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sabato 28 marzo 2026

L'ossessione del capo

Gad Lerner
Ora non mettetevi a cercare un capo anche a sinistra

il manifesto, 28 marzo 2026 

Tipico della sinistra è diffidare dei leader che chiedono pieni poteri per portare a termine i loro programmi. No Kings, appunto. Che si tratti dell’aspirante dittatore Trump o di una Giorgia Meloni che vorrebbe farsi eleggere capo di governo direttamente dal popolo.

Nell’epoca dei nazionalismi aggressivi, peraltro, i leader di destra, per quanto ideologicamente affini, presto o tardi sono per natura destinati a cozzare l’uno con l’altro; provocando in sequenza guerre commerciali, guerre militari e guerre civili. L’Internazionale dei capi nazionalisti di destra, insomma, oltre che un bisticcio di parole è solo una distopia contemporanea.

L’internazionalismo resta vocazione di una sinistra che non ha bisogno di simili condottieri.

Suggerisco dunque alcune precauzioni a chi, galvanizzato dalla netta vittoria dei no al referendum, avvicinandosi la fine della legislatura rischia d’incartarsi nelle procedure di designazione della leadership alternativa al malgoverno di destra.

Anzitutto ricordiamoci i sommovimenti che hanno anticipato negli ultimi anni l’imprevisto, massiccio «ritorno alle urne» di donne e giovani in prima fila per difendere la nostra costituzione. Mobilitazioni su tematiche di genere, sociali, contro il riarmo, di solidarietà a un popolo massacrato nell’indifferenza se non con la complicità dei nostri governanti, promosse più dall’esterno che dall’interno dei partiti progressisti.

La sinistra cresce quando si autogestiscono dal basso moti di cambiamento della società. La storia della sinistra ci ricorda che a interpretare e dare sbocco politico a questi moti sono stati leader per nulla carismatici, semmai piuttosto schivi. Da Gramsci a Berlinguer, il contrario di uomini forti. Più di recente, Prodi non ha certo battuto elettoralmente Berlusconi ricorrendo alla forza mediatica.

Dal 2022 fino a lunedì scorso i notisti politici più smaliziati non facevano che ripetere che il governo Meloni cammina sul velluto perché l’opposizione non esprime un’alternativa credibile. Non sarà vero il contrario? Le apparenze non sono state smentite dalla realtà?

Prendiamo il caso di Elly Schlein, quella del «non ci hanno visto arrivare». Se fin qui ha conseguito risultati migliori di chi l’ha preceduta alla guida del Pd dipende forse proprio dal suo essere una anti leader. Snobbata dall’establishment e dalla stampa che conta, è espressione di una militanza contemporanea più orizzontale che verticale, a loro poco comprensibile. Se volete, Schlein è la non leader di cui aveva bisogno un non partito giunto sul punto di esplodere ma che, in questa strana forma, si è rafforzato. Pure l’Alleanza verdi sinistra (Avs), sdoppiata e sfumata nella sua insolita leadership Fratoianni-Bonelli due volte maschile, registra una crescita di consensi da quando a guidare questa parte della sinistra erano Bertinotti o Vendola. In campo sindacale, ora che volge al termine il secondo mandato della segreteria Landini, resta controverso se abbia giovato alla Cgil la centralità mediatica assunta dalla sua figura.

Poi c’è Giuseppe Conte, l’uomo che l’anno scorso all’Assemblea costituente del M5s escludeva un’«alleanza organica e strutturata col Pd» mentre ora è stato il più lesto a formalizzare l’idea di primarie aperte del campo progressista. Pur forte dell’ottima reputazione che si è costruito da premier negli anni duri del Covid, Conte non scorderà certo che nel 2018 a presceglierlo furono Di Maio e Salvini, mica il popolo delle primarie. Altri tempi, certo. Ma che l’elettorato di sinistra si riconosca nella sua leadership fortemente personalizzata, è tutto da dimostrare. Mi permetto di dubitare dei sondaggi che circolano.

In definitiva: se primarie hanno da esservi, primarie siano. Ma la sinistra non deve sentirsi minorata perché non ha la sua Meloni: un’aspirante queen – o king – che la crisi mondiale ha già ridimensionato.

