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lunedì 18 novembre 2024

Penelope





Sì, vediamo anche con il corpo, un corpo che abita lo spazio e rende la visione un tutt’uno con l’esperienza. Per questo non lascia indifferenti entrare nel Foro Romano e sentire l’impatto col tempo, la meraviglia per l’inverosimile sopravvivenza di cose antiche, pur nella versione consumabile in cui si presentano oggi. Si passa così sotto le colonne del tempio di Faustina e Antonino Pio – il vociare dei turisti, il cielo di vetro – e dopo poco ecco l’ingresso del Tempio del Divo Romolo.

È uno dei due siti in cui si sviluppa la mostra Penelope (a cura di Claudio Franzoni e Alessandra Sarchi, fino al 12 gennaio 2025) nel Parco archeologico del Colosseo. Un luogo straordinario. Nella grande aula rotonda si innalza una sorta di schermo semicircolare di legno, un’intelaiatura attorno agli oggetti, ai dipinti, agli affreschi che ripercorrono il mito della regina di Itaca dall’età classica fino ai giorni nostri. Fasce di stoffa bianche, rosse e nere intrecciate tra i pali, riquadri di tessuto tesi tra le assi: l’allestimento ha un chiaro valore metaforico. Gli spettatori entrano nell’impalcatura-telaio, oltrepassando simbolicamente quell’antica tela mai compiuta, soglia di una dimensione immaginaria. Si cammina lungo una passerella e la cadenza dei passi sul legno ricorda ancora una volta il gesto mai definitivo di Penelope – alzare il liccio, far passare il filo, avvicinare il pettine, ancora e ancora.

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Allestimento della mostra.

L’impostazione data dai due curatori appare essa stessa una tessitura, essendo il filo di trama la disposizione cronologica delle opere e l’ordito i nuclei tematici suggeriti nelle diverse sezioni per illuminare i tratti peculiari del personaggio; la Penelope dolente, velata, la Penelope che sogna e attende, la moglie regina al potere e ancora le sfumature del suo essere donna (per un mio recente ritratto di Penelope, leggi qui). D’altra parte, proprio la complessità e il mistero legati al personaggio hanno contribuito alla fortuna del mito e stimolato le sue numerose reinterpretazioni, facendo prevalere un tratto o l’altro a seconda dell’epoca e dei valori culturali di riferimento.

La mostra non è solo una affascinante ricostruzione storica e filologica dell’iconografia di Penelope, ma riflette al tempo stesso su come si è evoluta la fascinazione per la sua figura e pone implicitamente agli spettatori la domanda: cosa può dirci, oggi, il mito di Penelope? Ci tocca di più la sofferenza della persona o la psicologia della donna, la cifra morale o una rilettura politica del suo ruolo? L’operazione si interroga anche su un’altra interessante questione, quella del rapporto tra letteratura e immagine. Le due sfere sono in una relazione complicata, si direbbe, perché, come scrive Claudio Franzoni nel bel catalogo che accompagna la mostra, “quando c’è di mezzo una grande pagina letteraria siamo portati a pensare alle immagini come mere traduzioni visive, eppure questo non succede quasi mai, poiché l’uno e l’altro medium hanno un loro autonomo meccanismo narrativo”. Così, ad esempio, nonostante nell’Odissea Penelope non sia mai descritta nell’atto di tessere (quando inizia il poema l’inganno della tela è già stato scoperto), questa è proprio la raffigurazione più frequente dal tardo Medioevo a oggi.

