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lunedì 7 settembre 2026

La lezione americana

Melat Kiros

La tesi di Giovanni Orsina, nell'articolo pubblicato dalla Stampa di oggi (vedi sotto) comporta un assioma centrale: l'idea che la sinistra sia incapace di rigenerarsi e possa solo subire la reazione populista. L'esempio degli Stati Uniti, in particolare l'ascesa dei socialisti democratici, dimostra invece che una ristrutturazione radicale dall'interno è possibile e, proprio nel paese governato dal populista Trump, è già in atto. 

Il caso più emblematico del ricambio avviato è Zohran Mamdani, l'esponente dei Democratic Socialists of America (DSA) eletto Sindaco di New York. Questo fatto nuovo offre una risposta diretta e pratica per contestare l'analisi di Orsina:

Riorientamento sui bisogni materiali: Mentre Orsina accusa la sinistra di essersi persa nei diritti civili astratti, la nuova sinistra di Mamdani ha vinto rimettendo al centro l'accessibilità economica: la sua amministrazione ha introdotto il congelamento degli affitti per un milione di appartamenti e l'asilo nido gratuito.

Populismo di sinistra contro populismo di destra: Mamdani non subisce il populismo, ma lo cavalca in senso progressista. Ha intercettato la rabbia della Generazione Z e delle fasce più povere contro le élite economiche, dimostrando che la spinta populista non è necessariamente una prerogativa della destra conservatrice. 

Rigenerazione interna ai partiti tradizionali: Questo fenomeno non avviene fuori dalle istituzioni, ma sfrutta i meccanismi del Partito Democratico americano. Come spiegato in un'analisi della Fondazione Giuseppe Di Vittorio, la vittoria di Mamdani ha riaperto il dibattito globale sulla possibilità di ricostruire "un'altra sinistra" attraverso proposte radicali e di forte rottura.

Mentre l'approccio storico-politico di Orsina tende a fotografare la fine del ciclo socialdemocratico del Novecento, l'esperienza dei democratici socialisti negli USA evidenzia che il conflitto sociale sta semplicemente cambiando pelle, trovando nuove formule per sfidare lo status quo. 

L'esempio di Melat Kiros

Massimo Basile
Socialisti alla riscossa tra i Dem Usa: La Gen Z scuote il partito in Colorado con Melat Kiros
la Repubblica, 2 luglio 2026

NEW YORK - L’avanzata dei candidati socialisti democratici è arrivata anche in Colorado. La socialista Melat Kiros ha battuto la deputata democratica della Camera Diana DeGette nelle primarie del partito. E’ una vittoria clamorosa per una candidata alla sua prima esperienza elettorale contro una parlamentare in carica da quasi trent’anni anni, e segna un altro successo per gli sfidanti progressisti in tutto il Paese.NEW YORK - L’avanzata dei candidati socialisti democratici è arrivata anche in Colorado. La socialista Melat Kiros ha battuto la deputata democratica della Camera Diana DeGette nelle primarie del partito. E’ una vittoria clamorosa per una candidata alla sua prima esperienza elettorale contro una parlamentare in carica da quasi trent’anni anni, e segna un altro successo per gli sfidanti progressisti in tutto il Paese. Kiros, 29 anni, nata in Etiopia e arrivata in Usa da bambina con la famiglia, avvocata e attivista, è l’ultima candidata emersa dall’ala sinistra del Partito democratico a sconfiggere esponenti sostenuti dall’establishment. Alle primarie di New York, il mese scorso, hanno vinto i tre candidati sostenuti dal sindaco Zohran Mamdani. A Washington gli elettori democratici hanno eletto la socialista Janeese Lewis George, destinata a diventare sindaca della capitale, mentre a Los Angeles Nithya Raman, urbanista, correrà a novembre per guidare la città.
Anche nel caso di Kiros la vittoria è alimentata dalla frustrazione di una parte degli elettori, che ha messo in difficoltà la leadership del partito. Il primo distretto congressuale del Colorado comprende la città a maggioranza democratica di Denver, per questo Kiros è considerata favorita per vincere anche a novembre e a entrare, a gennaio, al Congresso. «Stiamo vincendo da costa a costa», ha detto Kiros davanti a una folla entusiasta. Sebbene in altre competizioni i risultati siano stati contrastanti, è evidente che gli Stati Uniti stiano vivendo una piccola rivoluzione: la base democratica sta premiando chi parla di temi concreti e non ideologici, e sostiene idee forti, non compromessi. Anche Kiros propone un sistema sanitario pubblico universale che sostituisca il sistema spietato delle assicurazioni private, chiede più interventi nell’edilizia pubblica, meno peso dei capitalisti nel finanziamento dei candidati e si è schierata contro Israele. In un’America guidata da un governo di destra, sostengono alcuni analisti, anche le idee di senso comune a favore di classe media e ceti più deboli appaiono “estreme” e “radicali”, ma la differenza con i Maga è nella formazione: molti sono giovani, laureati, cresciuti nelle battaglie civili, nei sindacati e le organizzazioni in difesa dei diritti abitativi. Non parlano di ideologie ma di rette da pagare, spesa, affitto, cure mediche. E chiedono più tasse per i ricchi.

