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sabato 28 marzo 2026

L'ossessione del capo

Gad Lerner
Ora non mettetevi a cercare un capo anche a sinistra

il manifesto, 28 marzo 2026 

Tipico della sinistra è diffidare dei leader che chiedono pieni poteri per portare a termine i loro programmi. No Kings, appunto. Che si tratti dell’aspirante dittatore Trump o di una Giorgia Meloni che vorrebbe farsi eleggere capo di governo direttamente dal popolo.

Nell’epoca dei nazionalismi aggressivi, peraltro, i leader di destra, per quanto ideologicamente affini, presto o tardi sono per natura destinati a cozzare l’uno con l’altro; provocando in sequenza guerre commerciali, guerre militari e guerre civili. L’Internazionale dei capi nazionalisti di destra, insomma, oltre che un bisticcio di parole è solo una distopia contemporanea.

L’internazionalismo resta vocazione di una sinistra che non ha bisogno di simili condottieri.

Suggerisco dunque alcune precauzioni a chi, galvanizzato dalla netta vittoria dei no al referendum, avvicinandosi la fine della legislatura rischia d’incartarsi nelle procedure di designazione della leadership alternativa al malgoverno di destra.

Anzitutto ricordiamoci i sommovimenti che hanno anticipato negli ultimi anni l’imprevisto, massiccio «ritorno alle urne» di donne e giovani in prima fila per difendere la nostra costituzione. Mobilitazioni su tematiche di genere, sociali, contro il riarmo, di solidarietà a un popolo massacrato nell’indifferenza se non con la complicità dei nostri governanti, promosse più dall’esterno che dall’interno dei partiti progressisti.

La sinistra cresce quando si autogestiscono dal basso moti di cambiamento della società. La storia della sinistra ci ricorda che a interpretare e dare sbocco politico a questi moti sono stati leader per nulla carismatici, semmai piuttosto schivi. Da Gramsci a Berlinguer, il contrario di uomini forti. Più di recente, Prodi non ha certo battuto elettoralmente Berlusconi ricorrendo alla forza mediatica.

Dal 2022 fino a lunedì scorso i notisti politici più smaliziati non facevano che ripetere che il governo Meloni cammina sul velluto perché l’opposizione non esprime un’alternativa credibile. Non sarà vero il contrario? Le apparenze non sono state smentite dalla realtà?

Prendiamo il caso di Elly Schlein, quella del «non ci hanno visto arrivare». Se fin qui ha conseguito risultati migliori di chi l’ha preceduta alla guida del Pd dipende forse proprio dal suo essere una anti leader. Snobbata dall’establishment e dalla stampa che conta, è espressione di una militanza contemporanea più orizzontale che verticale, a loro poco comprensibile. Se volete, Schlein è la non leader di cui aveva bisogno un non partito giunto sul punto di esplodere ma che, in questa strana forma, si è rafforzato. Pure l’Alleanza verdi sinistra (Avs), sdoppiata e sfumata nella sua insolita leadership Fratoianni-Bonelli due volte maschile, registra una crescita di consensi da quando a guidare questa parte della sinistra erano Bertinotti o Vendola. In campo sindacale, ora che volge al termine il secondo mandato della segreteria Landini, resta controverso se abbia giovato alla Cgil la centralità mediatica assunta dalla sua figura.

Poi c’è Giuseppe Conte, l’uomo che l’anno scorso all’Assemblea costituente del M5s escludeva un’«alleanza organica e strutturata col Pd» mentre ora è stato il più lesto a formalizzare l’idea di primarie aperte del campo progressista. Pur forte dell’ottima reputazione che si è costruito da premier negli anni duri del Covid, Conte non scorderà certo che nel 2018 a presceglierlo furono Di Maio e Salvini, mica il popolo delle primarie. Altri tempi, certo. Ma che l’elettorato di sinistra si riconosca nella sua leadership fortemente personalizzata, è tutto da dimostrare. Mi permetto di dubitare dei sondaggi che circolano.

In definitiva: se primarie hanno da esservi, primarie siano. Ma la sinistra non deve sentirsi minorata perché non ha la sua Meloni: un’aspirante queen – o king – che la crisi mondiale ha già ridimensionato.