Il testo omerico precede del resto di vari secoli le prime immagini di Penelope arrivate a noi; solo verso la metà del V secolo a.C. gli artisti figurativi mettono a punto un’iconografia della regina che ne privilegia l’aspetto umano. Ne è un esempio il vaso attico di Chiusi, risalente al 440 a.C. circa, tra pezzi più antichi dell’esposizione: Penelope appare seduta, la mano sinistra appoggiata allo sgabello, la destra preme la guancia e forse asciuga le lacrime. Anche le crepe della terracotta dicono la sua sofferenza, quando finirà la pena? ll corpo richiuso su sé stesso, dolorante di nostalgia: Telemaco, in piedi di fronte a lei, non può davvero avvicinarsi, né capire la madre, donna sola al mondo, sola di giorno e di notte. Alle loro spalle il sudario di Laerte, incompiuto, dà la misura del silenzio, anni vuoti pieni di fantasmi. Pende dalla staffa come il braccio del Cristo morto, triste. Il disegno ha permesso di ricostruire un modello a grandezza naturale visibile in mostra ed è una sorpresa trovarsi di fronte allo stesso telaio, noi oggi lei allora, percepire le proporzioni, immaginare l’ampiezza dei movimenti.

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Telemaco e Penelope, skýphos attico, 440 a.C. circa.

E poi l’idea del tempo che consuma il corpo – onda e risacca, speranza e sconforto – anche quando il corpo è di pietra. Tra le opere più struggenti, una testa di Penelope dal Tevere, copia romana del I secolo d.C. Si riconoscono appena i tratti del volto e commuove; una profonda spaccatura orizzontale le cuce gli occhi, lacrime secche, la bellezza scivolata altrove.

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Testa di Penelope, dal Tevere, copie romana del I secolo d.C.

Il velo è l’elemento su cui insiste una serie di raffigurazioni. La donna si copre ai pretendenti che l’attendono nella sala, questo ci si aspetta da lei nel suo ruolo: riserbo e pudore. Ma il nascondimento ha sempre un legame con la seduzione e Penelope sa di essere bella, elude: tenere sospeso il regno è la formula del suo potere.

Proseguendo il percorso, il visitatore trova reperti in bronzo, gioelli, rilievi in terracotta. Due meravigliosi frammenti di un affresco proveniente da Pompei del I sec d.C. raccontano gli episodi forse più carichi di tensione narrativa del poema omerico. Nel primo, Euriclea riconosce Ulisse nel mendicante a cui lava i piedi; nel secondo, Penelope incontra il marito, punto decisivo in cui si decide per lei – per noi – la totalità del suo mondo, se le cose abbiano o no un senso, se si possa resistere alla fine del dolore, se il desiderio sopravviverà al suo soddisfacimento. La scena si svolge dentro una casa patrizia, la regina è in piedi, veste una tunica romana, mentre Ulisse porta il copricapo di feltro della tradizione iconografica antica; ancora una volta le immagini fondono i piani temporali, creano, seguono percorsi autonomi distanti dal testo omerico.

Collocare un oggetto nello spazio non è mai gesto innocente e talvolta riaffiora l’inconscio del luogo, dal dialogo tra l’opera e ciò che sta attorno. Un originale perduto, di cui vediamo in mostra una riproduzione, una statua di Penelope dolente ha come sfondo l’affresco di una Madonna in trono con Bambino tra i Santi Medici. Ne risulta un corto circuito iconografico interessante, anche perché nel mondo medievale si impone una Penelope non più astuta, ma devota, come ad esempio nelle miniature illustrate del De mulieribus claris di Boccaccio: una casta donna coperta da un manto azzurro, emblema della virtù cristiana, modello di pudicizia. 

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Ricostruzione del tipo statuario antico della Penelope dolente, 2005-2006.

I due padiglioni delle Uccelliere Farnesiane sul Palatino ospitano la seconda parte della mostra, con i dipinti e i disegni più recenti. In epoca moderna, la raffigurazione di Penelope prende le strade più diverse; all’interpretazione del testo omerico prevalgono le ragioni dell’epoca nonché l’intenzione dell’autore. Abbiamo così la Penelope guerriera, regina dei serpenti, in abito da amazzone a seno scoperto disegnata da Georges-Antoine Rochergosse. Oppure la Penelope di Leandro Bassano: la giovane tesse nella penombra al lume di candela, medita, la nostalgia diventa un nido dolcissimo in cui appartarsi. Oppure ancora la bella Penelope secentesca di Pellegrino Pellegrini da Fanano, con occhi che guardano altrove, il realismo dei dettagli e nel complesso una quotidianità pervasa di sentimento.

