martedì 22 settembre 2026

Quel seno inopportuno

Couvrez ce sein que je ne saurais voir (Molière, Tartuffe)
Coprite quel seno, che non potrei vedere

Monica Ricci Sargentini
«Posando seminuda svilisce i nostri sacrifici» E le atlete si scagliano contro l’attrice Sweeney
Corriere della Sera, 22 settembre 2026

Sydney Sweeney appare quasi nuda, coperta da palloni e attrezzi sportivi, nella campagna di Novig, piattaforma di pronostici sulle competizioni. Lo spot ha provocato una protesta sui social. «Questo è l’aspetto delle donne nello sport», ha scritto la velocista britannica Amy Hunt pubblicando foto delle proprie gare. Per la ex nuotatrice australiana Ariarne Titmus è uno schiaffo a chi ha dedicato la vita alla disciplina. La ciclista inglese Sophie Capewell ha criticato la rappresentazione sessualizzata delle sportive; l’ex ginnasta Usa Gracie Kramer ha pubblicato un suo video con la scritta «Questo è l’aspetto di una donna nello sport», ripresa da molte altre atlete.

Jacob Fortinsky, fondatore di Novig, ha difeso la campagna ricordando che la piattaforma è riservata ai maggiori di 21 anni. L’attrice ha risposto alle critiche pubblicando foto di sportive che avevano posato nude. È la seconda volta in poco più di un anno che una pubblicità con Sweeney fa scalpore: nel 2025 lo slogan di American Eagle «Sydney Sweeney has great jeans», gioco di parole con genes, «geni», suscitò accuse di alludere all’eugenetica. Ora le atlete contestano l’uso di una bella donna per attirare il pubblico maschile mentre lo sport femminile conquista riconoscimento per i suoi risultati.

«Non stiamo giudicando la libera scelta dell’attrice, stiamo giudicando il potere delle immagini e quelle di questa campagna non hanno nulla a che fare con l’emancipazione» dice Lorella Zanardo, che ha lavorato molto sulla rappresentazione delle donne nei media. L’autrice invita a considerare chi quelle immagini le guarda: «Cosa vedono le bambine mentre camminano? Una ragazza che ha il manico di una racchetta da tennis tra i glutei e due palle da football tra i seni». Per l’autrice, le donne che si tolgono il velo in Iran compiono un atto di emancipazione: «Quel gesto visto in rete spinge altre ragazze a prendere coraggio». In questa campagna, invece, «usare il proprio corpo per eccitare» ripropone uno stereotipo sessuale trito e ritrito.

Sweeney è partner di Novig e possiede una quota della società. Trasformarla in un simbolo da adorare o condannare fa perdere di vista chi costruisce e diffonde quelle immagini. Anche Bigmama mostra il proprio corpo per vendere i rasoi Gillette Venus, in una campagna che parla di orgoglio e libertà. Ma in quel caso le immagini vengono considerate un atto emancipatorio.


https://machiave.blogspot.com/2025/05/coprite-quel-seno.html

Un disastro di nome Merz


Il punto di vista del Guardian su Friedrich Merz: il cancelliere tedesco deve cambiare rotta per fermare l'ascesa dell'AfD

Editoriale
The Guardian, 21 settembre 2026

Dopo meno di un anno e mezzo di mandato, il cancelliere tedesco Friedrich Merz, già in difficoltà, appare come un leader zoppo. Prevedendo risultati disastrosi nelle due elezioni statali di domenica, Merz ha annullato il discorso previsto all'Assemblea generale delle Nazioni Unite di questa settimana per poter pianificare una risposta d'emergenza. Una serata di straordinaria umiliazione per il suo partito conservatore, l'Unione Cristiano Democratica (CDU), deve aver smentito persino le sue già scarse aspettative.

Nello stato orientale del Meclemburgo-Pomerania Anteriore, il partito di estrema destra Alternative für Deutschland (AfD) ha vinto le sue seconde elezioni regionali questo mese con il 38% dei voti. La CDU, invece, ha registrato il suo peggior risultato dalla seconda guerra mondiale, non riuscendo nemmeno a raggiungere la soglia del 5% necessaria per la rappresentanza nel parlamento regionale. Il signor Merz ha assunto la guida della CDU promettendo di scongiurare la minaccia dell'AfD. Invece, il partito è asceso a una posizione di forza elettorale minacciosa e senza precedenti, godendo di un comodo  vantaggio nei sondaggi nazionali.

Nell'altra competizione regionale, la CDU ha ceduto il controllo della carica di sindaco di Berlino, arrivando seconda dietro al partito di estrema sinistra Die Linke, che aveva incentrato la sua campagna elettorale sulla lotta alla crescente crisi abitativa della capitaleconsenso. Si è trattato di sconfitte clamorose, ma Merz non sembra aver imparato la lezione da nessuna delle due. Respingendo con fermezza le speculazioni sul suo futuro, ha insistito sul fatto che il suo governo di coalizione è "determinato a essere all'altezza delle responsabilità storiche che il nostro Paese si trova ad affrontare".

Senza un cambio di rotta politica, la cosa sembra improbabile. Afflitte dallo spopolamento e da persistenti disuguaglianze rispetto all'Occidente, le regioni orientali della Germania sono state particolarmente vulnerabili all'ascesa di uno dei movimenti di estrema destra più radicali d'Europa. Ma mentre la potente economia del continente è alle prese con la concorrenza cinese, il protezionismo statunitense e la crisi del costo della vita , cresce la disillusione a livello nazionale nei confronti dello stile brusco e delle prescrizioni di "amore duro" del cancelliere. I sondaggi personali di Merz si attestano su un minimo storico di circa il 13%.

