venerdì 4 dicembre 2015
Perché i bombardamenti aerei non sono risolutivi
Jason Burke
Quelle immagini dei jet al decollo servono solo a rassicurare noi
La risposta affidata solo alle armi è troppo semplice rispetto a una sfida complicatissima dal punto di vista militare e politico. E non ferma la propaganda dell’Is che ha ormai fatto breccia anche in Europa
la Repubblica, 4 dicembre 2015
traduzione di Fabio Galimberti
... Uno degli obbiettivi principali della campagna aerea è impedire allo Stato islamico di sfruttare il petrolio. Ma oggi l’Is dal petrolio guadagna molto meno di un anno fa, e gran parte dei suoi introiti viene dalle tasse, non dal commercio. E le tasse non si possono colpire con bombe o missili. La verità, come i leader politici sanno, è che Daesh prospera non in virtù della sua forza, ma per la debolezza e l’interesse egoistico degli Stati che lo circondano, e in virtù della battaglia settaria fra sunniti e sciiti. I raid aerei servono a poco per risolvere le ragioni che spingono alcuni ragazzi a lasciare posti come Molenbeek e andare in Siria. Perché ci vanno? Se c’è qualche legame con la povertà, è un legame indiretto. La disoccupazione è chiaramente un fattore. Chi si occupa di radicalizzazione sottolinea che quasi nessuno di quelli che vanno in Siria ha responsabilità finanziarie. Probabilmente perché chi queste responsabilità le ha avverte un senso del dovere, o magari perché l’atto stesso di provvedere ad altre persone attraverso il proprio lavoro offre un ruolo e uno status che mettono al riparo dal rischio di radicalizzazione. La cosa più importante sono le persone, non le statistiche o i luoghi. La radicalizzazione è un processo, non un evento. Una ricerca dell’Università di Oxford mostra che nella maggioranza dei casi a spingere una persona verso l’estremismo islamista sono amici o familiari. La militanza islamica non è un lavaggio del cervello. È un movimento sociale che viaggia attraverso reti di parentela e amicizia per irretire giovani del tutto normali. La propaganda li attira perché, per quanto deviati e distorti siano i loro desideri, offre qualcosa. Una volta in Siria, nello spazio ristretto di brutalità e violenza del conflitto e dentro un gruppo estremista, si instaura una dinamica differente. Se mai tornano a casa, non sono più normali.
Nulla di tutto questo si può risolvere con i raid aerei, ma il problema vero è che le immagini di jet pesantemente armati che decollano verso i bersagli in Siria ci rassicurano. E ci sviano anche, perché pensiamo che i nostri leader abbiano trovano una risposta semplice e concreta alla sfida complicatissima che abbiamo di fronte. Significa che la prossima volta che ci sarà un attacco nell’Europa continentale la gente sarà arrabbiata e delusa. Sarà anche più spaventata di prima, perché qualcosa non ha funzionato. Provocare paura è ciò che vogliono i terroristi. Questa settimana, mentre l’Europa si accinge alla «guerra» contro l’Is, i nostri leader farebbero bene a ridurre le aspettative, invece di accrescerle.
giovedì 3 dicembre 2015
Il Rubens di Fermo
Francesca Bonazzoli
il bel vivere di Rubens
Artista e consigliere di corte unì genio, fortuna e generosità in un’esistenza votata al bello
Diverso dal rude (ed ammirato) Caravaggio seppe destreggiarsi tra nobili e colleghi
Ed anche da ricco non volle rinunciare alla pittura
Corriere della Sera, 3 dicembre 2015
All’inizio di giugno del 1608 Pieter Paul Rubens terminava di dipingere a Roma l’Adorazione dei pastori per la chiesa di San Filippo Neri di Fermo. Caravaggio era fuggito dalla città eterna esattamente due anni prima, inseguito da una condanna a morte per omicidio e dalla fama di pittore più geniale del tempo. Tutti i giovani imitavano la sua maniera e anche Rubens, che aveva solo sei anni meno di lui, ne era rimasto sedotto, come si vede nei forti contrasti di luce del dipinto marchigiano.
