Visualizzazione post con etichetta sanità. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta sanità. Mostra tutti i post

sabato 3 ottobre 2026

La fuga dei medici

Paolo Russo
Medici, boom di dimissioni: + 150%. "Turni massacranti e stipendi bassi"

La Stampa, 3 ottobre 2026

ROMA. Che qualcosa non vada per il verso giusto nei nostri ospedali lo racconta un sorpasso clamoroso: per la prima volta sono più i medici che si licenziano di quelli che vanno in pensione. Il 2025 segna così l’anno dello spartiacque per gli ospedali italiani: 3.767 camici bianchi hanno presentato dimissioni volontarie, contro 2.876 pensionamenti. E in appena dodici mesi il numero di chi ha deciso di mollare il posto pubblico è schizzato del 150%, dai 1.503 addii del 2024. Una fuga che rischia di vanificare anche lo sforzo per rimpolpare gli organici: ogni 100 medici assunti a tempo indeterminato, 43 si dimettono e, sommando pensionamenti e altre uscite, alla fine quelli che restano in più sono appena 23. «È come cercare di riempire una vasca senza tappo», sintetizza il segretario nazionale dell’Anaao Assomed, Pierino Di Silverio. Tanto più che, secondo il sindacato, nei nostri ospedali mancano ancora circa 10 mila medici.

A fotografare la “grande fuga” è il Centro studi Anaao Assomed, che ha messo in fila i dati Onaosi, del Conto annuale dello Stato e del Mef dal 2015 al 2025. Il sorpasso delle dimissioni sui pensionamenti si registra in 12 Regioni su 20. Con punte in Lazio, Trentino-Alto Adige, Friuli-Venezia Giulia e Sardegna, dove chi lascia volontariamente è da 2,4 a 3,3 volte più numeroso di chi appende il camice al chiodo per raggiunti limiti di età. E non sono professionisti a fine corsa: l’età media dei dimissionari è intorno ai 48 anni, dunque medici nel pieno della maturità professionale.

«Non si tratta di una fisiologica mobilità professionale, ma di un vero e proprio esodo», denuncia Di Silverio, che mette in fila le cause: «Turni massacranti, stipendi non allineati all’Europa, condizioni di lavoro al limite del burnout, carichi burocratici insostenibili e aggressioni nei reparti». Eppure il ricambio generazionale era partito. Tra il 2015 e il 2024 l’età media degli ospedalieri è scesa di oltre due anni e gli organici sono cresciuti del 2,7%, da 105.380 a 108.243 unità. Una spinta arrivata anche dal decreto Calabria, che dal 2019 al 2025 ha consentito l’ingresso di quasi 10 mila giovani medici.

Il problema è che sempre meno neolaureati vogliono infilarsi nei reparti dove turni, notti e responsabilità pesano di più. Il caso simbolo è la medicina d’emergenza-urgenza: quest’anno sono stati assegnati appena 649 dei 985 contratti di specializzazione disponibili, lasciandone scoperto circa uno su tre. Va un po’ meglio dello scorso anno, con un centinaio di ingressi in più, ma il pronto soccorso resta in fondo alla classifica del gradimento. Nessuno poi ha chiesto di entrare in urologia e chirurgia vascolare.

Ma il problema non è soltanto convincere i giovani a entrare: è trattenere chi già lavora nel Ssn. Un’indagine Fadoi sugli internisti dice che il 26,4% pensa di anticipare la pensione, il 20,2% medita di passare al privato e il 10,1% guarda direttamente all’estero. Non sorprende, visto che il 65,4% dichiara di aver sperimentato almeno una volta il burnout.

Poi c’è la busta paga. E qui la distanza con l’Europa si misura in decine di migliaia di euro. Secondo i dati Ocse sulla remunerazione degli specialisti dipendenti, nelle ultime annualità disponibili un medico italiano si ferma a circa 83 mila euro lordi l’anno, contro quasi 157 mila in Germania e circa 92 mila in Spagna. Per la Francia l’ultima osservazione disponibile è di circa 100 mila euro, ma riferita a un’annualità precedente. Un confronto da maneggiare con cautela, perché sistemi retributivi e voci conteggiate non sono perfettamente omogenei e per l’Italia l’Ocse non include straordinari e alcune componenti accessorie. Ma la forbice resta ampia: rapportando la remunerazione al salario medio nazionale, lo specialista dipendente vale 2,16 volte la paga media in Italia, contro 3,12 in Germania e 2,66 in Spagna. Anaao traduce la distanza in un dato ancora più immediato: i medici italiani guadagnano mediamente il 30-40% in meno dei colleghi tedeschi e francesi.