 

Andrea Carugati
Il macigno delle primarie per un'alleanza ancora fragile

il manifesto, 26 marzo 2026

Nella storia del centrosinistra non ci sono mai state primarie vere tra due leader di partiti diversi: per Prodi nel 2005 ci fu un plebiscito, la sfida tra Renzi e Bersani del 2012, in fondo, era tra esponenti dello stesso Pd. Le primarie tra Schlein e Conte (più qualche candidato di bandiera) sarebbero un inedito, con tutti i rischi che questo comporta: i due partiti non si sono mai presentati alleati alle politiche, la prevalenza di uno dei due segretari, soprattutto in mancanza di un robusto cemento programmatico, rischia oggettivamente di produrre divisioni, di mettere a rischio l’esistenza stessa della coalizione, di ottenere il risultato che pezzi di Pd e di M5S potrebbero non riconoscersi nella leadership vincitrice.

Per questo, la corsa che sembra ormai partita inesorabilmente verso i gazebo (o un metodo misto col voto online) è prematura. E del resto, anche le candidature scelte per le regioni in cui l’asse giallorosso ha vinto non sono nate da primarie ma da accordi politici: Todde in Sardegna, Fico in Campania, Decaro in Puglia, in Umbria si è scelta addirittura una figura fuori dai partiti, Stefania Proietti. La nascente coalizione non appare ancora pronta a uno stress test di questo tipo. La soluzione migliore sarebbe votare con l’attuale Rosatellum, con l’accordo che, dopo il voto, sarebbe il o la leader del partito più votato il candidato/a premier da indicare al Colle.

Che Meloni abbia la forza, con l’aria che tira, di cambiare la legge elettorale a colpi di maggioranza non è scontato. Se dovesse riuscirci, allora l’indicazione del leader sarebbe davvero necessaria. Schlein ha già chiarito che non è disponibile a tavoli in cui indicare un federatore che non abbia guidato in questi 4 anni l’opposizione in Parlamento. Conte sembra della stessa idea.

Entrambi hanno tutta la legittimità per sentirsi in corsa e non volere papi stranieri imposti dall’alto o da qualche gruppo editoriale. Nessuno dei due vuole cedere lo scettro all’altro senza passare da una consultazione popolare. Legittimo. Anche se i più esperti, come Rosy Bindi, suggeriscono a Schlein di non essere troppo «assertiva», di non escludere già oggi la possibilità di indicare un nome condiviso. E anche Goffredo Bettini, un altro padre nobile dell’alleanza, ha invitato a concentrarsi «sulle questioni di programma».

Un lavoro, quello sul programma, che viene sempre evocato, assai meno praticato. A domanda, Schlein risponde che «non partiamo da zero» e cita le battaglie comuni, dal salario minimo al congedo paritario e la sanità. Tutto vero, ma non è ancora un progetto condiviso per le elezioni. Così come non è una politica estera comune aver condiviso nell’ultimo anno le posizioni su Gaza e ora sulla guerra Usa-Iran. C’è il tema dell’Ucraina, e della sicurezza e difesa europea, che va affrontato di petto, non con botta e risposta episodici come quelli scatenati due giorni fa dal 5S Patuanelli che ha affermato che «con noi al governo fermeremo gli aiuti all’Ucraina» (la destra Pd lo ha fulminato). L’ipotesi è legittima, ma per evitare strappi serve un duro lavoro di mediazione, e un’alternativa plausibile. 

Stesso discorso sul welfare: per una politica espansiva dal punto di vista sociale vanno trovate  robuste coperture, facendo anche delle scelte forti sul piano fiscale: non basta citare, come ha fatto Schlein, il Ponte di Messina o i sussidi ambientalmente dannosi da cui drenare risorse. Serve dire dove si vorranno prendere i soldi, e quanti, e da quali tasche, tema che sta molto a cuore al segretario della Cgil Landini, che da tempo insiste sulla patrimoniale, sulla necessità di non far pagare sempre i soliti noti. Solo Avs finora si è detta disponibile, assai meno Pd e 5 stelle. Per non parlare dell’immigrazione, su cui i 5s hanno una linea assai più dura degli altri.

Temi complicati, su cui è facile scontentare pezzi di elettorato, ma su cui è possibile attrarre i milioni di giovani che hanno votato No al referendum e ora si aspettano proposte che mettano fine alla precarietà e ai bassi salari, così come ai costi fuori portata delle case. Il blocco sociale a cui rivolgere la proposta di governo, al dunque, conta assai più di chi sarà il leader. Il fatto che alcuni milioni di elettori si siano risvegliati dall’astensione indica una strada percorribile. Che passa anche dalla declinazione di una frase spesso ripetuta: «Non faremo gli errori dei precedenti governi di centrosinistra che si sono affidati troppo al mercato». Come si ridà centralità alla politica a scapito del mercato? Domanda che vale almeno un paio di mesi di riflessioni.

