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giovedì 12 dicembre 2024

La colazione sull'erba


 

Edouard Manet, Colazione sull'erba


Rembrandt, Susanna e i vecchioni


Marcantonio Raimondi, il giudizio di Paride, da Raffaello

 
Tiziano, Concerto campestre

Secondo Pierre Bourdieu questa sarebbe l'opera più commentata dopo la Gioconda di Leonardo. È un quadro pieno di contrasti, di immagini in opposizione: nudo/vestito, uomo/donna, natura/civiltà, arte/vita, chiaro/scuro. C'è il rapporto con i modelli ai quali il pittore si è ispirato. Molto deve aver contato Rembrandt, il candore luminoso della apparizione femminile ritorna in entrambi i dipinti. Soprattutto la Colazione sull'erba ha fatto scalpore per la nudità che è stata collegata all'idea della giovane donna come prostituta. Qui c'è una differenza con Rembrandt e un parallelismo con Tiziano. In Rembrandt colpisce lo sguardo cupo del maschio che accompagna la femmina svestita al bagno. In Tiziano come in Manet gli uomini parlano tra loro senza badare allo spettacolo della nudità esposta. Pierre Bourdieu insiste molto sull'aspetto trasgressivo dell'opera. Non per il mestiere attribuito alla donna, il messaggio effettivo è un altro. Sta nella trasposizione del nudo dalla sala di una accademia o dallo studio di un pittore a una scena pubblica. Perché il nudo è rappresentato con una modalità estetica, senza l'intento di dare scandalo o di attirare lo sguardo volgare dei profani. La natura morta a sinistra di chi guarda è un esercizio, una dimostrazione di bravura. In fondo, Manet restituisce innocenza all'immagine del corpo femminile nudo, in un tempo in cui lo scandalo di una tale visione doveva essere aggirato tirando in ballo la dea Venere (Cabanel) o la sagoma mansueta di una adolescente (Ingres).  



 


https://www.monde-diplomatique.fr/2013/11/BOURDIEU/49770#nh4

Severina Alberti

Donna vestita della sua bellezza, natura morta che vive nel colore, lo sguardo quasi estasiato dell' uomo... un collage di forme e colori, di stili diversi, di luci e di ombre. Bellissimo













mercoledì 27 novembre 2013

Berthe Morisot, pittrice

Meno conosciuta dei suoi colleghi uomini, ma in certe tele più geniale di loro, dimenticata dalla storia dell'arte, ma amatissima dai suoi amici - Renoir, Degas, Monet, Cézanne, Mallarmé - tanto da essere ritratta in molti dipinti o ricordata in scritti e poesie, Berthe Morisot (1841-1895) è ricordata più come la modella di Manet che come l'unica artista impressionista.
La pittura di Berthe Morisot sembra graziosa, chiara, divertente: eppure, come scriveva Mallarmé, era un melange unico di "furia e nonchalance". 
Sara Sesti

« Nei quadri di Mme Berthe Morisot le forme sono sempre vaghe, ma una strana vita le anima. L'artista ha trovato il modo di fissare sulla tela i riflessi cangianti e le luminescenze che compaiono sulle cose e nell'aria che le avvolge ... il rosa, il verde pallido, la luce vagamente dorata, cantano con un'armonia indescrivibile. Nessuno ha mai rappresentato l'impressionismo con un talento più raffinato di questo e con un'autorevolezza maggiore di quella di Mme Morisot. »
Gustave Geffroy
   La Culla, indubbiamente il quadro più famoso di Berthe Morisot, è stato dipinto nel 1872 a Parigi. L'artista raffigura Edma, una delle sue sorelle, mentre guarda dormire la figlioletta Blanche. Questa è la prima volta che una figura materna appare nell'opera della Morisot e il soggetto ritratto in questa tela, diventerà uno dei temi preferiti dall'artista.
Lo sguardo della madre, la linea che disegna il suo braccio sinistro piegato al quale corrisponde il braccio anche esso piegato della neonata, gli occhi chiusi della piccina tracciano una diagonale che mette maggiormente in evidenza il movimento della tenda sullo sfondo. Questa diagonale stabilisce un'unione tra la madre e la sua bambina. Il gesto di Edma, che frappone il velo della culla tra lo spettatore e la neonata, contribuisce a rafforzare ancora di più questo sentimento di intimità e di amore protettivo espresso nel quadro.
Berthe Morisot partecipa con La Culla alla mostra impressionista del 1874 diventando di fatto la prima donna ad esporre le sue opere con il gruppo. Il quadro viene a malapena notato. Tuttavia, alcuni tra i principali critici ne colgono la grazia e l'eleganza. Dopo aver cercato invano di vendere il quadro, Berthe Morisot non lo mostrerà più in pubblico e l'opera sarà conservata dalla famiglia di Edma fino alla sua acquisizione da parte del museo del Louvre nel 1930.
(Musée d'Orsay)