Raddoppiare la posta in gioco con un programma che prevede l'innalzamento dell'età pensionabile, il taglio delle prestazioni sanitarie e la maggiore difficoltà nell'ottenere il congedo per malattia, difficilmente riuscirà a invertire la tendenza. Il Partito Socialdemocratico (SPD), in quanto partner minore della coalizione, ha tentato di frenare, almeno in parte, gli istinti pro-austerità del cancelliere. Ma come ha osservato con amarezza uno dei suoi parlamentari, sconsolato , a proposito di Merz: "Chiede continuamente alla gente di lavorare di più, mentre decine di migliaia di posti di lavoro vengono tagliati nell'industria tedesca!".

Gli ostacoli costituzionali alla rimozione di un cancelliere – e il fatto che né la CDU né l'SPD desiderino nuove elezioni, visti i rispettivi risultati nei sondaggi – fanno sì che Merz probabilmente rimarrà in carica. Ma se si vuole risollevare le sorti del governo, è necessario un ripensamento radicale. La strategia fallimentare del cancelliere per arginare le forze dell'AfD è stata quella di imitarne le posizioni draconiane sull'immigrazione. Ma è proprio l'incapacità di affrontare la crisi del tenore di vita e la diffusa insicurezza economica che permette all'estrema destra di convogliare un crescente voto di protesta.

Questo è profondamente preoccupante. Lunedì, il signor Merz ha sottolineato che il "futuro democratico" della Germania deve essere difeso. Ha fatto bene a sottolineare quanto sia in gioco. Ma sta diventando sempre più evidente e allarmante quanto sia inadatto a questo compito.

lunedì 21 settembre 2026

La follia di Schumann

 


angeli e demoni, quando schumann finì in clinica

Musica e follia

Ricciarda Belgiojoso
Il sole 24ore, 13 settembre 2026

Nel cuore di una notte di febbraio trascrisse la dolce melodia che gli veniva dettata dagli angeli, che la mattina seguente gli parvero piuttosto demoni, o forse era stato il fantasma di Schubert, oppure quello di Mendelssohn. Dieci giorni dopo, sbrigate le faccende mattutine della corrispondenza e della composizione, ancora in vestaglia verde e pantofole scavalcò la finestra dello studio e si avviò verso la gabella del ponte sul Reno, non distante da casa, ma non avendo con sé il denaro sufficiente per il transito non lo fecero passare. Provò a barattare il suo fazzoletto ma niente. L’episodio passò alla storia come un tentativo di suicidio scampato grazie all’intervento di due pescatori, ma può darsi che desiderasse solamente sostare un po’ sulla riva.

Era il 1854 e Schumann aveva quarantatré anni. Già da qualche tempo nelle sue orecchie risuonava una musica a tratti celestiale a tratti infernale, come a rimarcare la vertigine della sua doppia identità, ripartita tra un Eusebio timido e riflessivo e un Florestano esuberante e impetuoso, ma insieme alle afasie, ai tremori alle mani, a una forma grave di melancolia e ad altri disturbi quei suoni avevano gradualmente assunto un carattere allucinatorio. Sentiva la follia avanzare e aveva già chiesto più volte di essere internato. Ai primi di marzo venne finalmente portato a Endenich, clinica rinomata e non troppo costrittiva nei pressi di Bonn.

Con Clara e i figli si erano trasferiti a Düsseldorf da pochi anni, Robert sostituiva un amico alla direzione dell’orchestra e della corale della città, ma se da un lato faticavano ad ambientarsi, provenendo da Lipsia, dove Mendelssohn aveva creato un ambiente musicale di ben altro livello, dall’altro la città non riusciva ad apprezzarlo davvero in quel ruolo, anche per la sua stravagante sensibilità. A Düsseldorf Schumann scoprì tra l’altro la passione per lo spiritismo, Clara intanto trionfava nelle tournée in giro per l’Europa.

Pochi mesi prima della fuga sul Reno, nella ristretta cerchia musicale che si ritrovava d’abitudine in casa Schumann, assidui il violoncellista Reimers e il violinista Joachim, era comparso un giovane di Amburgo, il ventenne Johannes Brahms. Da subito adorato dai coniugi, sarebbe stato uno dei visitatori più assidui in clinica e affettuoso intermediario tra Robert e Clara.

Se la salute mentale di Schumann rimane ancora oggi avvolta da aloni di mistero, come anche i rapporti tra Clara, Robert e Johannes – si pensi alla figura di lei, pianista ambiziosa e di successo o tenera madre di otto figli? (si leggano i suoi diari e il testo di Nicolas Cavaillès tradotto da Pagine d’arte Gli otto ragazzi Schumann) e a come Clara e Johannes vollero agire rispetto alle opere di Schumann di quegli ultimi difficili anni, evitandone la circolazione – la preziosa pubblicazione Italo Svevo edizioni, Robert Schumann, Lettere da Endenich, a cura di Filippo Tuena (Italosvevo, pagg. 110, € 16), raccoglie le diverse voci e angolazioni degli ultimi dolorosi momenti di vita del compositore, sino alla sua scomparsa avvenuta il 29 luglio 1856, tra lettere strazianti che passavano al vaglio dei dottori, frammenti di diari e referti medici che commentavano gli effetti delle visite sui comportamenti del paziente.