Così la geografia degli organici si spacca anche in due. Nell’ultimo decennio il Centro-Nord ha guadagnato 4.029 medici, il 5,9% in più, mentre il Mezzogiorno ne ha persi 1.166, il 3,1%. Basilicata, Molise e Calabria hanno lasciato sul campo rispettivamente il 24,6, il 17,2 e il 12,6% dei camici bianchi. Per Anaao servono stipendi più europei, incentivi per le sedi disagiate, maggiore tutela dei riposi e della vita familiare, sicurezza negli ospedali e carriere più attrattive. Perché, avverte Di Silverio, «abbiamo dimostrato che, quando si investe sui giovani, il sistema risponde. Ora serve il coraggio di investire su chi resta».

domenica 24 maggio 2026

I medici gettonisti

Alessia Guerrieri
Dovevano sparire, ma sono ancora  tantissimi: così resistono i medici gettonisti

Avvenire, 24 maggio 2026

Sarebbero dovuti sparire, o quasi, da circa tre anni, i medici gettonisti. Il decreto legge 34 del 2023, e le successive modifiche, infatti ne ha limitato il ricorso solo in via temporanea ed eccezionale, con la progressiva eliminazione dei contratti con cooperative di medici e il divieto di nuove forme di esternalizzazioni non giustificate. Eppure a tre anni da quel provvedimento, i gettonisti sono presenti in circa la metà dei Pronto soccorso italiani. Con tutto quel che ne consegue in termini di spesa (il loro costo ora è il doppio se non il triplo di quello di un medico ospedaliero) e, soprattutto, di organizzazione del lavoro. A denunciare la situazione, a cui si lega anche la fuga dei camici bianchi dal Ssn verso il privato e l’estero, è la Federazione medici internisti ospedalieri (Fadoi) in un’indagine in cui riemergono problemi mai affrontati sul serio. Come, ad esempio, lo stato psicologico dei medici, soprattutto quelli d’emergenza. Il 65% dei dottori, difatti, almeno una volta nella carriera lavorativa, è caduto in burnout . E come se non bastasse la carenza costante di medici e infermieri, per i camici bianchi il pensiero ricorrente è la fuga dal Ssn: un medico su 4 pensa così al prepensionamento (uno su due nel Lazio) e il 20% di voltare le spalle al pubblico per il privato, mentre il 10% guarda oltre confine come prospettiva di carriera futura.
Questioni che il ministro della Salute Orazio Schillaci sa bene, come dice lui stesso in collegamento video al congresso Fadoi di Rimini in cui è stata presentata l’indagine. «La valorizzazione del personale è una priorità – sottolinea comunque –, conosciamo i problemi del settore e abbiamo lavorato per invertire la rotta, con interventi concreti per il rafforzamento del Servizio sanitario nazionale». Inoltre, rivendica il fatto di essere stato il primo ad aver messo mano al problema dei gettonisti. «Non era un modello da difendere e siamo intervenuti con decisione, dando una cornice di regole precise che fino a poco tempo fa non c’erano – aggiunge –. Abbiamo anche aumentato le indennità di chi lavora in Pronto soccorso per ridurre il fenomeno», e «ci sono stati dei controlli attraverso i Nas», che hanno portato a «49 denunce e 39 segnalazioni all’autorità amministrativa per irregolarità». Infine assicura: «Ci saranno altri controlli. Dove si stanno applicando le regole c’è un primo cambiamento».
I numeri emersi dall’indagine, tuttavia, tratteggiano un quadro molto preoccupante che apre la strada, secondo Fadoi, al «rischio desertificazione degli ospedali». Oltre il 57% dei medici infatti sostiene che il principale problema è la carenza dei camici bianchi nei reparti. In più, le condizioni di lavoro vengono giudicate in peggioramento da sette professionisti su dieci. Meno attrattive le “case di comunità”, i nuovi maxi ambulatori finanziati con 2 miliardi del Pnrr dove dovrebbero lavorare insieme medici di famiglia e specialisti ambulatoriali, ma che la proposta di decreto legge presentata dal ministro della Salute alle Regioni apre anche ai medici dipendenti. Un cambio di casacca che nell’indagine sembra suscitare interesse soltanto nel 18,8% dei medici internisti.
«I risultati dell’indagine – dice il presidente Fadoi, Andrea Montagnani – indicano che la desertificazione dei nostri ospedali pubblici non è uno spettro agitato per interessi di categoria ma un rischio reale». Come uscire da questa situazione, prosegue, «ce lo dicono gli stessi medici internisti, che indicano tra le priorità assumere personale, creare un legame più solido tra ospedale e territorio con una regia che strategicamente potrebbe essere affidata alle medicine interne. Ma proprio per gli internisti la priorità delle priorità resta quella di rendere coerente la classificazione delle medicine interne con le sempre più complesse funzioni assistenziali svolte».