Melat Kiros rappresenta la nuova generazione pronta a sfidare il potere consolidato, a battersi per azioni concrete contro il cambiamento climatico, a contrastare l'influenza delle multinazionali e a dare un contributo concreto ai lavoratori del Colorado. Per decenni, questo seggio è stato occupato da un deputato sostenuto dai comitati di azione politica delle aziende e dall'influenza dei miliardari, permettendo così ai potenti di dettare le politiche mentre la gente comune viene lasciata indietro. È tempo di una leadership che metta le comunità al di sopra delle multinazionali, e Melat si sta impegnando proprio in questo senso. (Sunrise Movement)

Giovanni Orsina
La crisi della sinistra nata dai suoi successi

La Stampa, 7 settembre 2026

I progressisti sono in profonda difficoltà politica e culturale in pressoché tutte le democrazie avanzate. Se vogliamo comprendere le vicende dell’attuale opposizione italiana, dai cui tormenti siamo stati intrattenuti per tutta l’estate, forse ci conviene partire da questo assunto generale più che dal dibattito interno al Partito democratico di Elly Schlein, dall’attivismo di Giuseppe Conte o dai machiavellismi di Matteo Renzi.

Una cronologia molto diffusa data la crisi del progressismo agli anni Novanta del secolo scorso, ovvero al momento in cui, nell’epoca del neoliberalismo imperante, la sinistra anglosassone di Bill Clinton e Tony Blair si è sottoposta alle regole del capitalismo globalizzato. Da questa diagnosi discende la cura: la sinistra potrà rinascere soltanto tornando su posizioni di più radicale contestazione dell’ordine capitalista. Pur non essendo del tutto peregrino, il ragionamento si basa tuttavia su una cronologia incompleta.

I travagli della sinistra, infatti, hanno origine trent’anni prima, negli anni Sessanta. È in quel decennio che il comunismo, la più grande utopia della modernità, smarrisce quasi del tutto la propria spinta propulsiva. Ed è sull’onda di quel decennio che, a partire dagli anni Settanta, cominciano a moltiplicarsi e a trovare sempre maggior tutela i diritti individuali, civili e sociali. Lo sviluppo dei diritti è fortemente sostenuto dai progressisti e rappresenta una loro vittoria epocale. Ma accompagna e alimenta pure un processo di frantumazione individualistica della società che rende sempre meno rilevanti le articolazioni sociali, come la classe operaia, e sempre più faticose e inefficaci tanto la mediazione politica quanto l’azione dello Stato. E finisce così per demolire una tradizione socialista nella quale articolazioni sociali, politica e Stato svolgevano un ruolo fondamentale.

Alla fine del Novecento, Blair e Clinton cercavano alternative a un socialismo che già stava crollando: una nuova sinistra che sapesse metter radici in una società individualista e imparasse a muoversi con disinvoltura in un mondo globalizzato, accettando sì il capitalismo, ma trovando pure il modo di riportarlo sotto controllo. È difficile negare che abbiano fallito. Ma a monte non c’è nessuna età dell’oro cui possa tornarsi, perché i problemi che i due tentavano di risolvere c’erano già prima di loro e ci sono, ben più gravi, ancora oggi.

