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martedì 30 dicembre 2025

Vite sfuggenti

Shendi Veli
Dell'odio e dell'amore. La domenica con due ragazze della Barona

il manifesto, 28 dicembre 2025

La Barona non è male, si estende ordinata sul lato sud ovest di Milano, attraversata da larghi vialoni. C’è una piazza con portici perimetrali, dove si concentrano negozi e servizi. Non ha l’aria di un quartiere degradato, semmai la sensazione è che manchi qualcosa, che ci sia un po’ troppo nulla.

«A Corvetto l’edilizia è più fatiscente, soprattutto nelle case popolari» racconta Raja, trentaquattro anni, attivista del centro sociale Lambretta: milanese, marocchina, della Barona. Guida per le strade semivuote di una domenica invernale.

Racconta che il quartiere popolare, dove si concentravano prima gli emigranti dal meridione e poi quelli di oltre confine, oggi attraversa un processo di trasformazione. «Questo parco prima era grande il doppio, hanno chiuso una parte per costruirci palazzi che dovevano essere destinati all’housing sociale, invece le stanno vendendo ai privati sul mercato» Raja parla, occhi sulla strada.

La presenza dell’Ospedale San Paolo e della Iulm, università privata, sta portando in Barona nuove categorie di abitanti. La distanza dal centro con i mezzi pubblici è più che ragionevole. «Da qui con la 74 da Famagosta in sette minuti sei sui Navigli e la casa la paghi un po’ meno, da qualche anno magari nel condominio ci trovi lo studente cinese o australiano. Resta comunque un quartiere dormitorio. Dopo le sette di sera, a parte qualche ragazzino sulle panchine, in giro non trovi nessuno». Nel frattempo accosta sotto casa di Nada, che scende e si infila nei sedili dietro della macchina.

Vent’anni, milanese, marocchina e della Barona anche lei. Era fidanzata con Ramy Elgaml, il ragazzo di Corvetto, morto nel 2024 a soli 19 anni. Uno schianto con la moto guidata da Fares Bouzidi, mentre venivano inseguiti da una volante dei carabinieri.

Si va a pranzo in un ristorante di zona. Arredamento anni novanta, più di cento coperti e tavoli gonfi di persone. «Prima facevano piatti palestinesi, era gestito da compagni. Ora credo sia di un privato ma ci lavorano quasi tutti arabi» dice Raja. Una quindicina di giovani in camicia bianca e gilet nero percorrono rapidi la sala in tutte le direzioni, in un vortice di piatti sospesi. Chissà se fuori di qui qualcuno li ha mai definiti maranza.

«Durante il Covid è iniziata come un meme. Metto un paio di Tn (modello di Nike, ndr) e una felpa della Boxeur e scrivo “oggi sono una maranza”. Poi è diventata una parola usata dalle istituzioni e dai politici e ha smesso di far ridere. Adesso pensi all’arabo col machete, ma non è così, quella è gente di merda, non sono maranza» si infervora subito Nada. «Poi succede che i ragazzini, magari quelli più ingenui, fanno casino apposta perché hanno capito che questa figura attira l’attenzione, e questo li fa sentire importanti».

«Una certa estetica per noi fa parte della cultura» spiega Raja «in Marocco si usano le Nike Tn, perché sono le scarpe comode per stare tante ore in piedi. Poi passando dalla Francia per arrivare in Italia, sono diventate il simbolo della vita di strada. Buone per correre, quando arriva la polizia. Così come la tuta. In nord Africa è semplicemente l’abbigliamento comodo alla portata di tutti. Poi è diventata una moda».
«Questo fenomeno è in piena evoluzione, ci scrivono libri e canzoni ma ci vorrà tempo per capire cosa succede» continua Raja.

«Durante il Covid mia mamma ha perso il lavoro, non ci hanno rinnovato il permesso di soggiorno. Sono diventata clandestina anche se nata e cresciuta a Milano».

Nada ripercorre la vicenda burocratica che le ha stravolto la vita: «Appena ho fatto 18 anni sono andata a lavorare e ho raccolto i documenti per fare la richiesta di cittadinanza ma durante uno degli appuntamenti mi hanno presa e portata in questura dicendo che c’era un buco di qualche anno nelle mie carte e che questo impediva la regolarizzazione. Mi hanno dato il Daspo per piazza Duomo. Senza motivo, ero incensurata».

«Mi hanno trattato come un’immigrata, mi chiedevano se volevo il traduttore» scoppia a ridere ma torna subito seria. «Un po’ di rispetto cazzo. Sono tanto italiana quanto marocchina, anche se per me il mondo dovrebbe avere zero bandiere. Giri con gente di culture diverse, albanesi, rumeni, parli anche un po’ della loro lingua. In questi ultimi tempi ad esempio mi sono sentita più di tutto palestinese».

Per fumare c’è il cortile interno del ristorante, dismesso per la stagione fredda, alcuni camerieri in pausa scherzano tra loro appoggiati alle torri di sedie infilate e accatastate in un angolo. Raja e Nada, generazioni diverse ma background comune, raccontano di essersi conosciute durante le proteste per la morte di Ramy e di aver stretto amicizia.

«Non farmi scherzi la prossima estate resti con me in Barona» dice Nada all’amica più grande evocando, forse inconsapevolmente, “Estate in città” un classico di Marracash, il rapper made in Barona.

Si passa a parlare di rap e di sessismo nei testi. «Non ci vedo niente di anomalo, riflette la realtà» dice Nada. «Non possiamo avere solo canzoni in cui la donna viene venerata perché non sarebbe reale. E le ragazze non sono passive, alcune lo fanno di proposito a proporre un’immagine di donna-oggetto perché magari fanno i soldi con il numero di follower e le pubblicità, gli fa gioco. Fanno bene, non le giudico».

Esita un po’ e riprende: «Le discriminazioni sulle donne ci sono sempre state. La differenza è che ora ci siamo un po’ rotte il cazzo. Su certe cose gli uomini hanno un pro, io peso venti chili e certi lavori non riesco. Però se mi metti a spazzare a terra mentre il collega maschio lo metti in cassa, perché dai per scontato che lui sa gestire i soldi, non mi sta bene, non è oggettivo».

«Quando sei piccola sopporti, poi ne vedi talmente tante, amiche che vivono situazioni brutte, sia in casa che in strada, che dici basta». La strada, considerata il luogo della pericolosità sociale, soprattutto a Milano.

«Milano era più rischiosa prima. Mi ricordo che sui Navigli non si poteva andare, c’era il giro dell’eroina. E non prendevo il bus notturno perché anche lì c’era gente disperata disposta a tutto. Preferivo camminare per ore» dice Raja. Ma la percezione dell’altra non è la stessa. «Negli ultimi anni è vero che è degenerata. Ma non è una questione di maranza, sono proprio le nuove generazioni che sono più aggressive».

