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martedì 22 settembre 2026

Un disastro di nome Merz


Il punto di vista del Guardian su Friedrich Merz: il cancelliere tedesco deve cambiare rotta per fermare l'ascesa dell'AfD

Editoriale
The Guardian, 21 settembre 2026

Dopo meno di un anno e mezzo di mandato, il cancelliere tedesco Friedrich Merz, già in difficoltà, appare come un leader zoppo. Prevedendo risultati disastrosi nelle due elezioni statali di domenica, Merz ha annullato il discorso previsto all'Assemblea generale delle Nazioni Unite di questa settimana per poter pianificare una risposta d'emergenza. Una serata di straordinaria umiliazione per il suo partito conservatore, l'Unione Cristiano Democratica (CDU), deve aver smentito persino le sue già scarse aspettative.

Nello stato orientale del Meclemburgo-Pomerania Anteriore, il partito di estrema destra Alternative für Deutschland (AfD) ha vinto le sue seconde elezioni regionali questo mese con il 38% dei voti. La CDU, invece, ha registrato il suo peggior risultato dalla seconda guerra mondiale, non riuscendo nemmeno a raggiungere la soglia del 5% necessaria per la rappresentanza nel parlamento regionale. Il signor Merz ha assunto la guida della CDU promettendo di scongiurare la minaccia dell'AfD. Invece, il partito è asceso a una posizione di forza elettorale minacciosa e senza precedenti, godendo di un comodo  vantaggio nei sondaggi nazionali.

Nell'altra competizione regionale, la CDU ha ceduto il controllo della carica di sindaco di Berlino, arrivando seconda dietro al partito di estrema sinistra Die Linke, che aveva incentrato la sua campagna elettorale sulla lotta alla crescente crisi abitativa della capitaleconsenso. Si è trattato di sconfitte clamorose, ma Merz non sembra aver imparato la lezione da nessuna delle due. Respingendo con fermezza le speculazioni sul suo futuro, ha insistito sul fatto che il suo governo di coalizione è "determinato a essere all'altezza delle responsabilità storiche che il nostro Paese si trova ad affrontare".

Senza un cambio di rotta politica, la cosa sembra improbabile. Afflitte dallo spopolamento e da persistenti disuguaglianze rispetto all'Occidente, le regioni orientali della Germania sono state particolarmente vulnerabili all'ascesa di uno dei movimenti di estrema destra più radicali d'Europa. Ma mentre la potente economia del continente è alle prese con la concorrenza cinese, il protezionismo statunitense e la crisi del costo della vita , cresce la disillusione a livello nazionale nei confronti dello stile brusco e delle prescrizioni di "amore duro" del cancelliere. I sondaggi personali di Merz si attestano su un minimo storico di circa il 13%.

Raddoppiare la posta in gioco con un programma che prevede l'innalzamento dell'età pensionabile, il taglio delle prestazioni sanitarie e la maggiore difficoltà nell'ottenere il congedo per malattia, difficilmente riuscirà a invertire la tendenza. Il Partito Socialdemocratico (SPD), in quanto partner minore della coalizione, ha tentato di frenare, almeno in parte, gli istinti pro-austerità del cancelliere. Ma come ha osservato con amarezza uno dei suoi parlamentari, sconsolato , a proposito di Merz: "Chiede continuamente alla gente di lavorare di più, mentre decine di migliaia di posti di lavoro vengono tagliati nell'industria tedesca!".

Gli ostacoli costituzionali alla rimozione di un cancelliere – e il fatto che né la CDU né l'SPD desiderino nuove elezioni, visti i rispettivi risultati nei sondaggi – fanno sì che Merz probabilmente rimarrà in carica. Ma se si vuole risollevare le sorti del governo, è necessario un ripensamento radicale. La strategia fallimentare del cancelliere per arginare le forze dell'AfD è stata quella di imitarne le posizioni draconiane sull'immigrazione. Ma è proprio l'incapacità di affrontare la crisi del tenore di vita e la diffusa insicurezza economica che permette all'estrema destra di convogliare un crescente voto di protesta.

Questo è profondamente preoccupante. Lunedì, il signor Merz ha sottolineato che il "futuro democratico" della Germania deve essere difeso. Ha fatto bene a sottolineare quanto sia in gioco. Ma sta diventando sempre più evidente e allarmante quanto sia inadatto a questo compito.

sabato 3 dicembre 2022

Il Pd verso l'affondamento

 


Francesco Cundari, Cupio dissolvi. Il dibattito para-leninista sulla rifondazione del Pd è il solito gioco delle tre carte, L'Inkiesta, 3 dicembre 2022

Il surreale dibattito sulle radici anticapitaliste del Partito democratico con cui si è aperta la sua «fase costituente» rischia di accreditare il luogo comune secondo cui quel progetto sarebbe stato un fallimento sin dall’inizio, avendo avuto la pretesa di unire due tradizioni, post-comunista e post-democristiana, che insieme non potevano stare e che avrebbero fatto meglio a rimanere divise.

Come spesso accade in politica, il luogo comune coniato dagli avversari è stato progressivamente fatto proprio dai suoi bersagli, cioè da buona parte dei fondatori del Partito democratico.

Ma il vero motivo per cui molti di quei dirigenti sono arrivati a tale funesta conclusione è in verità la migliore dimostrazione del contrario. Se infatti, ex post, ne hanno denunciato il peccato originale, non è perché quel progetto sia fallito, ma perché ha funzionato così bene da poter fare a meno di loro.

Di qui la reinvenzione della tradizione, funzionale ad attribuire a Matteo Renzi lo snaturamento del Partito democratico, che da lui sarebbe stato trasformato in un partito di destra neoliberista, rispetto a un mitico passato socialista e rivoluzionario. Salvo poi scoprire, come è accaduto alla prima riunione della «costituente» chiamata a rifondarlo, che il Manifesto dei valori steso all’atto della sua fondazione già conteneva simili tare.