L’anno prima si era anche battuto affinché il duca di Mantova, al cui servizio il fiammingo lavorava, comprasse la grande tela con la Morte della Vergine dipinta da Caravaggio e rimossa da Santa Maria della Scala perché si diceva che nei panni della Madonna fosse ritratta una prostituta annegata nel Tevere. Quando dopo due mesi di trattative Rubens riuscì a ottenere l’opera, allestì un’esposizione pubblica nel palazzo dell’ambasciatore di Vincenzo Gonzaga, Giovanni Magni, e tale fu la folla di coloro che accorsero a vederla, che si dovette tenere aperta la casa per un’intera settimana.
Rubens era fatto così: generoso, immune dalla meschinità e dalle invidie che affliggevano gli altri pittori. Era uno spirito gentile, sereno e positivo. L’opposto del violento Caravaggio. La mano di carte fortunate che la vita gli aveva riservato comprendeva anche un bell’aspetto. Quando arrivò a Venezia nel giugno del 1600, a 23 anni, portava i capelli lunghi fino alle spalle, i baffi arricciati, e con le sue maniere da gentiluomo affascinò il duca di Mantova. Vincenzo Gonzaga era uno splendido dissipatore di ricchezze, dedito alle avventure galanti, alle cacce, ai banchetti, al gioco d’azzardo e a quello della guerra (ci andava vestito con abiti tempestati di gemme, accompagnato da buffoni e musici guidati da Claudio Monteverdi). Invitò subito Rubens alla sua corte, ma essendo sempre a corto di liquidi lo lasciò libero di dipingere per altri committenti. Lo inviò anche in missioni diplomatiche grazie alle quali Rubens fece incontri straordinari come quello con Diego Velázquez che il re di Spagna Filippo IV teneva recluso a corte, al suo esclusivo servizio.
Velázquez aveva 22 anni esatti meno di Rubens e sebbene sotto gli occhi, a Madrid, avesse a disposizione i migliori Tiziano del mondo, quelli collezionati da Carlo V, sognava di andare in Italia. Fu Rubens a convincere Filippo IV a concedere a Velázquez un viaggio a Roma: nessuno quanto lui stesso poteva capire quel desiderio. Roma era la grande passione del fiammingo, anche se fama e ricchezza erano decollate a Genova grazie agli straordinari ritratti delle ricche mogli dei mercanti genovesi. Corteggiato e a suo agio fra quei borghesi che prestavano i soldi agli uomini più potenti d’Europa, divenne amico di Nicolò Pallavicino, banchiere di Vincenzo Gonzaga e ancora a distanza di molti anni i due erano così legati che il pittore chiese al banchiere di fare da padrino al suo secondo figlio.
Un’altra missione diplomatica, a Firenze per accompagnare il Gonzaga alle nozze per procura di Maria de’ Medici con Enrico IV, fruttò a Rubens vent’anni dopo uno dei contratti meglio pagati: quello per le tele della galleria del Lussemburgo, a Parigi. La vita, insomma, rovesciò su Rubens tutti i suoi doni: talento, gloria, amicizie, ricchezza, intelligenza, una grande casa all’italiana nella sua Anversa, e due mogli adorate: Isabella e, dopo la morte di questa, la giovane Hélène. La sposò a 54 anni, al ritorno dall’Inghilterra: lei aveva 16 anni e veniva da una famiglia borghese.