Il ristorante è a due passi da casa di Nada. Palazzine anni sessanta disposte in circolo intorno a un cortile interno pavimentato, al centro qualche albero spoglio. Al primo piano, la porta si apre su un divano e un tavolino basso, il thé caldo riempie i bicchierini di vetro.

«Oggi non lavoro» dice Nada dopo un’occhiata al telefono. «Faccio la barista, 30 euro a servizio, ma mi comunicano sempre i turni all’ultimo momento».

«Da piccola me la vivevo bene. A parte il periodo in casa rifugio con mia mamma, ma quelle erano cause esterne, non do la colpa a nessuno. A scuola le maestre mi volevano bene, non subivo razzismo» racconta. «Poi negli ultimi anni mi tolgono i documenti, mi tolgono la scuola, mi tolgono il fidanzato».

Ramy fino a quel momento non era stato nominato. «Non ho avuto il tempo di elaborare la sua perdita, il caso è diventato subito pubblico e mi sono messa a difenderlo da tutti: “egiziano di merda” “meno uno” “se lo meritava” e tante altre cose. Oggi mi rendo conto di aver pianto più per quei commenti, mentre avrei voluto piangere solo perché Ramy non c’era più».

Il rapporto con la città in cui è nata non è facile da spiegare per Nada: «Per Milano provo odio e amore. Qui è casa mia, amo la Barona, ma so che un giorno me ne andrò». Raja invece ascolta come se stesse processando cose e poi dice: «Penso che da qui non me ne andrò mai. Amo troppo Milano. Ma capisco quello che dice perché i miei due fratelli appena presa la cittadinanza si sono trasferiti all’estero».

Nel frattempo si è fatta notte e la madre di Nada rientra, saluta e sorride, ma non si siede, va in balcone e accende una sigaretta. Resta di spalle, lo sguardo sull’aria fredda del cortile.

«Al futuro non penso. La vita è troppo imprevedibile» dice Nada quasi sovrappensiero. “Vorrei andare in Spagna e trovare una stabilità economica. Ma non voglio diventare ricca. Quando sei ricca pensi di poter fare tutto, diventi pigra e paghi una pure per lavarti i piatti. Sarebbe come sputare su tutto quello che ho vissuto».


Pubblicato da Giovanni Carpinelli alle 12:15 Nessun commento:
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Etichette: donna, giovani, migranti

sabato 27 dicembre 2025

Porta Palazzo

Farian Sabahi
Torino vista da Porta Palazzo

il manifesto, 27 dicembre 2025 

«Il trucco per rendere le patate croccanti è pelarle e poi lasciarle, intere o già affettate, in un contenitore pieno di acqua fredda, in frigo per 24-36 ore. Sul fondo si depositerà l’amido: una volta eliminato, le patate – fritte o arrosto – resteranno croccanti». Così consiglia Marco, sempre sorridente, nel suo banco nel mercato dei contadini di Porta Palazzo. Frutta e verdura coltivate nelle campagne limitrofe alla città, o comunque in Piemonte. Nel sacchetto di carta, Marco mette un paio di chili di patate: «queste sono di Borgo San Dalmazzo, varietà Marabel, pasta gialla molto compatta che va bene per ogni ricetta». Lui e i suoi colleghi indossano maglie arancione «come il tuorlo delle uova: abbiamo un allevamento di galline in provincia di Cuneo». Poco lontano c’è il contadino con il cappello da cowboy e la cinese che vende prodotti asiatici.

Tra i clienti di Marco c’è Tony, il proprietario del pastificio Dalla Mole ai Trulli che il 31 dicembre si sposterà nello stand numero 4 nella bottega di Denise, sua figlia, nel mercato coperto. Tony ha iniziato a lavorare quarantadue anni fa. Di pomeriggio portava il maiale in via Lagrange da De Filippis, che ci faceva il ripieno: «poco per volta gli ho rubato il mestiere! Sono romagnolo, ma mi sono specializzato nei ravioli piemontesi, e oggi, per esempio, ho preparato quelli con il ripieno di asino da consegnare a un macellaio che vende carne equina». Chiacchierando, Tony confessa di essere originario di un paese vicino a Forlì: «mia nonna era di Predappio, era la sfoglina [faceva la sfoglia] a casa Mussolini, ma era più rossa del Sangiovese! Il mattarello ha 150 anni: era di quella nonna, quando sono nato aveva più di cent’anni».
A Porta Palazzo ero venuta altre volte, anche se abitando a San Salvario mi viene più semplice fare la spesa al mercato di piazza Madama Cristina che però è molto più caro, perché lì scende la buona borghesia che vive in collina, complice il fatto che sotto la piazza c’è un ampio parcheggio. Sono tornata al mercato di Porta Palazzo con Gabriele Proglio, professore associato di Storia contemporanea presso l’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo. Già docente all’Università della California Berkeley e in tanti altri atenei, da Tunisi a Coimbra, da Ankara e Grenoble, Proglio è autore dell’interessante volume Porta Palazzo Storia orale e sensoriale del mercato più grande d’Europa corredato di un apparato di fotografie di Michele D’Ottavio (Donzelli, pp. 344, € 28,00).

A ridosso del centro di Torino, il mercato all’aperto di Porta Palazzo rappresenta, fin dal 1835, un osservatorio privilegiato per analizzare le trasformazioni del capoluogo piemontese. Militanza politica, solidarietà, criminalità, disoccupazione e precarietà sono confluiti in stili di vita simili. Ne è nato un melting pot in cui il comune denominatore di classe permette aggregazioni attorno a problemi condivisi. Quest’area – su cui gravitano i quartieri di Aurora e Barriera di Milano – è periferia ma anche centro: intere palazzine sono state acquistate, ristrutturate e affittate a studenti che pagano quattrocento euro al mese per una stanza.

Qui si sono costruite identità meticce con il susseguirsi di immigrazioni diverse: a fine Ottocento dalle campagne piemontesi, nel dopoguerra dal Mezzogiorno, negli anni Ottanta da altri paesi. Poco per volta calabresi, siciliani, pugliesi hanno preso il posto dei piemontesi. È il caso del bar Ala, punto di ritrovo degli immigrati all’angolo con via Milano: «abbiamo comprato a luglio del 2007 da due coppie piemontesi, noi siamo di Nocera Inferiore in provincia di Salerno, e chissà forse un giorno venderemo agli arabi!», dice scherzando una delle proprietarie con un forte accento campano. Di fatto poco per volta cinesi, marocchini, indiani e peruviani stanno prendendo il posto dei meridionali. Oggi l’integrazione avviene tra gli stranieri, ossia tra cinesi, marocchini e indiani, non con gli italiani», racconta Remigio, nato a San Lucidio, in provincia di Caserta e oggi panettiere a Porta Palazzo.