In proposito il gioco delle parti ha raggiunto negli due ultimi giorni vette inarrivabili. Il resoconto del dibattito pubblicato ieri da tutti i giornali non lascia spazio a dubbi circa il significato dell’operazione: ci sono Roberto Speranza e Andrea Orlando che se la prendono con il neoliberismo di cui sarebbe impregnata la carta fondativa del 2007 (difetto di cui sembrano essersi accorti solo nel 2022, e che comunque non ha impedito al primo di fare il parlamentare e anche il capogruppo del Partito democratico fino al 2015, al secondo di fare il parlamentare e il ministro, praticamente a tutto, fino all’altro ieri); c’è Gianni Cuperlo che cita l’undicesima tesi su Feuerbach di Karl Marx: «I filosofi hanno solo interpretato il mondo in modi diversi; si tratta però di mutarlo» (nella versione di Palmiro Togliatti, ma a dire il vero le cronache non specificano a quale traduzione si sia attenuto Cuperlo, ammesso che non l’abbia citata direttamente in tedesco); c’è la neoparlamentare Caterina Cerroni, coordinatrice dei Giovani democratici, che confida: «Leggevo Chomsky che citava Lenin, secondo cui senza teoria rivoluzionaria non esiste alcuna pratica rivoluzionaria» (dove la crisi dell’idea rivoluzionaria è dimostrata soprattutto dalla pigrizia di non andarsi a cercare nemmeno la citazione alla fonte diretta).

Tutto questo surreale florilegio di Marx e Lenin viene ora perlopiù interpretato come un ritorno alle origini. Sarà dunque utile un veloce ripasso.

Per chiarire quale fosse la teoria rivoluzionaria dei vertici del Partito democratico prima dell’arrivo di Renzi basterebbe ricordare come Pier Luigi Bersani, all’inizio del 2011, non si facesse scrupolo di esortare a una comune alleanza anche un «terzo polo» guidato da Pier Ferdinando Casini e Gianfranco Fini (altro che Renzi e Calenda), per non parlare del modo in cui, alla fine di quello stesso anno, decideva di appoggiare l’ascesa a Palazzo Chigi di Mario Monti (con un governo tecnico assai più conservatore e incline all’austerità di quello guidato da Mario Draghi) e insisteva, anche contro una parte della sua segreteria, perché arrivasse fino al termine della legislatura.

Una linea sintetizzata da Massimo D’Alema nel bizzarro slogan «Con Monti, oltre Monti», di cui ha lasciato testimonianza anche in un libro-intervista, scritto appena in tempo per la campagna elettorale del 2013 (Controcorrente, Laterza).

Tra i pochissimi che provarono a correggere quella linea, a onor del vero, c’erano Stefano Fassina e Matteo Orfini. Certamente non c’era Enrico Letta, di cui resta memorabile il biglietto inviato al neopresidente del Consiglio Monti in parlamento, prontamente catturato dai fotografi, in cui definiva il nuovo esecutivo «un miracolo» (per la precisione, perché anche il tono conta, il messaggio si concludeva con queste parole: «Per ora mi sembra tutto un miracolo! E allora i miracoli esistono!»)

La reinvenzione del profilo politico di Letta è infatti la più sbalorditiva di tutte. Ma è ancora niente rispetto al gioco di prestigio con cui, dopo avere eguagliato cinque anni dopo il risultato più disastroso della storia del partito (quello del Partito democratico renziano del 2018), ha pensato bene che in attesa dell’inevitabile congresso, lui e l’intero gruppo dirigente (non) uscente dovessero organizzare nientemeno che la sua rifondazione.

Il summenzionato dibattito para-leninista è la conseguenza inevitabile di questo gioco di specchi, ma anche dell’inerzia di chi dovrebbe pretendere un vero ricambio e si lascia intortare come un allocco. Senza capire che l’esito ultimo di tanti magniloquenti discorsi su Marx, Lenin e la necessità di cambiare il mondo è la demolizione del Pd in quanto tale, cioè in quanto partito capace di rappresentare la grande maggioranza riformista del centrosinistra (contrariamente a un’altra lunga serie di luoghi comuni, il Partito democratico non nacque infatti come partito unico del centrosinistra, ma come unione delle sue correnti riformiste).

Preoccupati di perdere il congresso del partito che c’è, i responsabili della disfatta elettorale stanno provando dunque a inventarsene un altro in questa singolare «fase costituente» preliminare, per cercare di rimescolare le carte ancora una volta. E così, per giustificare la fondazione di un nuovo soggetto, implicitamente o esplicitamente hanno finito per certificare il fallimento del partito attuale.

Eppure è vero l’esatto contrario. Il progetto del Partito democratico è stato un completo successo, caso più unico che raro nella storia della politica italiana in cui la fusione di due partiti abbia portato a un risultato elettorale superiore alla loro somma, tanto da non essere più messo in discussione nei successivi quindici anni (l’altro caso era il Popolo della Libertà, nato proprio per rispondere da destra a quella sfida, che però è durato assai meno).

Se il Partito democratico ha potuto esercitare un ruolo centrale nella politica italiana pur non avendo mai pienamente vinto le elezioni, se i suoi esponenti hanno potuto fare tante volte i ministri, se i suoi gruppi dirigenti hanno potuto fare e disfare tanti governi, la ragione sta proprio nella scelta di lasciarsi alle spalle partiti e partitini di centro, di sinistra e di centrosinistra – quelli sì falliti – buoni solo a farsi la guerra tra loro. Eppure, di questo passo, è proprio lì che rischiano di tornare.