Nel consumarsi fisico e mentale Schumann appare assai lucido riguardo agli argomenti musicali. Scrive delle proprie composizioni e di pubblicazioni imminenti, esamina in dettaglio le partiture che gli procura Brahms, chiede di fargli avere carta da musica oltre a ricordi dell’anima di una vita, poesie d’amore, pezzi di diari, ritratti. In clinica ha a disposizione due pianoforti di cui uno scordato e spesso suona tutto il giorno, capita anche a quattro mani con Brahms, con cui si complimenta in particolare per le Variazioni su tema di Paganini, che definisce esaltanti, ma anche per i Lieder e le Ballate, dicendosi onorato, pieno d’affetto e profondamente devoto. Chiede dei figli, è felice che le ragazze suonino bene Beethoven, Mendelssohn, Haydn e musica sua. Si diletta con gli scacchi e prova a risolvere partite insolute, spesso cerca violette in giardino e se ne rallegra. Appunta a matita pagine e pagine di carte geografiche, andate perse si dice ad opera di Clara, tra i vari tentativi di eliminare le tracce della malattia del marito.

Nella postfazione Francesco Maria Colombo indaga la natura della musica della follia, pensando anche ad altri casi come Donizetti e Smetana, soffermandosi appunto sul nostro Tema con variazioni per pianoforte in mi bemolle maggiore sul famoso tema degli angeli, altrimenti note come Geistervariationen, Le variazioni degli spiriti (da cui poi le Variazioni op. 23 per pianoforte a quattro mani di Brahms): si suggerisce di considerare Schumann come un visionario innovatore scopritore di altre vie, e «la follia non quale velo oscuro ma quale luminoso strumento euristico. Un luogo comune, forse, a far vece del luogo comune contrario». Si consiglia l’ascolto con buon accoglimento di eventuali tratti contraddittori.

Come sono diventato uno storico

 


Raphlle Bacqué

Michel Winock, storico: "La morte di mio padre mi ha permesso di sfuggire al suo autoritarismo."

Le Monde, 20 settembre 2026

Decenni fa, quando insegnava a Sciences Po, le sue lezioni di storia risuonano ancora oggi nel pubblico. Insegnante affascinante, narrava i principali movimenti intellettuali con notevole verve, illuminando il presente attraverso lo studio dei tumulti del passato. Non è cambiato. Un professore fino al midollo, lo abbiamo incontrato nella sua casa in Rue de l'Université (come ci si aspetterebbe) a Parigi. Mentre Flammarion ripubblica il suo saggio * Les Ecrivains dans la mêlée. De la Révolution française aux années Sartre* (1.408 pagine, 39 €), il 30 settembre, all'età di 89 anni pubblica anche * Sartre pour mémoire* (Flammarion, 256 pagine, 21,90 €).

Non sarei dove sono oggi se…

Certo, quando fai questa domanda, pensi alla tua famiglia. Sono nato in una famiglia di sei figli. Ma con la particolarità che sono il sesto, e ci sono dieci anni di differenza tra me e la quinta figlia, mia sorella Geneviève. La mia nascita è stata inaspettata. Sono un miracolo di Lourdes.

Un vero miracolo, lei ha un talento innato per la narrazione!

Mi spiego… Dopo cinque figli, mia madre, che non praticava la contraccezione né ricorreva all'aborto, ne ebbe abbastanza e iniziò a dormire in una stanza separata da quella di mio padre. Poi, nel luglio del 1936, un parente di mio padre, originario di Saint-Omer [Pas-de-Calais] , arrivò a casa nostra ad Arcueil, un sobborgo di Parigi, diretto a Lourdes. Doveva fermarsi da noi, quindi fummo costretti a sistemarlo nella stanza di mio padre, il che significava che dovette tornare a dormire nel letto matrimoniale. Comunque, nove mesi dopo, nacqui io. In seguito pensai di essere un figlio del Fronte Popolare, dato che il mio concepimento risaliva all'estate del '36. Ma, in realtà, mio ​​padre non era affatto un sostenitore del Fronte Popolare, e in realtà sono più figlio di Marie che di Léon Blum. [Ride.] Devo però rispondere alla sua domanda in modo più franco. Perché non sarei dove sono oggi se... mio padre non fosse morto nel 1945, quando avevo 8 anni. E questo ha cambiato tutto.

Che lavoro faceva suo padre?

Proveniva da una famiglia di agricoltori della regione dell'Audomarois, nel Pas-de-Calais, dove si coltivano cavolfiori e indivia. Uno di nove figli, e non tra i primogeniti, non poté ereditare l'azienda agricola di famiglia e quindi si trasferì a Parigi. Fu lì, durante la Prima Guerra Mondiale, mentre prestava servizio come soldato di guardia all'aeroporto militare di Le Bourget, che conobbe mia madre, Jeanne, cameriera in un negozio di alimentari e bar del posto, dove i soldati andavano a corteggiarla perché era piuttosto carina e affascinante. E si sposarono. Mio padre, tuttavia, era piuttosto autoritario e aveva in mente una sola cosa per i suoi figli, e in particolare per i maschi – le figlie, invece, si sarebbero sposate volentieri – ovvero che imparassero un mestiere.