martedì 9 dicembre 2025

Mestre e Savigliano

 


Ospedali, i migliori sono piccole strutture: Mestre e Savigliano (Cuneo). Dove andare per ogni cura

Michele Bocci
la Repubblica, 9 dicembre 2025

Ci sono due ospedali medio-piccoli al vertice della graduatoria delle migliori strutture d’Italia. A dirlo è il Pne, il Piano nazionale esiti di Agenas, l’agenzia sanitaria nazionale delle Regioni. L’ospedale di Mestre e quello di Savigliano sono le realtà con il maggior numero di indicatori positivi dei 218 presi in in considerazione dall’agenzia. Significa nei vari parametri, tra gli altri la mortalità dopo infarto e ictus, la quantità di interventi chirurgici oncologici svolti, la rapidità di certi interventi ortopedici, raggiungono il maggior numero di risultati positivi. Seguono strutture più grandi, alcune delle quali erano già ai vertici l’anno scorso come Federico II di Napoli, Humanitas di Milano, Ospedale papa Giovanni XXIII di Bergamo, Policlinico di Ancona ma anche realtà più piccole come Fidenza, Cittadella, Pontedera. Ai vertici, considerando le regioni, c’è la Lombardia (con 5 strutture di livello alto/molto alto valutate su 6 o 7 aree), Veneto (3 strutture valutate su 6, 7 o 8 aree) ed Emilia Romagna (2 strutture valutate su 6 e 7 aree).

Le strutture valutate

Agenas, in generale, segnala un miglioramento della qualità dell’assistenza ospedaliera. Ci sono però variabilità, che non riguardano solo il divario tra Nord e Sud ma anche la differenza tra le eccellenze dei grandi centri urbani e la scarsità di strutture dei centri minori. Cè un “un miglioramento incredibile degli esiti per i tumori al seno£ ma non per altri come quello del retto. L’analisi riguarda 1.117 strutture di ricovero per acuti e basata appunto su 218 indicatori, di cui 189 relativi all’assistenza ospedaliera, per misurare l’evoluzione del sistema ospedaliero dal 2015 al 2024. “Ciò che emerge – dice Americo Cicchetti, commissario straordinario di Agenas – è che, quando gli standard nazionali sono robusti, il sistema progredisce e migliora. Lo abbiamo visto, ad esempio, nella concentrazione della casistica per i tumori della mammella”.

La mortalità 30 giorni dopo l’infarto miocardico acuto

Come visto, l’agenzia prende in considerazione moltissimi inicatori. Prendendoli uno ad uno si capisce chi lavora meglio in un certo settore. Ad esempio, si valuta la mortalità a 30 giorni per infarto miocardico acuto. Le dieci strutture che la hanno più bassa, correggendo il dato percentuale secco con le complessità dei casi, sono: Ospedale civile di Guastalla (0,73%), Presidio Mater Domini di Catanzaro (0,90%), Ospedale di Mondovì (1,21%), San Luca di Lucca (1,31%), ospedale Franchini di Montecchio Emilia (1,34%), S. Pio da Pietralcina di Vasto (1,64%), Santa Maria degli Ungheresi di Polistena (1,65%), Opedale di Arpiano Irpino (1,75%), Città Studi di Milano (1,95), Fondazione Monasterio Pisa (1,96%).

I dati peggiori invece li hanno: Ospedale Piedimonte Matese (Caserta) (20,10%), San Giovanni di Dio Crotone (19,56%), Moriggia Pelaschini di Gravedona (18,83%), Tirrenia hospital Belvedere Marittimo (Cosenza) (15,81%), Moscati di Aversa (15,69%), Mater Dei Bari (15,54%), Jazzolino di Vibo Valentia (14,93%), ospedale di Maria Avola (14,78%), Ospedale di Rovigo (14,67%), ospedale dei Pellegrini Napoli (14,43%).

La mortalità dopo l’intervento di bypass

Indicatore fondamentale per valutare come lavorano le cardiochirurgie è la mortalità a 30 giorni per bypass aortocoronarico. Tra le prime 10, che fanno almeno 100 interventi l’anno, sette strutture hanno mortalità zero: Molinette Torino, Novara, Villa Torri Bologna, Azienda ospedaliera Siena, ospedale Pasquinucci Massa, Casa di cura Anthea Bari, San Carlo Potenza. Seguono l’azienda ospedaliera di Pisa (0,19% di mortalità), l’Umberto I di Ancona (0,22%), gli Spedali Civili di Brescia (0,23%).