Molte attività sono comunque ancora in mano a famiglie torinesi, come nel caso della drogheria Ceni: «il negozio risale agli inizi del Novecento, la famiglia Ceni l’ha rilevata nel 1963. I miei suoceri avevano cominciato con i prodotti sfusi, ovvero farine, risi, cereali, sementi. Inizialmente erano prodotti tradizionali. Negli anni Sessanta hanno tenuto prodotti meridionali, sempre più richiesti. Negli ultimi decenni abbiamo anche prodotti della tradizione africana e asiatica. E poi ci siamo dedicati molto al biologico», spiega Nicoletta Licheroni, moglie del titolare, in azienda da venticinque anni. In vetrina, decine di varietà di lenticchie: «come tutti i legumi più scuri, quella nera è più ricca di ferro, ha un gusto particolare e si abbina bene al pesce. Si fa in umido, asciutta, aggiungendo eventualmente un po’ di pomodoro. Ne abbiamo due tipologie, una della Tuscia, e quindi del Viterbese, e un’altra che viene dal Canada. Quest’ultima costa meno anche se viene da lontano, perché la produzione è più vasta e la raccolta viene effettuata a macchina. Le lenticchie italiane vengono invece raccolte a mano, e quindi sono più costose».

Per tutti loro Porta Palazzo non è soltanto il posto di lavoro, ma un luogo di ritrovo. Anche per questo motivo la composizione del rapporto tra luoghi di provenienza e tipologia di attività commerciale comporta un posizionamento particolare: chi proviene dal Marocco vende frutta e verdura, chi viene dal Bangladesh predilige l’abbigliamento, ai cinesi toccano i prodotti elettronici, mentre gli italiani si suddividono in base alle specialità regionali che nella grande distribuzione non si riescono a trovare: salsiccia calabrese, soppressata calabrese, sardella (i gianchetti con i peperoncini), la ricotta pugliese ascant di pecora piccante, la ‘nduja, lo stoccafisso, i muiccati (le briciole che rimangono in fondo al pentolone).

Il libro di Proglio è un viaggio nel mercato di Porta Palazzo, nei suoi sapori odori ed emozioni. Il testo è strutturato in due sezioni. Nella prima si parte dal colera che colpì Torino nel 1835 facendo trasferire i mercati agroalimentari e dando vita a quello di Porta Palazzo, per poi porre attenzione alle storie raccolte da Proglio e dai suoi studenti di Pollenzo, storie di chi lavora al mercato: contadini, commercianti, distributori, ambulanti, montatori, facchini, volontari, associazioni che recuperano il cibo. La seconda parte è dedicata alle memorie sensoriali delle comunità diasporiche che fanno la spesa quotidianamente a Porta Palazzo. E sono state proprio le donne, quelle che si sentono di appartenere alle otto principali comunità migranti e diasporiche, ad avere scelto in autonomia di intervistare, ciascuna, una decina di persone, prevalentemente donne, a cui hanno dato voce nella lingua delle comunità: i diversi dialetti arabi, l’inglese pidgin, il wolof, il rumeno, l’albanese, il tagalog e lo spagnolo latino-americano. In coda al volume, un’appendice di ricette emerse durante le interviste.

Pubblicato da Giovanni Carpinelli alle 21:07 Nessun commento:
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Etichette: mercato, migranti, Torino

sabato 9 agosto 2025

Il lavoro e la vita

Chiara Saraceno
Dignità e sicurezza, la lezione di Marcinelle

La Stampa, 9 agosto 2025

La tragedia di Marcinelle, in Belgio, dove persero la vita 262 uomini, di cui più della metà, 136, italiani, 95 belgi, 31 di altre nazionalità, fu una tragedia del lavoro, ma anche della emigrazione causata dalla povertà e dalla mancanza di opportunità. Nel caso del lavoro nelle miniere di carbone, come a Marcinelle, stante il crescente rifiuto dei belgi di fare uno dei lavori più pericolosi e comunque insalubre, l’emigrazione era persino l’esito di un accordo formale tra governo italiano e governo belga, il Protocollo italo-belga del giugno 1946. Esso impegnava l’Italia a inviare (quindi reclutare tra i contadini poveri, soprattutto nel Mezzogiorno) 50.000 lavoratori in cambio di carbone.

Non so dire quanto lo scambio fosse vantaggioso per l’economia e il bilancio pubblico italiano, o per chi doveva acquistare il carbone sul mercato (sono abbastanza vecchia per ricordare che ancora dopo la guerra a Milano in molte case ci si scaldava con stufe a carbone o legna). Per quei minatori migranti, così come per molti altri lavoratori che dalle campagne o dalle montagne migravano come manovali in Francia o Svizzera e più tardi anche in Germania, spesso stagionalmente, dall’autunno alla primavera, perché il magro raccolto non bastava a far fronte alle necessità delle famiglie, significava lunghi mesi, quando non anni, lontani dalle proprie famiglie, per fare un lavoro faticoso e non sempre con le adeguate protezioni, cercando di risparmiare il più possibile per avere un gruzzolo consistente da portare a casa.

Ne parla anche Donatella Pietrantonio a proposito della famiglia dei nonni paterni della voce narrante, in Mia madre è un fiume. Trattati da estranei, insieme un po’ inferiori e un po’ pericolosi, dalla popolazione locale, vivevano spesso tutti insieme in baracche con servizi al minimo, in una sorta di mondo a parte, per lo più tutto maschile, spesso diviso al proprio interno per luogo di provenienza, per altro un po’ come succedeva anche per i migranti interni. La responsabilità nei loro confronti da parte del paese da cui venivano per lo più si fermava alla frontiera e per il paese dove lavoravano l’importante era che non dessero fastidio.

Lavoro duro, spesso pericoloso, povertà e necessità di migrare altrove non sono cose del passato, anche se oggi l’emigrazione da parte di italiani ha cambiato forma e riguarda sempre più lavoratori altamente qualificati, non costretti dalla povertà, consapevoli dei propri diritti ed in grado di scegliere tra le alternative disponibili. Ma quel nesso, che riduce non solo le possibilità di scelta, ma anche il potere di contrattare le stesse condizioni di sicurezza e dignità del lavoro, continua a esistere, per alcuni italiani e soprattutto per chi arriva da paesi poveri o in conflitto.