Nella sua mente, era un mestiere, quello del tappezziere, dell'ebanista, insomma, di qualcuno che crea qualcosa con le proprie mani. Gli altri, quelli che se ne stanno seduti a una scrivania, che non si alzano e non usano la propria forza, li disprezzava profondamente e li chiamava "burocrati". Lui faceva il controllore di autobus; mia madre finì per lavorare come cassiera per l'azienda dei trasporti pubblici di Parigi. Eravamo tre fratelli. I miei due fratelli seguirono quest'imperativo paterno. Questo disprezzo per i "burocrati" era profondo; era anche un disprezzo per la cultura. Quando mio padre vedeva i suoi figli, maschi o femmine, leggere, sbottava subito: "Non avete niente di meglio da fare?". Questa era l'atmosfera.

Vostra madre condivideva il suo disprezzo per i libri?

No, lei leggeva. Non grandi libri, ma * Les Veillées des chaumières *, una pubblicazione che ricevette per posta, contenente romanzi sentimentali. Mio fratello maggiore, Marcel, aveva solo il diploma di scuola elementare, ma anche lui amava leggere e, con i primi spiccioli guadagnati, si costruì una biblioteca. La cosa più straordinaria è che conteneva Victor Hugo, Alexandre Dumas, ma anche Paul Valéry e Marcel Proust! Morì nel 1944 di tubercolosi, lasciando dietro di sé un centinaio di poesie e racconti che aveva scritto, oltre a circa 200 libri della collezione "Blanche" di Gallimard, che per me erano un tesoro. Riuscite a immaginare, con un padre che praticamente gli proibiva di leggere, una madre piuttosto incolta, come abbia potuto sviluppare questa passione per la letteratura? È un mistero che non ho mai risolto. Forse la scuola c'entrava qualcosa…

Arcueil (all'epoca Val-de-Marne, dipartimento della Senna) era allora una città "rossa". Che ricordi ne ha?

Era un sobborgo degradato. Abitavamo sulla via principale, in edifici fatiscenti destinati alla demolizione. Ci lavavamo in cucina e, una volta alla settimana, il sabato, andavamo ai bagni pubblici. C'era un solo bagno per tutti gli abitanti del palazzo. D'inverno, i tubi si congelavano e bisognava portare un secchio d'acqua fino al bagno.

Arcueil era un comune comunista dal 1935. E noi eravamo una famiglia cattolica. I rapporti tra comunisti e cattolici erano molto buoni. Andavamo tutti alla scuola pubblica laica, probabilmente perché era gratuita e distava solo 150 metri da casa mia. Ad Arcueil c'erano due chiese: la Chiesa cattolica e la "chiesa" comunista, ognuna con il proprio centro giovanile, giornale, club sportivo e campi estivi. I genitori dei miei amici leggevano "L'Humanité ", mia madre leggeva " L'Aube ", il giornale del MRP [Movimento Popolare Repubblicano, un partito democristiano, 1944-1967] , ma tutti andavano d'accordo. Io andavo a messa ogni domenica, ma, in realtà, i preti erano di sinistra. Negli anni '50, il prete che ci insegnava catechismo fraternizzò con i comunisti. Durante un grande sciopero alla Renault, ci portò persino a una manifestazione di sostegno. Meglio ancora, ci riunì, noi, il suo gruppo di adolescenti, in un istituto religioso nella periferia per introdurci al marxismo! Ah, quelli sì che erano i tempi del "Manif pour tous" (Manifestazione per tutti)!

Mio padre era già morto, però. Ed è a questo che devo tornare… Ne Le parole [del 1964] , Sartre scrive del padre: «Se fosse vissuto, mio ​​padre mi si sarebbe sdraiato addosso e mi avrebbe schiacciato. Per fortuna morì giovane; in mezzo agli Enea che portano i loro Anchisi sulle spalle, io attraverso da una riva all'altra, solo e odiando questi progenitori invisibili che cavalcano i loro figli per tutta la vita».

Sta dicendo che il secondo miracolo è stato la morte prematura di suo padre e che la sua morte è stata una liberazione?

Mi vergogno ancora ad ammetterlo, ed è per questo che mi esprimo attraverso le parole di Sartre. Ma come potrei non riconoscerlo? La sua morte nel 1945, quando avevo solo otto anni, mi ha permesso di sfuggire una volta per tutte al suo autoritarismo. L'altro mio fratello, Gaston-Pierre, era più grande di me di dieci anni. Aveva una personalità forte e aveva sofferto terribilmente sotto il governo di mio padre. Aveva trascorso due anni in seminario, imparato il latino, prima di abbandonare la vocazione religiosa e sposarsi.

Fu lui, grazie alla sua influenza su mia madre, a convincermi a sostenere l'esame di ammissione alla sesta elementare anziché fermarmi al diploma di scuola primaria, dato che ero un bravo studente. Grazie a lui, frequentai il Lycée Lakanal di Sceaux [Hauts-de-Seine, allora parte del dipartimento della Senna], unico tra i miei fratelli a proseguire gli studi superiori. Gaston-Pierre ottenne poi l'abilitazione all'insegnamento, divenne maestro elementare e conseguì il diploma di maturità per corrispondenza all'età di 34 anni. Il Lycée Lakanal a quel tempo era frequentato da studenti della piccola borghesia e, in sostanza, per lo più figli di insegnanti.

Ha mai sentito la vocazione di diventare professore e poi storico?