La crisi odierna del progressismo è così profonda, allora, perché è figlia non della sua sconfitta a opera del neoliberalismo negli anni Novanta ma del suo successo sul terreno dei diritti negli anni Settanta. I suoi stessi valori trionfanti gli si sono rivoltati contro: una trappola micidiale. Come può la sinistra appoggiarsi su una qualsivoglia base sociale quando gli elettorati sono così sgretolati, e lo sono anche perché le politiche progressiste hanno contribuito a sgretolarli? Come può immaginare un’idea di bene comune al tempo di un individualismo trionfante che essa stessa ha per tanti versi promosso? Come può governare il mercato, se quello sfugge ormai al controllo degli Stati nazionali mentre i tentativi di creare istituzioni efficaci su scala planetaria falliscono? E come può chiedere che gli Stati nazionali recuperino il controllo senza fare il gioco della destra sovranista?

È perché non sa rispondere a queste domande che il progressismo tradizionale, nato per tutelare i deboli, oggi raccoglie consenso soprattutto tra i forti: i ceti urbani intellettuali e benestanti che non hanno bisogno della protezione dei corpi intermedi, della politica e dello Stato per poter godere dei diritti individuali e dei benefici materiali della globalizzazione. Eppure, i deboli non sono andati tutti a destra. Nell’ultimo decennio ha preso forma una nuova sinistra populista che ha saputo parlare ai ceti più periferici e svantaggiati offrendo loro protezione dalle tempeste globali attraverso la ricostruzione di collettività piccole, coese e solidali. E che quanto meno si è posta il problema dell’identità nazionale. Alla linea di divisione fra moderati e massimalisti, o se si preferisce istituzionali e movimentisti, che da sempre tormenta la sinistra se n’è così aggiunta un’altra fra individualisti, globalisti e cosmopoliti da un lato, comunitari, localisti e particolaristi dall’altro.

Questo quadro generale contribuisce a spiegare perché l’opposizione italiana sia così divisa e travagliata. Il Partito democratico partecipa della crisi antica e profonda di tutta la sinistra, prodotta dalla sua incapacità di controllare politicamente il mondo individualista e globalizzato che pure ha contribuito a generare. E si porta dentro una frattura fra riformisti e radicali. Il Movimento 5 Stelle, figlio dell’ondata populista, ha visto fallire e ha abbandonato il proprio progetto originario, per il quale la partecipazione via internet avrebbe dovuto generare nuove comunità politiche capaci di proteggere i cittadini. Ma ha mantenuto la capacità di entrare in sintonia con i ceti periferici e svantaggiati, come il reddito di cittadinanza ha dimostrato, oltre a una notevole dose di alterità rispetto al progressismo tradizionale espresso dal Pd. Conte è disinvolto e trasformista, certo, ma le sue posizioni sulla Russia, su Trump, sulla sicurezza o sul wokismo non sono soltanto opportunistiche, rispondono a caratteristiche profonde del Movimento.

Soprattutto, Conte mi pare più adeguato di Schlein al clima storico del nostro tempo. È – per così dire – più contemporaneo. Per questo può raggiungere fasce dell’elettorato alle quali il Partito democratico non sa parlare e sarebbe per Giorgia Meloni un avversario ben più temibile. E per questo resta in gara come possibile candidato della sinistra alla presidenza del Consiglio malgrado il Movimento abbia molti meno voti del Pd.

sabato 15 agosto 2026

L'apparenza del sistema bloccato


Il testo sembra presupporre che la crisi abbia trovato un suo punto di equilibrio nel blocco del cambiamento. In realtà il sistema per quanto reso rigido dai veti incrociati sta rivelando impensabili doti di flessibilità. Ha già prodotto una destra aperta al riconoscimento di una realtà nuova, dal ruolo dell'Europa al rapporto con la tradizione democratica del Paese negli ultimi ottant'anni. La sinistra tarda a entrare in sintonia con le opportunità offerte dalla situazione stessa del Paese. Ma non si vede perché la previsione si debba basare solo sulla sottolineatura dei fattori negativi.