Ne è testimonianza la forte presenza di stranieri tra i morti sul lavoro a causa di condizioni di sicurezza non osservate, in rapporti di lavoro spesso irregolari. Insieme all’edilizia, il settore più pericoloso per un lavoratore/lavoratrice con scarsa o nulla possibilità di contrattazione oggi è quello più lontano dalla miniera: il lavoro di raccolta in agricoltura. All’aria aperta, sì, senza timori di corti circuiti, gas, incendi, frane nelle gallerie, ma sotto il sole cocente, curvi/e per molte ore e con abitazioni rispetto alle quali le baracche in cui vivevano i migranti italiani negli anni Quaranta e Cinquanta sembrerebbero quasi da invidiare.

Nelle parole di Mattarella, la tragedia di Marcinelle, per l’enormità del numero delle vittime e del modo in cui sono morte, «evoca il dovere di promuovere la dignità del lavoro in tutte le sue manifestazioni, affinché quanto accaduto non debba ripetersi in futuro». Ecco, non dimenticarla significa non solo operare sistematicamente e costantemente perché la sicurezza sul lavoro non sia solo un auspicio, o un insieme di norme, di cui non si cura l’attuazione.

Significa anche operare concretamente perché non vi siano lavoratori e lavoratrici privi delle condizioni che consentono loro di rivendicare condizioni di lavoro dignitoso e in cui la loro vita non sia esposta ad incuria e svalutazione. Significa anche essere consapevoli che la condizione di migrante di necessità (per motivi politici, di persecuzione, o economici) pone le persone, i lavoratori/lavoratrici in condizioni di particolare vulnerabilità, che va protetta e non aggravata da norme e procedure che ne ostacolano la regolarità. Significa, infine, che anche quando l’immigrazione è concordata con lo stato di provenienza, non si accolgono solo braccia, strumenti di lavoro. Si accolgono persone cui va riconosciuta non solo la dignità del lavoro, ma anche quella della vita, nella sua interezza e complessità. Marcinelle: "Quella miniera ci ha rubato l'amore"



Pubblicato da Giovanni Carpinelli alle 13:20 Nessun commento:
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Etichette: lavoro, migranti, povertà

venerdì 31 gennaio 2025

La guerra dei cavilli



Non sta agli avversari stabilire che cosa Giorgia Meloni può fare o non fare, dire o non dire. Prima, gli avversari dovrebbero prendere atto di ciò che il premier fa o non fa, dice o non dice. In questo senso, il
monarcato - ossia il premierato in versione monarchica - esiste già. Il o la premier occupa la scena con le sue esternazioni e queste esternazioni colpiscono l'opinione pubblica. Sono inammissibili? Potrebbero perfino essere illegittime, sono piene di affermazioni scorrette, intanto agiscono, manifestano una presenza e una smania contagiosa. Non contengono solo affermazioni false. Quando Giorgia Meloni si identifica con la nazione dà voce non alla verità, ma a una verità, la sua. La nazione è per lei l'interesse nazionale visto con gli occhi di una sovranista quale lei è, nelle intenzioni se non altro. Il torturatore libico protetto e salvato è stato protetto e salvato per preservare l'accordo con il suo paese sul contenimento dei migranti. Il contenimento, ossia una azione esercitata senza riguardo per i mezzi: tortura, riduzione a merce, arbitrio. Questo è.

Anziché ragionare su ciò che Meloni può (potrebbe, perché intanto può) fare o non fare, dire o non dire, sarebbe ora di mettere i piedi nel piatto e di partire da un riconoscimento dei meccanismi reali che animano il gioco, o lo scontro, se si preferisce. Il procuratore Lo Voi non ha solo compiuto un atto dovuto, poteva suggerire l'archiviazione, non lo ha fatto. L'accusa di peculato non è sensata.

Come si risponde alla pressione esercitata dalle ondate migratorie? Questo sarebbe il nodo. I cavilli procedurali, la pericolosità di Almarsri sono paraventi, espedienti retorici che impediscono di affrontare la vera, la sola questione. Siamo sempre stati un paese di legulei persi in dispute vane. L'ipocrisia della destra contrapposta  all'ipocrisia della sinistra contribuisce a generare l'astensionismo attraverso il disgusto per la politica parolaia e inconcludente. E poi ognuno si consola pensando che la colpa è dell'altro, di quell'altro. Se lasciassimo stare il rimpallo delle colpe e cominciassimo, ognuno per la sua parte, a prenderci qualche responsabilità, avremmo fatto qualche serio passo avanti come come paese. 

Andrea Colombo, Meloni replica lo show e alza i toni per evitare che si parli di Elmasry
il manifesto, 31 gennaio 2025

Non è un fatto personale. Non è per se stessa che Giorgia Meloni è furiosa. «Io non sono né preoccupata né demoralizzata. Sapevo a cosa andavo incontro. Ma è alla nazione che è stato fatto un danno e questo mi manda ai matti». La strategia pianificata in un paio di vertici di maggioranza, anticipata dalla premier nel messaggio social di due giorni fa, si dispiega e a guidare le danze è ancora lei. Si presenta in collegamento allo spettacolo di Nicola Porro «La Ripartenza 2025», una platea che chiamarla amica è poco, e riprende i contenuti di quel messaggio. Ma con parecchi decibel in più, passando al comizio furibondo e alla denuncia di alto tradimento. Questo sono il procuratore Francesco Lo Voi, i magistrati «politicizzati» e chiunque «remi contro»: traditori della Patria. Accoltellano alle spalle la nazione.

L’ATTO INVIATO dalla procura di Roma a lei e ai ministri Nordio, Piantedosi e Mantovano «è stato un atto voluto, non dovuto: le procure hanno discrezionalità. A chiunque nei miei panni sarebbero cadute le braccia». Colpa di «alcuni magistrati», ma non tutti per carità, solo «alcuni» che «vogliono decidere tutto, vogliono governare e allora si candidassero». La sfidassero nelle urne perché tanto lei «non molla di un centimetro», non finché «la maggioranza degli italiani è con me».

LA PREMIER SA TENERE un comizio. Sembra trascinata da ira e sdegno, in realtà è fredda. Tra un’accusa rovente e uno strillo assordante quasi nessuno si accorge che dalla narrazione è completamente sparito il “generale” Elmasry. Il fattaccio all’origine di tutta la faccenda semplicemente non c’è più. Si parla di tutto, e se non lo fa la premier ci pensa il vice Antonio Tajani, tranne che di quel di cui si dovrebbe parlare: la fuga pilotata del torturatore. Il chiasso serve a tenere sotto schiaffo la magistratura, in particolare quella che deve decidere sui trasferimenti in Albania. Ma serve soprattutto ad affossare quel che non avrebbe mai dovuto emergere. La complicità italiana con il criminale libico e anche gli immondi accordi italo-libici che spiegano la scelta di mettere subito al riparo Elmasry.