Per ora, i partiti stanno imboccando, nella costruzione del programma, strade separate, soprattutto Conte, che ha lanciato un percorso partecipativo in 100 piazze che si chiuderà con una grande kermesse a Milano. Lui, secondo i primi sondaggi (in testa quello di Antonio Noto) parte leggermente favorito nella corsa alle primarie perché pesca voti anche tra gli elettori di Pd e Avs, mentre Schlein rincorre. Lui è più autorevole anche grazie agli anni passati a palazzo Chigi, lei più nuova, anche dal punto di vista generazionale, e non ha sulle spalle le colpe di nessun governo precedente, nel bene (gestione Covid) e anche nel male (i decreti sicurezza con Salvini). Lei ha dalla sua l’aver resuscitato il Pd dopo la debacle del 2022, ma paga l’inesperienza nella gestione di dossier di governo. Lui paga il camaleontismo politico, l’idea di essere approdato a sinistra senza troppa convinzione. Sono due leader per certi versi complementari, e chi immagina un ticket forse non sbaglia. Chi sogna un nuovo Prodi, capace di cucire l’alleanza, non commette peccato. Ma in giro non se ne vedono. Dunque è meglio auspicare che resti il Rosatellum: così le primarie si farebbero nelle urne.





 

 

giovedì 26 marzo 2026

Sull'onda del referendum

Tomaso Montanari
Il progetto politico c'è, e si chiama Costituzione

Il Fatto Quotidiano, 26 marzo 2026

Sarà che abito a Firenze, ma è impressionante la quantità di persone sconosciute che per strada ti fermano a parlare del referendum, o semplicemente ti fanno un enorme sorriso felice. Una gioia contagiosa, legata a una partecipazione elettorale che non si vedeva da gran tempo: su su dai diciottenni che votavano per la prima volta fino ai centenari che si sono trascinati ai seggi con una dignità e una determinazione struggenti. A commuoverli, cioè a muoverli collettivamente ed emotivamente, è stata la difesa della Costituzione. Perché la Costituzione parla una lingua chiara e radicale: sta, senza se e senza ma, dalla parte di chi non ha altro potere o difesa. Non per caso, don Milani la chiamava “la legge che Cristo si aspettava da noi da secoli”: perché la sua lingua è il “sì, sì; no, no” del Vangelo.

Se c’è una cosa che la coalizione alternativa a questa destra deve innanzitutto capire è questa: non si vince ‘al centro’, perché le persone si riportano a votare parlando la lingua radicale della Costituzione. Parlando di giustizia, di solidarietà, di rifiuto della guerra in ogni forma, di difesa dei più deboli in Italia e nel mondo, di redistribuzione della ricchezza, di progressività fiscale, di diritto alla diversità e diritto all’eguaglianza. Finora anche il centrosinistra ha fatto sempre i conti dando per scontato che fosse impossibile allargare la base dei votanti: un meccanismo regressivo che a ogni tornata elettorale espelleva altri elettori. Lo confesso: io stesso non ho votato alle ultime Regionali, perché la Toscana non correva il rischio di passare a destra e la proposta del centrosinistra era quella di una davvero troppo grigia prosecuzione dello stato delle cose.

Ebbene, ora è il momento di cambiare, di rovesciare il tavolo, di ascoltare il nostro popolo – il popolo della Costituzione. Per decenni la sinistra ha inseguito una destra che soffiava sull’egoismo e sulla paura. Dalla precarizzazione del lavoro alla pessima riforma del Titolo V fatta ascoltando la Lega; dall’acquiescenza alle troppe guerre occidentali alla criminalizzazione dell’immigrazione culminata nelle scelleratezze delle leggi di Minniti; da una fiscalità non secondo Costituzione alle riforme pessime della scuola e università fino allo smontaggio del sistema sanitario, e a una incomprensibile timidezza sul cruciale tema ambientale: su tutto questo, e moltissimo altro, è l’ora di voltare pagina. È stata fortissima, nella campagna referendaria, la consapevolezza che una destra bandita dalla Costituzione la volesse colpire, smontare, abbattere. Ma il punto cruciale da comprendere è che essere antifascisti oggi vuol dire innanzitutto attuare la Costituzione della Repubblica. Si combatte lo scivolamento autoritario del Paese attuando l’articolo 3 della Costituzione: vera, sostanziale, eguaglianza fra uomini e donne, fra persone di pelle bianca e di pelle nera, valorizzazione delle differenze e redistribuzione della ricchezza, in un Paese sfigurato sempre di più dall’abisso che separa ricchi e poveri.

