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sabato 1 agosto 2026

Lolita, un mondo e un lessico

Anna Maria Guadagni
Lolita non è mai morta

Il Foglio, 1-2 agosto 2026

Tre sillabe e un mondo, Lo-li-ta, smontate e ricomposte in giochi enigmistici, in acrobazie di significato indifferenti al caldo e al freddo, al buon gusto e alla morale. Nel suo capolavoro, Vladimir Nabokov affida la storia della passione di un uomo maturo per una ragazzina alla voce cinica e disperata, perversa e succube, di Humbert Humbert.

Così eccoci nel memoriale di un professore di letteratura ossessionato dalla dodicenne sua figliastra. Nabokov manipola il lettore come farebbe il gatto con un topolino. Lo attrae a sé per metterlo nei panni del patrigno incestuoso e farlo poi inorridire quando sa di essere nella mente di un pedofilo. Ma ormai è tardi e non può più sottrarsi alla fascinazione: deve andare avanti e leggere fino in fondo. La lettura può offrire anche una promozione di complicità con il genio dell’autore e il suo virtuosismo: non vedi? – suggerisce–qui non c’è nulla di vero… Lolita è l’America riflessa nelle pupille di un aristocratico russo, giovane, volgare e avida di vita. Altrimenti fai tu, magari è la vita e la giovinezza ormai fuggite e inafferrabili...

Sulla pagina certe spirali di solito hanno un unico possibile esito: per uscire di scena, i protagonisti muoiono. E qui sappiamo subito che se ne sono già andati. La prefazione di John Ray, l’ineffabile editor del testo che stiamo leggendo, spiega che Humbert è morto in carcere alla vigilia del processo che avrebbe dovuto giudicarlo. Mentre Lolita, dopo essere fuggita con un altro, è a sua volta defunta; diventata adulta, è morta di parto … Il memoriale di turpi passioni già in cenere fu forse l’espediente letterario escogitato per proteggersi dallo scandalo, che nel 1955 comunque ci fu. Ma, insieme, resta un gancio utile a catturare il lettore comune avido di storie vere, senza trascurare quello più furbo, cui si fa annusare l’odore del falso per trascinarlo senza remore in un abile gioco. Si può leggere Lolita e perdersi nei meandri della sua perfezione formale trascurandone assolutamente il contenuto.

In queste ore sudate, ci sono molte buone ragioni per mettere in valigia il romanzo di Nabokov e tornare a leggere Lolita, anche se –ai  tempi degli epsteinfile – appare inevitabilmente depotenziato della sua valenza più scabrosa. Lolita come opera, certo, ma qui soprattutto come matrice di un immaginario e di un linguaggio scaturito dalle pagine del romanzo. Prima di Lolita non c’erano lolite, bambine equivoche, anche se prostituzione minorile e compravendita dell’innocenza erano lussi raffinati molto apprezzati nell’Europa dell’Ottocento. Prima di Lolita non c’erano ninfette, prelibatezze del lenocinio o ragazzine prima abusate e poi incoronate adescatrici. Con quel diadema in testa, le abbiamo viste sfilare per decenni come miss della cronaca nera senza farci neanche troppo caso.

“Ninfetta” è una parola che ricorre quasi settanta volte nel romanzo di Nabokov che, coniando l’espressione, fornisce la definizione data da Humbert Humbert in uno stile d’ironica voluttà: “Accade a volte che talune fanciulle, comprese tra i confini dei nove e i quattordici anni, rivelino a certi ammaliati viaggiatori – i quali hanno due volte o molte volte, lavorato – l'avventura, che non è umana, ma di ninfa (e cioè demoniaca); e intendo designare queste elette creature con il nome di ninfette”. Naturalmente non tutte le ragazzine tra i nove e quattordici anni sono ninfette: “Se così fosse, noi iniziati, noi viandanti solitari, noi ninfolettici saremmo impazziti da tempo. Neppure la bellezza è un criterio valido; e la volgarità o almeno ciò che una comunità definisce tale, non nuoce necessariamente…”. E allora che cosa distingue una ninfetta dalle sue coetanee abitanti su quell’isola stregata, immateriale, definita dai limiti di età? Tutte le ragazzine che stanno lì possono essere bruttine “in via provvisoria” oppure graziose, simpatiche, carine, ma sono “pur sempre creature ordinarie, pingui, senza forma, con la pelle fredda, la pancia e i codini”. Le ninfette sono poche e, per vederle, “bisogna essere artisti e pazzi, creature di infinita malinconia, con una bolla di veleno ardente nei lombi e una fiamma ipervoluttuosa perennemente accesa nella sensitiva spina dorsale (oh, quanto bisogna dissimulare e farsi piccoli!) per discernere a prima vista (…) il micidiale diavoletto tra le brave bambine; e lei, non ravvisata dalle sue compagne, posa tra loro a sua volta ignara del proprio fantastico potere”. Solo un uomo molto più vecchio, “con un sussulto di perverso godimento”, può individuarla e poi tirarne fuori una lolita. Dunque è la ninfetta, sia pure ignara, che chiama a sé il pedofilo usando un codice inconscio. Il romanzo mostra che il cacciatore ha bisogno di pensare la preda sua complice: e se lui la nota e la scopre, la promuove ninfetta, lei ne farà lo zimbello dei suoi capricci.