L’autore guarda all'immobilismo formale delle riforme istituzionali mentre trascura la dinamicità sostanziale dell'evoluzione politica. Se i testi costituzionali rimangono rigidi a causa dei veti incrociati, gli attori politici dimostrano una notevole capacità di adattamento e pragmatismo.L'evoluzione dei due poli principali evidenzia questo dinamismo.
La metamorfosi della destra: Il passaggio da posizioni storicamente euroscettiche o di rottura a una postura di governo pienamente inserita nelle coordinate delle istituzioni europee ed atlantiche dimostra che il sistema esercita una forte spinta alla moderazione e al realismo politico.
Le sfide della sinistra: Il ritardo nel cogliere le nuove opportunità non è necessariamente un blocco permanente, ma la ricerca di una nuova identità in un panorama in cui i vecchi confini ideologici si sono ridefiniti.
Questa flessibilità suggerisce che il sistema politico italiano non sia semplicemente "bloccato", ma che trovi la sua stabilità proprio nella capacità di assorbire e normalizzare le spinte radicali, trasformandole in forze di governo. La focalizzazione dell'editoriale sui soli fattori negativi rischia quindi di confondere la difficoltà di cambiare le regole scritte con l'effettiva capacità del sistema di evolversi nella prassi. 

Giovanni Orsina
Un sistema politico che non regge le sfide del mondo

La Stampa, 15 agosto 2026

Benché il gabinetto Meloni si avvii a diventare il più duraturo della storia repubblicana, la sua longevità fatica a mascherare la precarietà strutturale del sistema politico italiano che le prossime elezioni politiche potrebbero riportare in piena luce. Gli oppositori del governo hanno delle ragioni quando lo accusano di non averci fatto molto, con questa stabilità. Ma si dimostrano pessimi studenti di storia, e osservatori del presente perfino peggiori, quando negano che nell’attuale situazione globale, imprevedibile e gravida di rischi, la stabilità sia un valore in sé.

Oggi non ha alcun senso ragionare di politica italiana se non si parte dal quadro internazionale. La cui condizione storica mi pare possa esser condensata nelle seguenti tre frasi. All’indomani della Guerra Fredda ci si è sforzati di costruire un ordine mondiale ispirato ai valori universalisti dell’Occidente e garantito dall’egemonia americana. Nell’ultimo ventennio circa questo progetto ha mostrato tutta la sua fragilità ed è stato rifiutato sia da un Sud Globale sempre più assertivo sia da fasce crescenti delle opinioni pubbliche occidentali. Il caos attuale è figlio dell’incertezza identitaria dell’Occidente, del profondo ma disordinato ripensamento del proprio ruolo globale in corso negli Stati Uniti, del processo di ridefinizione di equilibri e regole del sistema internazionale.

Al netto delle oscillazioni congiunturali, nelle democrazie occidentali questo caos spinge verso destra. Poiché lo genera la crisi di un ordine universalista, la risposta viene cercata in un ritorno al particolare, nell’enfasi sulla difesa di sé e della propria comunità. Al centro di quella ricerca e di quest’enfasi c’è lo Stato-nazione, un’entità che, per quanto indebolita, è presente e visibile nelle vite quotidiane delle persone, ancora detiene del potere e fornisce un qualche ancoraggio identitario. Le destre si stanno mostrando inadeguate a incanalare questa spinta storica, che le favorisce, in una direzione costruttiva. Se non altro perché non riescono a pensare un nuovo equilibrio fra le reti di solidarietà internazionale e il proprio Stato-nazione, che nella maggior parte dei casi è troppo piccolo per affrontare da solo le sfide globali. Ma almeno il nazionalismo dà loro un punto di riferimento e un pugno di slogan cui settori sempre più ampi degli elettorati, sconcertati e spaventati, si dimostrano disposti ad aggrapparsi.

Nell’affrontare il nuovo mondo, le forze politiche progressiste appaiono molto più indietro. Continuando a insistere sull’universalismo, la sinistra tradizionale si sta sempre più rinchiudendo nel recinto di un elettorato colto, benestante e urbano. Ampio sì, ma non abbastanza da sostenere una maggioranza. Le nuove sinistre populiste hanno cercato di ricostruire il tessuto comunitario in vari modi, anche dando della nazione una lettura non conservatrice, ma finora hanno faticato a stabilizzarsi. E sommare establishment e populisti, a sinistra, si è rivelato molto difficile.

