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domenica 16 agosto 2026

Introvabile Itaca. La nostalgia

Maurizio De Giovanni
La nostalgia è un utensile ambivalente. Può darci felicità e pace, o fare e farci del male

La Stampa, 16 agosto 2026

Anche la nostalgia che sembra più sana potrebbe rivelarsi ambigua… col passare del tempo non ricordiamo tutto nei minimi particolari. In un ricordo che ci sembra innocente, potrebbe celarsi anche una certa atmosfera stagnante e perversa che si confonde con i momenti che appaiono limpidi ed evanescenti contemporaneamente.

Questa riflessione mette in discussione un’idea molto diffusa: che la nostalgia sia sempre qualcosa di buono e puro. Però il ricordo non è una fotografia, ma una ricostruzione della memoria, e quindi può mescolare elementi diversi. La nostalgia tende a idealizzare, e ciò che appare limpido potrebbe non esserlo stato del tutto. Con il passare degli anni, i contorni si sfumano; le emozioni piacevoli rimangono più vive, mentre gli aspetti meno luminosi possono essere rimossi oppure fondersi in un’atmosfera difficile da decifrare.

Dal punto di vista psicologico, l’intuizione ha un fondamento: la memoria è ricostruttiva, non riproduttiva. Ogni volta che ricordiamo, in parte ricreiamo il passato alla luce del presente. Per questo la nostalgia può essere insieme autentica e ingannevole.

Dal punto di vista spirituale la nostalgia può diventare ambigua quando ci porta a vivere rivolti all’indietro, come se il bene appartenesse solo al passato. La tradizione cristiana invita invece a fare memoria con gratitudine, senza trasformare il passato in un idolo. Il passato può essere una sorgente di sapienza, ma non deve sostituire il presente, che è il luogo in cui Dio continua a operare.

Questa riflessione richiama, in fondo, una distinzione sottile: non tutto ciò che è nostalgico è vero, e non tutto ciò che è vero è nostalgico. La memoria può illuminare, ma può anche velare.

Forse la nostalgia più autentica non consiste nel desiderare di tornare indietro, bensì nel riconoscere ciò che di vero e di bello merita di essere portato nel presente.

Pier Angelo Piai – Cividale del Friuli

Carissimo Pier Angelo,

la sua bella lettera è uno spunto straordinario per una riflessione sul passato, sulla memoria e soprattutto sul nostro modo di vivere tenendone conto. Ha ragione, la vita che abbiamo alle spalle può costituire una terribile tentazione, soprattutto se, come purtroppo accade nella maggioranza dei casi, vi si trovano luoghi, persone e situazioni decisamente più piacevoli o belle di quelle che ci offre il presente; ma come tutti gli strumenti fabbricati dall’uomo, la nostalgia è un utensile ambivalente. Può servire a darci felicità e pace, o a fare e farci del male.

Del resto, la stessa parola è molto chiara: significa letteralmente “la sofferenza del ritorno”, e al solito i greci sapevano benissimo quello che volevano dire. Per come pare al sottoscritto, infatti, tornare indietro è comunque e in ogni caso fonte di sottile dolore: il rimpianto, il rimorso risiedono nel passato, chiaramente. E nel passato abitano quei frammenti di felicità che abbiamo avuto senza riuscire a rendercene conto. Immagini, caro Pier Angelo, di scavare in una scatola di metallo, di quelle che una volta erano piene di biscotti e che adesso fanno da contenitore alle vecchie foto sbiadite dei tempi in cui non esistevano i cellulari, e immagini di trovare alla rinfusa momenti della sua infanzia, dell’adolescenza o dei suoi primi anni, pieni di speranze legate alla maturità. Potrà trovarsi facilmente di fronte a un se stesso bambino, magari con la faccia imbronciata per un momentaneo fastidio, mano nella mano ai genitori o a un nonno, sullo sfondo di una perduta lontana estate, così diversa da questa per sapori e odori. Guardando quell’immagine con l’odierna consapevolezza, cercando le tracce dei pensieri di quel bambino, potrebbe fare una tragica scoperta: e cioè che, senza averne la minima idea, quel bambino era felice. Erano tutti vivi, genitori, nonni, zii; il cuore non aveva solitudini né malinconie, non c’era nessuno dei problemi che sono venuti dopo, tradimenti, soldi, salute; tutti si adoperavano perché lei, Pier Angelo, fosse felice, nutrito, vestito e in piena salute. In quella vecchia immagine, insomma, lei troverà quella stessa felicità per la quale si alza ogni giorno, nella vana speranza di poterla ritrovare.

Non è l’effetto della nostalgia che ci spaventa, insomma. È quello che noi stessi abbiamo fatto e facciamo da allora, quanto siamo stati in grado di allontanarci dal poco che realmente ci serviva rincorrendo quello che ci sembrava necessario, e che alla prova dei fatti non lo era per niente.

È la lezione di Ulisse, a ben vedere; non quello post traumatico e in crisi di coscienza di Nolan, ma quello pensato da Omero. Uno che voleva solo tornare a casa, per scoprire che il luogo dove voleva tornare non esisteva più.

O che forse non era mai esistito.

lunedì 20 luglio 2026

Requiem per una monaca

 

«Requiem per una monaca», sintassi labirintica, un’ineccepibile punteggiatura, immancabili flussi di coscienza e una frase memorabile...

