domenica 10 aprile 2022

Lui solo trascina

 


 Wislawa Szymborska, L'odio

Guardate com’è sempre efficiente,
come si mantiene in forma
nel nostro secolo l’odio.
Con quanta facilità supera supera gli ostacoli.
Come gli è facile avventarsi, agguantare.

Non è come gli altri sentimenti.
Insieme più vecchio e più giovane di loro.
Da solo genera le cause
che lo fanno nascere.
Se si addormenta, il suo non è mai un sonno eterno.
L’insonnia non lo indebolisce ma lo rafforza.

Religione o non religione –
purché ci si inginocchi per il via
Patria o no –
purché si scatti alla partenza.
Anche la giustizia va bene all’inizio.
Poi corre tutto solo.
L’odio. L’odio.
Una smorfia di estasi amorosa
gli deforma il viso.

Oh, quegli altri sentimenti –
malaticci e fiacchi!
Da quando la fratellanza
può contare sulle folle?
La compassione è mai
arrivata per prima al traguardo?
Il dubbio quanti volenterosi trascina?
Lui solo trascina, che sa il fatto suo.

Capace, sveglio, molto laborioso.
Occorre dire quante canzoni ha composto?
Quante pagine ha scritto nei libri di storia?
Quanti tappeti umani ha disteso
su quante piazze, stadi?

Diciamoci la verità:
sa creare bellezza
Splendidi i suoi bagliori nella notte nera
Magnifiche le nubi degli scoppi nell’alba rosata.
Innegabile è il pathos delle rovine
e l’umorismo grasso
della colonna che vigorosa le sovrasta. 

E' un maestro del contrasto
tra fracasso e silenzio
tra sangue rosso e neve bianca.
E soprattutto non lo annoia mai
il motivo del lindo carnefice
sopra la vittima insozzata.

In ogni istante è pronto a nuovi compiti.
Se deve aspettare aspetterà.
Lo dicono cieco. Cieco?
Ha la vista acuta del cecchino
e guarda risoluto al futuro.
– lui solo.

 

sabato 9 aprile 2022

Il fascino della vertigine

 


Marco Revelli, La vertigine della guerra e il fascino del gioco crudele, Volere la luna, 6 aprile 2022 

“Va chiamata ‘vertigine’ ogni attrazione il cui primo effetto sorprenda e disorienti l’istinto di conservazione”. Così scriveva Roger Caillois in un testo dell’esilio sudamericano, pubblicato nel 1943 ma risalente agli anni immediatamente precedenti, quando la catastrofe della guerra mondiale si avvicinava ed esplodeva. In questo caso, spiegava, “l’essere è trascinato alla rovina e come persuaso dalla visione del proprio annientamento a non resistere alla potente fascinazione che lo seduce terrorizzandolo”. Per l’insetto, aggiungeva, “è lo sfolgorare della fiamma, per l’uccello sono gli occhi fissi del serpente”. Per l’uomo è l’attrazione irresistibile del vuoto. In particolare di quel vuoto estremo che è la guerra: il vortice della distruzione in cui ogni volontà individuale è travolta di fronte al dominio assoluto dell’elementare, e privata del potere, costitutivo dell’esistenza, “di dire di no”.

Ho ripensato a queste parole nelle settimane scorse, in cui la guerra ha invaso, senza trovare resistenza, le nostre vite e le nostre menti, trascinandoci tutti, società e individui, nel suo vortice, con le sue categorie totalizzanti e totalitarie che non lasciano spazio al pensiero complesso, soprattutto che assolutizzano la sola risorsa delle armi (lo strumento per eccellenza concepito per “fare il vuoto”). E infatti Caillois, dopo aver passato rapidamente in rassegna i vari tipi di vertigine che mettono in scena “l’estrema abdicazione dell’uomo” di fronte alle “tentazioni che lo spingono alla rovina” – la figura delle femme fatale [sic], l’ebbrezza patologica del gioco d’azzardo… – si sofferma appunto sulla “vertigine della guerra”, la più potente di tutte nel suo trasformare agli occhi dell’uomo la propria resa all’attrazione dell’abisso in “dovere, grandezza, ebbrezza”. La distruzione, e l’autodistruzione, come destino, a cui è dolce abbandonarsi, cessando di tentare di nuotare contro una corrente che appare l’ineluttabile corso del mondo.