Nel caos globale, sta affondando l’Unione europea. Prima con l’atto unico nel 1986 e poi con Maastricht nel 1992, l’Europa si è pensata interamente immersa nell’ordine mondiale ispirato ai valori universalisti dell’Occidente e garantito dall’egemonia americana. La crisi di quell’ordine ne ha reciso le radici. Con immensa fatica e qualche risultato sta adesso cercando di ripensarsi, ma è vano illudersi che questo processo possa essere altro che lungo, disordinato e doloroso. Ed è molto probabile che a guidarlo saranno sempre di più gli Stati nazionali, non Bruxelles – e Stati nazionali, per giunta, governati in molti casi da forze politiche di destra. È improbabile che fra dieci anni l’Unione europea non esista più, ma mi pare assai probabile che avrà allora un volto molto diverso da quello che conosciamo oggi.

Politicamente instabile per tradizione, l’Italia ha spesso ritrovato un minimo di ordine appoggiandosi, anche grazie all’opera del Quirinale, al quadro internazionale e soprattutto europeo. Basti pensare ai due ultimi governi presieduti da tecnici, quello di Mario Monti venuto dopo il collasso della repubblica bipolare e quello di Mario Draghi che ha concluso l’assurda legislatura 2018-2022. Oggi questa possibilità non si dà più. Al contrario: in movimento frenetico e in corso di profonda ridefinizione, il quadro internazionale e quello europeo iniettano ulteriore instabilità nel nostro Paese. Ma più instabili siamo, meno potremo partecipare alla faticosissima costruzione di un nuovo ordine, più rischiamo di uscirne stritolati.

Nel suo complesso, il nostro sistema politico è del tutto impari a queste sfide. Le istituzioni restano fragili e, a giudicare dai risultati degli ultimi referendum costituzionali, sono irriformabili. Tiene per fortuna il Quirinale, ma si trova a dover svolgere funzioni per le quali non è stato pensato. E comunque, poiché il secondo mandato di Sergio Mattarella scade nel 2029, col voto dell’anno prossimo anche la successione alla Presidenza della Repubblica sarà risucchiata nel vortice politico. I partiti sono debolissimi, privi di idee e guidati da classi dirigenti scadenti. L’opinione pubblica è distratta, delusa, sfilacciata, e gli elettori si astengono in percentuali crescenti. Danno un po’ di stabilità le leadership individuali, che nel deserto dei corpi intermedi riescono ancora a stabilire un collegamento minimo fra paese legale e paese reale – la longevità del governo Meloni va ascritta innanzitutto alla solidità della sua leadership. E potrebbe aiutare la legge elettorale che sta passando in queste settimane in parlamento.

Questo è il quadro generale che ci consente di pensare le prossime elezioni e le sfide che forze politiche e coalizioni dovranno affrontare lungo il percorso verso le urne. 

mercoledì 10 giugno 2015

L'identità come mito

Claudio Tugnoli
L'identità introvabile
http://mondodomani.org/dialegesthai/ct19.htm



Si parla spesso e volentieri di identità; il termine sembra possedere un significato univoco, implicitamente condiviso e di tutta evidenza. E, soprattutto, sembra rinviare a qualcosa di solido, indiscutibile, mentre invece, come dimostra Remotti (1), quella parola spesso abusata promette qualcosa che in realtà non c'è. L'identità rinvia a una sostanza, illude di poter afferrare qualcosa di reale, pretende di circoscrivere una certa essenza nella sua purezza, quando invece essa non è che una finzione. Al massimo si potrà dire che l'identità è un mito utile; un mito da prendere con circospezione, con la coscienza, appunto, che si tratta di un mito. Chi rivendica un'identità intesa come essenza immutabile avanza una richiesta di riconoscimento identitario che mostra una stretta parentela con il razzismo. I sostenitori di un identitarismo radicale finiscono col concepire una dicotomia secca tra noi e loro, tra me e l'altro, tra le persone perbene e i criminali (almeno potenziali) che minacciano di alterare l'identità di quanti si pongono come soggetti di riferimento.