Il romanzo di Nabokov è il delirio di Humbert Humbert, che confida senza pudore a sé stesso e al lettore quello che sa di sé; l’autore non è assolutorio con il suo personaggio ma certo quello che sappiamo di Lolita viene da Humbert, che è pateticamente autoriferito. Tutto quello che si muove intorno è per lui, non esiste una versione di Lo. Eppure da tempo l’abbiamo, per la verità anche più di una, ma nella valigia delle vacanze c’è posto solo per la migliore, quella scritta da Pia Pera: Diario di Lo, pubblicato a fine Novecento, per la precisione nel 1995. Quest’anno, nel decennale della scomparsa dell’autrice, morta nel 2016 di SLA, sono tornati i suoi libri, ci sono mostre e convegni (l’ultimo a Lucca a fine luglio) organizzati dall’associazione Pia Pera Orti di Pace. Di lei si ricorda soprattutto il profilo di filosofa giardiniera, la scrittrice che negli ultimi anni aveva trovato un punto d’equilibrio – lo scrive Edoardo Albinati - tra maturità espressiva e maturità umana lasciando Milano per andare a vivere in un podere alle porte di Lucca. E lì coltivare la terra seguendo “il cammino iniziatico” rivelato nei libri che sono arrivati dopo: da L’orto di un perdigiorno, pubblicato nel 2003, al suo congedo dal mondo con Al giardino ancora non l’ho detto del 2016. Tra l’altro, sono suoi i testi dell’opera rock di Gianni Nannini ispirata a Pia dei Tolomei.

Aveva una formidabile energia creativa. La scrittrice che ricordiamo qui però non è quella sapienziale. E’ l’altra Pia, quella capace del grande azzardo: scrivere il diario di Lolita, misurandosi con un mostro sacro come Nabokov, anche se sconsigliata dagli amici più cari. Allora Pia Pera aveva quarant’anni, era una donna irrequieta e cosmopolita, sfrontata e capricciosa, con una risata che si ricorda strabordante. Non ho fatto in tempo a conoscerla e mi dispiace molto, arrivò al Diario con i suoi articoli sulla natura e i giardini quando me ne ero appena andata. Un suo incantevole ritratto si trova in Due Vite, il libro con il quale Emanuele Trevi ha vinto il Premio Strega nel 2021. E lì si capisce che Pia aveva tutti i numeri, l’audacia e quel tanto di follia che serve per un triplo salto mortale come quello di dare una voce a Lolita. Era una grande traduttrice e aveva accumulato dentro di sé abbastanza spiritualità russa per guardare l’America con gli occhi di un esule come Nabokov che, dopo un frustrante vagare per l’Europa, l’aveva eletta nuova patria e ne aveva assimilato la lingua.

All’epoca del Diario di Lo, dopo aver curato per Adelphi una sua edizione di uno dei testi più antichi di letteratura russa, Vita dell’arciprete Avvakum, Pera stava traducendo l’Onegin di di Puškin, che avrebbe reso in italiano – è ancora Trevi a dirlo – “in versi liberi di straordinaria leggerezza, pieni di tutte le migliori qualità di Pia: la malizia, l’intelligenza scintillante, il brivido metafisico…”. Ma soprattutto lei aveva capito che Lolita era evasa da tempo dalle pagine del romanzo, affrancandosi dal testo di Nabokov. E, come ogni grande personaggio, da tempo viveva in proprio. Come Bovary, come Karenina o come Nora, Lolita ha generato un mondo e un lessico, e come ogni mito è esposta a rielaborazione continua, il romanzo è soltanto la sua origine.

Così Diario di Lo è costruito in modo speculare rispetto alla versione nabokoviana. E dunque si riparte dalla prefazione di John Ray, l’ineffabile editor, che questa volta riceve la visita di Dolores Maze, alias Aze insomma Lolita. Come tutte le adolescenti, Lo si è sentita molto speciale e ha avuto un diario rilegato di stoffa con la fibbia tutta ammaccata, pieno di fogli volanti, di orecchie, di disegnini e parole sconce. Lolita non è mai morta e ora va a consegnare il suo diario che, come quasi tutti, ha un’aria impubblicabile. Quanto al patrigno, be’, vive a Parigi sotto falso nome…quello che segue è un flusso di pensieri e parole, un testo orale con gli effetti speciali propri dell’età della voce narrante. Una dodicenne orfana di padre e di madre, pronta a tutto – mentire, simulare, sedurre, prostituirsi – pur di sopravvivere ai miserabili adulti che ha intorno. Non li stima – come potrebbe? – e sfrutta ogni loro debolezza; sa che per fregare un adulto bisogna assecondarlo e fargli credere quello che vuole.