E’ così che nel discorso pubblico e nel racconto prevalente che gli fa da involucro, persino la solidarietà o è armata o non è. E chi prova a immaginare forme alternative di sostegno alle vittime ucraine dell’aggressione diventa, automaticamente, fautore della resa, amico del macellaio, bellicista dalla parte sbagliata. Come se nella vertigine della guerra non ci fosse nessuna alternativa credibile alle armi, né diplomazia, né mobilitazione radicale dell’opinione pubblica, né tantomeno quelle tecniche della non-violenza, ormai sperimentate e dimostrate spesso più efficaci, in condizioni di scontro asimmetrico, della nuda resistenza armata. In questa condizione l’immaginazione scende al grado zero mentre l’adrenalina sale vertiginosamente (appunto), cancellando ogni articolazione del ragionamento perché, nella regressione al livello elementare dell’essere, contano solo le alternative istintuali: combattimento o fuga, uccidere o essere uccisi, dominare o essere dominati, vincere o morire… E mentre la parola Pace sembra sempre più una bestemmia nel fragore delle armi, sollevando sguardi di compatimento o accigliati rimbrotti per “anime belle” (se ne potrà parlare solo “dopo che le armi avranno definito il reale rapporto tra le forze in campo”), persino il più autorevole tra gli opinion leader globali, Papa Francesco, viene oscurato, inserito d’ufficio nella lista degli inaffidabili, ignorato nei testosteronici salotti dei talk show televisivi. Eppure non sta affatto riproponendo l’evangelico “porgere l’altra guancia” (come superficialmente i suoi critici affermano con espressione di superiore sufficienza: mi è capitato di sentirlo dire esattamente così, in una trasmissione cui ho partecipato) ma parla pragmaticamente il linguaggio di una politica al livello dei tempi invitando a pensare un modo diverso di governo del mondo, che non ne avvicini la fine (testualmente: “La vera risposta alla guerra non sono altri armamenti, sanzioni, alleanze politico-militari, ma un’altra impostazione, un modo diverso di governare il mondo, non facendo vedere i denti”.

D’altra parte a tal punto le feroci leggi della guerra penetrano nel nostro universo di senso (o meglio di non-senso), che persino il dolente popolo dei profughi e dei rifugiati ne viene sezionato, con la distinzione atroce tra profughi buoni e profughi cattivi, rifugiati veri e rifugiati falsi – ascoltare per credere -, dove il discrimine tra gli uni (i salvati) e gli altri (i sommersi) passa per le forche caudine della schmittiana coppia “amico/nemico”, e gli amici sono quelli che combattono (sul terreno, e “da europei”!) la nostra stessa battaglia (virtuale) e cattivi tutti gli altri, non importa che provengano dall’inferno di Aleppo (non diverso da quello di Mariupol), o dallo Yemen bombardato con le bombe prodotte e vendute da noi, o dal Kurdistan usato e abbandonato… Una spaccatura sulla pelle degli ultimi ben visibile sui confini polacchi, polarizzati tra la gara di accoglienza sul lato a sud est, dove transitano gli amici, e il filo spinato e la tortura su quello a nord est, dove è respinto nei boschi e nel gelo il popolo dolente della “rotta balcanica” (gli “altri”) e dove le lanterne verdi continuano a essere considerate dalle autorità polacche un reato.

Sul tema della vertigine Caillois sarebbe tornato una quindicina di anni più tardi, nel 1958, in un celebre libro dedicato in primo luogo al gioco (titolo Les jeux et les hommes, sottotitolo La masque et le vertige). Quello del gioco, vi si affermava, è una sorta di “spazio magico”, per certi versi analogo a quello del “sacro” – in particolare del “sacro di trasgressione” – nel quale le consolidate regole che strutturano la vita quotidiana vengono sospese ed è possibile tentare di “distruggere per un attimo la stabilità della percezione e far subire alla coscienza, lucida, una sorta di voluttuoso panico”. Come commenterà nell’Introduzione Pier Aldo Rovatti, per il giocatore, soprattutto per quel tipo estremo che è il giocatore d’azzardo, “entrare nel gioco, in-ludere, non significa solo entrare in una dimensione illusoria, già di per sé instabile, ma anche esporsi al rischio e infine partecipare di quello stato ‘incandescente’” ben noto a chi si è seduto al tavolo verde di una bisca. E a maggior ragione a chi si è abbandonato al vortice della guerra, ovvero, ancora una volta, alla sua “vertigine” – che in questo contesto Caillois richiama nella sua radice greca, ilinx, che letteralmente significa “gorgo” – la quale, appunto, “si accompagna spesso con il gusto normalmente represso del disordine e della distruzione che tradisce forme rozze e brutali di affermazione della personalità”.

Letta in questa accezione, la guerra – forma estrema di gioco feroce – costituirebbe lo spazio per eccellenza dell’anti-quotidianità: la sfera dei comportamenti umani in cui i fondamenti stessi della società costituita vengono sospesi (gli individui ne vengono “liberati”), a cominciare dal comandamento primo “non uccidere”. E come nel “tempo festivo” o nel Carnevale (Franco Cardini ha scritto un libro essenziale sulla guerra come Antica festa crudele), la trasgressione diventa la regola (è, appunto, un “mondo alla rovescia”), e tutto appare possibile sotto il dominio di una irresistibile “necessità”. Come nel gioco, tanto più “eccitante” quanto più pericoloso, anche in guerra la vita sembra acquistare un di più di intensità e di “autenticità” (resa possibile dalla a-normalità delle condizioni e delle regole rispetto a quelle della “banale” quotidianità).