Il progetto politico c’è: si chiama Costituzione ed è capace di riportare a votare abbastanza persone da ribaltare un quadro politico che fin qui sembrava immobile. Sul piano tattico, l’unico che pare interessare al circo mediatico-politico, questo significa: liberarsi definitivamente di Renzi (che ha militato con ogni mezzo per il Sì) e di Calenda, la cui inclusione produce assai più astensioni dei pochi voti che riescono a portare inchiodando lo schieramento a posizioni regressive; aprirsi davvero al popolo della Costituzione e alle sue associazioni e articolazioni, dalla Cgil al mondo cattolico, all’universo delle donne e della diversità; non partire dal tema della leadership e dal feticcio delle primarie, cioè non costruire la casa iniziando a litigare sul tetto. Da questo punto di vista, le prime note della politica televisiva dopo la vittoria del No sono state stonate: il Paese aveva parlato la lingua altissima dei principi della Costituzione, e i capi del centrosinistra iniziavano subito a preoccuparsi del loro posizionamento e potere. La cosa più intelligente l’ha detta Elly Schlein, citando il referendum sull’acqua: che fu una grande pagina e poi subito un’occasione politicamente perduta. Stavolta non possiamo permetterci che accada qualcosa del genere: la Costituzione non reggerebbe a un altro mandato di governo di questa destra autoritaria, corrotta e pericolosa. Una destra che è oggi maggioranza solo in Parlamento, mentre è clamorosamente minoranza in quel popolo (loro dicono ‘nazione’) che sempre invocano per legittimarsi a comandare senza limiti. Ora è chiaro come batterla definitivamente: parlando la lingua della Costituzione, riportando la gente a votare. Mancare l’obiettivo, questa volta non è un’opzione.

martedì 1 luglio 2025

Una comunista cilena


Gennaro Carotenuto

Cile, la comunista Jeannette Jara vince le primarie. Ora viene la sfida più difficile
Domani, 1 luglio 2025

Sarà la comunista Jeannette Jara, già ministra del Lavoro di Gabriel Boric, a sostenere la sfida – difficile – di non consegnare un Cile sempre più polarizzato all’estrema destra di José Antonio Kast nelle presidenziali del 16 novembre.

È questo l’esito delle primarie di domenica 29, dove Jara si è imposta col 60 per cento su quella che fino a un mese appariva la favorita, la socialdemocratica Carolina Tohá (28 per cento), già ministra degli Interni e figlia di José Tohá, socialista, anch’egli ministro degli Interni di Salvador Allende, sopravvissuto alla battaglia della Moneda, poi fatto assassinare da Pinochet.

Una svolta

 

Fino a poche settimane fa Jara non superava il 30 per cento nelle aspettative di voto e, solo nelle ultime settimane, si era percepito che la vittoria di Tohá, considerata da quasi tutti i politologi nazionali come la figura più opportuna per sconfiggere le destre, non fosse più così sicura. Nel discorso di accettazione, molto cilenista, ovvero puntando sull’orgoglio nazionale come s’usa da queste parti, ha lanciato il primo segnale sulla linea che prenderà la campagna già lanciata: «Continueremo a essere un paese libero, indipendente e sovrano».

La partecipazione al voto, di 1,4 milioni, è stata relativamente bassa, con il governo che, esagerando, chiamava a raggiungere i due milioni. Questa ha indubbiamente favorito Jara, capace di contare sulla militanza tradizionale comunista, in pochi paesi al mondo tuttora radicata e diffusa come nel paese australe, ma il suo successo appare così netto da avere sia caratteristiche personali.

Così, per la prima volta dal ritorno della democrazia, il campo progressista avrà una candidata comunista. I precedenti recenti sono di quando nel 1999 Gladys Marín ottenne il 3,2 per cento al di fuori della Concertazione e del 1970, quando il PCCh candidò ufficialmente Pablo Neruda, poi ritiratosi per convergere su Salvador Allende il 4 settembre.