 

Andrea Carugati
Il macigno delle primarie per un'alleanza ancora fragile

il manifesto, 26 marzo 2026

Nella storia del centrosinistra non ci sono mai state primarie vere tra due leader di partiti diversi: per Prodi nel 2005 ci fu un plebiscito, la sfida tra Renzi e Bersani del 2012, in fondo, era tra esponenti dello stesso Pd. Le primarie tra Schlein e Conte (più qualche candidato di bandiera) sarebbero un inedito, con tutti i rischi che questo comporta: i due partiti non si sono mai presentati alleati alle politiche, la prevalenza di uno dei due segretari, soprattutto in mancanza di un robusto cemento programmatico, rischia oggettivamente di produrre divisioni, di mettere a rischio l’esistenza stessa della coalizione, di ottenere il risultato che pezzi di Pd e di M5S potrebbero non riconoscersi nella leadership vincitrice.

Per questo, la corsa che sembra ormai partita inesorabilmente verso i gazebo (o un metodo misto col voto online) è prematura. E del resto, anche le candidature scelte per le regioni in cui l’asse giallorosso ha vinto non sono nate da primarie ma da accordi politici: Todde in Sardegna, Fico in Campania, Decaro in Puglia, in Umbria si è scelta addirittura una figura fuori dai partiti, Stefania Proietti. La nascente coalizione non appare ancora pronta a uno stress test di questo tipo. La soluzione migliore sarebbe votare con l’attuale Rosatellum, con l’accordo che, dopo il voto, sarebbe il o la leader del partito più votato il candidato/a premier da indicare al Colle.

Che Meloni abbia la forza, con l’aria che tira, di cambiare la legge elettorale a colpi di maggioranza non è scontato. Se dovesse riuscirci, allora l’indicazione del leader sarebbe davvero necessaria. Schlein ha già chiarito che non è disponibile a tavoli in cui indicare un federatore che non abbia guidato in questi 4 anni l’opposizione in Parlamento. Conte sembra della stessa idea.

Entrambi hanno tutta la legittimità per sentirsi in corsa e non volere papi stranieri imposti dall’alto o da qualche gruppo editoriale. Nessuno dei due vuole cedere lo scettro all’altro senza passare da una consultazione popolare. Legittimo. Anche se i più esperti, come Rosy Bindi, suggeriscono a Schlein di non essere troppo «assertiva», di non escludere già oggi la possibilità di indicare un nome condiviso. E anche Goffredo Bettini, un altro padre nobile dell’alleanza, ha invitato a concentrarsi «sulle questioni di programma».

Un lavoro, quello sul programma, che viene sempre evocato, assai meno praticato. A domanda, Schlein risponde che «non partiamo da zero» e cita le battaglie comuni, dal salario minimo al congedo paritario e la sanità. Tutto vero, ma non è ancora un progetto condiviso per le elezioni. Così come non è una politica estera comune aver condiviso nell’ultimo anno le posizioni su Gaza e ora sulla guerra Usa-Iran. C’è il tema dell’Ucraina, e della sicurezza e difesa europea, che va affrontato di petto, non con botta e risposta episodici come quelli scatenati due giorni fa dal 5S Patuanelli che ha affermato che «con noi al governo fermeremo gli aiuti all’Ucraina» (la destra Pd lo ha fulminato). L’ipotesi è legittima, ma per evitare strappi serve un duro lavoro di mediazione, e un’alternativa plausibile. 

Stesso discorso sul welfare: per una politica espansiva dal punto di vista sociale vanno trovate  robuste coperture, facendo anche delle scelte forti sul piano fiscale: non basta citare, come ha fatto Schlein, il Ponte di Messina o i sussidi ambientalmente dannosi da cui drenare risorse. Serve dire dove si vorranno prendere i soldi, e quanti, e da quali tasche, tema che sta molto a cuore al segretario della Cgil Landini, che da tempo insiste sulla patrimoniale, sulla necessità di non far pagare sempre i soliti noti. Solo Avs finora si è detta disponibile, assai meno Pd e 5 stelle. Per non parlare dell’immigrazione, su cui i 5s hanno una linea assai più dura degli altri.