Mario Andreose
Il Sole 24ore, 19 luglio 2026

Subito dopo il trionfo del Nobel nel 1949, Nobel propiziato anche dal clamoroso successo internazionale, inedito se non sorprendente, di Santuario, 1931, Faulkner sente il bisogno di scriverne il seguito. Due precedenti capolavori assoluti, come L’urlo e il furore Mentre morivo, non erano riusciti a metterlo in competizione commerciale con i rivali Hemingway e Fitzgerald. Ora può condurre una vita molto più agiata, con frequenti viaggi in Europa, in particolare in Francia e in Italia, dove, come capiterà a Woody Allen, è molto più popolare che in patria. Gallimard, il suo primo editore, e anche Mondadori, lo accolgono come la punta di diamante del loro catalogo di letteratura contemporanea. I suoi biografi ci hanno riferito che, in questa circostanza, Bill, ultracinquantenne, dispone della scorta, a turno, di un drappello di giovani donne, perfino coetanee della figlia Jill, che l’aveva accompagnato alla cerimonia del Nobel. Certo non era un mistero, perché all’epoca era frequente, se non ossessivo, l’uso epistolare (anche) tra amanti, e non a un prudenziale fermo posta, se già esisteva, così che Estelle, la stanziale casalinga moglie di Bill poteva disporre, attraverso le lettere che piovevano in casa, di un aggiornamento in tempo reale, senza che questo potesse provocare sconquassi di sorta, perché in terra sudista ci vuole ben altro per minare un matrimonio. Estelle, anoressica solo d’aspetto, è stata il più grande amore di Faulkner, che, ritenuto non all’altezza dalla famiglia di lei in un primo approccio, seppe aspettare il suo divorzio da un precedente matrimonio con la nascita di due figlie, per poterla finalmente impalmare. È probabile che, a partire dal momento del Nobel, il sodalizio familiare non venisse intaccato dallo svanire della passione amorosa, come saldo rimaneva il legame alcoolico, nei limiti estremi in cui la maggior parte dei protagonisti della Lost Generation seppero incorrere. Capitava alla figlia Jill di tornare a casa e di trovarli stesi per terra o nel loro letto apparentemente privi di sensi e insozzati dei loro escrementi (Estelle, poi, rimasta vedova, fu una delle prime persone a beneficiare del trattamento della benemerita istituzione Alcolisti Anonimi di fresca fondazione). Difficile immaginare il nostro autore, solo qualche giorno dopo, tutto azzimato e fotogenico, nell’aristocratica Saint Moritz, in stretta conversazione con una diciannovenne studentessa della Sorbona, Jean Stein, famiglia alto borghese ebraica americana, colta e molto bella. La reincontreremo. Mi appare così coerente anche l’interesse letterario dell’autore per il personaggio di Temple Drake, la teenager borghese dallo sguardo magnetico, che in Santuario era finita, per imprevedibili circostanze, in un bordello, nelle mani di un gangster impotente e depravato, prostituta coatta ma soddisfatta, falsa testimone di un omicidio che provoca il linciaggio di un innocente per salvare il colpevole, suo proprio aguzzino, accecato dalla gelosia per l’intesa tra Temple e l’amante di turno. In Requiem per una monaca, otto anni dopo la vicenda di Santuario, Temple ha contratto il matrimonio riparatore con Gowan Stevens, il ragazzo che in Santuario, dopo averla invitata in una gita in auto, si era ubriacato fino a sbattere contro un albero e lasciarla vagare da sola tanto da cadere nelle mani di Popeye. Hanno due bambini, una bimba di sei mesi e un maschietto appena un po’ più grande. Un paio di settimane vissute nel bordello hanno lasciato in Temple un segno indelebile, al punto di assumere Nancy Mannigoe, un’ex drogata e prostituta, come baby-sitter dei bambini. Una persona con cui poter parlare di un mondo di interesse comune. È Nancy la “monaca” del titolo, perché “nun”, nell’inglese dell’età elisabettiana, poteva essere sinonimo di prostituta. Il requiem, come vedremo, si riferisce a un tentativo patetico di Temple di sottrarre Nancy almeno al patibolo per l’uccisione della bimba di cui si sente corresponsabile. Anche perché l’atto di Nancy sembrava volto a impedire che Temple abbandonasse la famiglia per andarsene con il fratello del suo amante ucciso da Popeye. La vicenda legata a Nancy, espressa in forma teatrale, ha ispirato una pièce ad Albert Camus, Requiem pour une nonne, di grande successo e tuttora rappresentata in varie lingue. La parte in prosa invece, senza nesso con quella teatrale, racconta della nascita, meglio, dell’invenzione della mitica contea di Yoknapatawpha, e della sua capitale Jefferson, teatro della maggior parte della narrativa faulkneriana, attraverso i primi impianti edificati, della prigione, del tribunale e del palazzo del governo; nella copertina della prima edizione americana era raffigurata una serratura in ferro di venti chilogrammi, che però non aveva impedito una prima evasione in massa dei prigionieri. La lettura di questa parte privilegia i faulkneriani doc che non arretrano di fronte a periodi di una pagina, o giù di lì. Con una sintassi che sfiora il labirinto, un’ineccepibile punteggiatura virtuosistica, incisi, interconnessioni delle frasi, andirivieni temporali, interiezioni, immancabili flussi di coscienza.

Requiem per una monaca è il quinto titolo di Faulkner di quelli che, con Elisabetta Sgarbi, siamo riusciti a portare alla Nave di Teseo, dopo Bandiere nella polvere, il prequel de L’urlo e il furoreI saccheggiatoriUna favolaGambetto di cavallo. Un titolo per me particolarmente significativo, poiché la mia adolescenziale infatuazione faulkneriana è avvenuta grazie a Santuario. Oltretutto assente da parecchi anni dal mercato e riproposto ora nella nuova traduzione di Carlo Prosperi.

Nel leggere la nuova traduzione di Requiem per una monaca mi sono imbattuto in una frase, «Il passato non è mai morto. Non è neppure passato», che mi ha ispirato, al punto di metterla, per riconoscenza, in esergo, alla mia recente opera narrativa: Un’educazione veneziana. Ho saputo poi che non ero certo il primo a essere rimasto attratto da questa frase. Woody Allen, nel suo magnifico Midnight in Paris (2011), la mette in bocca, un po’ parafrasata, al suo protagonista, reduce dalle notturne escursioni oniriche, che gli consentono di incontrare gli eroi prediletti dell’Età del Jazz, Zelda e F. Scott Fitzgerald, Hemingway, Gertrude Stein, Faulkner…

venerdì 17 luglio 2026

Torino eccentrica

Massimo Rostagno
Quale identità per la Torino di domani?

Gazzetta Torino, 16 luglio 2026

È difficile rendere il senso di differenza che Torino ispirava e ispira agli abitanti del resto d’Italia”: con queste parole del 1977 Giulio Bollati introduceva le sue riflessioni sul carattere torinese e piemontese in relazione al resto dell’Italia. Ed è un punto di partenza quasi obbligato per ogni ragionamento strategico riguardante la Torino dei prossimi decenni. La diversità, dunque. La differenza. La presenza di qualcosa di ineffabile e non riconducibile al resto della penisola.

Anche altri grandi torinesi non di nascita ma di adozione come Nerio Nesi amavano sottolineare questo carattere: ‘Torino è Torino’, ripeteva davanti ad un pubblico di milanesi o di romani. tornando a richiamare anche in anni recentissimi l’eccentricità della nostra metropoli, la sua irriducibilità a definizioni precise.

Eppure, l’identità torinese, pur dietro la propria misteriosa ineffabilità, ha racchiuso elementi ben concreti e riconoscibili.