I peggiori sono invece, sempre valutando dati corretti in base alla casistica e sempre valutando strutture con oltre 100 interventi, sono: Casa del Sollievo San Giovanni Rotondo (7,46%), Iscas Morgagni Pedara (Catania) (6,39%), Papardo Messina (4,56%), Monaldi Napoli (4,35%), Sant’Anna e San Sebastiano Caserta (4,31%), Moscati Avellino (4,25%), Giaccone Palermo (4,05%), Federico II Napoli (3,36%), Casa di cura Policlinico Monza (3,02%), Papa Giovanni XXIII Bergamo (2,96%).

La mortalità a 30 giorni per l’ictus

Passando all’ictus, Agenas valuta la mortalità a 30 giorni. Si tratta di un indicatore che ha a che fare anche con la rete di emergenza, cioè sulla capacità di intervento rapido di tutto il sistema. Sono tante le strutture che fanno pochissimi casi, anche meno di 10, segno che l’organizzazione non è buona, visto che è sempre meglio concentrare le attività specialistiche. Considerando chi segue almeno 100 ictus l’anno, e correggendo sempre il dato in base alla complessità della casistica, ecco i migliori: Ospedale di Cittadella (2,21%), Casa di Cura Nuova Itor Roma (2,33%), Ospedale di Santorso (Vicenza) (2,36%), Ospedale di Schiavonia (Padova) (2,47%), Nuova casa di cura D’Anna Pia Palermo (2,61%), San Raffaele Milano (2,82%), Campus biomedico di Roma (2,84%), Ospedale Parini Aosta (3,04%), Ospedale di Treviglio (Bergamo) (3,17%), Casa di cura Santa Barbara Gela (3,20%).

I peggiori, sempre sopra i 100 casi: Santa Maria delle Grazie Pozzuoli (20,35%), San Leonardo Castellammare di Stabia (19,89%), Umberto I Siracusa (19,38%), Ospedali Riuniti Reggio Calabria (18,54%), Presidio Pugliese Catanzaro (16,90%), Ospedale Sora (Frosinone) (16,48%), Santa Maria della Scaletta Imola (16,32%), Ospedale Andria (16,32%), Spirito Santo Pescara (14,36%), ospedale Maggiore della carità Novara (14,33%).

Rapidità ad intervenire sulla frattura del femore

Altro indicatore storico, legato alla capacità di organizzarsi degli ospedali è quello che valuta quanti sono gli interventi chirurgici per la frattura del collo del femore fatti entro 48 ore dall’accesso nella struttura di ricovero. Operare rapidamente, del resto, è fondamentale per permettere al paziente, spessissimo anziano, di riprendersi. Ecco i migliori, sempre tra coloro che fanno almeno 100 interventi l’anno: Ospedale Pertini di Roma (99,28%), Humanitas Gavazzeni Bergamo (98,69%), Ospedale di Monopoli (98,39%), Ospedale di Venezia (97,51%), Ospedale di Copertino (Lecce) (97,15%), San Giovanni di Dio Agrigento (97,13%), Ospedale Perrino di Brindisi (96,83%), Ospedale Galeazzi Milano (95,57%), Umberto I Siracusa (95,48%). Casa di cura Latteri Valsava Palermo (94,98%).

I peggiori sono distantissimi dai migliori: Policlinico Monserrato Cagliari (4,63%), ospedale Torre del Greco (4,99%), Spirito Santo Pescara (7,99%), Villa Sofia Palermo (10,40%), Ospedale Civile di Ozieri (Sassari) (11,32%), Santa Scolastica Cassino (Frosinone) (11,76%), Ospedale San Benedetto di Alatri (Frosinone) (13,46%), Santissima Annunziata Taranto (15,16%), Ospedale Latisana (Udine) (15,8/%), Ospedale Policoro (Matera) (16,08%).

Tumore alla mammella, il record dell’Ieo

Quando si parla di cura dei tumori la chiave è la concentrazione delle attività. Chi lavora di più lavora meglio e in Italia ci sono ancora troppe strutture che hanno la casistica troppo bassa per certe neoplasie. Se si osserva la situazione per quella più diffusa, cioè il tumore alla mammella, Agenas fa notare che la casistica trattata nelle strutture ad alto volume è passata dal 72% nel 2015 al 90% nel 2024. Un segnale positivo. In Italia sono 168 le strutture che fanno più di 150 interventi, altre 205 ne fanno meno, con ben 70 che ne fanno tra 2 e 10.