Dopo la nomina a cavaliere concessagli da Carlo I per i servizi resi in favore della pace fra Inghilterra e Spagna, tutti si aspettavano che il pittore avrebbe scelto una dama a corte. Invece, finalmente liberato dagli impegni diplomatici, Rubens tornò a dilettarsi con la pittura. L’ultima cosa di cui aveva bisogno, ormai straricco e padrone del suo tempo, era una moglie aristocratica, che sarebbe magari arrossita a vederlo prendere i pennelli in mano. Lui non era come Caravaggio, che sfidava la vita. A Rubens piaceva gustarla. Con la naturalezza e la calma di chi sa di poter dire «tout vient chez moi».
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mercoledì 2 dicembre 2015
Dostoevskij e Tolstoj
Raffaele La Capria
Nabokov contro Dostoevskij
Il creatore di «Lolita» tenne negli atenei americani una serie di lezioni sulla letteratura russa analizzando i testi di sei colleghi
Il migliore è Tolstoj, mentre lo scrittore di «Delitto e castigo» è mediocre
Corriere della Sera, 2 dicembre 2015
... E arriviamo a Dostoevskij: «La mia posizione su Dostoevskij è curiosa e difficile», questo è l’inizio, e subito dopo, tanto per esser preciso, Nabokov osa scrivere: «Dal punto di vista dell’estro artistico Dostoevskij non è un grande scrittore, ma è piuttosto mediocre». Non è un po’ troppo definire Dostoevskij mediocre? Nabokov se lo può permettere? A lui sembra «incredibilmente banale» in Delitto e castigo la storia della prostituta virtuosa che redime Raskolnikov. Lo stesso Raskolnikov gli sembra l’autore di un delitto «stupido e inumano», commesso da un nevrotico dalle idee curiosamente fasciste che ha esposte in un articolo di giornale. Da queste idee è stato spinto a uccidere? Per quanto riguarda la sua redenzione, a Nabokov non piace «il vezzo di arrivare peccando a Gesù», e nemmeno la morbosità spirituale o «la gongolante pietà per la gente, per gli umiliati e offesi».
Insomma lui riconosce di non aver orecchio per la musica e similmente non aver orecchio per Dostoevskij, e non lo considera un grande scrittore nel senso in cui lo sono Puškin, Tolstoj e Cechov. Questo lo avevamo capito, si capisce meno il fatto che per Nabokov il miglior libro di Dostoevskij sia Il sosia, mentre L’idiota, I demoni, I fratelli Karamazov gli sembrano grandi libri «scritti in fretta e in una situazione di stress», pieni di difetti strutturali, i cui personaggi sono singolari e affascinanti fantocci immersi nel flusso del movimento delle idee dell’autore. E poi si sentono in questi romanzi le influenze della narrativa sentimentale e «gotico occidentale (Richardson, Rousseau, Sue, Dickens) associate a una religione della compassione che sconfina nel sentimentalismo melodrammatico». E ci fermiamo qui, convinti che l’aristocratico Nabokov e il povero Dostoevskij siano assolutamente inconciliabili.