Il senso della gerarchia, anzitutto. Il carattere torinese è stato forgiato dalla gerarchia. La struttura civile dominante nei secoli è stata sempre fortemente gerarchizzata, con un sotto e un sopra ben riconoscibili, un alto e un basso pubblici e trasparenti. Dapprima fu la struttura militare del castrum, poi quella burocratica del nascente stato unitario e sabaudo. Infine, la gerarchia del sistema produttivo industriale. Esercito, burocrazia e industria sono stati elementi chiave nel plasmare l’identità della città nei secoli passati. Proprio a questo aspetto un viaggiatore francese del Settecento riconduceva la naturale ritrosia, la quasi pervicace riservatezza dei suoi abitanti: ciascuno teme di uscire dal livello gerarchico che gli è stato socialmente assegnato. Chi sta sotto teme di dire qualcosa di fuori posto. Chi sta sopra di concedere con un eccesso di facondia una non dovuta confidenza. Il senso del rapporto disciplinato tra inferiore e superiore faceva il resto.

In secondo luogo, ben collegato a questo, la razionalità. Torino è una città razionale e il ruolo che ha svolto nella storia è dominato dal senso della pragmatica concretezza che ne deriva. Lo svolgimento dell’azione burocratica prima e industriale poi è avvenuto sotto quel segno, nella totale diffidenza per le derive periferiche, per le improvvisazioni e le estemporanee accensioni creative. La stessa ben nota struttura ortogonale delle sue vie – che così tanto era piaciuta a Friedrich Nietzsche, innamorato della nostra città – rimanda un’ immagine plastica dello spirito cartesiano torinese.

Negli anni di Adriano Olivetti, a fronte degli esperimenti industrial-sociali eporediesi, si era creata una sorta di dicotomia tra Torino e Ivrea, vale a dire tra la Fiat e l’Olivetti. A Ivrea si tentavano strade nuove, ispirate dal pensiero della olivettiana Comunità: dal dignitoso rapporto salariale tra dirigenti e operai che non doveva eccedere le sei volte (e già sembrava molto. Oggi un top manager guadagna centinaia di volte in più) alla grande fioritura di iniziative sociali e culturali per far crescere i lavoratori come esseri umani e persone. Tra queste alcune incredibili se viste con gli occhi di oggi: la lettura della Critica della ragion pura di Kant commentata e spiegata agli operai. Insomma: vi era lì la ricerca creativa di un nuovo rapporto tra capitale e lavoro, tra impresa e lavoratori. Come guardava a tutto questo il mondo FIAT? Con uno scetticismo intriso di ironia. Quelli di Ivrea erano chiamati “gli artisti” e dietro questa beffarda definizione vi era tutto il peso della razionalità industriale torinese: l’impresa non si fa così. Non c’è spazio per fughe in avanti creative, estrose perché l’impresa è disciplina, razionalità, gerarchia. Poi è finita come è finita.

Al tempo stesso la razionalità torinese era così accentuata, così ostentata da secernere il proprio contrario: il mistero, l’irrazionale, il magico. Una faccia nascosta rispetto alla superficie visibile. Quasi un ritratto di Dorian Gray, che smentisce nell’ombra l’immagine pubblica deformandola, ma che non è meno significativa per il carattere della città.

Infine, il terzo grande tassello: la modernità. Anche questo celebrato da quintali di letteratura. Torino è una città aperta al moderno, al nuovo. Aperta al cambiamento. Lo è stata nella capacità di dare attuazione al sogno unitario (più o meno esplicitamente voluto dalle élite sabaude). Lo è stata soprattutto nell’aprire al nuovo mondo produttivo nel momento in cui – alla fine del XIX secolo – modernità voleva dire industria. Significava superamento della dimensione bucolico-agricola per approdare a quella dell’economia moderna. Alla fabbrica, con le sue immense implicazioni sociali e politiche.

Gerarchia, razionalità e modernità dunque appaiono tasselli essenziali nella definizione dell’identità torinese. Però tutto questo appartiene al passato. Ad un tempo in cui le identità erano definite, scolpite nel marmo all’interno di un universo di coordinate stabili, Era il mondo della permanenza, della stabilità.

Ma oggi? Nel tempo della fluidità, delle identità liquide e intercambiabili ha ancora senso porsi il problema dell’identità della Torino che vogliamo costruire? Ha senso ragionare sul futuro a partire da questo concetto?

Forse sì, a patto di non smarrire il senso della propria contemporaneità, di non ignorare i connotati largamente inediti del nostro tempo, così sfuggente, così fragorosamente inedito. Questo vale per gli individui, e a maggior ragione vale per le entità collettive, per gli agglomerati di esseri umani chiamati comunque a costruire un destino comune. Ciò che è stato non può ovviamente essere riproposto nei termini che la storia ci ha tramandato. La company town non esiste da decenni e certo non esisterà più. La vocazione manifatturiera che aveva segnato in maniera pressoché univoca la vita e il carattere della città è scomparsa per sempre e non ha alcun senso riproporla negli stessi termini. L’automobile come identità chiave torinese è trapassata.

Tutto questo però può riapparire come frammento, come parte di un quadro più variegato. Il ragionamento basato sull’identità singola deve sfociare in quello costruito sulle vocazioni multiple, sulle identità multiformi. Ragionare sulla Torino del 2040 significa abbandonare l’idea di un’unica identità esclusiva e abbracciare quella di identità plurime.

Già ora per chi abbia voglia di agire e di progettare ci sarebbe molto da fare in questo senso. C’è da dare un nome e una visibilità alle cose. C’è un lavoro di identificazione e valorizzazione di realtà già adesso esistenti, già adesso capaci di esprimere energie, di produrre lavoro e fatturato, di aggregare interessi: dalla filiera dell’arte contemporanea al mondo delle start up tecnologiche, dal turismo a nicchie pregiate di manifattura. Facendo leva sulle eccellenze formative come il Politecnico e assumendo la capacità attrattiva di giovani come orizzonte da perseguire.