Jara, 51 anni, militante della Jota (Gioventù Comunista) dal 1989, appena compiuti 14 anni, avvocata e amministratrice pubblica, è una politica esperta che in queste settimane di esposizione mediatica ha mostrato molto più carisma della rivale Tohá. Sottosegretaria di Michelle Bachelet (2016‑2018), e soprattutto ministra del lavoro del governo Boric (2022‑2025), ha costruito il suo consenso con riforme emblematiche come la settimana lavorativa di 40 ore e un consistente aumento del salario minimo. In un partito ancora ufficialmente marxista-leninista e vicino alla Rivoluzione cubana, che ha definito «una democrazia distinta», mentre si è distanziata dal Venezuela di Maduro definito «un regime autoritario», la prima sfida sarà quello di mostrare un profilo progressista capace di tenere insieme una tradizione plurale del centro sinistra e sconfiggere le destre al ballottaggio.

Cosa si muove a destra


La destra è favorita per novembre, e non solo per il profilo polarizzante di Jara, ma il cammino non le sarà facile. Senza primarie i candidati saranno tre: la più moderata Evelyn Matthei, battuta nel 2013 da Michelle Bachelet con un modesto 37 per cento al ballottaggio, l’ultra José Antonio Kast, sconfitto da Boric nel 2021 col 44 per cento e l’emergente libertario (una versione transandina di Milei) Johannes Kaiser.

Sono le cosiddette tre destre, una sorta di attacco a tre punte, pronto a riunirsi nel ballottaggio. Matthei, figlia di un generale golpista, è la più centrista con tinte quasi liberal. Kast è il conservatore duro e puro, che quattro anni fa appariva la destra più estrema possibile, oggi superato dall’odiatore populista Kaiser.

Se a lungo nei sondaggi andava in testa Matthei, oggi questa è in caduta libera. Per il 16 novembre, ma tanta acqua dovrà passare sotto i ponti del Río Mapocho fino allora, Kast è valutato intorno al 24 per cento e Jeannette Jara al 16 per cento (dato che non contempla ancora il successo nelle primarie). La contesa, con ogni evidenza, si risolverà il 14 dicembre al ballottaggio.

sabato 23 settembre 2017

Pentastellati, i dubbi persistenti


Paolo Madron, Le Dimaiarie sono il requiem del Movimento 5 stelle, Lettera 43, 22 settembre 2017

Informa il programma che il congresso riminese del Movimento 5 stelle inizierà con una partita di calcetto tra militanti. Di calcetti (sugli stinchi) per la verità se ne stanno già dando in abbondanza fuori dal campo. Ma sono falli tattici, di ostruzione e non di cattiveria. Roberto Fico, il grande oppositore, si guarda bene dall’attaccare a viso aperto: tace, sguscia via, gioca morettianamente sino all’ultimo sulla decisione di esserci o di non farsi vedere: mi si nota di più se vengo e me ne sto in disparte o se non vengo affatto? Tace anche un altro dei big, Alessandro Di Battista, che formalmente sta con Di Maio ma che ai suoi fa sapere di non essere per nulla contento del pasticciaccio che ha portato alla designazione del candidato premier.
L’IMPIANTO CHE NON REGGE. In effetti il clima della vigilia è surreale, condito com’è da una serie di incognite, disguidi e complottismi vari: reggerà la piattaforma Rousseau all’onda d’urto degli hacker, quanti voti si mangeranno le falle del sistema, siamo sicuri che un clic vale uno? Ma al di là delle tecnicalità, è tutto l’impianto simbolico che non regge. Far scegliere via web agli iscritti un vincitore già designato è roba che nemmeno i dorotei all’apice del loro splendore avrebbero potuto immaginare. Poi si può anche strologare sull’affluenza oltre le aspettative, tanto da dover prorogare l’apertura virtuale dei seggi, sull’entusiasmo della base nell’ora delle scelte fatali, come può essere quella di decidere chi mandare in caso di vittoria a Palazzo Chigi.
Ma è solo propaganda, tentativo di rimediare in zona Cesarini a una figuraccia mondiale. Che oltretutto pone un problema di natura identitaria grande come una casa. Nella sua strabordante prolissità narcisa, lo ha ribadito numerose volte Lettera43.it e lo ha riassunto bene il professor Becchi, ideologo grillino della prima ora poi diventato grande oppositore: i pentastellati erano nati come movimento e ora sono affetti da una snaturante metamorfosi che li sta trasformando in un partito. E queste primarie ne sono l’esempio più illuminante e ipocrita. Di Maio da tempo è stato incoronato dalla premiata ditta dei fondatori ma per salvare le apparenze la sua designazione deve passare per la Rete.
VERTICISMO DA VECCHIA NOMENCLATURA. Sarebbe bello, ma temiamo non sia così, che gli ortodossi alla Fico e compagni avessero rifiutato di correre non perché invidiosi della scelta fatta da Grillo e Davide Casaleggio, ma perché convinti che il modo in cui è avvenuta l’incoronazione di Di Maio sia quanto di più estraneo ai principi fondanti del movimento. Che sta passando dalla configurazione liquida, orizzontale, a un’organizzazione chiusa e verticista propria delle vecchie nomenclature. Quanto questo poi incida sul consenso di cui godono i 5 stelle tra gli elettori, granitico a tal punto che nemmeno le imbarazzanti figure rimediate a Roma, Genova e più di recente in Sicilia almeno a sentire i sondaggi sono riuscite a scalfire, saranno le Politiche di primavera a deciderlo.