Ecco chi ha fatto più interventi nel 2024: Istituto europeo di oncologia Milano (2.662), Policlinico Gemelli Roma (1.441), ospedale Careggi Firenze (960), Ospedale Bellaria Bologna (839), Humanitas Misterbianco (Catania) (838), Humanitas Rozzano (Milano) (811), Fondazione del Piemonte per l’oncologia Candiolo (Torino) (794), Iov Padova (762), Istituto nazionale tumori Milano (743), Sant’Anna Torino (727).

I centri che operano più tumori della prostata

Il tumore più diffuso tra gli uomini è quello alla prostata. Anche in questo caso in dieci anni si è visto un aumento degli interventi fatti in strutture che hanno alti volumi di attività, cosa positiva. Quelle che nel 2024 hanno svolto più di 100 interventi sono 76, quelle che ne fanno tra 50 e 99 sono invece 71, ma 289 sono ancora sotto la soglia di 50.

Ecco quali centri lavorano di più: Careggi Firenze (824), Istituto europeo di oncologia Milano (557), policlinico Sant’Orsola Bologna (459), San Raffaele Milano (437), casa di cura Pederzoli Peschiera del Garda (Verona) (405), San Luigi Orbassano (Piemonte) (385), azienda ospedaliera Pisa (382), Istituto Regina Elena Roma (373), Niguarda Milano (318), Iov Castelfranco Veneto (Treviso) (312).

domenica 28 settembre 2025

Infermieri in fuga


Francescapaola Iannaccone
Infermieri cercasi tra carriere bloccate e turni massacranti: la fuga dagli ospedali impoverisce la sanità

Domani, 28 settembre 2025

Negli ospedali italiani mancano gli infermieri. Non è un fenomeno improvviso, ma un logoramento che affonda le radici ben prima della pandemia. La professione, colonna portante della sanità pubblica, è sempre meno attrattiva: turni massacranti, carriere bloccate e stipendi tra i più bassi d’Europa hanno reso difficile trovare chi scelga di indossare il camice.

La conferma arriva dai dati universitari: nel 2025, per la prima volta, i posti messi a bando per Scienze infermieristiche superano le domande di iscrizione, con un calo dell’11 per cento rispetto al 2024. «È un dato che ci preoccupa, anche se previsto – spiega Daniel Pedrotti, vicepresidente Commissione albo infermieri della Federazione Nazionale Ordini delle Professioni Infermieristiche (Fnopi) –. Oggi ci sono circa 19.000 domande, a fronte di 20.699 posti. I dati sono provvisori, perché bisognerà considerare gli effetti del semestre di Medicina: oltre il 20 per cento degli iscritti ha indicato Infermieristica come prima scelta. Resta però che, per la prima volta, i posti non sono tutti coperti. Al Sud si riesce ancora a fare selezione, mentre al Centro-Nord i posti restano vacanti. Ci saranno rientri dalle graduatorie e riversamenti da Medicina, ma la tendenza è chiara».

Secondo la Corte dei Conti, mancano oggi circa 65 mila infermieri. Il rapporto con i medici è squilibrato: 1,5 infermieri per ogni medico, contro una media Ocse di 2,6. In concreto significa più camici bianchi ma meno professionisti dell’assistenza, con conseguenze dirette sulla qualità e la sicurezza delle cure. L’Italia conta 6,5 infermieri ogni mille abitanti, contro gli 8,4 della media Ue e gli 8,9 dell’Ocse. «Sono numeri molto preoccupanti – aggiunge Pedrotti –.

A questi 65.000 infermieri mancanti si aggiunge il fatto che i bisogni di salute della popolazione stanno crescendo: l’aspettativa di vita aumenta, il che è positivo, ma comporta anche un maggior carico di assistenza. Dobbiamo inoltre rafforzare la prevenzione per rallentare l’insorgenza delle malattie».

Verso il pensionamento

Il quadro è aggravato dal fattore generazionale. L’età media cresce, mentre i giovani scelgono altre strade. «Il Paese sta invecchiando e, con esso, i nostri infermieri: nei prossimi 8-10 anni ne andranno in pensione circa 100.000 – avverte Pedrotti –. Senza interventi strutturali non saremo in grado di garantire i livelli essenziali di assistenza. Serve rendere la professione più attrattiva, con una visione di lungo periodo».