Non è certamente questa la sede per costruire un programma politico. Tuttavia, iniziare a definire le coordinate culturali in cui provare a farlo forse può essere di qualche utilità.


venerdì 5 giugno 2026

Voci da un mondo sommerso

 


la delucidazione della memoria

Alberto Arbasino. L’«Autocronologia», curata da Raffaele Manica, è uno strumento conoscitivo eccezionale per capire come lo scrittore rivedesse continuamente il suo passato a fini letterari

Andrea Cortellessa

È un clic notevole quello riportato da Raffaele Manica nelle pagine preposte alla Cronologia da lui redatta per i «Meridiani», nel 2009, a festeggiare gli ottant’anni di Arbasino (compiuti giusto fra il primo e il secondo volume). Del format di collana insospettiva l’interessato lo strumento più feticizzato dagli aficionados: la biografia dell’autore disposta, per tradizione, in forma annalistica. «Prima tentò di sviare, poi pretese che tutto fosse contenuto in una cartellina di non più che duemila battute, poi mi disse di procedere per conto mio», racconta Manica, «salvo criticarmi aspramente per il fatto di utilizzare interviste e dichiarazioni […] che ora appassivano tristemente». E poi appunto l’obiezione paradossale: «diceva che le cose che andavo scrivendo già le conosceva bene (stesso discorso per le sue varianti di scrittura). Non c’era modo di farlo persuaso che non a lui autore erano dirette, ma a un lettore a venire».

Sempre aristocraticamente sprezzante le tirature dei libri (se le classifiche di vendita significassero qualcosa, era solito motteggiare, il ristorante migliore sarebbe McDonald’s), era già lecito il sospetto che Arbasino – quest’ibrido bizzarro fra T.S. Eliot e la compagnia D’Origlia-Palmi – scrivesse, sovranamente, per sé solo. Ma il bon mot è eloquente, anche se non è dato sapere se sovrasegmentalmente più sprezzante o rassegnato. Era un puzzle mentale, quella memoria d’elefante suo superpotere e insieme maledizione; e in cuor suo sono convinto sapesse – come quel personaggio di Perec che si insegue per tutta la vita, senza mai raggiungersi – che non ne sarebbe mai venuto a capo. Fatto sta che alla fine, nonché duemila battute, Arbasino mise insieme quelle che, nell’impaginato della Piccola Biblioteca Adelphi, assommano a più di duecento pagine (al netto dei raccordi discreti del curatore, qui segnalati fra parentesi quadre): autocommento esplicito dunque, che in altri volumi della stessa collana era stato condotto in forme più oblique (si veda il numero 3, 2024 della rivista «InOpera»). Lo stesso titolo Autocronologia è d’autore: così aveva definito Arbasino le Memorie quasi indiscrete pubblicate sulla «Repubblica», nel 2003, «per un uso editoriale postumo» (che invece, come si vede, si lasciò indurre ad anticipare). L’ultima battuta, nel «Meridiano», suona infatti: «lavoro a un’elaborazione di varie memorie».

Se Arbasino non ha mai cessato di riscriversi, lo ha fatto per paradossalmente aggiornarle, quelle memorie: come se la distanza di tempo, anziché appannarle, dovesse lucidarle sino al parossismo. Ma ci sono memorie e memorie. Quelle di cui l’Elefante Alberto non s’è mai stancato di stipare i suoi libri sono “esterne”: il «magnetofono ben temperato», come lo definì Paolo Milano, infaticabile registrava rumori o voci, nonché ritratti e immagini, di cui s’era votato a testimone e historicus; viceversa le memorie “interne” erano proibite, censurate, tecnicamente parlando forcluse. La «reticenza» che a ragione Manica considera una strategia «retorica» (e dunque certo, perché no ohibò?, una poetica), non riguarda il prossimo (agli esordi, anzi, certa sua spregiudicatezza gli aveva procurato più d’una noia) ma sé stesso. Bando dunque al «proustismo di maniera», «nonne e bisnonne, e tanti sacrifici tra mangiarini e cuoricini e dispiaceri in casolari», e via libera semmai (come ha mostrato Silvia De Laude in Arbasino A-Z) al Proust 2.0, a suo tempo brandito dalla nouvelle critique: che nel Contro Sainte-Beuve raccomanda «di lasciar perdere le invadenze ficcanaso e biografiche».

E questo sin dal principio, cioè sin dalle Piccole vacanze occhiutamente vagliate da Calvino nel ’57: «di solito il primo libro è un libro-confessione. Per me no. Non c’è niente di autobiografico nel mio debutto. Sono diverse storie unite da uno stesso tema: tanti sforzi per conseguire l’Amore, e poi invece si incontra il dolòr». La vera vacanza, insomma, era da sé stessi. Anche se nel racconto dal titolo cardarelliano Distesa estate qualche eco più personale si percepisce. Lo dice pure il finale, sia pure nella scoperta parodia manzoniana: «Addio giallo paese che ricade nel sonno, Grand Hôtel sepolcrale, ombroso parco spazzato dal vento, addio bosco tennis piscina ore pungenti, giorni che da oggi in poi rimpiangerò […], addio fiori scale orologio immobile giochi perduti; non sarò ragazzo mai più e neanch’io lo vorrei, però mi è piaciuto molto».

Non c’è dubbio che a far rumore, a suo tempo, sia stata soprattutto la prima parte dell’Autocronologia – quella i cui estratti offriamo ai nostri lettori –: che faceva aggallare a sorpresa le «sensazioni vivissime e poi mai sfruttate» delle due estati violente, e tutt’altro che distese, del Quarantatré e Quarantaquattro. Dove Arbasino alterna le fughe in bici dai mitragliamenti con quelle a caccia di libri (se ne ricorderà nella Gita a Chiasso del ’63), anche se è reticente pure su queste ultime (quando per esempio menziona il Tesoretto dello «Specchio», non dice come lì gli apparve il Gadda destinato a più salargli il sangue, quello dell’Adalgisa).

Il valore di queste pagine, intrinsecamente letterario prima che ficcanaso e biografico, è fuori discussione.

Un altro documento resterebbe a questo punto da estrapolare, ancor più problematico e rivelatorio: quelle «centoventi tremende pagine», come le ha definite Giovanni Agosti, che – seminascoste nel tumultuare dei Fratelli d’Italia del ’93 – recano il titolo, a proposito di Gadda, di Condizione del dolore. Dalla tumulazione dell’Elefante sono passati più di sei anni; eppure non ne siamo mai sazi.