A determinare la mia vita professionale furono i premi vinti in composizione francese ed educazione fisica. Ero un corridore veloce, giocavo a calcio ed ero il migliore della classe sia in sport che in francese. In terza media, durante un tema su un argomento piuttosto banale, mi venne l'idea di diventare insegnante di educazione fisica. Ricevetti un ottimo voto e questo commento: "Bravo, futuro collega!". L'anno successivo, in prima superiore , mi resi conto che la mia strada era più nella letteratura che nell'educazione fisica. Volevo anche guadagnarmi da vivere. All'epoca, solo il 10% della popolazione aveva un diploma di scuola superiore, ed era facile trovare lavoro.

Un amico di famiglia suggerì a mia madre che mi unissi a una società di import-export a Parigi, vicino a Saint-Philippe-du-Roule [VIII arrondissement] , la Compagnie du Niger. Vendevano a tutti gli avamposti commerciali in Africa, e io mi occupavo del controllo delle fatture... Eravamo una dozzina circa, timbravamo il cartellino la mattina, arrivando poco prima delle 8:30, ognuno di noi leggeva il giornale, poi, al suono della campanella, ci buttavamo sulla nostra pila di fatture.

Quei "burocrati" che suo padre odiava!

Non durò a lungo. Dopo tre mesi, mi annoiavo così tanto che me ne andai. Ebbi però la lungimiranza di iscrivermi a un corso preparatorio per l'École Normale Supérieure (Hypokhâgne) per corrispondenza. Mio fratello, che era davvero meraviglioso, mi trovò un "tapir" [uno studente seguito da un tutor dell'École Normale Supérieure] , un ragazzo con un'infezione primaria, di cui divenni il tutor. Mi ero iscritto a letteratura moderna, ma c'era un certificato facoltativo in storia moderna e contemporanea. Mi presentai in un'aula e ne uscii abbagliato.

Fino ad allora, per me la storia si riduceva a date, successioni di re e battaglie. Stavo scoprendo professori come Ernest Labrousse, Roland Mousnier, Louis Girard e, più tardi, Henri-Irénée Marrou. Bisognava ascoltare Pierre Renouvin, che aveva perso un braccio in guerra. Con la sua postura eretta, parlava quasi senza appunti e programmava sempre le sue lezioni nel tardo pomeriggio per poter superare l'ora di durata. La storia alla Sorbona negli anni Cinquanta era magnifica!

Fu anche un periodo molto turbolento, soprattutto a causa della guerra d'Algeria...

Ho completato tutti i miei studi superiori durante la guerra d'Algeria, conseguendo l'abilitazione all'insegnamento nel 1961. C'era carenza di insegnanti e ho avuto la fortuna di non dover combattere. Le mie idee politiche risalgono a quel periodo, e naturalmente, il mio anticolonialismo. Pur essendo una Repubblica fondata sui valori della libertà, non concedevamo tale libertà ai popoli colonizzati. Non appena la Francia firmò gli Accordi di Ginevra e pose fine alla guerra d'Indocina , ovvero nel 1954, mi convinsi che per l'Algeria esisteva una sola via: l'indipendenza.

La mia generazione è stata plasmata da quell'epoca, dall'anticolonialismo, e per me, essere di sinistra significava proprio questo. I miei amici potevano essere comunisti, trotskisti, socialisti o anarchici, ma soprattutto eravamo anticolonialisti. Quando de Gaulle tornò al potere nel 1958, mi opposi con veemenza. Certo, ammiravo l'uomo della Francia Libera, ma, nella mia ingenuità, condivisa da molti, pensavo che de Gaulle avrebbe perseguito le politiche di coloro che lo avevano portato al potere: quelle dell'esercito e dei pieds-noirs.

Non era facile essere lungimiranti a quei tempi. Da parte mia, entrai a far parte di un piccolo gruppo che presto fondò il PSU [Partito Socialista Unificato] . Un'ala sinistra senza i comunisti che avevano sostenuto la repressione a Budapest. Leggevo anche L'Express , Le Monde , Mauriac e Camus, Les Temps modernes di Sartre e la rivista Esprit . Insomma, c'era una compenetrazione tra storia e letteratura. In definitiva, è questo che mi ha segnato, poiché, anche da storico, sono sempre rimasto attento alle fonti letterarie.

Sua madre e suo fratello hanno assistito al suo successo?

Sì, mia madre è morta nel 1992, all'età di 90 anni. Era stata trasferita in un alloggio popolare costruito negli anni '60 e '70 ad Arcueil, ma in un quartiere diverso. La gente parla sempre degli alloggi popolari con disprezzo, ma per lei la vita era molto migliore. Sentiva di aver raggiunto non la felicità, ma il comfort, il comfort di un bagno con l'acqua calda. Mio fratello è morto nel 2018. Era un insegnante in pensione e spesso discutevamo dei miei libri, ma anche di religione, lui credente e io non credente. Vedete, un padre che è morto al momento giusto, un fratello che ha preso il suo posto, la scoperta della cultura, l'opposizione alla guerra d'Algeria, l'attaccamento alla democrazia in mezzo al tumulto: queste cose plasmano una vita...

Comizi e proclami

Alessandro De Angelis
Comizi e proclami, i leader non pensano al paese reale

La Stampa, 21 settembre 2026 

Si faccia avanti, se c’è, chi con coraggio temerario oserebbe definire politica il campionato elettorale iniziato in questa domenica di settembre, seguita minuto per minuto dai vari campi. A Roma gioca Giorgia Meloni e, già in modalità performante, annuncia a menti ardite e cuori audaci il divieto di burqa e il tetto per gli studenti stranieri a scuola, misura tra l’altro piuttosto difficile da attuare. Si capisce che l’obiettivo è togliere la linea alla telecronaca di Orvieto dove quella compagnia malvagia e scempia del Generale Vannacci si autocelebra come «letame da cui nascono i fiori». Vedrete che, con la dinamica del voto utile, parecchi petali rinsecchiranno.