È il conte Leone, Tolstoj, il più grande di tutti e il più amato, lo scrittore dall’arte potente e «furiosamente luminosa». Tra l’altro il mondo di Tolstoj era quello cui apparteneva la famiglia di Nabokov, un mondo scomparso, di cui, esule in America, egli sente ancora forte la nostalgia. Ed è Tolstoj che scrive «l’immenso Guerra e pace e l’immortale Anna Karenina» . L’asceta che era in lui desiderava seguire con lo stesso ardore con cui il libertino anch’esso in lui desiderava i piaceri urbani della carne. Nabokov si domanda: «Che importanza hanno le sue opinioni etiche di fronte a questo o quel brano immaginativo di uno qualsiasi dei suoi romanzi?». E tuttavia quando inizia a raccontare Anna Karenina, ci avverte che la sua trama è un «intreccio morale» dove le storie parallele di Anna e Vronskij e di Kitty e Levin si riferiscono la prima a un amore carnale, condannato perciò a finire tragicamente col suicidio di Anna, la seconda a un amore che si fonda su una concezione metafisica e non soltanto fisica, che corrisponde all’ideale religioso di Tolstoj. Un elemento importante della narrazione tolstojana è il tempo, perché la sua scrittura procede di pari passo con le nostre pulsazioni. C’è il tempo di Proust o il tempo di Joyce che procedono più lenti o più veloci del tempo del lettore; quello di Tolstoj è il tempo medio comune, quello che corrisponde al pendolo di ognuno, il tempo normale di ogni vita. Inoltre il flusso di coscienza o monologo interiore è un metodo espressivo inventato da Tolstoj molto tempo prima di Joyce, e di Anna Karenina seguiamo i pensieri, il flusso della sua coscienza attraverso il suo silenzioso monologo interiore. La prosa di Tolstoj non è semplice e diretta come può apparire per la sua somiglianza con la vita, è invece complessa e attentissima ai dettagli, ai gesti, alla presenza di un oggetto, è una prosa che cerca non la verità, ma la luce interiore della verità, e a Tolstoj «accadeva di trovarla in sé, nello splendore della propria immaginazione creativa». Anna Karenina non è Emma Bovary, una sognatrice di provincia, il bello di Anna è che lei dona a Vronskij l’intera vita, per amore lei sfida le convenzioni sociali e «sostiene l’urto della collera della società». Vronskij «è un uomo mondano», è diverso da lei anche se l’ama intensamente.
Tutto questo e altro ci dice Nabokov, facendo l’analisi di questo romanzo per far capire agli studenti americani la grandezza e l’unicità della narrativa tolstojana. Non si sofferma sugli altri romanzi di Tolstoj perché non previsti nel suo programma, fa però un’eccezione per La morte di Ivan Il’ic, che secondo Nabokov non è il racconto della sua morte, ma della sua vita rivisitata al momento della fine. La morte determina uno straordinario cambiamento del suo punto di vista: «E se la mia vita fosse stata tutta sbagliata?», si domanda Ivan Il’ic. Ed è questo il vero tema del racconto.
martedì 1 dicembre 2015
Montale uomo di fede
Il positivo
Prosterniamoci
quando sorge il sole
e si volga ciascuno alla sua Mecca
se qualcosa ci resta, almeno un sì,
diciamolo, anche se con gli occhi chiusi.
e si volga ciascuno alla sua Mecca
se qualcosa ci resta, almeno un sì,
diciamolo, anche se con gli occhi chiusi.
lunedì 30 novembre 2015
Capire
Carlo Rovelli
La curiosità , vero motore del sapere
Una figlia, un padre: «Due intrusi nel mondo di Einstein» è il libro (Cortina) fuori dagli schemi di una giovane donna assetata di conoscenza. Le idee più audaci della fisica teorica nella scanzonata autobiografia della giornalista Amanda Gefter
La storia ha inizio nel 1995. Il papà chiede alla ragazzina: come definiresti il nulla?
Corriere della Sera, 30 novembre 2015
Alcuni anni fa mi ha chiamato per telefono dall’America una voce femminile, vivace e simpatica. Si è presentata come Amanda Gefter, giornalista scientifica, e mi ha chiesto se poteva farmi delle domande sulla fisica. Benissimo, ma nelle domande c’era qualcosa di strano. Davano l’impressione che la giornalista non fosse davvero interessata a scrivere un articolo divulgativo. Quello che le interessava sembrava essere altro: capire. Penso che molti insegnanti riconoscano questa differenza. Ci sono studenti bravi e bravissimi che fanno tutto per bene. Ce ne sono altri, purtroppo più rari, che magari prendono anche brutti voti, ma si appassionano, e provano ad andare a fondo. Penso che siano quelli che poi nella vita faranno le cose migliori. Il ragazzo che non consegna il riassunto sull’Innominato, ma poi, si scopre, si è imparato a memoria il Canto di un pastore errante dell’Asia. La studentessa che dopo aver sentito una lezione sul Sistema copernicano chiede: «Come gli è venuto in mente?» (a Copernico). Amanda Gefter dava quell’impressione. Non le interessava il riassunto, la semplificazione della scienza che suona bene in un articolo divulgativo. Sembrava curiosa del nocciolo, cosa fosse chiaro, e perché, e dove rimanesse il mistero. La telefonata è scivolata sulle domande più astruse: «Cos’è il nulla?», «Può esistere una descrizione obiettiva dell’universo?». Fra le questioni di cui mi sono occupato, miravano a quelle che sono al fondo del mistero della fisica contemporanea, come l’interpretazione della meccanica quantistica. Mi sono fatto trascinare in diverse lunghe telefonate dalla simpatia di queste domande curiose. Poi non ne ho più saputo nulla; l’articolo che immaginavo dovesse uscire non l’ho mai visto. Mi è rimasto il dubbio di cosa volesse, e chi fosse, Amanda Gefter.