Alberto Arbasino

Autocronologia
A cura di Raffaele Manica
Adelphi, pagg. 246, € 16

https://machiave.blogspot.com/2026/06/la-passione-dei-classici.html

sabato 8 novembre 2025

La storia si fa donna

Marianna Rizzini
La storia si fa donna

Il Foglio, 8 novembre 2025 

Parla del passato, ma anche di un futuro che sembra essersi nascosto nello sconforto all’ultima curva del secolo breve; riempie teatri e piazze con lezioni che illuminano la parte in ombra di storie note e meno note; rivela, in un gioco di scatole e rimandi, personaggi e mondi di un Cinque-seicento capaci di specchiarsi, gattopardeschi, in un presente dove tutto è cambiato per non cambiare, e di sfidare gli spettatori di oggi da una Roma d’antico regime che, d’un tratto, si fa coro garantista attorno al condannato. Si chiama Lisa Roscioni ed è docente di Storia Moderna alla Sapienza, saggista e autrice radiofonica, la donna che strappa Cristina di Svezia o Beatrice Cenci alla leggenda e la monaca di Monza all’involucro manzoniano, trasformando se stessa in narratrice magnetica, il palco in un viaggio nel tempo e il podcast in un percorso dal vivo tra boschi e ruderi, alla ricerca dei luoghi che hanno fatto da sfondo allo scandalo della Badessa di Castro (che tanto aveva affascinato Stendhal). Il curriculum è insomma molto denso, ma non solo quello spiega fino in fondo il crescente seguito di Lisa Roscioni fuori dalle aule universitarie, pur restando lei prima di tutto, e con convinzione, una docente con cattedra nel primo ateneo della Capitale, quindici anni di insegnamento universitario a Parma alle spalle e studi ancora precedenti all’Ecole des Hautes Etudes en sciences sociales di Parigi, sua città di elezione.

Partendo da un futuro vicinissimo, ma affacciato sul passato, domani, 9 novembre, Lisa Roscioni sarà a Pavia, Castello Visconteo, in una sala da 1200 posti, a raccontare, per le “Lezioni di storia” ideate da Laterza, gli “Anni della battaglia”, intesi come fine del mondo di Francesco I e Carlo V, sotto al titolo di “Tutto è perduto fuorché l’onore”. Facendo un piccolo passo a ritroso lungo la linea degli ultimi mesi, invece, ci si imbatte in Lisa Roscioni in una Piazza di Pietra gremita per il “Roma Storia Festival”, tra file di spettatori attenti e turisti che sciamano verso l’aperitivo: Roscioni è sul palco, e resuscita per i convenuti la Roma bifronte a cavallo tra sedicesimo e diciassettesimo secolo: splendida e dolente, maestosa e stritolata tra intrighi, violenza, polvere, fango e spazzatura. Uscendo dal Tempio di Adriano e salutando il pubblico, Roscioni trova che quella piazza “confusa, chiacchierona e distratta” ricordi molto l’atmosfera in cui sono maturati i fatti che hanno portato all’11 settembre del 1599, data oggetto della lezione e giorno in cui una folla mormorante ha affollato le vie che fanno da sfondo al viaggio verso il patibolo della giovane nobile parricida Beatrice Cenci, tra pianti di donne e sussurri dei così chiamati “frati consolatori”, tra carrozze e coro greco di voce popolare che sovrasta trame di famiglie nobili, realpolitik papale e torri dove una moglie e una figlia possono essere rinchiuse da un padre padrone, fino a precipitare nella pozza di una giustizia che deve farsi spettacolo macabro per esibire il potere, ottenendo però, alla fine, l’effetto contrario. Ed è nel viaggio verso una verità che per Roscioni è sempre frammento che innesca un percorso di ricerca e indagine ma mai, come dice al pubblico, luce totale su quello che le cronache processuali dell’epoca e altre fonti non possono restituire, che la storica parla all’oggi, evocando senza commento la truculenza del supplizio ma anche la frase detta da Beatrice a monte del parricidio: “Io non voglio stare più in questa vita”. Che cosa c’è dietro a quella frase? “Senza domande non c’è storia”, dice Roscioni raccontando il suo lavoro come un’avventura. La frase di Beatrice apre un’altra porta, forse su una decisione che può essere soltanto intuita dai posteri e su un soffio di consapevolezza legato al tema della reputazione, ieri fatta di ripudio e isolamento sociale e oggi di dannazione sul web.


Ma il racconto a ritmo serrato di Roscioni attorno a personaggi sconosciuti o rimasti intrappolati nei libri di scuola, tuffo diretto nell’epoca, può portare anche a giorni più recenti e al brulichio di passanti lungo il primo chilometrico tapis-roulant comparso a Parigi nei giorni dell’esposizione universale del 1900, come ha raccontato la storica il 26 ottobre, in diretta da Bolzano, per “Futuradio”, festival di Radio tre, sviluppando il tema “Il futuro è finito? Storia di un’idea che ha cambiato il mondo” e facendo percepire con la voce l’entusiasmo dei visitatori d’allora per quel grande palcoscenico di scoperte che sembrava disegnare un domani di progresso e meraviglie: l’elettricità, il cinematografo e, sul lato politico, “l’avvenire socialista” con il suo “suono di fabbriche e rivoluzioni”. Poi, il crollo delle speranze lungo tutto il secolo breve, fino alla grande illusione successiva e allo snodo inquietante degli ultimi cinque anni: Roscioni cita un saggio di Yuval Noah Harari (“Homo deus, breve storia del futuro”, ed. Bompiani), in cui l’autore parte dall’assunto che l’umanità abbia sconfitto carestie, guerre e pestilenze e debba quindi affrontare pericoli più immateriali. E invece: ecco il Covid, l’Ucraina, il Medio Oriente e la crisi climatica, dice Roscioni, parlando di un futuro che da promessa si fa minaccia.

Restituire la voce a immagini mute, questo è anche il lavoro dello storico, dice Roscioni quando la incontriamo in una piccola libreria dove sembra divertirsi, nell’attesa, a interrogare silenziosamente le copertine dei libri esposti, e le chiediamo del suo presente e del suo passato di saggista e autrice di testi che hanno oltrepassato, per successo, il perimetro degli addetti ai lavori, a partire da quelli in cui sviscera i temi in cui si è imbattuta, un po’ per caso e un po’ no, all’inizio della carriera, quando, seguendo una domanda e poi un’altra e poi un’altra ancora, si è appassionata alla storia dei manicomi (altra domanda: quando la privazione della libertà è diventata sinonimo di guarigione, ammesso che rinchiusi si guarisca?). Sono nati così i libri “Il governo della follia. Ospedali, medici e pazzi in età moderna” (ed. Mondadori) e “Lo smemorato di Collegno. Storia italiana di un’identità contesa”, (ed. Einaudi). E nascono così, interrogando e seguendo un filo, una traccia, una suggestione – su e giù per le biblioteche di tutta Europa, diventate un luogo familiare e una tappa fissa nei viaggi che hanno tenuto insieme passione per il lavoro e vita privata, tra cattedre, matrimonio, figlio — le lezioni che oggi richiamano a teatro estimatori impensabili per gli argomenti trattati, persone di ogni età che si accalcano ordinate in serpentoni all’inglese davanti alle sale (è successo nel gennaio scorso, davanti al Teatro Verdi di Trieste) o, in versione smaterializzata, sui canali social dell’autrice dove, all’inizio di ottobre, alla vigilia del festival “Eccentriche-storie di donne fuori dal comune”, la “Vita breve della pittrice Paula Modersohn-becker”, argomento della conferenza poi tenuta da Roscioni dal vivo a Bologna, è diventata un piccolo cult per gli ascoltatori incantati dall’esistenza matta della giovane pittrice espressionista tedesca che, dopo aver lasciato il marito per dare una possibilità alla vera se stessa in quel di Parigi, si chiede come sarà la nuova vita dove “tutto deve ancora accadere”.


