richiesta dalle circostanze; ed egli sa che la prudenza continua impostagli dalla sua posizione politica finirà per indebolirlo sia come uomo pubblico che come privato. Egli è coraggioso ma non eroico, intelligente ma non produttivo. Non si illude affatto di coprirsi di gloria o di ammantarsi di bontà e come molti uomini che non sono troppo cinici ma si sentono obbligati ad accettare compiti estremamente sgradevoli, egli posa a cinico e cosi riesce a prevedere, accentuare e quindi disarmare le critiche che possono esser mosse contro di lui. Poiché egli conosce il viver del mondo: quando Fabrice suggerisce di esser inviato davanti a « dei magistrati che giudichino secondo coscienza », Mosca replica con disarmata dolcezza: « Lei mi farebbe cosa gratissima... se mi desse gli indirizzi di quei magistrati; scriverò loro stasera, prima di andare a letto».
Mosca ha un concetto altissimo dell’onore personale e sa che nel suo mestiere, come nel suo ambiente, esso non può non ricevere gravi colpi; ma la grande difficoltà - che per poco non lo manda in rovina - consiste nel fatto che, avendo perso lo slancio liberale della sua giovinezza, egli ora si preoccupa dei meccanismi più che degli scopi del governo. Egli non è ubriaco di potere, non desidera offendere né umiliare nessuno, si sforza d’impedire a Ernesto IV di far disonore al posto che occupa ma agisce più per impulsi disordinati che per una convinzione morale. Mosca è una brava persona, ma gli manca una fede. Egli non sa mai resistere alla tentazione - quella del professionista - di indicare al monarca da lui disprezzato come meglio svolgere la sua spregevole politica; ad esempio, egli dice ad Ernesto IV che il problema dei Carbonari può esser risolto in due modi: facendo uccidere diecimila ribelli o facendo concessioni liberali al popolo. Il consiglio è intelligente; noi sappiamo con certezza quale di queste due alternative preferisca Mosca ed è probabile che egli abbia esagerato il numero delle vittime necessarie per indurre alla mitezza Ernesto IV; ma il guaio è che Mosca pensa in termini di pura « arte del governare », escludendo dal suo orizzonte quegli essenziali problemi di valore che gli imporrebbero di formulare anzitutto un vero e proprio giudizio sui Carbonari. [...]
Numerosi critici hanno detto che nella figura di Mosca Stendhal impersonava una sua visione machiavellica della politica; Arnold Hauser, uno dei migliori critici di tendenza sociologica della nostra epoca, afferma che i romanzi di Stendhal sono « corsi di lezioni di amoralismo politico » e cita sottoscrivendola l’osservazione di Balzac, secondo cui La Certosa è il romanzo che avrebbe scritto il Machiavelli se fosse vissuto nell’Italia del XIX secolo e ne fosse stato messo al bando. [...]
La Sanseverina, superba figura femminile per la quale i critici letterari hanno veramente perso la testa, s’intrufola anch’essa negli intrighi politici parmensi, ma né lei né nessun altro si chiede mai quale valore essa annetta alla politica. Essa si interessa alla politica non come un mezzo per indagare i conflitti sociali o per placare desideri sfrenati di potere, ma come ad una forma d’azione che dà il massimo rilievo al profilo del carattere umano. Essa giudica Ernesto IV più come uomo che come monarca (e non giova molto), essa sfrutta il timore reverenziale del plebeo Arcivescovo Landriani di fronte ai titoli nobiliari, essa è affascinata dal liberalismo da Robin Hood di Ferrante Palla, essa valuta con ammirevole esattezza quanto Fabrice sia distaccato dal mondo. In tutte le sue reazioni essa è sempre molto immediata e naturale: è una delle figure meno snob di tutta la letteratura mondiale. 
La Sanseverina è una romantica che incarna nei rapporti personali l’ideale napoleonico o, per lo meno, quel principio come viene inteso e sublimato da Stendhal. La grande passione della sua vita è il suo sentimento per Fabrice, che è più di un amore incestuoso, pur essendo certamente anche questo, in quanto implica il desiderio di trovare un sostegno spirituale in un’altra persona e in tal modo ricostruirsi un’esistenza. In virtù della forza di un altro essere essa vorrebbe tornare alla condizione della sua giovinezza, non per dominare Fabrice ma per entrare in comunità spirituale con lui. Essa ammira la generosità, l’impetuosità, la gaiezza, la passione - e una certa mancanza di scrupoli e di pietà nel conquistarsele. Alla fine del libro, essa accetta il suo destino che è quello di sposare Mosca e abbandonare Fabrice. Come si esprime mirabilmente Stendhal « la contessa, a farla breve, appariva esteriormente felice in tutti i sensi ».