Della scandalosa liberazione almeno l’opposizione parla. Del memorandum italo-libico siglato dal governo Gentiloni-Minniti nel 2017, confermato nel 2020 dal Conte 2, quello giallorosso, ripreso paro paro dal governo di destra, invece no. Solo Riccardo Magi di +Europa chiede una commissione d’inchiesta e lo si può capire: il suo è il solo partito senza responsabilità dirette.

IL GOVERNO COMUNQUE ha tutte le intenzioni di mettere la sordina sul caso Elmasry. L’ipotesi del segreto di Stato è remota ma non inesistente. «Deciderà Meloni», taglia corto Tajani e al momento per palazzo Chigi non se ne parla. Significherebbe ammettere le responsabilità nella loschissima vicenda e anche riconoscere che gli accordi con la Libia grondano sangue. Ma se proprio non se ne potrà fare a meno…

Di certo non si potrà evitare di riferire in parlamento ma anche su questo fronte Tajani è tutto un programma: «Qualcuno verrà a parlare». Chi sarà quel «qualcuno» resta ignoto. Probabilmente non i ministri interessati, con la scusa di essere indagati. Chiunque altro sarebbe melina e reticenza pura. A meno che la premier non decida di fare del parlamento il palco per la prossima intemerata e conoscendola non lo si può escludere.

Ma l’offensiva è a tutto campo, non si risparmia il ricorso alla consueta fanghiglia. Prende di mira la Corte penale internazionale: «Perché ha spiccato il mandato proprio quando Elmasry, in Europa da 12 giorni, è arrivato in Italia? La Corte dovrà chiarire», tuona Tajani e almeno da questo punto di vista proprio tutti i torti non li ha.

POI C’È IL BERSAGLIO numero uno, il procuratore Lo Voi. Tajani lancia una frecciata indiretta, alludendo all’accusa di aver adoperato i voli di Stato indebitamente: «L’accusa di peculato per Meloni e ministri la ritengo infondata. Qualche altra vicenda sta emergendo, semmai». Ma c’è anche l’accusa con tanto di nome e cognome, ed è proprio quella di alto tradimento ai danni della nazione: «Un servitore dello Stato, prima di fare scelte più che azzardate deve pensare se la sua scelta fa o meno l’interesse dell’Italia. La scelta di Lo Voi non lo fa». Il caso Elmasy era già di gravità inaudita. Ma ora, adoperato per contrabbandare di fatto il reato di leso interesse della nazione, diventa anche molto pericoloso.

Pubblicato da Giovanni Carpinelli alle 11:56 Nessun commento:
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Etichette: Giorgia Meloni, Italia, migranti

mercoledì 29 gennaio 2025

Se questi sono uomini (e donne)