Diario di Lo fu accolto con interesse, ebbe un buon successo di pubblico, ma si lasciò dietro anche un certo sconcerto. Può suonare sacrilego ai nabokoviani e risultare deludente per chi si aspetta la tragedia della bambina rapita e invece incontra una ragazzina resa scaltra dagli eventi. Una che al mondo non ha altro posto dove andare e fa “sbadigli vaginali” perché Humbert è noioso, ripetitivo, vecchio. Diario di Lo è stato tradotto in diverse lingue ma, per consentire l’uscita del romanzo in inglese, Dmitri Nabokov, figlio ed erede dell’autore, pretese metà delle royalties e di aggiungere una sua prefazione. Fino al 2030, nella lingua scelta da Nabokov per Lolita – si legge nella postfazione di Pia Pera – il romanzo viaggia con questa imbarazzante compagnia. Poi aggiunge che, se il criterio fosse valido, i libri non potrebbero più dialogare tra loro e bisognerebbe pagare le royalties a Dante per romanzare la vita di Beatrice e Jean Rhys non avrebbe mai potuto pubblicare quella meraviglia che è Il grande mare dei Sargassi, la storia della moglie pazza di Rochester, un personaggio chiave rimasto totalmente senza voce in Jane Eyre di Charlotte Brönte. E poi in fin dei conti quella di Nabokov non è l’unica Lolita possibile.

Aveva talmente ragione che Lolita stava arrivando in Iran. Nello stesso anno del Diario di Lo, il 1995, Azar Nafisi, figlia di un ex deputata e dell’ex sindaco di Teheran, aveva dato le dimissioni dal suo incarico universitario di professoressa di letteratura inglese e aveva cominciato, ogni giovedì mattina, a conversare sui libri di grandi autori con sette delle sue migliori allieve. Appena entrate in casa sua, le ragazze toglievano il velo e scioglievano i capelli; da quegli incontri sarebbe nato Leggere Lolita a Teheran.

Nafisi crede nel potere della letteratura, ama Nabokov e pensa voglia mostrare che le forze del male non sono onnipotenti anche quando lo sembrano. Il male spesso è anche tremendamente ridicolo. Come Humbert nella sua Humbertandia, dove Lolita la ninfetta è soltanto un sogno suo, una creatura che lui vorrebbe “senza volontà né coscienza – anzi, senza nemmeno una vita propria”. Se poi pensate che è una piccola arpia, ricordatevi i suoi singhiozzi notturni e chiedetevi, scrive Nafisi: manipolare qualcuno per ottenere comportamenti che corrispondono al tuo desiderio o a una tua visione del mondo non è l’essenza di ogni impulso totalitario? Altro che America, il mito è (e sarà ancora) continuamente riscritto. Nella storia di Lolita le ragazze di Teheran hanno riconosciuto loro stesse in balia dello stato teocratico. Come Lo, devono adattarsi, compiacere, fingere di stare al gioco; rubano piccoli spazi di libertà come parlare segretamente di letteratura o ascoltare musica proibita o danzare con i capelli sciolti. Se si ribellano, sanno di poter essere uccise.

“Lolita” di Vladimir Nabokov si trova, tradotto da Giulia Arborio Mella, nei tascabili Adelphi e così “Leggere Lolita a Teheran” di Azar Nafisi, nella traduzione di Roberto Serrai. “Il diario di Lo”, di Pia Pera, nell’edizione introdotta da Emanuele Trevi, è stato ripubblicato da Ponte alle Grazie, l’editore che sta riportando in libreria tutti i libri di questa autrice: in settembre, torna anche “La bellezza dell’asino”, il suo primo libro di racconti.

lunedì 30 giugno 2025

Dio è nel dettaglio

 

Vladimir Nabokov
LEZIONI DI LETTERATURA
ed. orig. 1980, trad. dall’inglese di Franca Pece
pp. 526, € 26
Adelphi, Milano 2018

Nel leggendario corso di letteratura, Nabokov annuncia agli studenti: “Lo stile e la struttura sono l’essenza di un libro; le grandi idee sono risciacquatura di piatti”. Lontano dalle mode e politicamente scorretto come è sempre stato, lo scrittore che più ha influenzato la letteratura contemporanea ci offre, in queste lezioni in forma orale, una guida senza tempo all’arte del romanzo, basata sugli appunti che prendeva nel prepararle, nei quali è contenuta in nuce la sua ars poetica. Ora possiamo di nuovo gustarle nella nuova accurata traduzione italiana, basata su quella classica introdotta da John Updike del 1980. Da allora molti inediti sono stati pubblicati, le società di studi nabokoviani si sono moltiplicate, e una nuova introduzione che tenesse conto di queste novità non sarebbe stata sgradita. Leggendo queste lezioni, abbiamo il privilegio di entrare in quelle classi assieme ai fortunati studenti della Cornell nei rispettabili e dignitosi anni cinquanta. Dalle testimonianze di alcuni abbiamo l’immagine di un insegnante appassionato, magnetico, ma soprattuto ironico: “È vietato parlare, fumare, lavorare a maglia, leggere il giornale, dormire, e, fatemi il piacere, prendete appunti!”. Nabokov si divertiva, più degli studenti, svolgendo l’ennesimo lavoro intrapreso per sopravvivere, così come si era divertito nei mestieri disparati che l’avevano sfamato nella povertà dell’esilio, nonostante la grande fama che aveva già acquisito negli ambienti dell’emigrazione russa. A Berlino si mantenne dando lezioni su un bizzarro insieme di discipline: inglese, francese, pugilato, tennis e prosodia, ma soprattutto tenendo conferenze che gli fecero guadagnare di più della vendita delle sue opere in russo.