Temi complicati, su cui è facile scontentare pezzi di elettorato, ma su cui è possibile attrarre i milioni di giovani che hanno votato No al referendum e ora si aspettano proposte che mettano fine alla precarietà e ai bassi salari, così come ai costi fuori portata delle case. Il blocco sociale a cui rivolgere la proposta di governo, al dunque, conta assai più di chi sarà il leader. Il fatto che alcuni milioni di elettori si siano risvegliati dall’astensione indica una strada percorribile. Che passa anche dalla declinazione di una frase spesso ripetuta: «Non faremo gli errori dei precedenti governi di centrosinistra che si sono affidati troppo al mercato». Come si ridà centralità alla politica a scapito del mercato? Domanda che vale almeno un paio di mesi di riflessioni.

Per ora, i partiti stanno imboccando, nella costruzione del programma, strade separate, soprattutto Conte, che ha lanciato un percorso partecipativo in 100 piazze che si chiuderà con una grande kermesse a Milano. Lui, secondo i primi sondaggi (in testa quello di Antonio Noto) parte leggermente favorito nella corsa alle primarie perché pesca voti anche tra gli elettori di Pd e Avs, mentre Schlein rincorre. Lui è più autorevole anche grazie agli anni passati a palazzo Chigi, lei più nuova, anche dal punto di vista generazionale, e non ha sulle spalle le colpe di nessun governo precedente, nel bene (gestione Covid) e anche nel male (i decreti sicurezza con Salvini). Lei ha dalla sua l’aver resuscitato il Pd dopo la debacle del 2022, ma paga l’inesperienza nella gestione di dossier di governo. Lui paga il camaleontismo politico, l’idea di essere approdato a sinistra senza troppa convinzione. Sono due leader per certi versi complementari, e chi immagina un ticket forse non sbaglia. Chi sogna un nuovo Prodi, capace di cucire l’alleanza, non commette peccato. Ma in giro non se ne vedono. Dunque è meglio auspicare che resti il Rosatellum: così le primarie si farebbero nelle urne.





 

 

venerdì 2 gennaio 2026

Il canto di Grillo

Massimiliano Panarari
Il vaneggiante controcanto di Beppe Grillo

La Stampa, 2 gennaio 2026

Era un appuntamento abituale. Il “controcanto” volutamente irrituale, un po’ sarcastico e un po’ oracolare, di Beppe Grillo al discorso di fine anno del capo dello Stato. A Capodanno 2026, in maniera assai meno magniloquente ci ritroviamo con un suo post. E quello che era precisamente pensato come un tonitruante (e narcisistico) guanto di sfida nei confronti delle istituzioni e del “sistema” si è convertito in un assai più modesto messaggio nella bottiglia, riempita di fiele e amarezza, nonché del consueto egotismo. Il segno di tempi nei quali la bolla grillina è totalmente archiviata, e il M5S è diventato altro. Anzi, un autentico “altro da sé” per l’ex capo comico e capo politico, che non si rassegna a scendere dal palcoscenico e al finale di partita e di un partito che gli è stato sfilato con destrezza dorotea da Giuseppe Conte. Un cumulo di contraddizioni – nulla di nuovo, in verità, da questo punto di vista... –, con un tono oscillante tra il j’accuse antipolitico e l’introspezione intimista, con una spruzzata di quella New age che ha ereditato dal sodale Gianroberto Casaleggio. La cui scomparsa ha impattato drammaticamente, oltre che umanamente, sulla leadership e la capacità progettuale di Grillo il quale, nella divisione dei compiti interna all’allora partito bipersonale era il braccio e il megafono delle visioni elaborate dal socio. Eccolo, così, scagliarsi anche adesso contro «la politica che continua a recitare», ricolma di «zombie che si trascinano con la scorta tra i palazzi», mentre gli attacchi alla giustizia, dopo la condanna del figlio, confermano il qualunquismo di chi vuole una magistratura “à la carte”, con le inchieste da applaudire quando coinvolgono gli avversari e gli anatemi sdegnati e il vaffa di ritorno allorché entrano, letteralmente, nel cortile di casa.