Basta rileggersi le cronache della febbricitante atmosfera nelle giornate del “maggio radioso” del 1915, quando in un tripudio di retorica e di bandiere ci si precipitò nell’”inutile massacro”. E al misero prezzo di qualche esibizione in piazza si poteva comprare la possibilità di distinguersi dagli ignobili “panciafichisti”. O ritornare alla prima pagina delle celebri Tempeste d’acciaio di Ernst Jünger, dove si descrive lo spirito con cui il suo battaglione di reclute si avvicinava a “quella melodia da laminatoio” che era il fronte, per il proprio battesimo del fuoco: ”…poche settimane d’istruzione militare avevano fatto di noi un sol corpo bruciante d’entusiasmo. Cresciuti in tempi di sicurezza e tranquillità, tutti sentivamo l’irresistibile attrattiva dell’incognito, il fascino dei grandi pericoli… Lasciare la monotonia della vita sedentaria e prender parte a quella grande prova. Non chiedevamo altro”.

Ecco, credo che potremmo mettere in conto anche questo, per spiegare l’apparente irresistibilità dell’attuale ruere in bellum: questo bisogno di evasione dalla banalità inerte di un’esistenza dominata dall’universo delle merci e dal calcolo d’utilità per accedere facilmente, relativamente a buon mercato, a una sfera mobilitata e mobilitante di sentimenti forti, solo semplicemente chiamando “alle armi” e alla solidarietà armata (non importa poi che a usare quelle armi siano gli altri, nel più perfetto stile dell’”armiamoci e partite”). Una sorta di riscatto facile rispetto all’insensatezza del proprio quotidiano, con uno zelo tanto più ostentato (si pensi alle performances di tanti conduttori televisivi e opinion leader) quanto più conformi, e totali, erano state le precedenti adesioni ai dettami della mercificazione.

Un caro amico, Paulo Barone, in un denso messaggio di questi giorni, ha parlato dell’”esaltazione di chi trova finalmente nel ‘bene’” con cui schierarsi (la libertà del popolo ucraino, le nostre democrazie violate) “un motivo assoluto per ‘contrastare’ il vuoto nichilista che li attanaglia ‘da dentro’”: di “un’ebbrezza bellica che scaccerebbe via (in realtà attuandola) l’insensatezza di questo stile di vita”. E direi che meglio non poteva dirlo. C’è, in questa fibrillazione bellica che pervade pressoché tutto, la sensazione che, lungi dall’essere in opposizione radicale, idealistica e spiritualmente qualificata, rispetto al precedente demi-monde affaristico/consumistico vissuto all’insegna di un materialismo tutt’altro che storico – un soprassalto di mobilitazione valoriale alternativa all’affarismo mercuriale – essa ne rappresenti un mimetico prolungamento: una sorta di tentativo di fuga riconfermante da un presente insoddisfacente ma considerato intrascendibile se non nel (temporaneo, come appunto per il tempo festivo e per quello del gioco) oltrepassamento del confine che separa dal campo “altro” della mobilitazione bellica. La metamorfosi del vecchio bue in minotauro fa parte, strutturalmente, del carattere bipolare dell’esperienza bellica, del suo fascino e della sua contagiosità, con l’opportunità offerta a chi vi partecipa, di vivere la propria doppiezza – la norma da animale da soma e lo stato d’eccezione dell’esperienza eroica -, senza doversi più preoccupare della coerenza tra le diverse parti del sé. Potendo dar convivere il massimo del conformismo e il massimo della trasgressività. Soprattutto, liberando finalmente la propria “ombra” senza timore di perdere il proprio posto nella società ma anzi potendo vivere la propria bipolarità senza remore né sensi di colpa. Anzi ostentandola come segno di virtù.

In questo mondo che si rovescia preso nella propria vertigine, capita allora di vedere vecchi post-fascisti tessere l’elogio di quei partigiani che fino a ieri indicavano come feroci infoibatori e che oggi, in quanto “armati”, diventano modello da imitare. Antichi seguaci del fucilatore Almirante mettere in croce l’ANPI colpevole di non valorizzare abbastanza oggi, col rifiuto dell’invio di armi alla “resistenza ucraina”, la scelta “armata” di quelli che quel loro precedente idolo avrebbe bellamente fucilato. E che dire di Francesco Merlo, che in un articolo sulla “Cosa negazionista che fa il gioco di Putin”, proclama che “un po’ di sdegno verso l’Anpi bisognerà tirarlo fuori”, contro questa “associazione in mano a un ceto di impiegati, che si è allontanata dai partigiani”, colpevole d’imbelle “neneismo” e dunque “amica di Putin” per non aver aderito senza se e senza ma alla campagna di riarmo e per aver chiesto, a proposito del massacro di Bucha, la stessa cosa rivendicata dal Segretario generale dell’ONU, ovvero una immediata e rapida inchiesta indipendente?