Costretto due volte all’esilio, prima dalla Russia a causa del bolscevismo, poi dall’Europa a causa di Hitler, con l’arrivo in America nel 1940, fu a Wellesley che per la prima volta nel 1941 tenne una serie di conferenze, ma solo con l’insegnamento a Cornell dal 1948 al 1958 iniziano gli anni americani veramente produttivi per Nabokov. L’ambiente universitario di Cornell ritorna magistralmente ritratto in Pnin e soprattutto in Fuoco pallido, dove la minuziosa ricostruzione degli spazi, delle dimore, dei giardini intorno al campus, ci fa immaginare la backyard della casa di Ithaca dove la moglie Véra gli impedì di bruciare le pagine iniziali di Lolita, che Nabokov completò nel 1953. Le riletture alle quali dovette applicarsi per preparare i corsi degli anni cinquanta insieme alle riflessioni che accompagnavano l’insegnamento, avevano contribuito al suo reinventarsi come scrittore americano. Facendo tesoro dei suggerimenti di Edmud Wilson, si volge a Dickens e Jane Austen, che all’inizio non gli piaceva e, scoprendo il suo valore leggendo e rileggendo Mansfield Park, Nabokov trova inedite, modernissime anticipazioni del flusso di coscienza nella tecnica che definisce la “mossa del cavallo”. L’autrice così morigerata, grazie alla sua passione per gli scacchi, finisce per dargli spunti per i cugini incestuosi, protagonisti di Ada.

“Il mio corso è, tra le altre cose, una sorta di indagine poliziesca sul mistero delle strutture letterarie” recita l’epigrafe alle lezioni. Se le sue letture spaziano da Poe a Dickens a Joyce, da Flaubert a Proust, i suoi eroi infantili appartenevano invece al mondo dell’avventura e della detection: la Primula Rossa, Phileas Fogg, Sherlock Holmes, anticipando profeticamente le diverse identità che lui avrebbe dovuto inventarsi e la passione della ricerca del dettaglio, della traccia, della spia che porta a svelare l’enigma. Per inciso, l’“indagine poliziesca”, in italiano, pone i soliti problemi di traduzione: come sappiamo, il detective non è la polizia, specie per Nabokov e i suoi protagonisti, in costante fuga dalle polizie dei regimi totalitari.

Fu la sua grande passione di entomologo, instancabile investigatore di dettagli a consentirgli di acquisire quella conoscenza nitida del “magnifico, fiducioso, sognante, enorme paese” di adozione che fa splendere le pagine di Lolita. Nabokov ci insegna che nel leggere si deve cogliere e accarezzare il dettaglio, il “divino dettaglio”, che acquisisce vita propria e trasmigra da un romanzo all’altro come la lorgnette di Madame Bovary che passa nelle mani di Anna Karenina e poi della Signora con il cagnolino di Čechov, così come l’oggetto che intrama uno degli ultimi romanzi Transparent Things. “Dio è nel dettaglio” sosteneva Aby Warburg.

È la combinazione dei dettagli che fa scattare la scintilla sensoriale, il brivido rivelatore in grado di provocare il fremito lungo la spina dorsale che ci fa riconoscere un grande romanzo. Per questo Nabokov disegna alla lavagna gli schizzi dei giardini e la pianta del palazzo di Mansfield Park, la facciata della casa del dottor Jekyll, la mappa dei vagabondaggi di Bloom e Stephen Dedalus attraverso Dublino. Senza una percezione visiva del dettaglio e dell’itinerario dell’oggetto (la saponetta di Leopold Bloom nell’Ulisse), l’insieme del mondo inventato con cura e passione si riduce a un’immagine volgare, come quella della copertina in brossura, tratta dalla riduzione cinematografica di Il dottor Jekyll e Mr Hyde, “mostruosa, abominevole, atroce, criminale, abietta, disgustosa, corruttrice di minorenni”. Nemico delle generalizzazioni preconcette, che ci fanno vedere in Madame Bovary una denuncia della borghesia, o in Bleak House uno studio della Londra ottocentesca e non l’invenzione di una Londra fantastica, Nabokov sostiene che i grandi romanzi non sono che grandi favole, e che solo i minori non si prendono la briga di reinventare il mondo. La realtà per Nabokov va sempre messa tra virgolette e la grande arte nasce dall’arte di vedere il mondo come una potenzialità per la finzione, la fiction che è sempre poíeis, invenzione artistica, che fa dei grandi romanzi “favole supreme”, dove la magia del poeta non è disgiunta dall’ipotesi dello scienziato.