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Angelika Kauffmann, Penelope piange sull’arco di Ulisse, 1779 circa.

“Nessuno ha mai indovinato che il mio corpo era intento e teso, nessuno ha mai indovinato il bisogno che provavo di offrire il mio essere, completamente, a un altro essere” (La vita di Angelica KauffmanAlla ricerca del bello e dell'amore, Leros Pittoni). Potrebbero essere le parole della stessa Penelope, invece è lo sfogo di Angelika Kauffmann, tra le più ammirate pittrici del Settecento: forse nella regina greca riconosce sé stessa, donna desiderante… l’infelicità? Non essere nel posto in cui vogliamo essere. Incalzata dai Proci, Penelope ha deciso di porre fine all’attesa e di risposarsi e per scegliere uno dei pretendenti ha indetto una gara, ma il suo corpo appartiene a un altro piange sull’arco di Ulisse. Il talamo rosso, la voglia di lui, il dolore ovunque.

Tessitura, textum, trama: il legame etimologico tra queste parole rende articolata la metafora della tela (per un approfondimento leggi qui), la lega al canto, alla scrittura, dunque al tempo. La portata simbolica della donna al telaio viene qui attualizzata con l’inserimento nella mostra di un omaggio a Maria Lai, l’artista che ha fatto della materia tessile il centro della sua poetica. Le strutture, la disposizione dei fili e le stoffe sono rielaborati con nuova libertà compositiva: il gesto diventa colore diventa materia. Splendido esempio: Errando n. 2. Un gioco di rimandi tra la tela della pittura e la tela ricamata, tra la cornice e il telaio; i fili e il tessuto inscritti nel quadro formano un paesaggio, un disegno sta per manifestarsi ma è ancora incompiuto. Questo spazio di azione, di attesa del gesto, quel che si nasconde tra l’idea e l’atto di metterla in pratica non rappresenta, in fondo, un’autentica possibilità di riscatto?

D’altra parte, il filo possiede grandi “potenzialità metaforiche”, e “malgrado tutti gli sforzi fatti per prendere il congedo da un’immagine del pensare tanto radicata, siamo qui ancora a misurarci con fili virtuali o metaforici che collegherebbero le cose le parole, la coscienza e i suoi contenuti”. (S. Catucci, Sul filoEsercizi di pensiero materiale, Quodlibet 2024. Qui su Doppiozero una recensione).

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Maria Lai, Errando n. 2, 2008.

Di Maria Lai sono poi esposti i libri, certamente tra i suoi lavori più noti. Qui il legame ancestrale tra ricamo e scrittura si rivela con grande intensità. Nelle fibre di parole lanuginose, si impiglia l’eco di antiche narrazioni. Le eccedenze di filo – e forse di frasi – raggrumate a lato della pagina assomigliano a formazioni organiche, alghe, cose primordiali della natura. E così la scrittura si fa motore della creazione, una forza misteriosa, indecifrabile.

Prima di tornare nel mondo, un ultimo sguardo alle opere incastonate nelle teche. Sì, noi vediamo attraverso la griglia del corpo e allora queste geometrie regolari, intrecci tra pali e montanti, stecche perpendicolari, inquadrature immaginarie in una sorta di mise en abyme in cui la struttura-telaio contiene una cornice che contiene un quadro con dentro disegnata la tela incompiuta… Penelope deve essersi sentita così, in una gabbia d’oro, prigioniera del ruolo, del suo desiderio, e del volere degli Dei.

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Allestimento della mostra.