La risposta è arrivata l’anno scorso in maniera più esaustiva di quanto avrei immaginato di poter avere. Amanda mi ha scritto per avvertirmi che usciva in America un suo libro. Titolo: Due intrusi nel mondo di Einstein . Sottotitolo: Un padre, sua figlia, il significato del nulla e l’inizio di tutto. Un’autobiografia, dolce, scanzonata, irriverente, appassionata, di una giovane donna assetata di capire, una panoramica, frammentaria ma profonda, delle idee più audaci che la fisica teorica attuale sta esplorando, raccontata da un non-addetto-ai-lavori che brucia di curiosità. In più, un ritratto incantevole di una commovente relazione fra una figlia e suo padre. Già la dedica è un tuffo al cuore: «A mio padre, che mi ha regalato l’universo». Un libro fuori dagli schemi, centrato sulle ricerche sulla fisica di oggi, ma sopratutto un libro sulla passione, che racconta la forza trascinante di quello che credo sia il vero motore del sapere: la curiosità.
...
http://www.corriere.it/cultura/15_novembre_30/rovelli-einstein-gefter-autobiografia-6b81d440-9748-11e5-921c-1e256576138f.shtml
La curiosità , vero motore del sapere
Una figlia, un padre: «Due intrusi nel mondo di Einstein» è il libro (Cortina) fuori dagli schemi di una giovane donna assetata di conoscenza. Le idee più audaci della fisica teorica nella scanzonata autobiografia della giornalista Amanda Gefter
La storia ha inizio nel 1995. Il papà chiede alla ragazzina: come definiresti il nulla?
Corriere della Sera, 30 novembre 2015
Alcuni anni fa mi ha chiamato per telefono dall’America una voce femminile, vivace e simpatica. Si è presentata come Amanda Gefter, giornalista scientifica, e mi ha chiesto se poteva farmi delle domande sulla fisica. Benissimo, ma nelle domande c’era qualcosa di strano. Davano l’impressione che la giornalista non fosse davvero interessata a scrivere un articolo divulgativo. Quello che le interessava sembrava essere altro: capire. Penso che molti insegnanti riconoscano questa differenza. Ci sono studenti bravi e bravissimi che fanno tutto per bene. Ce ne sono altri, purtroppo più rari, che magari prendono anche brutti voti, ma si appassionano, e provano ad andare a fondo. Penso che siano quelli che poi nella vita faranno le cose migliori. Il ragazzo che non consegna il riassunto sull’Innominato, ma poi, si scopre, si è imparato a memoria il Canto di un pastore errante dell’Asia. La studentessa che dopo aver sentito una lezione sul Sistema copernicano chiede: «Come gli è venuto in mente?» (a Copernico). Amanda Gefter dava quell’impressione. Non le interessava il riassunto, la semplificazione della scienza che suona bene in un articolo divulgativo. Sembrava curiosa del nocciolo, cosa fosse chiaro, e perché, e dove rimanesse il mistero. La telefonata è scivolata sulle domande più astruse: «Cos’è il nulla?», «Può esistere una descrizione obiettiva dell’universo?». Fra le questioni di cui mi sono occupato, miravano a quelle che sono al fondo del mistero della fisica contemporanea, come l’interpretazione della meccanica quantistica. Mi sono fatto trascinare in diverse lunghe telefonate dalla simpatia di queste domande curiose. Poi non ne ho più saputo nulla; l’articolo che immaginavo dovesse uscire non l’ho mai visto. Mi è rimasto il dubbio di cosa volesse, e chi fosse, Amanda Gefter.