Con la consueta verve polemica, dai lontani anni cinquanta Nabokov ricorda alla nostra contemporanea “sete di realtà” che definire “vera” una storia è insultare sia l’arte che la verità. La letteratura, sostiene, non è nata il giorno in cui un ragazzino inseguito da un grande lupo grigio corse via gridando “al lupo, al lupo”, è nata il giorno in cui un ragazzino, correndo, gridò “al lupo, al lupo” e non aveva nessun lupo alle calcagna; la magia dell’arte stava nell’ombra di quel lupo che lui aveva volutamente inventato. Solo così la storia dei suoi inganni divenne una storia proverbiale. E qui Nabokov diventa insieme grande critico e lodatore di se stesso. Se lo scrittore contiene in sé le tre dimensioni, del narratore, del maestro e dell’incantatore, è nell’ultima che risiede la sua grandezza. Con un’ulteriore “mossa del cavallo”, Nabokov infine inverte le nozioni convenzionali dell’artista e dello scienziato: per la grande arte occorrono sia la precisione della poesia che l’intuizione della scienza. Il grande scrittore scrive le sue favole supreme su uno svolazzo di magia che è soprannaturale e surreale insieme, come il poeta di Fuoco pallido che, riflettendo sulla propria ricerca dell’assoluto fa commentare al suo autore: “Fa piacere ricordare che la differenza fra il lato comico e il lato cosmico delle cose dipende da una sibilante”.

Giuliana Ferreccio, l'Indice, gennaio 2019



domenica 20 aprile 2025

Il successo di Lolita




Claire Messud, Nella sua forma più pura
Los Angeles Review of Books, 2 aprile 2025


PROBLEMATICO È UNA PAROLA attualmente utilizzata più o meno come, in epoca vittoriana, i drappi venivano drappeggiati su statue nude. Quando definiamo problematica una persona, un evento o un testo, ne indichiamo simultaneamente l'inappropriatezza e scegliamo, educatamente, di sorvolare sui dettagli. Esprimendo disapprovazione, la parola, nella sua delicata sfumatura, ci libera dalla necessità di specificare esattamente cosa ci disturba. Sviando l'attenzione, riflette la nostra assenza di curiosità e la presunta assenza di curiosità dei nostri interlocutori: non c'è bisogno di prestare attenzione, suggeriamo, perché problematico è tutto ciò che serve sapere.


A 70 anni, il libro più famoso di Vladimir Nabokov, Lolita , è decisamente problematico. Dopotutto, è un romanzo narrato da un pedofilo, rapitore e stupratore (e anche, non dimentichiamolo, assassino) che racconta la sua storia dal carcere, che racconta i suoi crimini con un'euforia verbale pirotecnica che equivale a gioia, che seduce ogni lettore alla complicità semplicemente attraverso l'atto della lettura: leggere il romanzo fino alla fine significa soccombere al fascino insidioso e corrotto di Humbert Humbert. Incorniciata dalle banali banalità di John Ray Jr., lo psicologo di finzione la cui prefazione introduce il racconto ("'Lolita' dovrebbe spingere tutti noi – genitori, assistenti sociali, educatori – ad impegnarci con ancora maggiore vigilanza e lungimiranza nel compito di crescere una generazione migliore in un mondo più sicuro"), la voce esuberante di Humbert seduce il lettore, proprio come molti personaggi del romanzo ne vengono scioccamente, a volte fatalmente, sedotti. Cosa stiamo facendo, quando leggiamo questo libro con tanto piacere? Cosa stava facendo Nabokov, scrivendo questo romanzo inquietante?


Che il libro sia problematico – persino profondamente – sembra quasi inutile dirlo, soprattutto perché è una notizia vecchia. Lolita causò scandalo prima ancora di essere ampiamente disponibile: completato nel 1953, pubblicato per la prima volta in Francia da Olympia nel 1955, la pubblicazione del romanzo fu ritardata negli Stati Uniti e ancora più a lungo nel Regno Unito. Dalla fine del 1956 al gennaio 1958, fu proibito in Francia e di nuovo nel luglio 1958, quando stava per uscire finalmente negli Stati Uniti, la sua distribuzione fu limitata in Francia ai maggiori di 18 anni. Alla sua pubblicazione negli Stati Uniti nell'agosto 1958, il romanzo fu salutato da Elizabeth Janeway sulla New York Times Book Review come "uno dei libri più divertenti e tristi che saranno pubblicati quest'anno". Proseguì: "Per quanto riguarda il suo contenuto pornografico, riesco a pensare a pochi volumi più adatti a spegnere le fiamme della lussuria di questa descrizione esatta e immediata delle sue conseguenze". Ma solo un giorno dopo, sul quotidiano New York Times , Orville Prescott, il principale critico letterario del giornale, proclamò:


"Lolita", quindi, è innegabilmente una novità nel mondo dei libri. Purtroppo, è una cattiva notizia. Ci sono due ragioni altrettanto serie per cui non merita l'attenzione di nessun lettore adulto. La prima è che è noioso, noioso, noioso in modo pretenzioso, sfarzoso e maliziosamente fazioso. La seconda è che è ripugnante [...] pornografia intellettuale.

A proposito dell'imminente comparsa di queste due recensioni diverse, l'editore di Lolita alla Putnam, Walter Minton, telegrafò con entusiasmo a Nabokov: "Tutti parlavano di Lolita il giorno della pubblicazione, la recensione di ieri è magnifica e il commento del NYTimes di stamattina ha fornito il carburante necessario per alimentare 300 nuovi ordini stamattina e le librerie segnalano un'eccellente domanda, congratulazioni". Nel giro di poche settimane, il libro aveva venduto 100.000 copie; rimase nella classifica dei bestseller per due anni.