Penelope, a cura di Claudio Franzoni e Alessandra Sarchi
Roma, Palatino e Foro romano
Fino al 5 gennaio 2025
Catalogo Electa

Leggi anche:
Francesca Zanette | Penelope, un ritratto di donna
Adriana Cavarero | Penelope al Colosseo




Daniela BrogiPenelope, un telaio tutto per sé Quadri e letteratura
La Stampa Tuttolibri, 23 novembre 2024


Penelope, o della fedeltà al potere di salvezza attraverso il racconto. C'è Penelope che ascolta Femio cantare il ritorno degli Achei da Troia, davanti ai Proci che hanno occupato la casa di Ulisse; Penelope che riceve con ferma mestizia le proteste dei suoi centootto pretendenti, e a sua volta si fa artefice di una storia, tessendo la menzogna del sudario di Laerte sempre incompiuto, perché nottetempo la tela viene disfatta. E ancora Penelope che, dopo aver udito le storie pronunciate dallo sposo non ancora riconosciuto, abbandonerà l'incertezza quando Ulisse, salito nelle stanze della donna, svela il segreto del talamo ricavato sul ceppo di un olivo radicato nel terreno. A quel punto, dopo l'amore fisico, i corpi di Penelope e del suo uomo ritrovano l'intimità gioiosa del reciproco raccontarsi, come mostra una tela di Primaticcio (1560 circa). Insomma: la personalità intramontabile di Penelope, anche rispetto alle altre eroine, forse non deriva solo dalla proverbiale fedeltà coniugale nei confronti di un marito atteso per vent'anni. Forse, direi, nemmeno riguarda soltanto la sua resistente separatezza dal mondo dei Proci; ma "esiste" anche, o piuttosto, grazie al doppio legame con il mito (parola che significa "racconto"). Nel senso che la funzione e il significato stesso di Penelope, oltre a provenire da una delle narrazioni più importanti e fondative, l'Odissea, rimandano continuamente all'azione e al valore simbolico dell'atto narrativo: inteso sia come invenzione letteraria, sia come creatività all'opera attraverso il lavoro femminile della tessitura, sia come messa in scena del corpo, vale a dire come prossemica. Tutto questo fa di lei una figura enigmatica e affascinante, portatrice di una speciale energia narrativa che ha parlato a epoche molto lontane e differenti.
Racconto e immagine si nutrono reciprocamente nel mito di Penelope. Questa simbiosi diventa visibile e comprensibile adesso che due esperti di iconografia come la scrittrice e storica dell'arte Alessandra Sarchi e lo studioso delle immagini e del mondo greco Claudio Franzoni hanno curato con Electa la mostra dedicata a Penelope, allestita all'interno del Parco Archeologico del Colosseo .
Guardare, muovendosi tra gli spazi più monumentali della classicità romana, le cinquanta opere esposte che, anche a distanza di molti secoli, hanno ripreso il mito di Penelope, è una festa mobile dello sguardo, in uno scenario letteralmente leggendario. Si risale dal Tempio di Romolo fino alle due Uccelliere Farnesiane, dove sono esposte anche alcune delle famose "tele cucite" di Maria Lai (1919-2013). Ma questa esperienza – da affrontare preparandosi alla non semplice impresa fisica di attraversamento dei flussi turistici romani – può trovare un tempo ulteriore di approfondimento e di gioia per gli occhi (possibilmente dopo la visita, ma volendo anche indipendentemente da essa), nella lettura del catalogo molto bello e prezioso: la mappa concettuale dell'esposizione vi appare anche più chiara, e in dialogo con la trama che ha ispirato la mostra, vale a dire il progetto editoriale di Electa Esistere come donna, che, recuperando il titolo della storica esposizione del 1983 al Palazzo Reale di Milano (ideata da Anna Castelli Ferrieri e Rachele Farina con progetto grafico di Anna e Lica Steiner), sta dando vita a una costellazione di eventi artistici e culturali, e pubblicazioni – inclusa la prima mostra italiana dedicata a Berthe Morisot inaugurata lo scorso ottobre a Genova.
Cosa scoprire e ripensare allora di Penelope facendola esistere come donna? «Considerato lo spettro di significati collegati all'arte tessile – scrive Sarchi – la distruzione della tela da parte di Penelope è un gesto sovversivo: rifiuto delle nozze, rifiuto di qualsiasi nuovo assetto politico e di qualsiasi proiezione in avanti nel tempo». Il telaio, l'arco e il sogno – perché Penelope è una delle protagoniste letterarie più ricche e narratrici di sogni, come riscopriamo – sono temi trattati e di nuovo mostrati come elementi di intreccio, ma che agiscono al tempo stesso come dispositivi figurali. Avvalendosi anche di altri sguardi e saperi critici (grazie agli scritti di Avramidi, Boitani, Ferrara, Masecchia e Rizzarelli), i due saggi introduttivi incrociano parole, narrazioni e memorie visive (come nell'Atlante iconografico al centro del catalogo), perché, come spiega Franzoni «spesso le immagini hanno la forza di penetrare un determinato testo come trasversalmente, ricavandone quasi il precipitato». E così anche questo libro, come la mostra, diventa una specie di meravigliosa e d'ora in poi indispensabile stanza del telaio, dove possono nascere riprese, narrazioni o persino contaminazioni immaginose, come nella bellissima acquaforte di Max Klinger (1895) esposta in una delle vetrine, con Penelope che, abbigliata come una sofisticata donna della Secessione viennese, contempla pensierosa il suo arazzo dove sono raffigurati Adamo, Eva e gli animali dell'Eden.