Ma Lisa Roscioni non è una divulgatrice né una influencer. Non è neanche un’attrice, anche se sul palco una certa attitudine teatrale emerge, al punto che, ritrovandosela davanti, non si può fare a meno di chiederle se non abbia mai recitato davvero. E in qualche modo la risposta è sì, seppure per gioco e come elemento del lessico familiare di casa Roscioni, la cui tradizione prevedeva che d’estate, nella casa dov’era presente una sorta di piccolo teatro interno, a nove, dieci, undici o dodici anni, la futura storica, davanti ai parenti, ma anche con il coinvolgimento dei medesimi, era capace di mettere in scena, da regista e da mattatrice con più parti in commedia, una pièce liberamente ispirata alla “Lampada di Aladino” o a “Gl’innamorati” di Carlo Goldoni o alla “Bisbetica domata” di William Shakespeare. Era già presente, in nuce, la Roscioni ragazza che, tra liceo e laurea, aveva fatto vita divertente da “studentessa organizzata”, studiosa ma non secchiona, frequentatrice dell’ambiente universitario romano ma con il vizio dell’inseguimento dei personaggi da romanzi nel loro set originale (e dunque viaggi per magioni di campagna e brughiere per “Orgoglio e pregiudizio”, Lubecca per “I Buddenbrook”, soffitti bassi per “Delitto e castigo”). Ed era forse già attiva, nella Roscioni piccola attrice casalinga, la storica che in aula, in radio e sul palco porta tutto il percorso fatto fin da quando, lavorando su una serie di documenti spariti, e spostandosi di città in città sulle orme di un alchimista imbroglione, aveva trovato le tracce di altre storie oscure, tra carceri, tribunali, folli e finti folli. Evocazione e avventura, dunque, ma non divulgazione. E’ una parola che Roscioni non sente come sua: “Parlare di divulgazione, soprattutto nel campo delle Humanities”, dice, “implica spesso l’idea che esista una cultura ‘alta’ e inaccessibile, da trasmettere a chi ne è privo. E’ un presupposto che non condivido. Il pubblico è attento, curioso, esigente: riconosce la differenza tra un influencer o un giornalista —sia detto con rispetto — che racconta una crime story e uno storico. E non è solo una questione di competenza o di fonti, ma anche di stile, di modello”. Roscioni predilige quello francese o anglosassone: “Non c’è argomento, anche complesso, che non possa essere raccontato con un linguaggio accessibile e al tempo stesso rigoroso”. Altra parola che non spiega il tutto: lo storytelling. “Non mi limito a ricostruire una vicenda, ma cerco e mi pongo domande senza la pretesa di offrire certezze assolute”, dice Roscioni: “La storia è una forma di ricerca, un metodo, uno sguardo sul mondo, sul presente come sul passato. E’ questo che cerco di condividere”. Da storica Roscioni lavora nel e sul silenzio, per poi dare voce e riportare in vita con precisione e senza pesantezza accademica. Ma che cosa porta un pubblico di non addetti a seguire una sua lezione? “Avverto una sete diffusa di cultura, ma non nel senso dell’intrattenimento. Come desiderio di capire, conoscere, avere strumenti per orientarsi in quest’epoca confusa, segnata da notizie manipolate. E’ a questo che cerco di dare una risposta”. Anche con i suoi studenti: “Non parto dal presupposto che siano ragazzi ignoranti e ottusi ai quali instillare qualche nozione”, dice Roscioni. “Sono intelligenze vive, lampadine da accendere, esigenti e alla ricerca di bussole. Basta solo guardarli, ascoltarli, mettersi in comunicazione con loro”.


Fuori e dentro l’aula, divertendosi a recitare la parte della rivoluzionaria francese Olympe de Gouges in una conversazione impossibile con Don Milani sotto la conduzione radiofonica di Edoardo Camurri o illuminando una delle verità possibili tra le campagne laziali e la British Library, Roscioni si imbatte in rivoli di storie e controstorie. Come quelle che, anni fa, per vie traverse, l’hanno portata a illuminare l’arrivo a Roma di Cristina di Svezia, strana regina colta ma non intellettuale, educata come un primogenito maschio dal padre re. Regina che abdica convertendosi al cattolicesimo in un paese protestante, anche se poi non pare molto devota e anzi ride e si tormenta i capelli in chiesa e si diverte a sparare da Castel Sant’Angelo vere palle di cannone contro Villa Medici, e si stabilisce a Palazzo Farnese, accolta dal Papa ma circondata di chiacchiere, con una corte di squinternati malpagati che, per sostentarsi, strappano rame dai tetti e stucchi dalle carrozze. Perché quella conversione, si è chiesta Lisa Roscioni, per vero afflato o per altri motivi? La domanda resta aperta, e la storia è sempre anche il risultato di un dialogo “con fantasmi che ti portano all’inferno”, dice Roscioni citando lo storico Marc Bloch. “Come Orfeo cerchiamo di afferrare un’Euridice che ci sfugge”, che sia davanti all’Inquisizione o nel minuetto di dissimulazione di una famiglia secentesca in crisi di liquidità o, infine, di nuovo tra gli scaffali di una biblioteca in cui non ti senti mai solo, dice Roscioni, “perché la storia ti fa compagnia” anche quando “ti muove a tentoni e arrivi davanti a un buio che resta buio”. E a quel punto che fai? “A quel punto devi lasciarlo dov’è”.

lunedì 3 febbraio 2025

Il crollo della speranza



 