Il predominio della Sanseverina su Mosca rappresenta la vittoria dell’espagnolisme sull’astuzia calcolata, la forza con cui il desiderio si fa beffa dei freni della cautela. Nel disegnare il personaggio con un’affettuosità di cui è difficile trovare l’uguale in letteratura, Stendhal ci lascia capire che dovunque la passione sia piena e vitale, la moralità ne soffre un po’. La Sanseverina sembra oltrepassare spesso i confini della morale; ma abbiamo l’impressione che nel suo caso si tratti più di una impenetrabilità alle esigenze morali, come se fosse una qualche maestosa forza di natura, che d’un nietzschiano mutamento di segni di valore.
Fabrice si tiene lontano, e parecchio, dal mondo della politica. Non che manchi di opinioni politiche: Stendhal si preoccupa che ne sia debitamente fornito. Ma Fabrice non si interessa seriamente di politica; il mondo gli impone le sue esigenze molto meno che a Julien Sorel. A differenza di Julien egli è in genere una figura passiva, e lo è nonostante la sua partecipazione a Waterloo e la sua fuga dalla torre. Egli comincia a far uso della sua volontà solo quando si tratta di conquistare Clelia - cioè, di abbandonare il mondo di Mosca e della Sanseverina, il mondo della politica e della cosa pubblica. Come Il rosso e il nero, La Certosa di Parma termina con una strana cerimonia sacrilega nella quale vi è nondimeno una vena notevole, anche se soffocata, di sentimento religioso. I sermoni di Fabrice sono violentemente falsi, sono sermoni neri, poiché egli non è un uomo religioso; ma essi esprimono una genuina esigenza sentimentale, un autentico bisogno di purezza e di esaltazione, un desiderio di predicare, sebbene in realtà egli non abbia alcun messaggio, né per sé né per i suoi ascoltatori, esclusa l’espressione pura e semplice di quel desiderio.
Psicologicamente Fabrice soffre di una auto-alienazione acutissima: egli sembra spesso disimpegnato rispetto a ciò che fa, come se stesse assumendo una serie di ruoli dai quali il suo io interiore è nettamente staccato. Dal punto di vista sociale egli è un reietto ancor più di Julien Sorel, poiché mentre Julien è afflitto dall’incapacità di conquistarsi un posto nel mondo, Fabrice dubita che valga la pena di occuparne uno. Fabrice è un giovane in cui si cela, sopito, un germe di aspirazione morale che un’epoca diversa potrebbe far crescere e fruttificare; egli si fa prete, trasformando la sua vita in una parodia della fede, e non a caso, poiché ha la vocazione religiosa, sia pure in una forma distorta. Sebbene non sia un sognatore, Fabrice è dedito ai sogni - ha l’abitudine di sprofondarsi dentro se stesso fino a raggiungere il bozzolo della fanciullezza e dell’innocenza. Forse la scena in cui più la sua figura si impone, (certo una delle più belle del romanzo) è quella in cui egli torna all’albero di noce sotto il quale giocava da bambino ed ora compie un rito per riacquistare le forze vitali, esprimendo cosf il suo bisogno non solo di affermare la propria virilità della quale, come del resto lo stesso Stendhal, egli non è mai certissimo, ma anche il profondo senso religioso che prova nei confronti della sua fanciullezza e di quel poco che gliene resta.
Mosca, la Sanseverina e Fabrice, incarnano tutti e tre un notevole gioco reciproco di valori: mondanità, passione personale e una specie di folle innocenza. Sono tre persone disperse in un mondo ostile, persone consapevoli del fatto che è rimasto loro poco in cui credere eccettuato un desiderio di afferrare a volo qualche frammento di felicità per se stessi e per gli altri. Come osserva con finezza Martin Turnell, essi costituiscono «una élite estremamente civile e aristocratica e puntano tutto su una sola carta... la felicità attraverso i rapporti personali... Sono figure tragiche proprio perché non credono a nulla. Infatti, non possiamo dire che credono” nei rapporti personali; vi sono appassionatamente attaccati, ma sono anche profondamente consapevoli dell’assenza di una mistica e della precarietà del loro tipo di vita qualora si scontri  col dispotismo ».
[...]
A me sembra che Stendhal fosse assolutamente consapevole della dimensione politica nella sua opera. Solo un uomo della più alta intelligenza politica avrebbe potuto concepire l’idea di far diventare governatore della Cittadella il capo ufficiale del Partito Liberale e fargli riferire settimanalmente a Ernesto IV le misure prese per tener chiusi i liberali nelle loro gabbie. Nessuna denunzia di quella viltà morale che ha caratterizzato cosi spesso il liberalismo moderno ha mai avuto l’efficacia definitiva dell’immagine inventata da Stendhal, per così dire, en passant: il generale Fabio Conti, capo dell’opposizione, lacché del re, guardiano della sua prigione.