https://www.ft.com/video/f29e8f29-24c7-4f41-a7b1-ebb0effdec83

James Politi and Hannah Roberts, Five Star Movement: the unanswered questions about Italy’s populist party, Financial Times, 19 settembre 2017 (segnalato da Fabio Bordignon)

sabato 30 novembre 2013

La trascrizione del confronto in tv





la Repubblica, 30 novembre 2013


Come per ogni partita che si rispetti, ecco la telecronaca della sfida per chi se la fosse persa in tv (su SkyTg24, in chiaro su Cielo o in streaming su Youdem). Dopo alcune notizie biografiche sui candidati, annunciati in perfetto stile X Factor, si comincia con le domande. Risponde prima Cuperlo, poi Renzi e infine Civati, in base al sorteggio fatto in precedenza.

Semprini: Che cosa chiederà al governo Letta il 9 dicembre qualora diventasse segretario del Pd?
Cuperlo: il governo deve mettere al centro il dramma del Paese. Ci sono milioni di persone che non ce la fanno più. Bisogna intervenire subito con azioni mirate contro la crisi. Al primo posto va messo il lavoro.
Renzi: oggi c'è anche Berlusconi all'opposizione, e ha sette vite come i gatti. Il governo deve uscire dalla sindrome della paura degli altri. Bisogna cambiare subito la legge elettorale. Rilanciare il lavoro, la ricerca, lo sviluppo. E ridare un minimo di speranza e passione agli italiani. Il governo Letta siamo noi, il Pd, più altre tre o quattro partitini. Non dobbiamo farlo cadere.
Civati: dobbiamo cambiare la legge elettorale, farlo immediatamente. E poi dobbiamo tornare al voto, nella primavera 2014, per creare un governo politico senza ricatti.

Semprini: Quanti soldi si possono recuperare da privatizzazioni di asset pubblici e dismissioni?
Renzi: Ci sono privatizzazioni fatte bene, altre male, come Telecom e Alitalia. Prima di privatizzare e dismettere, bisogna cambiare il modo di concepire l'economia in questo Paese.
Civati: Più che di privatizzazioni preferirei che si parlasse di liberalizzazioni: la concorrenza è più importante. Facciamo una norma sul conflitto di interessi.
Cuperlo: Veniamo da anni in cui ci hanno detto in cui tutto ciò che era pubblico veniva concepito come negativo. La scuola pubblica, ad esempio, non si può privatizzare. Ci abbiamo investito troppo poco. La dimensione del pubblico nell'innovazione non può essere trascurata.

"Deduco che nessuno dei tre ha un piano di privatizzazioni", conclude Semprini. E Renzi ribatte: "Lei mi ha chiesto che cosa ne pensassi del piano di Letta, io un mio piano ce l'ho. La sinistra sulle privatizzazioni si deve far perdonare molte cose. Con i capitani coraggiosi ci ha perso la faccia".

Semprini: c'è il rischio che queste primarie possano essere un fallimento?
Civati: spingeremo le persone per portarle alle urne, saremo "spingitori" di primarie. Puntiamo a 3 milioni.
Cuperlo: penso che almeno due milioni di persone andranno a votare. Siamo una forza popolare. Il mio obiettivo è conquistare il consenso delle persone che pensano che il partito sia una cultura, un'identità, un senso della storia.
Renzi: credo che saranno due milioni le persone che andranno a votare e spero di prendere il 51 per cento.