https://ilmanifesto.it/penelope-una-regina-in-cerca-di-autonomia

https://machiave.blogspot.com/2015/02/penelope-prima-vista.html
https://machiave.blogspot.com/2024/09/penelope-la-sposa-ritrovata.html

 

sabato 28 settembre 2024

Penelope la sposa ritrovata

 


Odissea, Libro XXIII, 300-309, traduzione di Rosa Calzecchi Onesti

Ma i due, quand'ebbero goduto l'amore soave,
godettero di parlarsi, uno all’altra dicendo,
lei quanto in casa soffrì, la donna bellissima,
 costretta a vedere la folla sfacciata dei pretendenti,
che a causa sua, numerose le vacche e le pecore grasse
sgozzavano, e molto vino si attingeva dai vasi;
e lui, il divino Odisseo, quante pene inflisse
ai nemici, e quante sventure dovette subire lui stesso,
tutto narrava: lei godeva a sentire, né il sonno
cadde sui loro occhi, finché tutto fu detto.

Marilù Oliva, L'Odissea raccontata da Penelope, Circe, Calipso e le altre, Milano, Solferino 2020

Nel talamo nuziale scorrono come fiumi le parole del racconto: io gli riporto quanto ho patito subendo la presenza degli odiosi Proci, che attingevano dagli orci vino senza fine e facevano sgozzare bestie senza criterio. Lui mi narra ciò che gli è successo e ogni tanto ancora gli scendono le lacrime. Tremo con lui inorridita quando ascolto delle tempeste crudeli, del terribile Ciclope cannibale, dell'orrenda Scilla e della stoltezza bestiale dei defunti compagni, periti per loro misera colpa. Parole fiatate sottovoce riempiono la stanza come una dolce melodia, finalmente la rassicurazione della voce amata, la carezza dolcissima del ritorno svelato. Discorriamo interrompendoci soltanto per baciarci e per concederci il piacere a lungo negato, srotoliamo i giochi d'amore senza la fretta della giovinezza, consapevoli di ciò che ricordiamo l'uno dell'altro, poi riprendiamo a confidarci, ventre contro ventre, bocca contro orecchio, braccia intrecciate, finché un sonno irresistibile non ci sorprende ancora abbracciati. 






mercoledì 11 febbraio 2015

Penelope a prima vista

Eva Cantarella
Itaca
Eroi, donne, potere tra vendetta e diritto
Feltrinelli, Milano 2013 [2002]

Bellissima. Così ci appare Penelope, la prima volta in cui, nell' Odissea, scende dalle sue stanze per raggiungere la sala del banchetto, dove i pretendenti alla sua mano stanno ascoltando i racconti di Femio, l'aedo che dopo avere per anni servito Ulisse, ora è costretto a cantare per i proci:

Per essi il cantore famoso cantava: e in silenzio
quelli sedevano, intenti; cantava il ritorno degli Achei,
che penoso a loro inflisse da Troia Pallade Atena.
Dalle stanze di sopra intese quel canto divino
la figlia d’Icario, la saggia Penelope,
e l’alta scala del suo palazzo discese,
non sola, con lei andavano anche due ancelle.
Come fra i pretendenti fu la donna bellissima,
si fermò in piedi accanto a un pilastro del solido tetto,
davanti alle guance tirando i veli lucenti:
da un lato e dall'altro le stava un'ancella fedele.
(Od., 1, 325-335)
 
Bellissima, ma piangente: come del resto in quasi tutte le sue successive apparizioni. [...]
E' con il cuore spezzato, provando "pazzo dolore", dunque, che Penelope scende tra i suoi spasimanti: centootto, per la precisione. [...] Ora ci interessa Penelope, l'oggetto di tanto desiderio. Che vi fosse chi desiderava sposarla era più che comprensibile. Tutte le virtù che si richiedevano alle donne, Penelope le possedeva in massimo grado.


Più desiderabile di lei, sotto il profilo estetico, vi era, forse, in tutto il mondo greco, solamente Elena, bella come una dea immortale, bella al punto che secondo i vecchi troiani seduti presso le porte Scee a guardare la battaglia che infuriava nella pianura, "Non è vergogna che i Teucri e gli Achei schinieri robusti [...] soffrano a lungo i dolori" (Il., 3, 156-157).
Ma al di fuori di Elena, Penelope "divina" (dia) non temeva rivali. Quando scendeva dai suoi appartamenti, gli effetti che produceva sui proci erano devastanti. Ai pretendenti "si scioglieva il cuore nel petto al vederla", "si scioglievano le membra".
Oltre a intenerire il cuore, la sua visione accendeva il desiderio sessuale. Lo "scioglimento delle membra" è l'effetto tipico del desiderio, non solo nel linguaggio omerico: "Eros che scioglie le membra (lusimeles) ancora mi squassa, /dolceamara invincibile fiera", scrive Saffo.
Una sola volta, nell'Odissea, si dice che Penelope, pur piena di ogni virtù, deve temere il confronto estetico con alcune rivali. Più specificamente con la ninfa Calipso. E, singolarmente, colui che fa questa dichiarazione è suo marito: ma, bisogna ammetterlo, in una situazione molto particolare.



Lui, parlando, diceva molte menzogne
che somigliavano a cose vere,
e lei, ascoltandolo, versava lacrime,
che le devastavano il viso
Come si scioglie la neve sulle cime dei monti,
ed è Euro a sciogliere tutta quella che Zefiro aveva ammucchiata,
e i fiumi si gonfiano di tutta la neve disciolta,
così si scioglievano di lacrime le sue belle guance,
mentre lei piangeva lo sposo,
che, invece, le stava vicino”. (XIX, vv. 203-209)

traduzione di Dora Marinari



sabato 22 giugno 2013

Penelope e Ulisse: niente bacio hollywoodiano


Circola per il momento una nuova versione televisiva dell'Odissea. Manco a dirlo ha per titolo Odysseus. Composta da 12 puntate, la serie è stata girata in Francia ed è nata dalla collaborazione tra Francia, Italia e Portogallo. In Italia dovrebbe arrivare in ottobre. Riguarda solo il ritorno di Ulisse a Itaca. La vita sentimentale dei personaggi è considerevolmente arricchita da particolari che non figurano nel poema omerico. Telemaco per esempio ha una fidanzata che è figlia di una schiava troiana. E ragiona con lei come un giovane romantico: la differenza di condizione non è un ostacolo, si sposeranno. L'anacronismo è ugualmente presente nell'incontro tra Ulisse e Penelope. Lei è di spalle, mentre lui le parla. Quando scatta il riconoscimento Penelope si gira e qualche attimo dopo le bocche dei due si unscono in un lungo bacio. Nel poema le cose vanno diversamente. Niente bacio hollywoodiano. 


“Agitata era nel cuore,
incerta se mai interrogare da lungi
il caro marito o se andargli vicino,
baciare il suo capo e toccar le sue mani”.