Merlo scrive su un giornale che ha pubblicato regolarmente per sei anni – lo documenta il “Fatto quotidiano” – un inserto sponsorizzato dal Cremlino, tra il 2010 e il 2016, quando noi, come l’Anpi e molti antifascisti veri, muovevamo aspre critiche all’autocrazia putiniana mentre i lettori del quotidiano di cui lui era editorialista di punta dovevano sorbirsi interessati (e poco interessanti) reportages sul concorso bandito per trovare un nome al cane di Putin, o pelosi elogi del Patriarca Kirill (definito “una delle personalità di maggior rilievo del mondo cristiano” sic), o ancora commenti entusiastici sull’incontro tra Putin e Renzi a Milano nell’ottobre del 2014 (a Crimea annessa: ”Renzi ha capito di avere davanti un interlocutore serio, che porta avanti la sua linea e difende gli interessi del suo Paese”…). L’inserto s’intitolava Russia oggi (poi cambiato in Russia beyond headlines), era curato da Rossjiskaja Gazeta e faceva capo al personale amministrativo di Repubblica: a quel “ceto di impiegati” cioè che Merlo attribuisce all’Anpi. Un’ultima perla, a conclusione dell’articolo, merita di essere citata, è dove, dopo aver affermato che “in nessun altro paese d’Europa la disinformazione russa sta trovando così tanti utili idioti” (sic) si invita Enrico Letta a far pulizia dei troppi “negazionisti” (di cosa?) che occuperebbero indebitamente la “casa della sinistra” (come se quella fosse un immobile privato e Letta il proprietario): “Ha la statura morale per cacciarli via dalla sinistra come furono cacciati i mercanti dal tempio”, conclude il Merlo parlante. Ed è come se avesse parlato Zarathustra.

Ma restiamo ancora un momento sul PD. Il PD di questo secondo Enrico, così diverso dal primo. Anche il suo percorso è esemplare di quel rovesciamento in un doppio opposto eppure congruente. Come ha potuto un partito, erede sia pur lontano di una cultura che della pace aveva fatto un valore fondante del vivere civile, farsi di colpo “partito della guerra”? Capofila della politica di riarmo massiccio con i miliardi sottratti a welfare, sanità e sostegno a famiglie e imprese a favore dei buoni affari di quanti delle armi e del loro fiorente mercato hanno fatto il proprio core business. Com’è possibile che sia oggi il principale serbatoio dei guardiani dell’ortodossia bellica, impegnato con maggior zelo e acrimonia a smascherare e marginalizzare le voci non allineate, o anche semplicemente pensose?

Sarà volgare materialismo ma certo la quantità di esponenti del PD che affollano i vertici delle nostre industrie degli armamenti, a cominciare da Finmeccanica e dalla successiva Leonardo, sono tanti. A cominciare da Marco Minniti, che imperversa nei talk show nel contrastare i pacifisti di turno in nome della difesa della democrazia e che ricopre la carica di Presidente di MedOr, la Fondazione promossa da Leonardo. Mentre Luciano Violante – quello della riconciliazione con i “ragazzi di Salò” – presiede la parallela Fondazione Leonardo. E Nicola Latorre guida la Fondazione Aid (Agenzia Industriale Difesa). Niente d’illegale, anzi! Ma un po’ dovrebbe farci pensare…

Quanto a noi, intendo chi vuole resistere a questa progressiva “caduta nella catastrofe” – “moto che si accelera senza che occorra intervenire e che non si riesce né si vuole rallentare” [Caillois] e che riesce persino a utilizzare gli orrori della guerra per favorirne il prolungamento e l’estensione – non ci resta che proclamare il nostro pacifismo, come condizione culturale prima che politica per tenere aperta almeno una piccola porta verso il ritorno alla ragione. Saremo vox clamantis in deserto, ma se quel deserto è lo spirito del tempo attuale, non sarà una testimonianza inutile.