Negli ultimi trent'anni più volte nella politica italiana un partito è sembrato sopravanzare tutti gli altri per arrivare a porsi come rappresentante potenziale dell'intera nazione. Colui o colei che si trova a capeggiare la forza politica sulla cresta dell'onda può pensare di avercela fatta. Quello che era il suo partito sta diventando, è diventato il partito della nazione.  Ora è Giorgia Meloni a coltivare un'idea simile. Prima di lei. era suvccesso a Berlusconi con Forza Italia, poi a Renzi (Renzi!) con il Pd, a Di Maio (Di Maio!) con i Cinque Stelle, e infine a Salvini con la Lega: e fu la breve stagione del Papete. Giorgia Meloni, al di là dei proclami trionfalistici, ha il serio problema di consolidare il risultato raggiunto tesaurizzando per quanto possibile il consenso finora ottenuto. Come questo possa accadere - elezioni anticipate, crescita a danno degli alleati, nuove regole per lo scrutinio - non è dato per il momento ipotizzare. Né è dato sapere se il vento favorevole continuerà a soffiare fino alla prossima chiamata alle urne. Probabilmente la destra al potere è destinata a mantenere una composizione plurale che promette anche di reggere agli scossoni disseminati lungo il percorso futuro. 
Ben diverso è il caso dello schieramento opposto che non può puntare su un semplice mantenimento della sua consistenza attuale, come sembra proporre Dario Franceschini. Sarebbe interessante stabilire come merita di essere chiamato lo "schieramento opposto". Il nome sinistra non gli si addice dato che viene respinto dal capo attuale dei Cinque Stelle. Quest'ultimo si considera "progressista", ma è da vedere se l'espressione vale anche per il centro residuo di Renzi e Calenda. Va bene parlare di "campo larghissimo", ma esiste un aggettivo che sia in grado di precisarne l'orientamento politico? Renzi ora si colloca nell'area del Pd, mentre Calenda si mantiene sulla soglia dell'intero schieramento, non sta né di qua, né di là. E poi la base stessa della sinistra appre contraria alla grande ammucchiata. Come risulta dal sondaggio di Alessandra Ghisleri per la trasmissione Porta a Porta,  l'ipotesi di un "campo larghissimo", appunto, ossia di un'alleanza che incuda anche Italia viva (Renzi) e Azione (Calenda) non scalda molto i cuori tra i democratici e i pentastellati. Scrive Massimiliano Panarari sulla Stampa di oggi:
"Proprio alla luce di questo scenario, a proposito di quanto documentava il sondaggio di ieri di Alessandra Ghisleri, la sinistra-sinistra rischia di fare testimonianza, mentre avrebbe l'esigenza di presentarsi almeno come sinistracentro, se non di tornare a essere compiutamente un centrosinistra. E avrebbe bisogno, sebbene in vari settori del suo elettorato prevalga il virus della divisione e della purezza identitaria – che pare inestirpabile come l'influenza di questa stagione –, dell'unità [corsivo aggiunto] di tutti i progressisti, centristi e riformisti compresi".
Insomma il bravo opinionista arriva a invocare l'unità per uno schieramento che di fatto ha solo una definizione geometrica e che è tuttora privo di una etichetta politica forte. Perché non è il caso di alzare le spalle di fronte all'ostacolo lessicale. Se la parola giusta manca all'appello, ciò accade perché il contenuto sostanziale è oscuro. Il significante è geometrico, mentre un significato persuasivo non può essere detto senza ricorrere a una qualche forzatura. Bisognerebbe arrendersi all'evidenza. A destra c'è una omogeneità culturale di fondo, a sinistra o per meglio dire nello schieramento opposto manca una lingua e soprattutto un discorso, un vero discorso, comune. Va  bene auspicare che si arrivi a uno schieramento capace di evitare la dispersione dei voti. Ma non si parli di unità, per favore. L'unità presuppone una battaglia culturale che una parte della sinistra dovrebbe condurre puntando a unificare culturalmente il cosiddetto campo largo, almeno: Il Pd, i Cinque Stelle, l'Alleanza Verdi Sinistra.   
Se mai il campo degli esterni allo schieramento governativo di destra dovesse puntare alla vittoria e non solo a un piazzamento più o meno onorevole, al di là dei chiarimenti sul fondo - cosa vogliamo? cosa faremo nei primi cento giorni? quali sono le nostre priorità nel medio e nel lungo periodo? -, non sarebbe male che una domanda o due trovassero una risposta. Prima domanda: lo schieramento vuole strappare voti alla destra? impresa quanto mai ardua, per non dire disperata. Gli esterni da Conte a Calenda non hanno perso per via del successo conseguito dai loro avversari nella caccia ai voti. Nel 2022 la destra ha preso gli stessi voti di prima in termini assoluti: 12.305.014 contro 12.409.981 nel 2018. Nel campo larghissimo, tra gli esterni, si è invece prodotto il crollo dei 5 Stelle: hanno ottenuto 4.335.494 voti, ne avevano presi 10.945.411 la volta prima. Gli astenuti sono passati da 12milioni e 800mila circa a 17 milioni. Ed ecco la seconda domanda, quella decisiva: come si può incidere sul fenomeno dell'astensione che ormai colpisce assai più gli esterni che non la destra? Faceva notare qualche tempo fa Paolo Natale come nel campo dell'opposizione aleggiasse "una sorta di insicurezza, indecisione, incapacità di vedersi interprete attivo della vita democratica, quanto meno attraverso l'espressione del voto" (Votanti a destra, astenuti a sinistra, Gli Stati generali, 9 agosto 2023). Questa è la malattia che si tratta di debellare e per una simile operazione non basta certo riproporre pari pari il solito schieramento senza carattere. 
Sarebbe necessario imbastire una nuova narrazione nella quale la rivincita sulle pretese maggioritarie della destra cominciasse ad apparire cosa ragionevole e sensata. Sarebbe soprattutto necessario trovare il linguaggio e le persone adatte per parlare agli esclusi, ai dimenticati, a quanti non osano più sperare in un futuro diverso. Gli esterni potranno aspirare alla vittoria solo se riapriranno le porte alla speranza, se sapranno parlare con convinzione di un altro mondo possibile. Non è cosa da poco. Per questo non basta dire che cosa non va. Occorre dire come può andare, come sta andando là dove si stanno sperimentando soluzioni alternative efficaci. Di questo ha parlato, oggi, sulla Stampa Alessandro De Angelis. 
Alessandro De Angelis
Se il paese non smette di guardare al passato
La Stampa, 3 febbraio 2025
Il discorso pubblico è piuttosto incline a rivolgere la testa al passato. Si celebra molto, ma è come mostrare una foto nel salotto: chi c'era pensa, con un po' di nostalgia, quanto stava bene allora. Un "come eravamo", buono per cultori della materia, sempre meno, e protagonisti canuti che resistono all'uscita di scena, in un paese, esso stesso, molto brizzolato. Qualche intervista e via. Chi non è brizzolato, cambia canale (e talvolta pure paese). Del resto, come può essere interessato se si parla di robe del secolo scorso, sconnesse da quel che accade: Fiuggi mica è stata l'occasione, a destra, per farsi due domande sull'oggi, così come Berlinguer è un santino buono per essere stampato sulle tessere, mica per fare i conti con la [nuova] "questione morale" dei capibastone al Sud. Vale anche per Craxi e il "riformismo", altra parola depauperata di senso; per l'Ulivo che pare una seduta spiritica agli occhi di chi è nato quando Prodi cadde in Senato e vota quest'anno per prima volta; per i cattolici e il loro ruolo, tema che, attualizzata sugli interrogativi etici di oggi e non dei tempi di Don Camillo, sarebbe pure interessante. 
In fondo, la celebrazione è finzione conservativa. Da un lato il passato, trasformato in un ferro vecchio per l'oggi, al massimo strumento (autoreferenziale) di contesa alla bisogna. Dall'altro il presente senz'anima. Risultato: c'è una parola che manca, nel discorso pubblico. Che è la più importante: "futuro". Manca proprio perché siamo immersi dentro un presentismo in cui la dimensione prevalente è il qui e ora, il potere come gestione e la velocità come mito sostitutivo della profondità e del dubbio. Tutto si consuma nello spazio di un tweet e di una dichiarazione che ecciti gli eserciti di follower. Nulla si sedimenta. Ma una democrazia muore se si riduce solo a pagine Instagram e teche, senza grandi racconti che facciano camminare oltre le une e le altre. Appunto, nel futuro. 