Le ragioni del calo di iscrizioni sono note. Studi comparativi europei confermano che la retribuzione media italiana è più bassa di circa il 20 per cento rispetto a quella dei colleghi dell’Ue. Le prospettive di carriera sono scarse, i turni gravosi e la vita privata difficile da conciliare. In un Paese già segnato dal calo demografico, la professione appare poco sostenibile. Il problema non riguarda solo la formazione. «La situazione è molto eterogenea: alcune regioni bandiscono concorsi regolarmente, altre hanno ripreso solo di recente.

Oggi il vero problema non è il concorso, bensì la carenza di infermieri disponibili. Il tasso di occupazione a un anno dalla laurea supera l’85 per cento», ricorda Pedrotti, citando i dati Istat e Almalaurea. Per il vicepresidente di Fnopi la soluzione non è rinviabile: «Occorre una cabina di regia interministeriale e investimenti strutturali già dalla prossima legge di bilancio. Servono percorsi di carriera chiari, valorizzazione delle lauree magistrali, benessere organizzativo, politiche abitative, aumento dell’indennità di specificità infermieristica e modelli assistenziali innovativi».

Nel frattempo, migliaia di infermieri scelgono l’estero. «All’estero le prospettive di carriera sono più ampie, le competenze riconosciute e le retribuzioni adeguate. Tutto questo porta a maggiore soddisfazione professionale e personale», conclude Pedrotti. Dal fronte sindacale il monito è ancora più netto: «Il rischio è che, senza interventi rapidi, il sistema collassi.

Già oggi interi reparti lavorano sotto organico cronico, con turni insostenibili e professionisti che scelgono di lasciare il Ssn. Non si tratta solo di salari, ma di riconoscimento: servono percorsi di carriera, valorizzazione delle competenze e, soprattutto, rispetto per un lavoro che regge la sanità pubblica», avverte Romina Iannuzzi, infermiera e dirigente nazionale NurSind.

Senza infermieri, gli ospedali non funzionano. I medici da soli non bastano, la tecnologia non colma il vuoto. La sanità pubblica rischia di diventare un sistema svuotato dall’interno se la più numerosa delle professioni sanitarie continua a impoverirsi.

martedì 9 settembre 2025

Mancano gli infermieri


Elisabetta Gramolini

Meno candidati dei posti a bando: all'Italia continueranno a mancare infermieri

Avvenire, 9 settembre 2025

In quantità insufficiente da anni, affrontano il moltiplicarsi di sfide, favorite dall’aumento di cronicità e invecchiamento. Per gli infermieri in Italia il lavoro è sempre più duro. Se ne sono accorti da tempo i pronto soccorso, i reparti ospedalieri, i servizi domiciliari e le residenze sanitarie: in qualsiasi ambito, le figure, ancorché cruciali per la cura della persona, sono troppo poche. Per la Ragioneria dello Stato la carenza stimata è di 65mila unità e solo 30mila sarebbero da impiegare nell’assistenza territoriale prevista dal Pnrr. Anche le prospettive non sono rosee. Quest’anno, alla prova d’ammissione alle facoltà di Infermieristica (in programma ieri in tutta Italia) si sono iscritti poco più di 19mila candidati, a fronte di circa 20.700 posti messi a bando. E pure nel confronto con gli altri Paesi l’Italia è agli ultimi posti. Secondo il rapporto che la Federazione nazionale ordini professioni infermieristiche (Fnopi) ha recentemente realizzato con la Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, contiamo tra i sei e i sette infermieri ogni mille abitanti. Nel frattempo, Usa e Germania sono passati da dieci a 12, il Regno Unito e la Francia sono sopra gli otto, mentre la Spagna ci ha raggiunti, pur partendo da valori più bassi.

Insomma, l’infermiere non è ancora in estinzione ma poco ci manca, nonostante il ruolo cresca sul piano delle responsabilità e della domanda. Al paradosso alcune Regioni ed enti locali hanno provato a rispondere per incentivare l’iscrizione ai corsi di laurea e migliorare le condizioni di vita e lavoro. Il primo passo l’ha fatto il Veneto che ha introdotto un voucher di mille euro per gli studenti che si iscrivono al corso di laurea. La misura, pur non essendo una soluzione definitiva, rappresenta un segnale per alleggerire il carico economico degli studi e attrarre i futuri sanitari.