Guido Vitiello, I conflitti e le catastrofi risvegliano ciclicamente il nostro intorpidimento psichico da bambinoni viziati. Ma poi tutto passa e torniamo a sonnecchiare, Il Foglio, 12 marzo 2022

 ... più che una teoria da discutere, la fine della storia mi sembra uno stato d’animo, un’atmosfera spirituale, una Stimmung. Del resto, nel più importante libro sul tema, scritto alla fine degli anni Ottanta, Lutz Niethammer aveva osservato che questa idea dell’esaurimento di ogni orizzonte storico ebbe i suoi picchi di fortuna in due contesti precisi: nel secondo Dopoguerra, tra gli intellettuali di destra delusi dal nazismo in cui avevano riposto le loro speranze (come Arnold Gehlen); e poi negli anni Settanta, tra gli intellettuali di sinistra che avevano visto frustrate le loro aspettative rivoluzionarie (come Jean-François Lyotard). Insomma, un ripiegamento da innamorati delusi, sottilmente risentiti e interiormente impigriti. Ma per quelli di noi, la maggioranza, che non hanno mai avuto il batticuore per il Reich millenario o per la società senza classi, lo stato d’animo post storico è più che altro il frutto mentale di decenni di pace, di relativa sicurezza e di relativo benessere. Non è un cinismo ostentato da amanti disamorati, semmai un intorpidimento psichico da bambinoni viziati. Vogliamo che la storia continui a sonnecchiare, o che al limite vada a far baldoria in continenti molto più lontani. E soprattutto, che Zelensky la smetta di fare tutto quel chiasso: qui c’è gente che dorme. 



 

 

venerdì 8 aprile 2022

Il sentimento eroico della guerra

 


Lev Tolstoj, I racconti di Sebastopoli,

Sebastopoli nell'agosto dell'anno 1855 (1856), traduzione di Enrichetta Carafa Capecelatro, duchessa d'Andria, capitolo XXIII

 

In quel momento, una palla fischiò sulle teste di coloro che stavano discorrendo e cadde a un arscìn di distanza da Mèlnikov che si avvicinava lungo la trincea.
«Per un pelo non ha ucciso Mèlnikov», disse uno.
«Non mi ucciderà», rispose Mèlnikov.
«Eccoti la croce al valore», disse il giovane soldato, che aveva fatto la croce, dandola a Mèlnikov.
«No, fratello, qui, si sa, un mese conta come un anno per tutti, c’è stato un ordine», seguitava il discorso.
«Comunque sia, a pace fatta, ci sarà di sicuro unarivista imperiale a Varsavia, e se non andrò in pensione, avrò un congedo illimitato».
In quel momento una pallottola passò stridendo proprio sulle teste di coloro che chiacchieravano e batté su di una pietra.
«Bada, prima di stasera avrai un congedo definitivo»,
disse uno dei soldati.
Tutti risero.
E non prima di sera, ma di lì a due ore già due di essi avevano avuto il congedo definitivo e cinque erano feriti; ma gli altri scherzavano lo stesso.
Effettivamente, per la mattina i due mortai furono riparati in modo che si poteva tirare. Alle dieci, per ordine ricevuto dal comandante del bastione, Volòdja riunì il suo distaccamento e con quello andò alla
batteria. Fra i soldati, appena si misero all’opera, non ci fu più neppure un briciolo di quel senso di paura che si manifestava il giorno innanzi. Soltanto Vlang non poteva dominarsi: si nascondeva, si chinava come sempre, e Vàsin aveva perduto un po’ della sua calma, si agitava e si abbassava continuamente. Volòdja poi era in uno stato di entusiasmo straordinario: il pericolo non gli passava neppur per la mente. La soddisfazione di fare il proprio dovere, di non sentirsi un vigliacco non solo, ma anche di sentirsi coraggioso, la responsabilità del comando e la presenza di venti uomini che (lo sapeva) guardavano a lui con curiosità, lo avevano fatto diventare addirittura un eroe. Egli aveva anzi la vanità del suo coraggio, faceva il bravo davanti ai soldati, saliva sulla banchina, si sbottonò apposta il cappotto, perché potessero osservarlo meglio. Il comandante del bastione, che intanto faceva l’ispezione del suo possedimento, come diceva, benché da otto mesi fosse abituato a ogni specie di arditezza, non poté fare a meno di ammirare quel grazioso ragazzo, in cappotto sbottonato, di sotto al quale si vedeva una camicia rossa avvolgente un collo bianco e delicato, col viso e gli occhi accesi, che batteva le mani e con la sua vocina acuta comandava: «Uno, due!» e correva allegramente sul parapetto per vedere dove cadeva la sua bomba. Alle undici e mezzo il tiro cessò dalle due parti, e alle dodici in punto cominciò l’assalto della collina di Malachòv, del 2°, del 3° e del 5° bastione.

 

giovedì 7 aprile 2022

Le ragioni della guerra

 


 

Sergio Belardinelli, Il conflitto in Ucraina ci impone un giudizio, per distinguere le ragioni dai torti, Il Foglio, 6 aprile 2022

Esiste una guerra giusta? E’ giusto fornire armi a chi, invaso dai carri armati di un altro paese, ha deciso di difendersi a ogni costo? E’ giusto che i paesi aderenti alla Nato si preoccupino di investire risorse adeguate per migliorare il proprio sistema di difesa? E ancora: che cosa dovrebbero fare gli ucraini di fronte agli aggressori russi che bombardano anche donne e bambini? Combattere oppure arrendersi perché la guerra è sempre una cosa ripugnante e sacrilega?