mercoledì 7 febbraio 2018

Il muro di Berlino, passato remoto ormai





Per la prima volta, possiamo dire che il lasso di tempo trascorso da quando il Muro di Berlino è stato abbattuto a oggi è più lungo del lasso di tempo in cui il Muro di Berlino è stato in piedi. Infatti il muro che ha diviso la capitale tedesca è durato la bellezza di 10.316 giorni: però oggi, martedì 6 febbraio, sono esattamente 10.317 giorni da quando è stato buttato giù.
Il Muro infatti è stato costruito a partire dal 13 agosto del 1961 ed è stato abbattuto, come in molti ricorderanno, l’11 novembre del 1989: sono passati 28 anni (il calcolo dei giorni, se volete, potete verificarlo su questo sito: attenzione però a cliccare sull’opzione “include end date in calculation”, altrimenti i giorni diventano 10.315). Sono passati 28 anni anche da quando è stato abbattuto, e più precisamente 10.317 giorni da quel fatidico 11 novembre a oggi (se avete dubbi, ancora, potete verificarlo).

L’idea che il Muro di Berlino, un simbolo dell’Europa divisa ma anche dei regimi totalitari che ancora esistevano ai tempi della Guerra fredda, sia stato in piedi per lo stesso numero di giorni che sono trascorsi dalla sua caduta ha fatto riflettere un po’ di persone. La coincidenza è stata notata da più parti, a partire da un accademico su Twitter. La Cnbc ha dedicato sul suo sito una retrospettiva alla storia del Muro, raccontando tra l’altro che «almeno 140 persone sono morte nel tentativo di superarlo».
Di queste, stando al Memoriale del muro, 110 erano tedeschi dell’Est uccisi dalle guardie della Ddr mentre cercavano di scappare, o vittime di un incidente durante la fuga; una trentina erano tedeschi dell’Est uccisi per errore mentre si trovavano nei pressi del Muro, anche se in realtà non stavano scappando; nella conta dei morti figurano inoltre otto guardie e soldati della Ddr uccisi mentre erano in servizio nei pressi del Muro. L’ultima persona uccisa mentre tentava la fuga oltre al Muro si chiamava Chris Gueffroy, uno studente di 31 anni: una guardia gli sparò il 5 febbraio del 1989, appena 9 mesi prima della caduta del Muro.

http://www.rivistastudio.com/cose-che-succedono/muro-berlino-storia/
http://www.tagesspiegel.de/berlin/zirkeltag-nach-dem-mauerfall-was-berlins-schueler-ueber-ost-und-west-lernen/20924250.html

domenica 13 luglio 2014

Che cosa chiedere alla storia

Dino Messina
Bloch insegna: i passati remoti ci fanno bene
Corriere della Sera La Lettura, 13 luglio 2014

Poche cose sono dannose come l’illusione di vivere in un eterno presente. Lo abbiamo visto con la crisi economica da cui a stento riusciremo a uscire, figlia proprio di quell’errore che ci fa vivere senza una visione prospettica. Marc Bloch (1886-1944), autore nel 1924 del capolavoro I re taumaturghi , era più o meno nella nostra situazione quando nel gennaio del 1937 venne invitato a tenere una conferenza in occasione dell’incarico di docente di Storia economica al Centre polytechnicien d’études économiques. L’onda lunga della crisi del 1929 ancora si faceva sentire e il grande storico, avendo scelto come tema della sua prolusione quello dell’«utilità della storia», metteva proprio in guardia dal mancato studio del passato. Essendo «la storia scienza del cambiamento e sotto molti riguardi scienza delle differenze», essa ci abitua a scuoterci dall’ipnosi dell’immutabilità.
È questa solo una delle osservazioni contenute in quella conferenza che ora viene riproposta a cura di Grado Giovanni Merlo e Francesco Mores dall’editore Castelvecchi (Che cosa chiedere alla storia, pp. 80, euro 9). Una vera e propria chicca che interesserà i non pochi estimatori di un personaggio che scelse di impegnarsi nella Resistenza contro il nazismo quando era alla soglia dei sessant’anni ed era un affermato professore, fondatore della scuola delle Annales assieme a Lucien Febvre, che nel 1949 avrebbe curato gli scritti postumi del collega ucciso dai nazisti, Apologie pour l’histoire, ou métier d’historien.
Studia meglio il passato, argomenta Bloch, chi ha maggiore curiosità per le vicende umane del presente. Il che non vuol dire che la storia vada piegata agli interessi del momento: la si deve anzi raccontare con la maggiore obiettività possibile. Lo storico quindi deve essere capace nello stesso tempo di passione e distacco. Altra raccomandazione di Bloch è di non limitarsi all’analisi del passato prossimo. I salti storici, i grandi cambiamenti ma anche certi rapporti di causa effetto si vedono meglio quanto più guardiamo al lungo periodo. A determinate condizioni corrispondono certe conseguenze. Il che non ci deve autorizzare a facili analogie tra il passato e il presente. Esercizio che Bloch riteneva antistorico.