Anche la Lombardia si è mossa firmando un protocollo d’intesa con le Aziende pubbliche per l’edilizia residenziale (Aler). Da un lato, l’accordo punta a offrire più case a canone calmierato, specie nelle grandi città, per infermieri e personale sanitario, dall’altro prevede la creazione di più ambulatori e presìdi sociosanitari nei quartieri popolari per rafforzare la sanità di prossimità. I Comuni provano a inventarsi qualcosa di analogo. Verbania e Crevoladossola, in Piemonte, hanno deciso di destinare alcuni appartamenti ai sanitari che lavoreranno per la Asl del Verbano Cusio Ossola. Del resto, il sostegno abitativo per gli infermieri è una delle azioni previste dal Piano strategico nazionale delle aree interne (Psnai) che riconosce all’infermiere di famiglia o di comunità un ruolo chiave per fornire assistenza personalizzata, con un’attenzione particolare agli anziani e al supporto a domicilio. Gli interventi previsti per potenziare questa figura includono la formazione professionale, la contrattualizzazione per una fase sperimentale, con la possibilità di rendere il servizio permanente.

Anche se i dati sulle domande per accedere al corso di laurea segnalano la crescita di interesse al Sud (1,5 domande per ogni posto), complice un costo della vita più sostenibile, l’attrattività di una professione non si misura solo con gli incentivi all’ingresso o con le agevolazioni abitative. Per garantire una presenza adeguata di infermieri nel lungo periodo, è fondamentale agire su più fronti. «Servono azioni concrete e strutturali per affrontare una crisi che sta mettendo a rischio l’intero Sistema sanitario nazionale – avverte Barbara Mangiacavalli, presidente della Fnopi –. L’Italia è divisa in due tra Nord e Sud, e il caro vita degli ultimi anni ha fatto cessare i fenomeni migratori interni che fino a poco tempo fa vedevano i giovani del Sud studiare al Nord per poi fermarsi a lavorare. Questo sta aggravando gli squilibri territoriali nella distribuzione del personale sanitario». Servono quindi azioni di welfare mirate e innovative. «Ad esempio – suggerisce la presidente degli infermieri italiani – dobbiamo mettere a disposizione tutto il patrimonio edilizio che il nostro Paese ha in strutture dismesse (dalle ex caserme agli immobili sanitari non più utilizzati) per creare alloggi dedicati al personale infermieristico, facilitando così la mobilità professionale. Ma è una strategia che deve essere complessiva. Per questo – insiste – ho più volte sottolineato la necessità di istituire una cabina di regia sovra-ministeriale con un commissario straordinario per la questione infermieristica. È un tema che merita grande attenzione istituzionale, perché se continuiamo a lavorare solo con interventi-tampone risolveremo forse il problema del momento ma non costruiremo le basi per un sistema sanitario sostenibile nel futuro».

Invece per garantire il diritto alle cure a tutti i cittadini gli infermieri sono una figura fondamentale: «Sono i professionisti che più di tutti stanno vicini ai malati dedicandosi alla cura della persona, più che alla malattia – commenta la presidente –. Questa relazione è un elemento valoriale, richiamato anche nel nostro Codice deontologico. È importante aumentare l’attrattività della professione per i giovani in modo da rafforzare il numero e il ruolo degli infermieri, perché è in questo rapporto di cura che si incontrano i bisogni, con la persona assistita e il professionista che imparano a condividere storie e vissuti e ad affrontare la malattia senza solitudine».

venerdì 7 febbraio 2025

Una rivolta in carcere a Torino

 