La risposta è arrivata l’anno scorso in maniera più esaustiva di quanto avrei immaginato di poter avere. Amanda mi ha scritto per avvertirmi che usciva in America un suo libro. Titolo: Due intrusi nel mondo di Einstein . Sottotitolo: Un padre, sua figlia, il significato del nulla e l’inizio di tutto. Un’autobiografia, dolce, scanzonata, irriverente, appassionata, di una giovane donna assetata di capire, una panoramica, frammentaria ma profonda, delle idee più audaci che la fisica teorica attuale sta esplorando, raccontata da un non-addetto-ai-lavori che brucia di curiosità. In più, un ritratto incantevole di una commovente relazione fra una figlia e suo padre. Già la dedica è un tuffo al cuore: «A mio padre, che mi ha regalato l’universo». Un libro fuori dagli schemi, centrato sulle ricerche sulla fisica di oggi, ma sopratutto un libro sulla passione, che racconta la forza trascinante di quello che credo sia il vero motore del sapere: la curiosità.
...
http://www.corriere.it/cultura/15_novembre_30/rovelli-einstein-gefter-autobiografia-6b81d440-9748-11e5-921c-1e256576138f.shtml
domenica 29 novembre 2015
Victor Hugo truculento
Victor Hugo
La légende des siècles, 1859
...
Le soir vient, le soleil descend dans son brasier ;
Et voilà qu’au penchant des mers, sur les collines,
Partout, les milans roux, les chouettes félines,
L’autour glouton, l’orfraie horrible dont l’œil luit
Avec du sang, le jour, qui devient feu, la nuit,
Tous les tristes oiseaux mangeurs de chair humaine,
Fils de ces vieux vautours, nés de l’aigle romaine,
Que la louve d’airain aux cirques appela,
Qui suivaient Marius et connaissaient Sylla,
S’assemblent ; et les uns, laissant un crâne chauve,
Les autres, aux gibets essuyant leur bec fauve,
D’autres, d’un mât rompu quittant les noirs agrès,
D’autres, prenant leur vol du mur des lazarets,
Tous, joyeux et criant, en tumulte et sans nombre,
Ils se montrent
La sera arriva, il sole tramonta nel suo braciere;
E ora, là dove si inclina il mare, sulle colline,
Ovunque, nibbi reali, civette feline,
L'astore rapace, il falco pescatore dall'occhio lucente
Con il sangue, il giorno, che diventa fuoco, di notte,
Tutti i tristi uccelli mangiatori di carne umana,
Figli del vecchio avvoltoio, nati dall'aquila romana,
Chiamata nei circhi dalla lupa di bronzo,
Seguaci di Mario e conoscitori di Silla,
Si radunano; e gli uni, abbandonando una testa calva,
Altri, asciugando alla forca il loro becco bruno,
Altri, di un albero [maestro] spezzato lasciando i neri appigli,
Altri, prendendo il volo dal muro dei lazzaretti,
Tutti felici e urlanti, chiassosi e senza numero,
Si mostrano
Et voilà qu’au penchant des mers, sur les collines,
Partout, les milans roux, les chouettes félines,
L’autour glouton, l’orfraie horrible dont l’œil luit
Avec du sang, le jour, qui devient feu, la nuit,
Tous les tristes oiseaux mangeurs de chair humaine,
Fils de ces vieux vautours, nés de l’aigle romaine,
Que la louve d’airain aux cirques appela,
Qui suivaient Marius et connaissaient Sylla,
S’assemblent ; et les uns, laissant un crâne chauve,
Les autres, aux gibets essuyant leur bec fauve,
D’autres, d’un mât rompu quittant les noirs agrès,
D’autres, prenant leur vol du mur des lazarets,
Tous, joyeux et criant, en tumulte et sans nombre,
Ils se montrent
La sera arriva, il sole tramonta nel suo braciere;
E ora, là dove si inclina il mare, sulle colline,