Però c’è da seguire anche Pontida, mai vista così zeppa di veleni e cori discordanti. Lì Matteo Salvini annuncia un congresso a sorpresa per fare piazza pulita dei suoi oppositori, rinsaldarsi in sella e fare le liste. Poi c’è Milano, dove rumoreggiano le fanfare cosiddette pacifiste di Giuseppe Conte, che sull’Ucraina non deflette, guarda caso proprio in concomitanza dell’offensiva di Putin. A Parma i sussurri testardamente unitari di Elly Schlein. Diversamente dagli altri leader al comando, lei ha il problema delle correnti e quindi il gioco è meno spumeggiante.

Insomma, sembra che si voti domani mattina quando invece, al più presto, sarà aprile o al più tardi settembre dell’anno prossimo. Ben sette mesi o un anno, non giorni o minuti. Per un cittadino normale, nella sua percezione del tempo, sette mesi o un anno sono un’eternità. In questo lasso di tempo possono succedere molte cose. Possono finire o aumentare le guerre, aggravarsi o risolversi le crisi, salire o scendere i prezzi della benzina. E la possibilità che accada il miglioramento o il peggioramento non dipende dalla Dea fortuna o dal destino cinico e baro, ma proprio dalla politica. Il suo compito sarebbe quello di utilizzare il tempo per creare le condizioni affinché un auspicio diventi realtà. Avere chiaro un orizzonte e, quantomeno, provarci.

E invece la dice lunga questa concezione del tempo delle attuali classi dirigenti, per cui tutto è immediato, qui ed ora, anche ciò che accadrà tra mesi. Un eterno presente, uguale a se stesso, che fagocita tutto, in attesa del successivo attimo di frenesia. Non è un “tempo politico” che ha a che fare col futuro - parola assente dalla discussione pubblica - da pensare e costruire, misurandosi con la realtà. È un tempo “loro”, rapportato al loro destino: se vengono rieletti, se vanno o tornano a palazzo Chigi, se vincono le elezioni. Racconta di un’ansia e di una fragilità: non si cimentano col progetto, ma chiedono conferma, sempre e comunque, sul terreno della propria identità. E, infatti, rivedete alla moviola i messaggi tramessi. Molte bandiere di parte, poco Paese.

È la storia di una politica separata e autoreferenziale che affoga nella ricerca del consenso il bisogno di senso, proprio nel momento in cui andrebbe dato un altro senso a questa storia, tra venti di guerra, rischi di shock petrolifero, gasolio a 3 euro a litro quasi e inflazione galoppante. Potremmo stare qui a dilettarci nel dopo partita, per dire che a Giorgia Meloni stanno franando gli alleati, tra un Capitano che teme la deriva e l’altro che scivola sulle donne. Chissà cosa avrà pensato Marina Berlusconi sull’immaginario da anni Cinquanta evocato. Oppure dedicarci a quell’armata brancaleone del campo largo, che va “senza meta”, ma “dall’altra parte” rispetto al governo. O alle estreme che condizionano l’uno o l’altro schieramento.

Ma forse, il miglior commento di giornata è racchiuso in una domanda: dov’è l’Italia? Se si toglie l’audio ai comizi, forse si riesce a sentire il rumore delle sue inquietudini. Se invece come probabile sempre più gente cambierà canale, le analisi sull’astensionismo e sulla crisi della democrazia le scrivano lor signori partendo da una sana autocritica.


Si chiama Elif Eralp

 

Cécile Boutelet
Elif Eralp, il nuovo volto della sinistra radicale dopo la sua vittoria a Berlino

Le Monde, 21 settembre 2026

Si chiama Elif Eralp. Questa avvocatessa di origine turca, 45 anni, fino ad ora poco conosciuta al grande pubblico, è il nuovo volto dei partiti di sinistra radicale che stanno guadagnando terreno nelle principali città del mondo. Alla guida della lista di Die Linke ("La Sinistra") alle elezioni comunali di Berlino , ha ottenuto il 25,1% dei voti (in aumento di 12,9 punti rispetto alle ultime elezioni del 2023, secondo le ultime stime), a meno di un anno dalla spettacolare vittoria del democratico Zohran Mamdani alle elezioni per la carica di sindaco di New York. Una vittoria storica per questo partito, profondamente diviso solo tre anni fa, e ora una delle forze politiche più dinamiche del panorama politico tedesco.

Domenica, il partito di estrema sinistra Die Linke ha distanziato nettamente il Partito Socialdemocratico (SPD). Prima di perdere la carica di sindaco di Berlino a favore dell'Unione Cristiano Democratica (CDU) nel 2023, l'SPD era stata la forza politica dominante nella capitale tedesca per decenni. Die Linke ha sconfitto anche il partito del sindaco e cancelliere federale uscente, Friedrich Merz, che ha ottenuto il 19,2% dei voti, con un calo di 9 punti percentuali. Die Linke ha superato anche i Verdi, che hanno ottenuto il 14,3% (in calo di 4,1 punti), e soprattutto l'estrema destra di Alternativa per la Germania (AfD), che tuttavia ha registrato un significativo aumento nella capitale, conquistando il 15,8% dei voti (in crescita di 6,7 punti). Secondo le ultime stime dei risultati diffuse domenica sera, l'unica coalizione possibile sarebbe un'alleanza tra Die Linke, SPD e Verdi.