sabato 18 maggio 2013

Manet e Tiziano a Venezia

Valentina Tosoni
la Repubblica, 26 aprile 2013

Eccole una vicina all'altra entrambe sdraiate e rilassate, ma con lo sguardo vigile, attento nel fissarti dritto negli occhi, senza indugio. Basta solo questa visione a decretare l'eccezionalità della mostra che ha ''invitato'' a Palazzo Ducale di Venezia ''l'Olympia '' di Manet, che per la prima volta lascia la Francia e la ''Venere di Urbino'' del Tiziano (prestito eccezionale dalla Galleria degli Uffizi), due cortigiane, donne emancipate e fuori dagli schemi.  Entrambe arrivate per presenziare nell'esposizione ''Manet, ritorno a Venezia'', che si candida a essere una delle principali attrattive della Serenissima, proprio ora che si appresta a essere invasa anche dall'arte contemporanea; tra meno di un mese la prossima Biennale conquisterà i Giardini, l'Arsenale e non solo.



Come si sa, tornando ai capolavori di prima, la più antica fanciulla ispirò la più recente, non per questo, però riuscì a evitarle tutta una serie di scandali che segnarono il suo destino. ''L'Olympia'', dipinta da Manet nel 1863, fu rifiutata al Salon del '65, da allora quello spirito di sconvenienza e di difficile accettazione l'accompagnò sempre, come quel malizioso nastrino che le cinge il collo, d'un nero ''ineludibile e poco impressionistico'', come scrive nel testo in catalogo Skira, Roberto Calasso. Manet venne in Italia a studiare l'arte antica e in particolare  apprezzò la pittura di Tiziano, la descrizione delle forme così vivide e naturali, sempre accompagnate da un peso psicologico intrinseco, valori che trovò manifesti e perfettamente interpretati nella splendida Venere, che lo colpì a tal punto da volerne reiterare l'intensità, trasportandola nella sua contemporaneità. C'è chi sostiene che in realtà Manet si formò principalmente in Spagna, dove pure si recò da giovane, e si abbeverò davanti a Goya, El Greco e Velasquez. Sicuramente quell'educazione pose le sue fondamenta e lo strutturò, ma la mostra veneziana con le sue 80 tele straordinarie, fa capire quanto quell'imprinting dovette poi fondersi con altri influssi.

Manet per ben tre volte soggiornò a Venezia, assimilò Giorgione, Veronese e Guardi, come da Firenze portò con sé il tratto dolce dei ''manieristi'' e fu ingordo del nostro Rinascimento. La prima volta che vide la laguna fu nel settembre del 1853, poco più che ventenne, e nello stesso anno vi ritornò per un secondo viaggio. L'ultimo fu invece nel 1874, stesso anno della famosa mostra dell'Impressionismo a Parigi. Esposizione a cui non partecipò, si lasciò invece cullare dalla fantastica luce italiana e realizzò varie vedute del Canal Grande.

La mostra, sapientemente congegnata da Stéphane Guéguan e voluta da Gabriella Belli, direttrice della Fondazione Musei Civici di Venezia, riserva grandi emozioni: sono molti i capolavori prestati dal Museo D'Orsay, dal ''Balcon'' realizzato tra il 1868 e il 1869, opera importante che accenna e anticipa quella modernità che poi sarebbe esplosa senza mezzi termini, il celeberrimo pifferaio ''Le fifre'' del 1866 e ancora una copia dell'epocale ''Déujeuner sur l'herbe'' del 1863, che nonostante l'impianto compositivo classico, fece gridare allo scandalo per l'utilizzo di abiti moderni e per le proporzioni della donna nuda in primo piano; ci pensò la storia a tramutare il dipinto dai morbidi contrasti cromatici, in uno dei più significativi capolavori del XIX secolo.

L'impianto critico della mostra è volto a sostenere che non solo la pittura spagnola influenzò l'arte di Manet, ma in buona parte fu proprio l'arte italiana a plasmare l'impianto linguistico del grande artista francese. Oltre a ciò, però è stato realizzato: ''Un grande sogno, che ha comportato un anno e mezzo di lavoro'', ha dichiarato Gabriella Belli in conferenza stampa, e ha poi aggiunto ''Si è concretizzato un desiderio che tutti i direttori di museo, storici dell'arte come me, hanno: riunire nella stessa sala due capolavori, l'uno nato di conseguenza all'altro, siamo riusciti a mettere finalmente a confronto 'Olympia e la 'Venere di Urbino''. Due immensi dipinti che nonostante i 300 anni di distanza, dialogano con estrema modernità.

lunedì 28 gennaio 2013

Tivoli, Berthe Morisot copia Corot



Berthe Morisot, 1863

E. Manet, Ritratto di Berthe Morisot, 1877

Berthe Morisot, Autoritratto, 1885




 La pittura di Berthe Morisot sembra graziosa, chiara, divertente: eppure, come scriveva Mallarmé, era un melange unico di "furia e nonchalance".(Sara Sesti)