Egli è, in parte, ciò che avrebbe voluto essere Stendhal (l’uomo che resta all’opposizione per principio, senza preoccuparsi dell’assurdità della sua figura) se non ci fossero state a distrarlo la realtà di una bocca da sfamare e le tentazioni del teatro d’opera e del salotto. Per quanto comico possa sembrare Palla è anche una figura esaltante, un incitamento alla resistenza; egli è l’unico uomo la cui temerarietà fa il paio con quella della Sanseverina, ed è sintomatico di Stendhal il fatto che sia il primo ministro e non il fuorilegge a conquistare la Duchessa. Per mantenere la sua intransigenza liberale, Palla deve diventare una figura ridicola, perfino farsesca, tuttavia è proprio la sua prontezza nell’indossare il costume della farsa a dargli una dignità tale da redimerlo. Nel mondo di Parma, l’eroismo si presenta con la maschera della parodia di se stesso.


domenica 1 settembre 2013

Montaigne e Diderot bestseller

Bernardo Valli 
L'estate dei saggi. Montaigne e Diderot bestseller da spiaggia
la Repubblica, 28 agosto 2013

La chiamo "l'estate dei filosofi", perché due di loro, il rinascimentale Montaigne e l'enciclopedista Diderot, hanno dato un'impronta insolita alle letture della stagione balneare. All'origine del fenomeno, perché di fenomeno si tratta, c'è un libretto da dodici euro. Un talismano a buon mercato. La copertina è gialla, un giallo limone, illustrata da un disegno sofisticato e spiritoso. Un uomo, meglio la sua sagoma color inchiostro, si suppone calvo, con la gorgiera dei nobili del Rinascimento, penso inamidata, a merletti, seduto al riparo di un ombrellone da spiaggia, tiene il busto eretto e ha un libro appoggiato sulle ginocchia.
È la posizione rispettosa di chi compie un rito. Forse è cosi che si leggeva secoli fa. Ma la seggiola è dei nostri giorni; è stile habitat; e sullo schienale c'è un passero.
Il libretto, formato opuscolo, presentato con tanto humour, conta centosettanta pagine. L'editore non è uno dei grandi di Francia: le éditions des équateurs non sono parigine, sono della provincia, hanno la loro sede sulla costa normanna. Quanto all'autore, Antoine Compagnon, è un rispettatissimo, noto professore del Collège de France e della Columbia University, specialista di Montaigne e Proust, ma che ha scritto anche di Racine, Baudelaire, Stendhal, ed è l'autore di un testo, Les Antimodernes, diventato un classico. Il suo nome non attirava tuttavia decine di migliaia di lettori. Per divertimento l'estate scorsa, nel 2012, ha accettato di tenere quaranta brevi trasmissioni culturali su Montaigne a Radio France Inter,e nell'estate successiva, la nostra, quelle conversazioni, stampate e diventate altrettanti brevissimi capitoli, si sono trasformate in un volume che ha venduto centomila copie. E non è finita.
L'intelligente, semplice sintesi delle idee di un moralista di mezzo millennio fa si è accodata, sia pure a distanza, nella lista dei bestseller estivi, ai meno nobili giganti, quali sono Inferno di Dan Brown e la serie delle Cinquanta sfumature di E. L. James. Centomila copie significa, a occhio e croce, almeno mezzo milione di lettori: una massa di uomini e donne che sulle spiagge si appassionano alle idee ricavate dai Saggi (Essais), scritti da Michel Eyquem, detto Montaigne, vissuto dal 1533 al 1592, pioniere dell'introspezione per il modello di esercizio spirituale, laico si intende, che ci offre, e maestro di vita per le sentenze epicuree che ci suggerisce. La prima spiegazione è che Montaigne non dimostra i quasi cinquecento anni che ha. L'uomo, coperto da un'ombra, sulla copertina, con il