Le polemiche circondarono quindi il romanzo fin dall'inizio, e continuano a farlo da allora. Nella sua postfazione, Nabokov sbeffeggia le risposte che considera insensate:


Sebbene tutti dovrebbero sapere che detesto i simboli e le allegorie (il che è dovuto in parte alla mia vecchia faida con il voodoo freudiano e in parte al mio odio per le generalizzazioni ideate da mitisti letterari e sociologi), un lettore altrimenti intelligente […] ha descritto Lolita come “la vecchia Europa che corrompe la giovane America”, mentre un altro […] vi ha visto “la giovane America che corrompe la vecchia Europa”.

Tali interpretazioni cercavano, naturalmente, di metaforizzare l'abuso reale di cui Humbert Humbert – e il suo sosia, Clarence Quilty – sono colpevoli; e, così facendo, di stendere un velo sottile, se non un opaco drappo vittoriano, sulle azioni dei pedofili. In realtà, il romanzo è diretto e concreto riguardo ai crimini di Humbert, come ha osservato Caitlin Flanagan:


Dimentico sempre quanto il romanzo sia diretto riguardo ai crimini al suo centro. Tutta quella bruttezza era nascosta, ci diciamo ogni volta che chiudiamo le sue pagine, ricoperte dalla lingua squisita di Nabokov. Ma poi, a distanza di anni, riprendiamo il libro in mano e scopriamo quali impostori siamo stati.

¤


Secondo il biografo di Nabokov, Brian Boyd, il creatore di Lolita era francamente sconvolto dalle reazioni superficiali di molti lettori:


Rimase piuttosto scioccato quando una bambina di 8 o 9 anni si presentò alla sua porta per i dolci ad Halloween, vestita dai suoi genitori da Lolita. Prima della pubblicazione del romanzo, aveva insistito con Minton affinché non ci fosse nessuna bambina sulla copertina del libro, e ora che un film su "Lolita" sembrava sempre più fattibile, avvertì Minton che "avrebbe posto il veto all'uso di una bambina vera. Che si trovassero una nana".

Nel corso dei decenni – poiché Lolita è ormai una donna anziana – diverse brillanti analisi hanno cercato di illuminare e spiegare, di liberarci dalla nostra complice decadenza di lettori (ipocrita lettore, mio ​​simile, mio ​​fratello, per citare Baudelaire) e di dipingere il romanzo o il suo autore come un complesso moralista con intenti pedagogici, sebbene Nabokov affermi, senza mezzi termini nella sua postfazione: "Non sono né un lettore né uno scrittore di narrativa didattica e, nonostante l'affermazione di John Ray, Lolita non ha alcuna morale al seguito". Piuttosto, insiste: "Per me un'opera di narrativa esiste solo nella misura in cui mi offre quella che chiamerò senza mezzi termini beatitudine estetica, ovvero la sensazione di essere in qualche modo, da qualche parte, connesso con altri stati dell'essere in cui l'arte (curiosità, tenerezza, gentilezza, estasi) è la norma". Nabokov liquida "tutto il resto" come "spazzatura d'attualità o quella che alcuni chiamano Letteratura delle Idee, che molto spesso è spazzatura d'attualità".


Se Lolita venisse pubblicato oggi per la prima volta, sarebbe allettante percepirlo, in effetti, come "spazzatura d'attualità", narrativa concepita in risposta diretta ai titoli dei giornali e ai mali della società contemporanea. Nell'ultimo decennio, grazie al movimento #MeToo, sono venute alla luce molte esperienze di sfruttamento sessuale a scapito di donne – casi provenienti dalla vita privata, ovviamente, e i più noti casi provenienti dal mondo della moda e della recitazione: Harvey Weinstein potrebbe aver abusato principalmente di adulti, ma l'attrice francese Judith Godrèche racconta di essere stata aggredita sessualmente a 14 anni; la sua connazionale Adèle Haenel a 12. Nel 2024, la figlia minore della defunta scrittrice canadese Alice Munro, Andrea Skinner, si è fatta avanti raccontando la sua storia di prolungati abusi sessuali infantili da parte del patrigno, Gerald Fremlin, a partire dall'età di nove anni – e i racconti della sua depravazione sembrano praticamente tratti dalle pagine di Lolita . Nello stesso anno, il mondo fu sconvolto e incantato dal processo in Francia a Dominique Pelicot, riconosciuto colpevole insieme ad altri 50 uomini di aver ripetutamente violentato la sua ex moglie, Gisèle Pelicot, che aveva drogato e abusato per anni. Rileggere Lolita significa ricordare con orrore che anche questo fa parte della fantasia di Humbert: desidera drogare sia la madre che la figlia, per potersi permettere la giovane Dolores ("Mi sono visto somministrare una potente pozione soporifera sia alla madre che alla figlia, per poter vezzeggiare quest'ultima per tutta la notte in perfetta impunità"). Infatti, poco dopo la morte di Charlotte Haze, la sua prima notte con Lolita all'hotel Enchanted Hunters – la stessa notte in cui incontra Quilty per la prima volta, senza saperlo – Humbert la droga, seppur senza successo, nella speranza di un rapporto con il suo corpo inerte. (Questo fallimento, a quanto pare, è dovuto ai sospetti del farmacista: mentre molti attorno a Humbert fraintendono la situazione o si dimostrano incuriositi e disposti a distogliere lo sguardo, alcuni personaggi secondari di questa storia prestano più attenzione di quanto immaginiamo a prima vista.)