Marco Bresolin, La tratta d'Europa, La Stampa, 29 gennaio 2025

«Mi hanno arrestata il 20 agosto 2024, a Sfax sulla strada di Mahdia. Uscivo dal lavoro e stavo aspettando un bus. È passato un veicolo della Garde Nationale e mi hanno caricata senza chiedermi documenti né nulla. Io avevo una carta consolare del Camerun, ma loro l'hanno strappata e mi hanno caricato con violenza nel furgone dove c'erano altre 7 donne».
Inizia così il racconto di B.L, 39enne, arrestata in Tunisia perché colpevole di essere "black", nera, e poi finita in una prigione in Libia, venduta come una schiava alla frontiera non da bande di criminali, ma dagli agenti e dai militari del Paese guidato da Kais Saied. Quel "Paese sicuro" che da un anno e mezzo a questa parte riceve fondi dall'Unione europea per fermare le partenze verso l'Italia.
Quella della camerunense è una delle trenta testimonianze scioccanti raccolte in un rapporto che denuncia l'esistenza di una «tratta di Stato» in Tunisia, con i migranti che raccontano di esser stati arrestati dagli agenti della Garde Nationale e poi ceduti ai libici per una cifra che va dai 12 a 90 euro a persona. «Le donne costano di più perché vengono usate come oggetti sessuali». La Stampa ha consultato in anteprima il documento – frutto di un'indagine realizzata da un team di ricercatori internazionali RR, con il sostegno di Asgi, Border Forensics e On Borders – che oggi sarà presentato al Parlamento europeo da un gruppo di parlamentari, tra cui l'italiano Leoluca Orlando (Verdi). «Siamo di fronte a un'attività criminale svolta con la copertura e i fondi dell'Italia e dell'Unione europea», attacca l'ex sindaco di Palermo, che chiede «l'immediata sospensione di questi accordi».
Il riferimento è al Memorandum d'Intesa con la Tunisia firmato dalla Commissione nell'estate del 2023, che prevede 150 milioni di euro di assistenza finanziaria più 105 milioni per la gestione dei flussi migratori. Orlando punta il dito contro «un sistema emblematicamente rappresentato dal caso Almasri, torturatore di migranti sottratto a un ordine di arresto della Corte penale internazionale».
Secondo gli autori, che lavorano sul campo e che per questo hanno deciso di rimanere anonimi, il rapporto «aggiunge un anello a quanto già conosciuto: la responsabilità degli apparati dello Stato tunisino nella tratta di esseri umani alla frontiera libica». Attraverso i racconti dei migranti, i ricercatori hanno ricostruito quello che sembra essere un sistema strutturato che vede le autorità tunisine impegnate a pattugliare non solo le acque territoriali, ma anche le località della costa più vicine a Lampedusa, tra Susa e Sfax, con l'obiettivo di far sparire dalla circolazione i migranti di origine sub-sahariana, considerati da Saied «una minaccia all'identità arabo-islamica del Paese» e dai governi europei un problema da tenere lontano. I dati delle Ong tunisine dicono che tra il 2023 e il 2024 il governo di Saied ha bloccato 100 mila migranti «e una parte consistente – si legge nel report - è stata vittima di espulsioni verso la Libia e l'Algeria con caratteristiche e logiche che rimangono spesso invisibili».
Il meccanismo descritto si snoda attorno a cinque fasi: la "caccia al nero" e l'arresto, il trasporto verso i centri alla frontiera della Libia, la reclusione, la vendita ai libici e il trasferimento nei centri di detenzione in Libia. Il tutto accompagnato da violenze, torture, stupri e in alcuni casi omicidi. Secondo gli esperti dell'Asgi, l'associazione per gli studi giuridici sull'immigrazione, le testimonianze evidenziano una serie di violazioni del diritto internazionale, tra cui: crimini contro l'umanità, discriminazione razziale e incitazione all'odio razziale, respingimenti collettivi, riduzione in schiavitù, tortura e trattamenti inumani e degradanti, tratta e violenza di genere.
Alcuni migranti che hanno deciso di testimoniare sono stati intercettati dalla guardia costiera tunisina mentre erano in mare, altri invece sono stati arrestati in casa o sul luogo di lavoro, principalmente negli uliveti delle zone costiere, anche se provvisti di documenti di soggiorno. Perquisiti e spogliati dei loro effetti personali con metodi violenti, sono stati portati in quattro diversi centri di raccolta nei pressi Sfax in attesa di essere caricati sugli autobus in direzione dell'Algeria e soprattutto della Libia. «A bordo – ha rivelato B. A., 41 anni, ivoriano – ci hanno torturato e picchiato. Se hai sete e chiedi, ti picchiano. Ti legano stretto con delle fascette e il sangue non circola più. Non puoi neanche pisciare».
Stando ai loro racconti, il trasferimento è gestito direttamente dagli agenti della Garde Nationale, che poi li consegnano ai militari che operano nelle basi alla frontiera con la Libia. Dopo una detenzione che può durare fino a un mese, con violenze quotidiane, i migranti hanno raccontato della consegna ai libici attraverso una vera e propria vendita. In cambio di soldi o, a volte, di hashish. Ed è da qui poi che l'incubo prosegue nei centri di detenzione in Libia, dai quali esce solo chi riesce a farsi spedire dai familiari i soldi per il riscatto. «Nel nostro container – la testimonianza di un 22enne – ho visto morire almeno quattro persone. Noi poi dovevamo seppellirli».
ppartengo, su per giù, alla genera-zione di Albert Camus, alla generazio-ne che negli anni della maturità si trovò ad attraversare, avendolo oscuramente previ-sto ma non essendo riuscita a fermarlo prima che fosse troppo tardi, il tempo della «follia», per usare un'espressione ca-ra al nostro autore, o del «sangue d'Eu-ropa», per ricordare ancora una volta il titolo di un libro-simbolo: il tempo in cui accaddero quegli eventi straordinari (e terribili) che rimisero in questione tut-to quello in cui avevamo creduto, tutto quello che avevamo pensato sul destino dell'uomo, sul progresso storico, che le filosofie della storia del secolo scorso ave-vano considerato indefinito, sulla imman-cabile perfettibilità del genere umano, sul-le ragioni o non ragioni della esistenza, sul rapporto fra Dio e il mondo, fra uo-mo e uomo, e all'interno di ciascuno di noi fra l'uomo intimo e l'uomo politi-co. Erano gli anni in cui, non a caso, si era diffuso l'esistenzialismo nelle due versioni, laica e religiosa, una filosofia della finitezza, dell'angoscia, della situazione-limite, che io avevo interpre-tato per darmene una ragione come «fi-losofia del decadentismo». Sono gli anni in cui ci appare in tutta la sua estensione e intensità il «volto de-moniaco» del potere, e ci si presenta nel-le sue principali raffigurazioni storiche: l'ubris degli antichi, la libido dominan-di, di Sant' Agostino, la «volpe» e il «leo-ne» di Machiavelli, i due mostri, Levia-than e Behemoth, di Hobbes, la furia della distruzione di Hegel, l'elogio del boia di De Maistre, e per finire la «vo-lontà di potenza» di Nietzsche, col suo inevitabile compagno, il nichilismo. Di tutti coloro che hanno riflettuto su quegli accadimenti e ne hanno tratto te-mi di meditazione che non hanno perdu-to nulla del loro originario significato, Camus è stato forse colui che ne ha trat-to le conseguenze più radicali e si è po-sto le domande più tormentose. Tormen-tose, perché sono le eterne domande che non hanno risposta, o sono tali che la risposta, qualunque essa sia, rinvia im-mediatamente a un'altra domanda. Lo stesso Camus non ebbe la pretesa di ri-spondervi. Tra queste domande due soprattutto vorrei brevemente evocare: la domanda sul senso della storia e quella sul