Ovunque, nibbi reali, civette feline,
L'astore rapace, il falco pescatore dall'occhio lucente
Con il sangue, il giorno, che diventa fuoco, di notte,
Tutti i tristi uccelli mangiatori di carne umana,
Figli del vecchio avvoltoio, nati dall'aquila romana,
Chiamata nei circhi dalla lupa di bronzo,
Seguaci di Mario e conoscitori di Silla,
Si radunano; e gli uni, abbandonando una testa calva,
Altri, asciugando alla forca il loro becco bruno,
Altri, di un albero [maestro] spezzato lasciando i neri appigli,
Altri, prendendo il volo dal muro dei lazzaretti,
Tutti felici e urlanti, chiassosi e senza numero,
Si mostrano
Lévi-Strauss, natura e cultura
Marino Niola
A lezione di pensiero selvaggio
la Repubblica, 28 novembre 2015
Scandiva le parole con la precisione di un metronomo. Seguiva il filo del discorso in un labirinto di cui conosceva alla perfezione le entrate e le uscite. La sua testa piccola e affilata somigliava a quella di un uccello che punta la preda. Il resto lo facevano la solennità gnomica dei toni e l’eleganza severa dei gesti, che rendevano le lezioni di Claude Lévi-Strauss al Collège de France delle performance intellettuali. Si aveva la sensazione fisica di assistere a un’opera che si produceva davanti ai nostri occhi. E qualche volta sembrava addirittura di sentire il ronzio del pensiero al lavoro.
Lui era tutto il contrario dell’antropologo alla Indiana Jones, quello sempre vestito di avventura. Era invece il più schivo e il più inimitabile dei maestri. Smontava e rimontava mondi lontani con l’acribia di un orologiaio cosmico. Rapito dalla logica incandescente del pensiero selvaggio, passava con la facilità apparente del poeta, dai miti degli indiani d’America allo sciamanesimo siberiano. Dai cacciatori di teste agli psicanalisti, che considerava i nostri riduttori di teste. La sua erudizione, sterminata e preziosa, lo faceva volare tra Montaigne ed Erodoto, tra Baudelaire e Wagner. Ogni volta dinamitava le nostre certezze con una calma olimpica. E con il gusto sottile dell’oscurità. Che è concessa solo ai grandi.
IL BELLO COME STRUTTURA
In un oggetto che troviamo bello - e il giudizio in materia può variare da persona a persona - c’è qualcosa di particolare, che lo distingue dagli altri, dagli oggetti dell’esperienza ordinaria? Dal mio punto di vista - ma credo di non far altro che seguire infedelmente il pensiero di Kant - gli oggetti ordinari, come il libro o il portapenne sulla mia scrivania, costituiscono un sistema di relazioni. Il quale è dello stesso grado, dello stesso livello, dei sistemi di relazioni di tutti gli altri oggetti che costituiscono l’esperienza ordinaria. In un oggetto che troviamo bello - e ne ho uno proprio tra le mani, ecco, per esempio questo, anche se non è di eccezionale fattura [una piccola dea Kali in ottone, ndr] - c’è qualcosa che lo rende tale per noi. Oltre alle relazioni che ha con gli altri oggetti dell’esperienza in quanto oggetto ordinario, c’è anche tutto un insieme di relazioni interne che lo rendono più «denso», per così dire, degli altri oggetti che gli stanno intorno. [...] È un po’ quello che tempo fa avevo cercato di fare, insieme a Jakobson, per il sonetto di Baudelaire I gatti: mostrare che si trattava di un oggetto più denso, più pesante, dal momento che vi si potevano cogliere molte più relazioni di quelle che possiamo cogliere in un semplice oggetto empirico.