Semprini: qualcuno ha barato nel voto dei circoli?
Cuperlo: non ho fatto polemiche, ma penso che la trasparenza in un partito come il nostro sia la prima cosa.
Renzi: Cuperlo e Civati sono galantuomini e non barano. Spero pensino lo stesso di me. Sono andati a votare 297mila italiani e per 2 o 3 casi discutibili sono passati per 'tesseropoli': se ci sono casi aperti risponderanno di fronte a magistratura
Civati: chi ha barato lo ha fatto solo a livello locale e lo butterei fuori a calci.

Semprini: ci dica il suo stipendio, le proprietà a lei intestate e quanto ha raccolto finora in finanziamenti
Renzi: guadagno 4300 euro come sindaco, ho una casa con un mutuo trentennale e una macchina in comproprietà con mia moglie, ho raccolto 67mila euro. Avevo anche una bici ma me l'hanno fregata.
Civati: ho lo stipendio da parlamentare, 8mila euro, una macchina, sono in affitto. Ho raccolto 77mila euro
Cuperlo: guadagno quanto Civati, sono in affitto, ho una macchina del '98, una vespa nera 300, un cane che si chiama Floyd. Ho raccolto 70-80 mila euro, ma non saprei dirlo con precisione.

Semprini: pensa che l'avversario del Pd sarà ancora Berlusconi?
Cuperlo: mi auguro di no, per il futuro della democrazia di questo Paese: non esiste una sola altra realtà dell'Occidente dove un unico leader politico resti sulla scena ininterrottamente per venti anni.
Renzi: non lo so, sono vent'anni che Berlusconi ci detta l'agenda e ci dice di cosa dobbiamo discutere. Basta. Io sogno una sinistra che vinca e convinca.
Civati: sarà ancora il nostro avversario, non è cambiato granché. Si presenterà come fanno gli imprenditori dalle mie parti: 'Berlusconi & figli', 'Berlusconi & eredi'. Noi facciamo le primarie, loro fanno le 'ereditarie'. Non mi fido di Alfano. Loro dicono che sono cugini. E sono cugini di campagna. E la campagna è quella elettorale.

Semprini: Ci racconti il suo piano di spending review, dove andrebbe a tagliare per risparmiare?
Renzi: la spending review si fa mettendo on line ogni singola spesa, non facendo i professoroni coi numerini. Non importa che alla spending review ci sia un commissario del Fmi, basta un ragazzo di Rignano sull'Arno per capire che basta mettere tutte le spese online.
L'elenco online immediatamente produce nei cittadini un controllo sociale, come ho fatto io a Firenze.
Civati: comincerei a tagliare le spese centrali dello stato. Bisogna chiarire come si spendono i soldi nella Sanità.
Cuperlo: tagliamo i doppi o tripli incarichi, andiamo a colpire le vere aree di privilegio, ma non tagliamo in modo indiscriminato la spesa come abbiamo fatto in questi anni.

Semprini: cosa promette alle donne che non trovano un lavoro stabile e vorrebbero crearsi una famiglia?
Civati: il problema non è la questione femminile, ma maschile: anche oggi qui siamo tre uomini e non va bene. Quando mi si dice di tirare fuori la palle io dico che le palle le voglio tenere dentro.
Cuperlo: una legge sulla parità di salario tra uomo e donna.
Renzi: alle donne non prometto niente perché negli anni hanno promesso troppe cose in troppi". Cara Francesca (dice rivolgendosi a un'immaginaria telespettatrice, ndr) sappiamo che l'Italia non ha posto in asilo nido: Lisbona dice il 3% ma siamo al 14%. Sappiamo che c'è un problema di stipendio. C'è problema di servizi, di orari. E la politica non si rende conto cosa significa per una mamma coordinare la gestione di una famiglia, spesso con un padre assente, con il lavoro. Francesca, ti dico che il Jobs act lo faremo con te e non senza di te".

Semprini: è possibile superare il vincolo europeo del 3%?

Cuperlo: se sarò segretario lo dirò: il governo vada in Europa e spiegare, battendo i pugni, che la strategia di questi anni è fallita: l'idea che si parte dal rigore per poi creare crescita e lavoro, è come il chirurgo che esce dalla sala operatoria e dice: "l'intervento è perfettamente riuscito e il paziente è morto".
Renzi: l'Europa è un'idea comune, è la casa dei nostri figli. Da vent'anni a questa parte l'abbiamo lasciata in mano ai burocrati di Bruxelles. Che quando accade un disastro come Lampedusa si girano dall'altra parte. Dobbiamo mettere in discussione il trattato di Maastricht, dico no all'Europa dei ragionieri.
Civati: la penso come Romano Prodi e gli dedicherei un applauso. Sono d'accordo con Prodi quando ricorda che il 3% è solo un numero. Dobbiamo essere rigorosi ma dobbiamo chiedere che scuola e ricerca siano fuori dal conto del debito. E poi fare anche Italia si faccia il reddito minimo.