Il mondo reale che ci circonda, 70 anni dopo la pubblicazione di Lolita , assomiglia inquietantemente a quello descritto da Humbert, un mondo in cui gli uomini sono psicoticamente ossessionati da donne (o ragazze, nel suo caso) la cui realtà umana è praticamente cancellata dalla loro fantasia proiettata. Come osserva Leland de la Durantaye, nel suo saggio del 2006 "Lolita in Lolita , ovvero il giardino, il cancello e i critici", a proposito della scena iniziale in cui Humbert si masturba sotto un'ignara Lolita nel soggiorno degli Haze, Humbert ha sovrapposto alla ragazza reale davanti a sé una Lolita immaginaria, "solipsizzata": "La realtà esterna gioca ovviamente un ruolo nel raggiungimento di questo piacere, ma è una realtà resa passionale dall'essere resa passiva alla costruzione e alla creazione immaginaria". Humbert, cioè, è ben contento di inventare la sua realtà, di inventare la sua Lolita, e che la ragazza incarnata serva essenzialmente da sostituto per la sua fantasia. La sua intermittente, crescente consapevolezza del suo terribile danno (lei "diceva che non riusciva a sedersi, diceva che le avevo strappato qualcosa dentro"; oppure "la stringevo forte e in effetti le ho fatto molto male [...] e per tutto il tempo lei mi fissava con quegli occhi indimenticabili dove lottavano la rabbia fredda e le lacrime calde"; oppure i suoi "singhiozzi nella notte - ogni notte, ogni notte - nel momento in cui fingevo di dormire") serve solo a rafforzare l'intensità della sua proiezione erotica e il grado in cui è in grado di ignorare e ignorare i fatti concreti che ha davanti.


¤


Grazie al libro di Sarah Weinman del 2018, The Real Lolita: The Kidnapping of Sally Horner and the Novel that Scandalized the World , sappiamo ora chiaramente che Nabokov era a conoscenza, mentre scriveva, del rapimento, durato due anni, dell'undicenne Sally Horner da parte di Frank La Salle nel 1948 – un evento reale rispecchiato nella sua narrativa. Lolita potrebbe quindi essere stata interpretata, anche allora, come una sorta di "spazzatura d'attualità". Dobbiamo anche riconoscere (come nei casi di Andrea Skinner negli anni '70, o di Elizabeth Smart nei primi anni 2000) che la natura umana non è cambiata ed è purtroppo improbabile che lo faccia: negli Stati Uniti, nel 2023, sono stati intentati 1.408 casi di pornografia infantile contro singoli individui. Probabilmente oggi affrontiamo più apertamente la realtà che ci circonda, ma questa non è diversa da quella degli anni Quaranta e Cinquanta: il mondo in cui Lolita era allo stesso tempo scandaloso e profondamente affascinante rimane immutato.


In un modo o nell'altro, gestiamo il nostro disagio deviando e negando. Possiamo semplicemente descrivere il romanzo come problematico e voltarci dall'altra parte. In alternativa, possiamo, come confessa di fare Caitlin Flanagan (e come ho fatto anch'io; come hanno fatto tanti lettori – come fa Humbert quando "solipsizza" Lolita), sovrapporre alla memoria la nostra versione immaginaria e più edulcorata del romanzo, reprimendo gli atti espliciti nel testo e conservando invece l'agile arguzia ironica di Nabokov/Humbert ("Mia madre, fotogenica, morì in un incidente bizzarro (un picnic, un fulmine) quando avevo tre anni"), e gloriosi riff verbali:


Una distesa di argilla splendidamente erosa; e fiori di yucca, così puri, così cerosi, ma infestati da mosche bianche striscianti. Independence, Missouri, il punto di partenza dell'Old Oregon Trail; e Abilene, Kansas, la patria del Wild Bill Something Rodeo. Montagne lontane. Montagne vicine. Altre montagne; bellezze bluastre mai raggiungibili, o che si trasformano in colline abitate una dopo l'altra; catene montuose sud-orientali, fallimenti altitudinali come le Alpi; colossi di pietra grigi venati di neve che trafiggono il cuore e il cielo, cime implacabili che appaiono dal nulla a una curva dell'autostrada; enormità boschive, con un sistema di abeti scuri ordinatamente sovrapposti, interrotti a tratti da pallidi ciuffi di pioppo tremulo; formazioni rosa e lilla, faraoniche, falliche, "troppo preistoriche per essere descritte" (blasé Lo); buttes di lava nera; montagne di inizio primavera con lanugine di giovane elefante lungo le loro creste; montagne di fine estate, tutte curve, con i loro pesanti arti egiziani ripiegati sotto pieghe di un soffice pelo fulvo e tarlato; colline color farina d'avena, punteggiate di verdi querce rotonde; un'ultima montagna rossiccia con un ricco tappeto di erba medica ai suoi piedi.