Dal mio punto di vista, lo dico un po’ bruscamente, si tratta di domande puramente retoriche. L’invasione del territorio ucraino da parte dell’esercito russo rende sacrosanto il diritto degli ucraini a difendersi; giusta la decisione di aiutarli fornendo loro armi e applicando sanzioni economiche alla Russia; giusta la decisione da parte dei paesi aderenti alla Nato di innalzare la quota di pil da dedicare alla difesa militare, presa peraltro già prima che la guerra in Ucraina scoppiasse. Punto. Con buona pace di coloro che non da oggi confondono il mondo reale con quello cantato da John Lennon in Imagine, pensando di espungere il tragico dalla condizione umana con parole più o meno edificanti.

Non intendo negare ovviamente l’orrore della guerra, di ogni guerra, anche della guerra giusta, ma è precisamente di questo orrore che bisogna cercare in qualche modo di rendere conto, specialmente se vogliamo evitare che ogni volta si assecondi semplicemente il diritto del più forte, senza nemmeno provare a distinguere il torto dalla ragione o le vittime dai carnefici. Si tratta in fondo di salvaguardare un minimo di decenza nelle cosiddette relazioni internazionali. Per questo, ad esempio, i nostri ordinamenti giuridici prevedono uno jus ad bellum, il diritto di fare la guerra, ma anche la proporzionalità nell’uso della forza militare, nonché uno jus in bello, il diritto che dovrebbe impedire alla guerra di trasformarsi in qualcosa di assolutamente disumano. Tutto ciò purtroppo non sempre impedisce che i prepotenti calpestino le norme più elementari della giustizia, accampando ragioni il più delle volte inconsistenti (vedi la dichiarazione con la quale Putin ha dato il via alle “operazioni militari” in Ucraina). Come scrive Raymond Aron, “la guerra rischia sempre di spazzare via le norme legali o convenzionali cui normalmente è soggetta… Non è mai ‘legalizzata’ a titolo pieno e definitivo”. Ma proprio per questo le cosiddette “leggi di guerra” sono preziose. Per quanto deboli e precarie, esse esprimono pur sempre la volontà di non rassegnarsi all’arbitrio del più forte.

A causa della violenza e delle vittime innocenti che porta con sé, la guerra esaspera la tragica irrazionalità che spesso avvolge la politica e le vicende umane in generale. Ma questo non significa l’impossibilità di distinguere le ragioni dai torti. Nel caso della guerra in Ucraina, ad esempio, sono evidenti le ragioni degli ucraini che si difendono e i torti dei russi invasori, come pure l’impossibilità per gli ucraini di evitarla. Ciò che Putin pretendeva da loro, infatti, sia detto a dispetto di tutti i pacifisti, semplicemente non era negoziabile, tanto è vero che ha deciso di prenderselo con i carri armati, mettendoli di fronte a un’alternativa secca: arrendersi o combattere. Magari più avanti gli storici ci diranno di più sulla vera posta in gioco in questa guerra, sulla vera strategia di Putin, sui suoi errori e i suoi crimini, sugli errori dell’occidente e via discorrendo; vedremo forse aspetti che adesso non riusciamo a vedere; fra qualche secolo poi non possiamo escludere che dell’eroismo degli ucraini non resterà più nulla, che ragioni e torti saranno dimenticati e resterà forse soltanto la vaga memoria di altro sangue che è stato versato. Fa parte anche questo del tragico che incombe sulla storia e sulla condizione umana. Ma il giudizio che dobbiamo dare adesso non è un giudizio storico, bensì politico e morale. E allora non si può darla vinta ai prepotenti, né si possono assumere posizioni equidistanti, vuoi in nome del pacifismo vuoi in nome dell’opportunismo, specialmente quando una delle parti in causa (l’ucraina) si sta giocando la sopravvivenza col sacrificio dei suoi soldati e dei suoi cittadini.

Se questa guerra continuerà, non possiamo escludere che molti europei, in particolare tedeschi e italiani, vista la loro dipendenza dal gas russo, dovranno fare sacrifici notevoli. Ma spesso è proprio la disponibilità al sacrificio a dare dignità agli uomini e alle nazioni, dimostrando in modo eloquente la giustezza di una causa. Di certo non possiamo dire la stessa cosa della tendenza a venire a patti a ogni costo con la Russia, anche chiudendo gli occhi sui massacri perpetrati in questi giorni nei confronti di civili ucraini (vedi Bucha), pur di salvaguardare semplicemente un benessere che diventerà proprio per questo sempre più precario. E’ tempo dunque di uscire dalle nostre semplificazioni consolatorie e dai nostri biechi calcoli opportunistici, guardando la realtà e il male per quello che sono. Quanto alla politica, c’è soltanto da augurarsi che essa sia all’altezza del suo compito, che in questo momento è quello di cercare in tutti i modi di ripristinare la pace con quanta più giustizia è possibile. Ma senza lisciare il pelo al più forte.