titolo Un été avec Montaigne è ovviamente lui: e se l'abito ricorda la sua epoca, il resto del disegno ricorda che è anche dei nostri. Comunque vorremmo che lo fosse. Non lo si può definire moderno. Se mai premoderno, dice Antoine Compagnon. Aveva una sensibilità simile a quella di molti di noi, annoiati dall'idea di un progresso ineluttabile, promesso all'avvenire dell'umanità. E tuttavia non lo si può definire neppure un postmoderno. È un modello di scetticismo fuori dal tempo, perché non deteriorabile, che invita a trovare la felicità partendo da se stessi, che insegna come accontentarsi di quel che si ha, e come trarne soddisfazione. Gli Essais (in italiano c'è un'esemplare traduzione di Fausta Garavini) sono ritmati dalla regolare alternanza della vita pubblica e della vita privata di Montaigne. Il quale è stato sindaco di Bordeaux, mediatore tra cattolici e protestanti durante le guerre di religione, viaggiatore in Italia, e solitario studioso tra i suoi libri. Gli Essais sono stati scritti, riscritti, corretti per vent'anni, e il loro valore etico resiste cinque secoli dopo.
Didier Diderot è l'altro filosofo della stagione. Tra poco compie trecento anni (essendo nato il 5 ottobre 1713), ma neppure lui li dimostra. In vista delle celebrazioni sono apparsi tanti saggi e biografie che campeggiano sui banchi delle belle librerie parigine. Il volume di Jean Starobinski, Diderot, un diable de ramage, ha diritto a un'attenzione particolare. Il "ramage" è il cinguettio nel fogliame degli alberi, ma è anche il brusio delle voci nella società, di cui parla il nipote di Rameau, nella più nota opera di Diderot. Il filosofo tendeva l'orecchio a quei rumori nel secolo dei lumi. Li ascoltava e li raccontava, li analizzava, li interpretava nei suoi scritti. Era uno straordinario cronista, curioso e sfacciato se necessario, erudito ma non pedante, spaziava dalla matematica alla medicina, dalla scienza alla morale, con la chiarezza di un eccezionale dilettante. Era un libertino, come si diceva allora, ma anche un innamorato tenace. Ne è la prova la corrispondenza con Sophie Volland, considerata da Proust la più bella raccolta di lettere d'amore.
Raccoglieva il brusio della società nelle strade di Parigi, allora cuore di una monarchia moribonda, nei villaggi, nei salotti letterari, nelle alcove delle sue amanti, nelle tipografie dove si stampavano i volumi della sua Enciclopedia. Gli scritti di quel grande ascoltatore, molti dei quali apparsi dopo la sua morte, alcuni ancora allo studio, ci arrivano come se fossero freschi d'inchiostro. I suoi pensieri (dei quali diceva «sono le mie puttane») è come se datassero di ieri.
Jacques Attali in Diderot. Ou le bonheur de penser, e anche Gerhardt Stenger in Diderot. Le combattant de la liberté, lo presentano come il filosofo che più incarnò, nella sua epoca, l'ideale di libertà. E che riabilitò le passioni. Meravigliosi protagonisti, entrambi, Montaigne e Diderot di un'estate del nostro secolo.

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Montaigne in italiano

Montaigne, Saggi, con testo francese a fronte, a cura di Fausta Garavini e André Tournon, Bompiani
Sarah Blakewell, Montaigne. L'arte di vivere, traduzione di Thomas Fazi, Fazi editore
Saul Frampton, Il gatto di Montaigne, traduzione di Elisa Banfi, Guanda

edizione tematica dei saggi, traduzione e cura di Federico Ferraguto, Fazi editore
1. Coltiva l'imperfezione
2. Sopravvivi all'amore
3. Svegliati dal sonno dell'abitudine
4. Scopri il mondo
5. Lavora bene, ma non troppo bene
6. Filosofando per caso
7. La risposta è la vita stessa