rappor-to fra etica e politica. Qual è il senso della storia? Caduto il mito del progresso, svelata la finzione della provvidenza, che per vie imperscru-tabili conduce a buon fine anche le azio-ni più malvage, la storia ha ancora un senso? C'è una ragione nella storia? Ma una storia senza Dio e senza ragione non diventa il regno dell'assurdo, e il suo sim-bolo non è più Prometeo o Ulisse, ma diventa Sisifo condannato a spingere su per la montagna un sasso che giunto al vertice riprecipita in basso? Il mito di Sisifo ricorda il passo di un autore che gli era caro, Dostoevskij: nelle Memo-rie del sottosuolo descrive la pena dei forzati che ogni giorno innalzano un muc-chio di sabbia che il giorno dopo viene abbattuto.' Dovendo un giorno tenere una lezio-ne su etica e politica mi venne fatto di citare due brevi battute di dialogo tratte da una pièce di Camus. Uno dei perso-naggi elogia il principio machiavellico che il fine giustifica i mezzi. L'altro ribatte: «Ma chi giustifica il fine?» Già, il pro-blema è proprio questo: chi giustifica il fine? Ammettiamolo pure: il fine buono giustifica anche il mezzo cattivo. Ma se anche il fine fosse cattivo? Nel celebre passo del cap. XVIII del Principe Ma-chiavelli afferma che della fede può non tener conto il principe che ha fatto «gran-di cose». Ma quali sono le grandi cose? Conquistare uno stato è una «grande co-sa»? La strage della Notte di San Barto-lomeo, che pur fu giustificata dal ma-chiavellico Gabriel Naudé, era una «gran-de cosa»? Ha ragione Camus: chi giusti-fica il fine? Il secondo passo: uno dei terroristi del dramma, Les Justes, per giu-stificare l'attentato che si accinge a com-piere, esalta la felicità della società futu-ra che nascerà dalla violenza rivoluzio-naria. Dora lo interrompe e gli dice: «E se così non fosse?» Verissimo: e se così non fosse? Quante volte nella storia «non è stato così». Le domande che si pose Camus sono le domande che non possiamo evitare di porci. Forse che il volto demoniaco del potere è scomparso? E la volontà di po-tenza? Queste domande Camus si pose con particolare chiaroileggenza, e con osti-nazione. Per questo la sua opera che, al-meno in Italia, suscitò meno strepito di quella di Sartre è forse oggi più attuale, perché il suo impegno è stato meno as-sillante, meno ossessivo, meno preoccu-pato di essere sempre sulla linea giusta (che poi troppo spesso ha dimostrato di essere quella sbagliata). Nel rapporto fra intellettuali e politi-ca Camus seppe rifuggire dalle due posi-zioni estreme, quella rigida e frigida di Benda, della separazione netta fra l'im-pegno per la verità e l'impegno per il mondo, e quella dell'intellettuale parte-cipe, o addirittura partigiano, che ritiene suo dovere essere sempre da una parte (di non aver dubbi di fronte a chi gli domanda: «E tu da che parte stai?»). Affascinato dai grandi e insolubili con-trasti dell'esistenza, Camus è stato uomo dai grandi contrasti interiori: un esempio di passione e di lucidità, di forte emoti-vità e insieme di rigore intellettuale, di estrosità e di riflessione, d'immaginazio-ne e di raziocinio (che appare se mai ta-lora sin troppo sottile). Patetico e insie-me logicamente implacabile: la sua fu una logica implacabile al servizio della dimostrazione dell'assurdo. Agitato dal-le furie e insieme calmo come un dio dell'Olimpo, senza speranza ma non di-sperato. La sua vita è stata un esempio di di-gnità, di dignità nella sofferenza.
ppartengo, su per giù, alla genera-zione di Albert Camus, alla generazio-ne che negli anni della maturità si trovò ad attraversare, avendolo oscuramente previ-sto ma non essendo riuscita a fermarlo prima che fosse troppo tardi, il tempo della «follia», per usare un'espressione ca-ra al nostro autore, o del «sangue d'Eu-ropa», per ricordare ancora una volta il titolo di un libro-simbolo: il tempo in cui accaddero quegli eventi straordinari (e terribili) che rimisero in questione tut-to quello in cui avevamo creduto, tutto quello che avevamo pensato sul destino dell'uomo, sul progresso storico, che le filosofie della storia del secolo scorso ave-vano considerato indefinito, sulla imman-cabile perfettibilità del genere umano, sul-le ragioni o non ragioni della esistenza, sul rapporto fra Dio e il mondo, fra uo-mo e uomo, e all'interno di ciascuno di noi fra l'uomo intimo e l'uomo politi-co. Erano gli anni in cui, non a caso, si era diffuso l'esistenzialismo nelle due versioni, laica e religiosa, una filosofia della finitezza, dell'angoscia, della situazione-limite, che io avevo interpre-tato per darmene una ragione come «fi-losofia del decadentismo». Sono gli anni in cui ci appare in tutta la sua estensione e intensità il «volto de-moniaco» del potere, e ci si presenta nel-le sue principali raffigurazioni storiche: l'ubris degli antichi, la libido dominan-di, di Sant' Agostino, la «volpe» e il «leo-ne» di Machiavelli, i due mostri, Levia-than e Behemoth, di Hobbes, la furia della distruzione di Hegel, l'elogio del boia di De Maistre, e per finire la «vo-lontà di potenza» di Nietzsche, col suo inevitabile compagno, il nichilismo. Di tutti coloro che hanno riflettuto su quegli accadimenti e ne hanno tratto te-mi di meditazione che non hanno perdu-to nulla del loro originario significato, Camus è stato forse colui che ne ha trat-to le conseguenze più radicali e si è po-sto le domande più tormentose. Tormen-tose, perché sono le eterne domande che non hanno risposta, o sono tali che la risposta, qualunque essa sia, rinvia im-mediatamente a un'altra domanda. Lo stesso Camus non ebbe la pretesa di ri-spondervi. Tra queste domande due soprattutto vorrei brevemente evocare: la domanda sul senso della storia e quella sul rappor-to fra etica e politica. Qual è il senso della storia? Caduto il mito del progresso, svelata la finzione della provvidenza, che per vie imperscru-tabili conduce a buon fine anche le azio-ni più malvage, la storia ha ancora un senso? C'è una ragione nella storia? Ma una storia senza Dio e senza ragione non diventa il regno dell'assurdo, e il suo sim-bolo non è più Prometeo o Ulisse, ma diventa Sisifo condannato a spingere su per la montagna un sasso che giunto al vertice riprecipita in basso? Il mito di Sisifo ricorda il passo di un autore che gli era caro, Dostoevskij: nelle Memo-rie del sottosuolo descrive la pena dei forzati che ogni giorno innalzano un muc-chio di sabbia che il giorno dopo viene abbattuto.' Dovendo un giorno tenere una lezio-ne su etica e politica mi venne fatto di citare due brevi battute di dialogo tratte da una pièce di Camus. Uno dei perso-naggi elogia il principio machiavellico che il fine giustifica i mezzi. L'altro ribatte: «Ma chi giustifica il fine?» Già, il pro-blema è proprio questo: chi giustifica il fine? Ammettiamolo pure: il fine buono giustifica anche il mezzo cattivo. Ma se anche il fine fosse cattivo? Nel celebre passo del cap. XVIII del Principe Ma-chiavelli afferma che della fede può non tener conto il principe che ha fatto «gran-di cose». Ma quali sono le grandi cose? Conquistare uno stato è una «grande co-sa»? La strage della Notte di San Barto-lomeo, che pur fu giustificata dal ma-chiavellico Gabriel Naudé, era una «gran-de cosa»? Ha ragione Camus: chi giusti-fica il fine? Il secondo passo: uno dei terroristi del dramma, Les Justes, per giu-stificare l'attentato che si accinge a com-piere, esalta la felicità della società futu-ra che nascerà dalla violenza rivoluzio-naria. Dora lo interrompe e gli dice: «E se così non fosse?» Verissimo: e se così non