Il silenzio evocato come «la forma più elevata di presenza» da parte dell’ex istrione che da comiziante urlava davanti a piazze piene, prontissime nel passato a tramutarsi in urne altrettanto piene, appare un malcelato sintomo di risentimento. E la dichiarazione secondo cui «il mio tempo non è ancora venuto, io sono postumo» suona come un incrocio fra un «memento existo» da celebrità in disarmo e il suo solito superomismo. Il (malinconico e vaneggiante) «bozzolo dalle dimensioni infinite» da cui pontifica non contiene alcun programma politico-sociale, né alcuna, ancorché vaga, idea. C’è poco da fare, è la dura legge della vita che l’ex Elevato continua a rifiutare: non si può essere uomini di tutte le stagioni. E la sua, per giunta, al Paese non ha certo fatto bene.

domenica 29 gennaio 2023

Zelensky a Sanremo

 


 

Ecco un evento televisivo che ha trovato molti oppositori. Come mai? Guardiamo alla composizione del fronte contrario a un intervento destinato a durare due minuti in tutto. Questo fronte è composto da personaggi che hanno qualcosa in comune. Hanno tutti, in qualche occasione o sempre, votato a favore di un aiuto militare all'Ucraina. E tutti vogliono rendere nota una riserva mentale. Hanno votato per l'invio di armi all'Ucraina, ma non erano del tutto convinti. Queste persone continuano a cosiderarsi dei pacifisti, in realtà. La presenza di Zelensky è per loro intollerabile in quanto fa emergere una contraddizione. Sostenendo l'invio delle armi all'Ucraina, questi sedicenti pacifisti si sono schierati da una parte sola in un conflitto militare. Zelensky richiama una scelta ai loro occhi discutibile. Vade retro Satana! Ma questa non è gente cha resistito a Satana.  È gente che ha ceduto alla tentazione e ora mostra un qualche pentimento. A questo punto è utile introdurre nel discorso un altro elemento. I sondaggi. Ci sono stati dei sondaggi riguardo all'invio delle armi all'Ucraina. Un sondaggio di Euromedia Research illustrato da Alessandra Ghisleri su La Stampa dice che la maggioranza degli italiani è contraria all’invio di armi all’Ucraina. Il campione si schiera anche contro un eventuale intervento della Nato nel conflitto. E la maggioranza relativa pensa che la guerra finirà con un cessate-il-fuoco negoziato con la Russia che poi sarà imposto a Kiev. Gli italiani sentono il conflitto lontano. Tranne i giovani: il 15,8% sente vicine le ostilità della guerra, il 51% le sente addirittura prossime. Ghisleri spiega che la percentuale di contrari all’invio di armi è aumentata rispetto a dicembre. Mentre i favorevoli sono leggermente in calo. Tra questi ci sono gli elettori di Partito Democratico, Azione e Italia Viva. Ora l'enigma trova la sua soluzione. Che cosa accomuna Carlo Calenda, Matteo Salvini, Giuseppe Conte e Gianni Cuperlo? La volontà di ostentare un certo pacifismo. Dove sta il crimine di Zelensky? Lasciamo parlare gli intellettuali (Carlo Freccero, Franco Cardini, Moni Ovadia e altri) contrari alla esibizione di Zelensky a Sanremo: "l'Italia ha rinunciato a svolgere l'importante ruolo di mediazione geopolitica che corrisponde alla sua vocazione storica, abdicando al contempo al proprio interesse nazionale e al proprio ruolo di fondatrice del processo di unificazione europea, come struttura per assicurare la pace fra le nazioni". Ecco il crimine: l'Italia avrebbe dovuto svolgere un ruolo di mediazione, tenendosi fuori della guerra. Questo non è avvenuto. Si è scelta l'Ucraina. Siamo un paese cattolico. Zelensky rappresenta la mela che, nel racconto biblico, ha fatto crollare la resistenza di Eva al peccato. C'è sempre posto per un pentimento.
Tutto molto semplice, alla fine. Tutto molto penoso, anche. La politica si fa spettacolo a buon mercato. Non c'è un voto parlamentare di mezzo. C'è una esibizione televisiva. Chi è contrario e strepita spera di guadagnare consensi. Scordiamoci il passato, diceva una vecchia canzone canzone napoletana: chi ha avuto ha avuto, chi ha dato ha dato.