Questo jazz spettacolare è forse un esempio concreto dell'esortazione di Nabokov alla "beatitudine estetica" – l'opposto della "spazzatura topica" con il suo tedioso didatticismo? Se così fosse – questo paragrafo è solo uno tra decine di altri altrettanto emozionanti, e il gioco verbale di Humbert è ripetutamente la seduzione che ci incanta – l'invito di Nabokov non potrebbe forse essere interpretato come un distacco quasi amorale dal significato referenziale, un'inquietante insistenza sull'estetismo huysmaniano? Nabokov vuole forse che abbandoniamo il riferimento al mondo esterno a favore di una sorta di gioco libero e senza vincoli nel regno del linguaggio? La tesi è stata certamente sostenuta. A rischio di cadere nella scivolosa trappola dell'assurdo di Nabokov (l'autore, come detto, si oppone appassionatamente al simbolismo e all'analisi) – per cui, nel tentativo di chiarirlo e quindi di discolparlo come autore, cerco, ai suoi occhi, in ultima analisi soprattutto di discolpare me stesso – questo lettore percepisce l'esortazione di Nabokov in modo diverso. La percepisco, se vogliamo, come un'esortazione morale che non rientra nella moralità convenzionale: un'esortazione, cioè, a trascendere le convenzioni.


La maggior parte dei termini tra parentesi con cui Nabokov definisce "arte" – quello stato in cui intende trasportare i suoi lettori – sono tutt'altro che amorali. "Estasi", certo, ha ben poco a che fare con l'etica; ma la "gentilezza" è ampiamente intesa come un bene morale, e la "tenerezza" il suo rapporto meno solido, potenzialmente interpretata come debolezza ma indicativa di un cuore aperto, il cuore aperto che proprio permette la gentilezza. Il primo e forse più duraturo appello di Nabokov, tuttavia, è alla "curiosità". Il filosofo Richard Rorty, nel suo celebre saggio del 1988 "Il barbiere di Kasbeam: Nabokov sulla crudeltà", descrive la "non-curiosità" come la "particolare forma di crudeltà di cui Nabokov si preoccupava di più". L'interpretazione di Lolita da parte di Rorty si basa sull'unica lunga frase del romanzo sul barbiere di Kasbeam, di cui Nabokov scrive, nella postfazione, che "mi è costato un mese di lavoro". Humbert, ricordando il suddetto barbiere, lo descrive mentre chiacchiera a lungo del figlio durante il taglio di capelli, mentre Humbert non riesce clamorosamente a cogliere il fatto essenziale che il ragazzo è morto da 30 anni. Rorty nota la "disattenzione di Humbert verso qualsiasi cosa irrilevante per la sua ossessione – e la sua conseguente incapacità di raggiungere uno stato dell'essere in cui 'l'arte', come l'ha definita Nabokov, sia la norma". Lo stato dell'essere artistico, quindi, è proprio l'altruismo, la capacità di andare oltre la propria esperienza: questo è il limite madornale di Humbert, il difetto che rende possibili i suoi crimini. Rorty suggerisce che il barbiere di Kasbeam evochi, nel lettore, la preoccupazione per la nostra stessa disattenzione:


Improvvisamente Lolita ha davvero una "morale al seguito". Ma la morale non è quella di tenere le mani lontane dalle bambine, ma di notare ciò che si sta facendo, e in particolare di notare ciò che la gente dice. Perché potrebbe capitare, e molto spesso capita, che la gente stia cercando di dirti che sta soffrendo.

Lolita ci seduce con il linguaggio e insiste, nell'intenso piacere del suo gioco verbale, per essere letta. Se prestiamo attenzione a ciò che Humbert sta effettivamente dicendo, dipende, ovviamente, da ogni lettore. Distogliere lo sguardo dal romanzo senza leggerlo – nascondere il libro e risparmiarci con il velo problematico – rivela una mancanza di curiosità pericolosa, persino immorale. Insistere sulla nostra visione proiettata – "solipsizzare" Lolita e Humbert, se vogliamo, o ridurli a simboli o tipi, o più in generale leggere senza prestare una rigorosa attenzione ai dettagli più sottili del testo – essere lettori mediocri e inadeguati – è altrettanto condannabile.


Come commenta un personaggio nel romanzo giovanile di Nabokov, Bend Sinister (1947), "la curiosità [...] è insubordinazione nella sua forma più pura". Tale insubordinazione è, e forse non solo nell'universo nabokoviano, l'inizio della speranza: è il rifiuto di accettare i limiti del conosciuto; è un'apertura al reale, a qualsiasi cosa esso sia e per quanto scomodo possiamo trovarlo. Quando leggiamo Lolita con gli occhi aperti, proviamo per forza molteplici emozioni, spesso simultaneamente. Non possiamo fare a meno di riconoscere questo mondo conosciuto, la nostra familiare umanità decaduta: terribile, esilarante, bella, assurda, mostruosa e tragica. Chi non desidera plasmare il mondo secondo la propria fantasia? Eppure, suggerisce Nabokov, ognuno di noi deve imparare le nefaste conseguenze di tale desiderio. Humbert, a 70 anni, rimane indicibile, ma più significativo che mai. La sua storia e il destino di Lolita risuonano oltre la spazzatura d'attualità, oltre la vuota problematica, in un'estasi sovradeterminata (nel suo significato greco originale: stare fuori da sé). Dolorosamente, paradossalmente, in questo luogo profondamente scomodo, la curiosità si rivela al tempo stesso la nostra chiave per il sublime e la nostra bussola morale.

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