fosse? Quante volte nella storia «non è stato così». Le domande che si pose Camus sono le domande che non possiamo evitare di porci. Forse che il volto demoniaco del potere è scomparso? E la volontà di po-tenza? Queste domande Camus si pose con particolare chiaroileggenza, e con osti-nazione. Per questo la sua opera che, al-meno in Italia, suscitò meno strepito di quella di Sartre è forse oggi più attuale, perché il suo impegno è stato meno as-sillante, meno ossessivo, meno preoccu-pato di essere sempre sulla linea giusta (che poi troppo spesso ha dimostrato di essere quella sbagliata). Nel rapporto fra intellettuali e politi-ca Camus seppe rifuggire dalle due posi-zioni estreme, quella rigida e frigida di Benda, della separazione netta fra l'im-pegno per la verità e l'impegno per il mondo, e quella dell'intellettuale parte-cipe, o addirittura partigiano, che ritiene suo dovere essere sempre da una parte (di non aver dubbi di fronte a chi gli domanda: «E tu da che parte stai?»). Affascinato dai grandi e insolubili con-trasti dell'esistenza, Camus è stato uomo dai grandi contrasti interiori: un esempio di passione e di lucidità, di forte emoti-vità e insieme di rigore intellettuale, di estrosità e di riflessione, d'immaginazio-ne e di raziocinio (che appare se mai ta-lora sin troppo sottile). Patetico e insie-me logicamente implacabile: la sua fu una logica implacabile al servizio della dimostrazione dell'assurdo. Agitato dal-le furie e insieme calmo come un dio dell'Olimpo, senza speranza ma non di-sperato. La sua vita è stata un esempio di di-gnità, di dignità nella sofferenza.
ppartengo, su per giù, alla genera-zione di Albert Camus, alla generazio-ne che negli anni della maturità si trovò ad attraversare, avendolo oscuramente previ-sto ma non essendo riuscita a fermarlo prima che fosse troppo tardi, il tempo della «follia», per usare un'espressione ca-ra al nostro autore, o del «sangue d'Eu-ropa», per ricordare ancora una volta il titolo di un libro-simbolo: il tempo in cui accaddero quegli eventi straordinari (e terribili) che rimisero in questione tut-to quello in cui avevamo creduto, tutto quello che avevamo pensato sul destino dell'uomo, sul progresso storico, che le filosofie della storia del secolo scorso ave-vano considerato indefinito, sulla imman-cabile perfettibilità del genere umano, sul-le ragioni o non ragioni della esistenza, sul rapporto fra Dio e il mondo, fra uo-mo e uomo, e all'interno di ciascuno di noi fra l'uomo intimo e l'uomo politi-co. Erano gli anni in cui, non a caso, si era diffuso l'esistenzialismo nelle due versioni, laica e religiosa, una filosofia della finitezza, dell'angoscia, della situazione-limite, che io avevo interpre-tato per darmene una ragione come «fi-losofia del decadentismo». Sono gli anni in cui ci appare in tutta la sua estensione e intensità il «volto de-moniaco» del potere, e ci si presenta nel-le sue principali raffigurazioni storiche: l'ubris degli antichi, la libido dominan-di, di Sant' Agostino, la «volpe» e il «leo-ne» di Machiavelli, i due mostri, Levia-than e Behemoth, di Hobbes, la furia della distruzione di Hegel, l'elogio del boia di De Maistre, e per finire la «vo-lontà di potenza» di Nietzsche, col suo inevitabile compagno, il nichilismo. Di tutti coloro che hanno riflettuto su quegli accadimenti e ne hanno tratto te-mi di meditazione che non hanno perdu-to nulla del loro originario significato, Camus è stato forse colui che ne ha trat-to le conseguenze più radicali e si è po-sto le domande più tormentose. Tormen-tose, perché sono le eterne domande che non hanno risposta, o sono tali che la risposta, qualunque essa sia, rinvia im-mediatamente a un'altra domanda. Lo stesso Camus non ebbe la pretesa di ri-spondervi. Tra queste domande due soprattutto vorrei brevemente evocare: la domanda sul senso della storia e quella sul rappor-to fra etica e politica. Qual è il senso della storia? Caduto il mito del progresso, svelata la finzione della provvidenza, che per vie imperscru-tabili conduce a buon fine anche le azio-ni più malvage, la storia ha ancora un senso? C'è una ragione nella storia? Ma una storia senza Dio e senza ragione non diventa il regno dell'assurdo, e il suo sim-bolo non è più Prometeo o Ulisse, ma diventa Sisifo condannato a spingere su per la montagna un sasso che giunto al vertice riprecipita in basso? Il mito di Sisifo ricorda il passo di un autore che gli era caro, Dostoevskij: nelle Memo-rie del sottosuolo descrive la pena dei forzati che ogni giorno innalzano un muc-chio di sabbia che il giorno dopo viene abbattuto.' Dovendo un giorno tenere una lezio-ne su etica e politica mi venne fatto di citare due brevi battute di dialogo tratte da una pièce di Camus. Uno dei perso-naggi elogia il principio machiavellico che il fine giustifica i mezzi. L'altro ribatte: «Ma chi giustifica il fine?» Già, il pro-blema è proprio questo: chi giustifica il fine? Ammettiamolo pure: il fine buono giustifica anche il mezzo cattivo. Ma se anche il fine fosse cattivo? Nel celebre passo del cap. XVIII del Principe Ma-chiavelli afferma che della fede può non tener conto il principe che ha fatto «gran-di cose». Ma quali sono le grandi cose? Conquistare uno stato è una «grande co-sa»? La strage della Notte di San Barto-lomeo, che pur fu giustificata dal ma-chiavellico Gabriel Naudé, era una «gran-de cosa»? Ha ragione Camus: chi giusti-fica il fine? Il secondo passo: uno dei terroristi del dramma, Les Justes, per giu-stificare l'attentato che si accinge a com-piere, esalta la felicità della società futu-ra che nascerà dalla violenza rivoluzio-naria. Dora lo interrompe e gli dice: «E se così non fosse?» Verissimo: e se così non fosse? Quante volte nella storia «non è stato così». Le domande che si pose Camus sono le domande che non possiamo evitare di porci. Forse che il volto demoniaco del potere è scomparso? E la volontà di po-tenza? Queste domande Camus si pose con particolare chiaroileggenza, e con osti-nazione. Per questo la sua opera che, al-meno in Italia, suscitò meno strepito di quella di Sartre è forse oggi più attuale, perché il suo impegno è stato meno as-sillante, meno ossessivo, meno preoccu-pato di essere sempre sulla linea giusta (che poi troppo spesso ha dimostrato di essere quella sbagliata). Nel rapporto fra intellettuali e politi-ca Camus seppe rifuggire dalle due posi-zioni estreme, quella rigida e frigida di Benda, della separazione netta fra l'im-pegno per la verità e l'impegno per il mondo, e quella dell'intellettuale parte-cipe, o addirittura partigiano, che ritiene suo dovere essere sempre da una parte (di non aver dubbi di fronte a chi gli domanda: «E tu da che parte stai?»). Affascinato dai grandi e insolubili con-trasti dell'esistenza, Camus è stato uomo dai grandi contrasti interiori: un esempio di passione e di lucidità, di forte emoti-vità e insieme di rigore intellettuale, di estrosità e di riflessione, d'immaginazio-ne e di raziocinio (che appare se mai ta-lora sin troppo sottile). Patetico e insie-me logicamente implacabile: la sua fu una logica implacabile al servizio della dimostrazione dell'assurdo. Agitato dal-le furie e insieme calmo come un dio dell'Olimpo, senza speranza ma non di-sperato. La sua vita è stata un esempio di di-gnità, di dignità nella sofferenza.
Pubblicato da Giovanni Carpinelli alle 15:47 Nessun commento:
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Etichette: Africa, diritti umani, Libia, migranti, Tunisia
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