(dal colloquio con Silvia Ronchey e Giuseppe Scaraffia, alla fine del 1997, pubblicato nel libro-intervista Cristi di oscure speranze, ed. Nottetempo)
http://www.treccani.it/enciclopedia/claude-levi-strauss_%28Dizionario-di-filosofia%29/
A lezione di pensiero selvaggio
la Repubblica, 28 novembre 2015
Scandiva le parole con la precisione di un metronomo. Seguiva il filo del discorso in un labirinto di cui conosceva alla perfezione le entrate e le uscite. La sua testa piccola e affilata somigliava a quella di un uccello che punta la preda. Il resto lo facevano la solennità gnomica dei toni e l’eleganza severa dei gesti, che rendevano le lezioni di Claude Lévi-Strauss al Collège de France delle performance intellettuali. Si aveva la sensazione fisica di assistere a un’opera che si produceva davanti ai nostri occhi. E qualche volta sembrava addirittura di sentire il ronzio del pensiero al lavoro.
Lui era tutto il contrario dell’antropologo alla Indiana Jones, quello sempre vestito di avventura. Era invece il più schivo e il più inimitabile dei maestri. Smontava e rimontava mondi lontani con l’acribia di un orologiaio cosmico. Rapito dalla logica incandescente del pensiero selvaggio, passava con la facilità apparente del poeta, dai miti degli indiani d’America allo sciamanesimo siberiano. Dai cacciatori di teste agli psicanalisti, che considerava i nostri riduttori di teste. La sua erudizione, sterminata e preziosa, lo faceva volare tra Montaigne ed Erodoto, tra Baudelaire e Wagner. Ogni volta dinamitava le nostre certezze con una calma olimpica. E con il gusto sottile dell’oscurità. Che è concessa solo ai grandi.
IL BELLO COME STRUTTURA
In un oggetto che troviamo bello - e il giudizio in materia può variare da persona a persona - c’è qualcosa di particolare, che lo distingue dagli altri, dagli oggetti dell’esperienza ordinaria? Dal mio punto di vista - ma credo di non far altro che seguire infedelmente il pensiero di Kant - gli oggetti ordinari, come il libro o il portapenne sulla mia scrivania, costituiscono un sistema di relazioni. Il quale è dello stesso grado, dello stesso livello, dei sistemi di relazioni di tutti gli altri oggetti che costituiscono l’esperienza ordinaria. In un oggetto che troviamo bello - e ne ho uno proprio tra le mani, ecco, per esempio questo, anche se non è di eccezionale fattura [una piccola dea Kali in ottone, ndr] - c’è qualcosa che lo rende tale per noi. Oltre alle relazioni che ha con gli altri oggetti dell’esperienza in quanto oggetto ordinario, c’è anche tutto un insieme di relazioni interne che lo rendono più «denso», per così dire, degli altri oggetti che gli stanno intorno. [...] È un po’ quello che tempo fa avevo cercato di fare, insieme a Jakobson, per il sonetto di Baudelaire I gatti: mostrare che si trattava di un oggetto più denso, più pesante, dal momento che vi si potevano cogliere molte più relazioni di quelle che possiamo cogliere in un semplice oggetto empirico.
(dal colloquio con Silvia Ronchey e Giuseppe Scaraffia, alla fine del 1997, pubblicato nel libro-intervista Cristi di oscure speranze, ed. Nottetempo)
http://www.treccani.it/enciclopedia/claude-levi-strauss_%28Dizionario-di-filosofia%29/
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