Elisa Sola, Scene da una rivolta, La Stampa, 7 febbraio 2025
Dopo sei ore di trattative fallite e sedici dall'inizio dell'occupazione, il comandante urla l'ultimo appello: «Allontanatevi e mettetevi nelle camere. Nessuno si fa male. Assolutamente». Il dirigente esclama: «Entrare nelle camere! Chi sta fuori si assume la responsabilità di stare fuori. Meglio se entrate». Sono le nove di mattina del secondo giorno della rivolta. I detenuti della terza sezione del blocco A del carcere delle Vallette sono barricati dal pomeriggio del giorno prima. È una delle proteste più lunghe della storia recente di un istituto affollato da 1.480 detenuti quando potrebbe ospitarne 1.035. Un'occupazione con barricate durata due giorni, dal 10 all'11 febbraio del 2022. Sono dieci gli indagati, dal pm Paolo Toso, che verranno processati in primavera con l'accusa di violenza e resistenza nei confronti di pubblici ufficiali.
Ma gli avvocati - tra cui Riccardo Magarelli e Cristina Rey - negano l'uso della violenza. Occupare una sezione non significa usare la forza, ma essere «disperati», è il senso della tesi difensiva. «Siamo senza medici, psicologi ed educatori», dicono i giovani carcerati ai poliziotti penitenziari quando si chiudono dietro al cancello. Le chiavi di quello di ingresso e di uscita sono sparite. Un cumulo di materassi, brande e tavoli da ping pong sbarra la visuale degli agenti che tentano di scorgere cosa c'è oltre le sbarre. Oltre la zona che sarà off limits per sedici lunghissime ore.
Dentro il braccio occupato ci sono almeno 13 detenuti. Gli altri, che restano fuori, incitano: «Continuate così». Nella relazione del Nucleo investigativo della polizia penitenziaria c'è scritto: «Uno ha bloccato con un mestolo la serratura del cancello d'ingresso. In sette hanno accatastato dietro al cancello oggetti per ostacolarne l'apertura. Un detenuto ha minacciato di tagliarsi. Un altro di appiccare il fuoco». Segue l'elenco delle «persone offese dal reato». «Lo Stato italiano», al primo posto. A seguire, i nomi di un dirigente, di un assistente capo, e di tre agenti. Tutti in servizio alle Vallette.
Nelle immagini riprese dalla penitenziaria è immortalata anche la scena dello sgombero. È già passata l'alba del secondo giorno. Gli idranti sparano acqua verso i carcerati oltre le sbarre. Il cancello viene spaccato con la fiamma ossidrica. Scatta l'irruzione degli agenti in tenuta antisommossa, con caschi e scudi. Dal soffitto piove l'acqua rimbalzata dal getto dell'idrante. «Fate piano, non scivolate!». «Le chiavi! Le chiavi!». «Non tutti insieme». «Basta, basta!». Le mani dietro alla schiena, la testa piegata in avanti, un detenuto urla piangendo. Verrà riportato nella sua cella, con gli altri "rivoltosi". Poche ore dopo, in quelle celle, scatteranno le perquisizioni.
Il primo a essere interrogato è il carcerato più giovane. Ha 19 anni. Il pomeriggio prima dell'inizio dei disordini doveva prendere le medicine della sera. Forse non le ha prese, forse sono arrivate in ritardo. Non è chiaro. Ha puntato un mestolo di legno nella serratura del cancello d'ingresso della terza sezione del blocco A. E lo hanno seguito. Ma non è stata una manifestazione improvvisata, secondo la tesi dell'accusa. «Il gruppo aveva scientemente pianificato e sviluppato modalità e mezzi per assicurare al piano criminoso una possibilità di riuscita, perché era stata condivisa prima una petizione tra tutti i detenuti», scrivono i poliziotti, che aggiungono: «Molti sono stati costretti a firmarla». Quando i detenuti sono barricati dentro alla sezione appendono un cartello fuori dal cancello: «Solo giornalisti». Come spiegheranno agli agenti: «Vogliamo parlare con gli organi di stampa per denunciare come ci fate vivere, devono vedere». Nessun giornalista verrà fatto entrare. I detenuti attaccano pannelli di cartone sulle sbarre. Per non fare vedere cosa c'è dietro. Quello che oggi possiamo documentare, è ciò che è rimasto nelle immagini delle telecamere degli investigatori. Ci sono uomini dietro alle sbarre che gridano. Bombolette di gas appoggiate al cancello. Sei ore di trattativa finiscono nel nulla. «O ci date i giornalisti o diamo fuoco a tutto». Lo sgombero scatta il giorno dopo perché gli agenti devono dormire almeno sei ore. Così viene scritto in uno dei verbali. Il mattino dopo, alle nove, l'ultima chiamata: «Rientrate nelle camere. Nessuno si farà male». Un detenuto si taglia: «Mi incido la carotide». Un altro, finito lo sgombero, quando viene caricato su un furgone, sputa due lamette. La terza resta in gola. Lo convincono a non ingoiarla dopo trenta minuti. Iniziano gli interrogatori. Un testimone dichiara: «Uno di noi che aveva il dito fasciato ha scritto la lettera. L'ha letta ad alta voce e l'ha fatta girare per firmare». La lettera che i detenuti avrebbero voluto consegnare ai giornalisti, se mai li avessero fatti entrare in prigione, iniziava così: «La situazione è diventata insostenibile. Siamo costretti a barricarci. Il problema più grande è la sanità. Dal mal di testa alla mano rotta, qualsiasi sia il problema, ci sono detenuti che aspettano giorni per essere visitati. Siamo stanchi, è un diritto di ogni essere umano essere curati. Ci ritroviamo a litigare con le guardie fino ad arrivare al suicidio. Ed è per questo che questa sera siamo arrivati a questo punto. Lo stesso di prima». —