giovedì 23 settembre 2021

Giuseppi

Giuliano Ferrara, Non avrà la voce da Frank Sinatra del Cav., ma Conte gira le piazze italiane da rockstar, alla faccia nostra, élite colta e arrogante, Il Foglio, 23 settembre 2021 

 Che Giuseppi fosse un’icona sexy non ce lo aspettavamo, per certe trasfigurazioni occorre essere del sud, vivere nel sud, respirare il sud, ma che potesse essere un fantastico avvocaticchio di stato e forse anche un discreto uomo di stato abbiamo cominciato a sospettarlo quando prima ha liquidato il Truce con una pacca sulle spalle in Senato, poi rieccolo trasformista e fregolista a Palazzo Gigi (senza la acca, proto, lo conosco quel palazzo), infine ci ha chiuso in casa, per primo nel mondo, e fortunatamente gli abbiamo obbedito, amandolo addirittura quando ha esteso il Reddito di cittadinanza, per quello di giornalanza e di impresanza ci avevamogià pensato noi negli anni, a mezza Italia, approntando per di più una felice trattativa con i frugali e la Merkel allo scopo di finanziare anche con i soldi del surplus europeo la nostra ricostruzione ( per la resilienza lasciamo perdere). Il tour trionfale di Conte si presta all’irrisione, come tutti i trionfi che sono effimeri e per questo tanto più gloriosi, ma dice qualcosa, scusate il luogo comune assassino, sulla differenza tra il paese reale e il paese legale. Coloro che sognano incubi di sostanza jacobonica odiano l’ex presidente del Consiglio e lo sbertucciano da mane a sera, gli altri lo portano in palmo di mano, è un blasone nazionale, quello che ha trovato la forza di chiudere l’italia e i soldi per riaprirla. La gente è fatta così, semplifica, e se sa apprezzare in Draghi il fascino gesuitico e superpolitico del Grand Commis de l’etat sa anche valutare come si deve l’uomo comune, ignoto, anonimo, che scambia il 25 aprile per l’ 8 settembre e viceversa, trucca il curriculum professionale e intanto se ne fa uno migliore nella Repubblica costituzionale più bella del mondo. Giuseppi è stato un prodigio italiano dei più vistosi, come poteva il paese reale non riconoscere il suo stellone pandemico, la sua pacatezza azzeccagarbugli, la sua tenue, soave resistenza a un grande sfratto in favore del nostro Louis XIV, l’homme fatal del whatever it takes ovvero lo stato sono io? Ora è alla prova della leadership politica, una fatica bestiale, e l’affronta con la sua solita sornioneria che tanto indispettisce l’aspetto snob, colto, arrogante e infantile della nostra personalità democratico- libbberale. Ha fatto diventare carrozze europeiste le zucche grilline di conio governativo, ripetendo in piccolo il miracolo berlusconiano della trasformazione di una massa di pubblicitari piccolissimoborghesi in un’armata con il sole in tasca. Infatti a Berlusconi è sempre piaciuto, addirittura per come era elegante ( e questo è francamente troppo, ultroneo come dicono in tribunale). Con Giuseppi vince naturalmente anche la psicologia del rimpianto, del si stava meglio eccetera. Ma non è la questione fondamentale. E’ che il senso comune, strumento pericoloso ma irrinunciabile sopra tutto se detto all’inglese nel significato originario ( common sense), sa riconoscere la sua fauna politica, non diffida di uno che è modesto, che non brilla per oratoria, che ha una voce chioccia, visto che gli hanno negato quello con la voce più bella dell’ugola di Frank Sinatra, il nostro Cav., e piace in Conte l’uomo della folla salito sul palcoscenico per puro caso e assistito da una gran fortuna e capacità di lavoro. Noi delle cosiddette élite, che poi non si dovrebbe mai esagerare, serieggiamo, studiamo, approfondiamo, ci intorciniamo intorno a schemi prettamente razionali per suscitare la bella politica, Giuseppi si accontenta di quella così così e alla testa dei grillozzi riconvertiti gira per le piazze e si fa applaudire come una rockstar.