... Nella costituzione dell'identità non si assiste all'assemblaggio consapevole, da parte di un soggetto individuale o collettivo, di elementi eterocliti tratti da altre culture: questa immagine edulcorata e astratta della formazione dell'identità lascia fuori ogni riferimento alla vita vera delle nazioni e delle culture, alla guerra, alle prove di forza, alla brutalità dell'oppressione e dell'esclusione. Rimane vero tuttavia che l'identità è in costante evoluzione e mutamento, senza che si possa rintracciare un'essenza originaria che persiste e si modifica nel tempo. La nostalgia delle origini non sembra giustificata: in origine infatti, in senso stretto, non c'era niente e quel che c'era non si colloca in una relazione necessaria con il presente, se è vero che in ogni epoca o fase della storia la direzione che il cammino prende ne esclude altre. E tutte le direzioni possibili sono compatibili con lo stadio raggiunto dall'identità in un certo momento. L'identità perde quindi ogni forma di necessità logica e storica.


... L'ossessione per l'identità è dunque una distorsione, che si presenta quando la riflessione sul passato comincia a prevalere in misura patologica, assorbendo tutta l'attenzione che, per necessità vitale, i viventi devono rivolgere al presente e al futuro. La volontà di affermare una presunta identità, riflessa e immaginaria, si fa strada quando l'evoluzione si è interrotta per una patologia del pensiero che ostacola i normali processi di alterazione necessari all'esistenza in quanto tale. Senza gli altri, nessun noi, senza alterità, nessuna identità. Pensare un'identità senza alterità significa assumere una chimera, proporre un nonsenso, evocare un circolo quadrato.


... L'analisi delle componenti dell'io mostra, ancora una volta, come sia facile assumere un punto di vista analitico astratto allo scopo di indebolire la consistenza dell'identità, senza tuttavia abolire completamente questo costrutto, di cui si avverte l'esigenza ineludibile. Remotti riprende i contributi di pensatori che hanno affrontato la questione dell'unità dell'io e del suo fondamento. Pascal ha smantellato lo stesso concetto di io. Non solo le cose e le persone sono composte di molteplici parti, ma lo stesso io risulta introvabile, giacché muta nel tempo. Locke non fa più dipendere l'identità da una sostanza che sarebbe a fondamento dell'io: l'identità è pensata invece come prodotto della coscienza. Solo la coscienza, secondo Locke, unisce i diversi io nel tempo, le diverse azioni e le diverse esperienze, per costituirne la trama unitaria. La coscienza unificante per Locke non è una sostanza, ma una mera funzione. L'identità si produce dal presente della coscienza, che effettua l'unificazione del molteplice. I limiti della coscienza diventano limiti dell'identità, resa imperfetta dal susseguirsi di stati dell'io che periodicamente sono immersi nel sonno o si dileguano nell'oblio. Anche Hume riconosce la molteplicità dell'io: il flusso delle percezioni di ogni genere è inarrestabile, ma esiste una propensione irresistibile a contenere tutte queste percezioni successive in un'identità invariabile. L'identità è costruita mediante un errore: l'eliminazione delle piccole differenze tra i diversi stati di coscienza. Le nozioni di anima, di sé, di sostanza, derivano dal fatto che fingiamo l'esistenza continuata delle nostre percezioni, quando in realtà esse sono separate e discontinue. Se però l'identità è una finzione costruita per errore, ogni controversia sull'identità non potrà che rivelarsi una vana disputa. Se per Hume la sola giustificazione epistemologica dell'esistenza di qualcosa è data dalla possibilità di ricondurre l'idea di quella cosa all'impressione corrispondente, allora l'idea d'identità risulterà priva di fondamento, per l'impossibilità di indicare l'impressione da cui proviene. Hume allora chiama in causa la memoria e l'immaginazione per spiegare l'identità. Egli ammette esplicitamente che l'io è una specie di stato i cui componenti sono uniti da legami reciproci e dalla subordinazione al governo. L'io sarebbe una specie di noi. L'identità dunque non è un dato, ma è attribuita; non preesiste come una sostanza, ma è costruita. Sta all'immaginazione procedere verso un'identità forte e totalizzante oppure mantenerla nei limiti di un'identità debole e leggera. 

Francesco Remotti, L'ossessione identitaria, Laterza, Roma-Bari 2010.