https://www.micromega.net/ragioni-guerra-ucraina/



mercoledì 6 aprile 2022

Questione di scala sociale

 
 
 

Alessandro Ferretti
 
Possiamo ormai dire che l'imbarbarimento di gran parte della piccola borghesia italiana è un fatto compiuto. Mentre i bassi strati della popolazione rimangono in qualche modo consapevoli che nessuno ha da guadagnare dall'acuirsi del conflitto, man mano che si sale nella scala sociale l'adesione ad una guerra punitiva nei confronti della Russia aumenta a dismisura. Persone un tempo ragionevoli e posate ora si scagliano con violenza inusitata non solo contro Putin, ma anche contro coloro che osano associarsi alla richiesta ONU di un'indagine indipendente sui fatti di Bucha: "cosa c'è da capire?", urlano dalle loro bacheche di guerra, additando chi chiede indagini come un collaborazionista putiniano.
Anche qui, niente di nuovo sotto il sole: questa isteria di massa è l'inevitabile prodotto di 40 giorni di scientifica pornografia del dolore a reti pressochè unificate. Eppure non è sempre stato così, come ci spiega J.F.C. Fuller, storico militare, in un passaggio di un suo libro. Tutto iniziò con la prima guerra mondiale:
"Nelle guerre napoleoniche e franco-prussiane, lungi dal fomentare la rivolta nei paesi nemici, i belligeranti si prendevano cura di non istigarla. Napoleone avrebbe potuto scatenare a suo vantaggio l '"animosità repressa" dei servi della gleba russi e degli Ucraini nel 1812, e avrebbe potuto suscitare una rivoluzione in Francia durante i Cento giorni, ma si astenne dal farlo. Il duca di Wellington, come lui stesso ci racconta, aveva orrore di fomentare rivoluzioni in qualsiasi paese; e, nel 1871, Bismarck non strinse amicizia con la Comune di Parigi. Il motivo era che, in passato, la guerra veniva condotta per cambiare la politica del nemico, e non per cambiare il suo governo - il decisore politico. Lo scopo della guerra era quello di far cambiare idea al governo: se il governo fosse stato rovesciato, non ci sarebbe stata un'autorità stabile con cui negoziare la pace. Il mondo era allora ancora sano di mente, e l'idea di creare anarchia sociale in un paese nemico sarebbe stata considerata contraria al buon senso.
La guerra tramite propaganda è lo strumento democratico per eccellenza, modellato per dominare la mente delle masse [mass-mind]- la "volontà generale" di Rousseau. I suoi obiettivi sono: (1) stimolare la coscienza collettiva sul fronte interno; (2) guadagnare il supporto della mente delle masse di nazioni neutrali; e (3) sovvertire la mente delle masse nel fronte interno del nemico.
Il primo si ottiene risvegliando gli istinti tribali latenti nell'uomo, trasformando il nemico in un demonio in modo da focalizzare tali istinti.
Lo scopo del secondo è portare nazioni neutrali ad accettare e a credere nella realtà di questa mostruosità, come la propaganda britannica fece con successo negli Stati Uniti.
Eccitato da notizie del tipo che i soldati tedeschi tagliavano le mani ai bambini belgi e crocifiggevano i loro prigionieri, il popolo americano si lanciò in guerra con un'isteria emotiva che può essere capita solo comprendendo il potere della propaganda nel generare azioni collettive in nazioni in situazione di guerra. L'estasi quasi primitiva che attanagliò il popolo americano è stata recentemente riassunta in modo indimenticabile: “Odiavamo con un odio comune che era esilarante. Ricordo di aver partecipato a un grande incontro nel New England, tenutosi sotto gli auspici di una Chiesa cristiana - rendiamoci conto! Un oratore chiese che il Kaiser, quando fosse stato catturato, venisse bollito nell'olio e l'intero pubblico si alzò in piedi sulle sedie gridando la sua isterica approvazione. Questo era il nostro stato d'animo. Questo era il tipo di follia che ci aveva colto."
"Una delle rivelazioni più spaventose dell'intera guerra", scrivono Morison e Commager, 'era la facilità con cui la tecnica moderna e la suggestione di massa consentono a un governo di far credere qualsiasi cosa desideri alla sua gente, anche se tale gente è ragionevolmente intelligente e con un background individualistico e democratico.""
Tratto da "The Conduct of War 1789-1961: A Study of the Impact of the French, Industrial and Russian Revolutions on War and Its Conduct", di J.F.C. Fuller

 

martedì 5 aprile 2022

Bucha

New York Times, 

April 4, 2022
Malachy Browne, David Botti and Haley Willis

An analysis of satellite images by The New York Times rebuts claims by Russia that the killing of civilians in Bucha, a suburb of Kyiv, occurred after its soldiers had left the town.