La vittoria di Elif Eralp segna una rinascita per il partito di estrema sinistra tedesco. Nata a Monaco di Baviera nel 1981 da genitori attivisti socialisti fuggiti dalla Turchia un anno prima, ha studiato legge ad Amburgo e ha lavorato come consulente legale per il gruppo parlamentare di Die Linke al Bundestag dal 2010. Si è iscritta ufficialmente al partito nel 2017, prima di essere eletta deputata regionale a Berlino. Attualmente vive in un appartamento in affitto nel quartiere di Kreuzberg a Berlino con il marito e i due figli.

Una biografia insolita per un partito tradizionalmente radicato negli ex stati della Germania dell'Est e nei quartieri di Berlino Est, ma che si rivolge al nuovo pubblico di riferimento del partito di sinistra: una fascia demografica più giovane, urbana e prevalentemente femminile, segnata da una storia di migrazioni e fortemente sensibile ai temi dell'uguaglianza e del razzismo. Elif Eralp, Heidi Reichinnek, 38enne parlamentare e leader del gruppo parlamentare al Bundestag, star dei social media, e Ines Schwerdtner, co-presidente del partito, nata nel 1989, formano oggi un formidabile trio femminile alla guida di Die Linke.

La lotta per alloggi a prezzi accessibili

In pochi anni, il partito ha registrato un aumento spettacolare del numero dei suoi iscritti, passando da 60.000 alla fine del 2024 a 123.000 alla fine del 2025, con un'età media di 38,6 anni, rispetto ai 45 anni del 2024. Si è inoltre concentrato nuovamente sul tema della disuguaglianza, in particolare sulla lotta alla povertà e sull'accesso ad alloggi a prezzi accessibili.

È proprio su quest'ultima questione che Elif Eralp si è specializzata, la cui principale rivendicazione è la municipalizzazione di 220.000 appartamenti venduti dalla città a gruppi immobiliari quotati in borsa negli anni 2000, accusati di sfruttamento degli inquilini. Si tratta di una misura costosa e controversa che potrebbe complicare le trattative per la formazione di una coalizione, con l'SPD diviso sulla questione, ma che risulta politicamente molto efficace presso la classe media degli inquilini, direttamente colpita dall'esplosione dei prezzi degli immobili nella capitale negli ultimi quindici anni.

Die Linke deve il suo attuale successo anche al rinnovamento delle sue pratiche di campagna elettorale. Ispirandosi ai metodi del senatore statunitense Bernie Sanders (Vermont, indipendente), il partito ha condotto una campagna porta a porta, che si è rivelata molto popolare tra i giovani elettori. Lanciata su larga scala per le elezioni federali del febbraio 2025, questa campagna è stata replicata per le elezioni regionali di Berlino del 2026. Più che convincere semplicemente le persone visitate dagli attivisti, questo approccio mobilita i sostenitori attorno a una semplice azione collettiva, che a volte rappresenta la loro prima esperienza politica al di fuori del voto.

Operazioni porta a porta

Per rendersi conto del potenziale di mobilitazione di questo tipo di azione, bastava partecipare a una campagna porta a porta organizzata da Die Linke nel quartiere di Lichtenberg, a Berlino Est, a metà settembre. Una quindicina di giovani, tutti sotto i 35 anni, si erano riuniti presso la sede del partito ai piedi di un grattacielo. "È la prima volta che partecipo. Ho visto gli effetti dei tagli ai finanziamenti per i bambini rifugiati sul posto di lavoro e sentivo il bisogno di agire ", afferma Niko Weber, 32 anni, che sta ancora valutando l'iscrizione al partito.

Il processo è estremamente strutturato: i partecipanti ricevono una breve formazione, dopodiché viene chiesto loro di accedere a un'app che indica quali edifici visitare in base al loro potenziale elettorale, identificato in anticipo da esperti di partito, e che centralizza i feedback. Successivamente, vengono formate delle coppie, dotate di giacche e borse, e inviate a bussare alle porte, che non dovranno mai oltrepassare. Il messaggio è semplice: offrire a ciascuno una revisione gratuita del costo del noleggio, che può portare a un rimborso in caso di pagamento in eccesso. Ma il più delle volte, si tratta di un'opportunità di conversazione.

"Trovo l'esercizio molto interessante", afferma un partecipante al termine del tour, che preferisce rimanere anonimo. " Ci allontaniamo dai social media, impariamo molto sul nostro quartiere. È un tipo di conversazione diverso da quelli che vediamo nei talk show politici in televisione, che ormai non sono più realmente interessati alla vita delle persone. Quando facciamo questo, non sembriamo mai politici fuori dal mondo "

https://www.lemonde.fr/international/article/2026/09/20/elif-eralp-le-nouveau-visage-de-la-gauche-radicale-aux-portes-de-berlin_6778515_3210.html