Quando lei discese, vide Ulisse, ma dalla sua bocca non uscì nessuna parola, e rimase muta.



"Ma ella a lungo sedette, muta, l’animo pieno
d’immoto stupore; ora nel viso guardandolo
lo ravvisava ed or gli pareva un estraneo
coperto il corpo com’era di misere vesti".


Telemaco,per rompere il ghiaccio,chiese alla madre perché stesse lì senza parlare, visto che Ulisse,suo marito, di cui attendeva il ritorno da tanto tempo, era lì, di fronte a lei, in attesa del suo riconoscimento.
Ella gli rispose che non sapeva se lo dovesse interrogare, perché loro avevano molti segreti in comune.

“Figlio mio, d’immoto stupore ho l’animo colmo
nel petto: non posso nessuna parola
dirgli né interrogarlo o guardarlo nel volto
diritto. Se Ulisse egli è veramente,
che a casa è tornato, potremo ben riconoscerci
meglio noi due, perché segni segreti
abbiamo, noti soltanto a noi due".
Così disse; e sorrise Ulisse divino, paziente,
e a Telemaco sùbito volse alate parole:
"Telemaco lascia che in casa tua madre
mi metta alla prova: presto anche meglio
potrà riconoscermi".
(trad. Enzio Cetrangolo)

"Dal bagno uscì simile agli immortali d'aspetto". Così Omero lo descrive, e nei passi precedenti gli aveva attribuito i soliti epiteti ricorrenti, e cioè: divino e scaltro. Alla fine Ulisse chiede alla nutrice di condurlo a letto, ma Penelope ordina a Euriclea di portare lì il letto e imbandirlo di nuove lenzuola. E' una sua astuzia, vuole vedere se l'uomo che ha di fronte cascherà nella trappola. Se l'ospite è Ulisse, allora deve sapere che il letto è stato costruito intagliandolo in un tronco d’ulivo e che, quindi, non può essere spostato. Quasi stando al gioco, Ulisse riesce ad ironizzare chiedendo Chi potrebbe altrove portare quel letto? (v.184) e con minuzia di particolari racconta come l’aveva costruito.

Così parlò e a lei di colpo si sciolsero le ginocchia ed il cuore,
perhé conobbe il segno sicuro che Odisseo le diceva;
e piangendo corse a lui, dritta, le braccia
gettò intorno al collo a Odisseo, gli baciò il capo e diceva:
(trad. Rosa Calzecchi Onesti)

   
"Ah! tu con me non t’adirare, Ulisse,260
Che in ogni evento ti mostrasti sempre
Degli uomini il più saggio. Alla sventura
Condannavanci i Numi, a cui non piacque,
Che de’ verdi godesse anni fioriti
L’uno appo l’altro, e quindi a poco a poco265
L’un vedesse imbiancar dell’altro il crine.
Ma, se il mirarti, e l’abbracciarti, un punto
Per me non fu, tu non montarne in ira.
Sempre nel caro petto il cor tremavami,
Non venisse a ingannarmi altri con fole:270
Chè astuzie ree covansi a molti in seno.
Nè la nata di Giove Elena Argiva
D’amor sariasi, e sonno a uno straniero
Congiunta mai, dove previsto avesse,
Che degli Achei la bellicosa prole275
Nuovamente l’avrebbe alla diletta
Sua casa in Argo ricondotta un giorno.
Un Dio la spinse a una indegna opra; ed ella
Pria, che di dentro ne sentisse il danno,
Non conobbe il velen, velen, da cui280
Tanto cordoglio a tutti noi discorse.
Ma tu mi desti della tua venuta
Certissimo segnale: il nostro letto,
Che nessun vide mai, salvo noi due,
E Attoride la fante a me già data285
Dal padre mio, quand’io qua venni, e a cui
Dell’inconcussa nuzïale stanza
Le porte in guardia son, tu quello affatto
Mi descrivesti; e al fin pieghi il mio core,
Ch’esser potria, nol vo’ negar, più molle".
(trad. Ippolito Pindemonte)