When images emerged over the weekend of the bodies of dead civilians lying on the streets of Bucha — some with their hands bound, some with gunshot wounds to the head — Russia’s Ministry of Defense denied responsibility. In a Telegram post on Sunday, the ministry suggested that the bodies had been recently placed on the streets after “all Russian units withdrew completely from Bucha” around March 30.

Russia claimed that the images were “another hoax” and called for an emergency U.N. Security Council meeting on what it called “provocations of Ukrainian radicals” in Bucha.

But a review of videos and satellite imagery by The Times shows that many of the civilians were killed more than three weeks ago, when Russia’s military was in control of the town.

 






lunedì 4 aprile 2022

La strategia della punizione distruttiva

 

 
 
Marco Di Giovanni, Le stragi di civili e la natura della guerra di Putin
 
 
Poche ore dopo l’inizio dell’aggressione russa all’Ucraina avevo provato a delineare una serie di step, in progressione, dei processi distruttivi attivati da una guerra dalle fortissime connotazioni ideologiche.
La resistenza Ucraina ha amplificato una serie di aspetti nella fenomenologia della violenza che si presenta sul terreno e che deve e può essere colta per capire e interpretare la natura della guerra. La inorridita prospettiva delle vittime, per le quali ogni strage rappresenta soggettivamente e inevitabilmente un momento assoluto e unico, perché dissolve il percorso individuale e comunitario della vita e cancella l’umanità dei morti, non ci aiuta a raggiungere piena cognizione dei problemi e a identificare i processi. Le guerre non sono tutte uguali tra loro, e la violenza sui civili e le sue forme rappresentano un elemento indicativo e una cartina al tornasole. Non ha senso, sul piano interpretativo, paragonare l’Ucraina e lo Yemen perché “tutte le guerre sono brutte” e intrinsecamente criminali in una prospettiva candidamente “pacifista”. Gli storici sanno che accogliere e comprendere il valore della testimonianza delle vittime non impone una riduzione dello spettro interpretativo al loro punto di vista.
Ci aspettavamo, una volta insediato un potere russo sui territori, una serie di processi epurativi mirati a decapitare il tessuto della resistenza, anche di quella “civile” e di testimonianza. Questa è anche la guerra dei sindaci, che vediamo ovunque alla guida delle forme di autodifesa delle comunità, e che puntualmente gli invasori prendono di mira per paralizzare il tessuto collettivo e le sue capacità di opporsi all’occupazione.
E’ un processo che riscontriamo con particolare frequenza nel sud del paese, e ci indica quali siano i territori in cui la Russia intende insediare in maniera permanente il suo potere.
Lo scenario operativo attuale apre però la strada ad altre forme dei processi distruttivi. Il ridimensionamento delle ambizioni russe e la ritirata, a volte precipitosa, da alcune aree, lasciano dietro di sé una eloquente striscia di sangue che oltrepassa e completa le dinamiche epurative.
Chi ha consuetudine con le stragi naziste in Italia, in particolare tra il 1943 e il 1944, ha presente la dinamica della “ritirata aggressiva” (Lutz Kinkhammer) che mescolava una politica di terra bruciata e di predazione a una pratica estesa da parte delle truppe della violenza punitiva e indiscriminata sulla popolazione, in quanto componente centrale di un ambiente ostile. La frustrazione combattentistica di chi esce sconfitto dal terreno si traduce in vendetta che, a questo punto, si dispiega “dal basso”, dalle pratiche “minori” degli uomini in ritirata, che replicano sul terreno l’overkilling sistematico, l’uso dei civili come ostaggi e come oggetto di punizione, che l’attacco ai centri urbani con un fuoco in larga parte indiscriminato ha proposto nella prospettiva dall’alto, quella dei comandi e della direzione politica della guerra.
La carica ideologica della guerra di Putin può a questo punto pienamente dispiegarsi e diventare mera punizione distruttiva verso un paese che non si piega. Su queste pratiche non può operare la mediazione delle trattative, e la vendetta e la cancellazione del tessuto economico implicano la visione di un futuro di impunità per l’aggressore e di miseria e dipendenza per quel che resterà di un vicino scomodo. Sono certo che il tessuto informativo disponibile, a partire dall’intelligence per arrivare alle testimonianze dei sopravvissuti, già consentono e consentiranno, di stilare una lunga lista di attori criminali affiancando i responsabili sul terreno ai vertici della catena di comando.
Ma come potrà convivere la comunità internazionale con tutto questo vedere e tutto questo sapere, senza giustizia?