domenica 20 settembre 2026

Gli U2

Paolo Giordano 
50 anni

Corriere della Sera La Lettura, 20 settembre 2026

Stavo pensando intensamente agli U2, al portato finale della loro carriera. Quando, d’un tratto, è partita una versione jazzata, in quello stile Norah Jones che va di moda nei luoghi pubblici, di With Or Without You. Sincronicità, mi sono detto. Un segno. Forse il portato finale è proprio questo. Bisogna intendersi subito. Gli U2 sono stati una grande band, non occorre neppure ribadirlo. E il fatto che With Or Without You, in versione originale o à la Norah Jones, venga suonata da decenni in qualsiasi angolo negletto del pianeta è solo un’attestazione in più della loro grandezza. Gli U2 sono classici, e dei classici non si discute. Eppure, scrivere «bene» degli U2 oggi è quasi impossibile. Invecchiare da rockstar è una delle imprese più rischiose, ma si può farlo con più o meno classe. I R.E.M., per cercare un paragone che regga, si sono ritirati dalle scene in una china che era già discendente, ma non hanno lasciato il tempo a quello strascico di condizionare tutto quel che era stato prima. Gli U2 — e potrebbe anche questo essere un loro pregio dopotutto, una manifestazione sfacciata di libertà — non sembrano nemmeno essersi resi conto di quando il loro tempo è passato.

Ricordo il momento in cui ho comprato un nuovo smartphone e al primo avvio, nell’app di musica, mi sono ritrovato con un solo album in libreria, un album che non avevo scelto. Songs Of Innocence, U2. Per un po’ mi sono interrogato su quel mistero tecnologico. Era davvero molto distante da me l’idea che la band di Sunday Bloody Sunday potesse aver firmato un accordo con la Apple per essere, come dire, built-in nei loro dispositivi. Non era solo distante: era inquietante. E non aveva proprio nulla d’innocente. Per principio, quel disco non l’ho mai ascoltato.

Ecco, oltre alla leggenda gli U2 sono anche questo. In effetti negli ultimi vent’anni sono stati soprattutto questo. Immagino che ogni fan individui un momento diverso della loro transizione. Dall’essere una rock band immensa al diventare... che cosa? Una band istituzionale? Un brand? Il mio discrimine è il loro album che ho amato al di sopra di ogni altro. E che riconosco non essere, secondo parametri obiettivi, il migliore.

Pop, del 1997. Neppure l’app musicale lo annovera fra gli «essenziali» ma lo è per me. Avevo quattordici anni quando è uscito. Gli U2 lo hanno lanciato con un tour promozionale maestoso, qualcosa di mai visto prima. Il PopMart Tour si svolgeva sotto un grande arco giallo che corrispondeva a metà della M di McDonald’s. Bono Vox entrava in scena percorrendo un lungo corridoio tra i fan, vestito con una mantella da pugile, ballando techno. Per una rockstar ballare così, vestito così, non era affatto la soluzione più comoda nel 1997. Era una provocazione vera e propria. Durante il concerto suonavano Discothèque uscendo da un grande limone argentato. Il PopMart Tour era una critica alla globalizzazione e al consumismo, appena prima delle proteste di Seattle e di Genova, ma una critica portata avanti come una festa trionfale.

Non avevo avuto il permesso di andare a Reggio Emilia per l’unica data italiana, troppo giovane. Avevo guardato i primi venti minuti di concerto in diretta su Mtv, in preda all’esaltazione, poi mi ero tormentato per il resto della sera per tutto quello che mi stavo perdendo. Perché sapevo che era un momento irripetibile. Mi dispiace ancora oggi di non esserci stato. Se avessi un solo desiderio concertistico da esaudire rinuncerei ai Nirvana e anche a Woodstock. Tornerei a Reggio Emilia, al PopMart.

Oggi quel tour mi sembra anche una profezia avverata contro i suoi stessi ideatori. Il consumo, la globalizzazione e i brand hanno inghiottito gli U2, e loro si sono lasciati inghiottire con una sorta di gaudente rassegnazone come Stay ad esempio.

L’appropriazione spregiudicata dell’America da parte di un gruppo d’oltreoceano, tanto da intitolare il loro disco più iconico The Joshua Tree.

Una canzone come Bad.

La collaborazione lunghissima con produttori come Brian Eno e Daniel Lanois, dai quali si lasciavano portare in territori sofisticati, difficili, che non sarebbero necessariamente piaciuti a un largo pubblico (ma che poi piacevano).

Una canzone come The First Time.

L’amore per Berlino. L’amore per Wim Wenders. Achtung Baby, Batman.

Una canzone come Please.

Il pacifismo sincero, non di posa, grondante sangue invece, come può esserlo quello di quattro irlandesi della loro generazione (un tratto di continuità che non hanno mai abbandonato, da War a oggi).

Il falsetto acidulo e irresistibile di Bono. Quel modo un po’ funk, solo suo, di suonare la chitarra di The Edge.

Una canzone come Bullet The Blue Sky.

Questo mese gli U2 compiono cinquant’anni. C’è una data esatta, almeno secondo l’agiografia, il 25 settembre 1976, la prima prova insieme. Cinque giorni prima, il 20, Larry Mullen aveva messo un messaggio nella bacheca della scuola per arruolare altri musicisti e formare una band. Forse la loro carriera creativa non è durata davvero cinquant’anni da allora, sono stati all’incirca la metà. Ma non è poco. È molto più di molto, anzi. Per festeggiarli vado a cercare il PopMart Tour su internet e scopro che è disponibile una registrazione completa proprio della data di Reggio Emilia. Legale o no, la guardo dall’inizio alla fine. Non so come — altra sincronicità — era il 20 settembre anche quel giorno.