Dopo aver richiamato Prodi nella sua risposta, Civati ritorna sulla mancata elezione del Professore a Capo dello Stato, una ferita rimasta aperta nel Pd: "Non aver eletto Prodi a presidente della Repubblica è stato uno degli errori più gravi del centrosinistra". "Un partito è una comunità - replica Gianni Cuperlo - io ho votato Marini ed ho votato Prodi, qualcuno no. Quando si decide una cosa la si rispetta".

Semprini: E' d'accordo su una patrimoniale?
Renzi: io le tasse a Firenze le ho abbassate davvero. E' giusto che chi ha di più debba dare di più, ma prima dobbiamo dare il buon esempio noi.
Civati: si, sono d'accordo, ma prima bisogna fare l'anagrafe di patrimoni. La tassazione deve essere progressiva.
Cuperlo: vedo che i miei avversari sono piuttosto prudenti su questo tema. La mia risposta invece è un netto si, è giusto avere una patrimoniale in un Paese che soffre come l'Italia. Non per colpire la ricchezza ma per redistribuirla.

Semprini: un bilancio di questi sei mesi del governo Letta.
Renzi: dò a Letta un voto sufficiente, tutti gli daremo una mano. Non voglio prendere il suo posto. Siamo una squadra.
Civati: il mio voto non raggiunge la sufficienza, per colpa dell'impianto di questo governo.
Cuperlo: voto più che sufficiente, ha restituiro credibilità e autorevolezza al nostro Paese sulla scena internazionale. Ora bisogna cambiare passo e intervenire più decisamente sul lavoro.

Semprini: la vostra posizione su affidi, adozioni e unioni civili delle coppie gay.
Civati: io sono per l'assoluta uguaglianza, per i matrimoni ugualitari. Non voglio reticenze, né imbarazzi. Sono favorevole anche ad affidi e adozioni.
Cuperlo: io penso che non dobbiamo avere paura delle parole, ma amare le persone. Estendere i diritti civili non è mai un gioco a somma zero, aiuta tutti. La questione delle adozioni, invece, è complessa, va discussa in maniera più approfondita.
Renzi: invidio molto chi spara certezze, vado più cauto su questi temi rispetto a Gianni e Pippo. Ma si parla tanto, poi si va in Parlamento e si devono presentare gli atti. Non impantaniamoci in discussioni sul matrimonio, altrimenti non si fa nulla nemmeno stavolta. Io sono per la civil partnership, perchè passi la legge sull'omofobia, e la step child adoption".





Semprini: qual è la miglior legge elettorale per i cittadini?
Cuperlo: mai più con questa legge elettorale, non si può tornare a votare con il Porcellum. Penso che la migliore sia un doppio turno di collegio, che garantisca ai cittadini la più ampia rappresentanza.
Renzi: Non c'è una legge elettorale ideale purché garantisca governabilità e no all'inciucio.
Ecco tre possibili modelli: il Mattarellum con un premio di maggioranza al 25%, il sistema dei Comuni sopra i 15 mila abitanti con doppio turno oppure il sistema dei Comuni sotto i 15 mila abitanti con la garanzia che chi vince governa.
Civati: Quagliariello e Violante stanno scrivendo le bozze da due anni. Secondo me c'è del tenero. Sono d'accordo anche io con il doppio turno.

A questo punto Cuperlo replica provocando Renzi sul presidenzialismo: "Hai proposto la legge elettorale sul modello del 'sindaco d'Italia, se sarò segretario io mi impegnerò per impedire qualunque deriva di tipo presidenzialistico del nostro ordinamento repubblicano, puoi prendere lo stesso impegno?". "La mia - replica Renzi- non è una proposta costituzionale, può diventarlo ma non sono affezionato al modello. Non mi mettere in bocca parole che non sono le mie parole e sono le tue parole".

Semprini: Dal 9 dicembre la Cancellieri resta al suo posto?
Renzi: lo dovrebbe decidere il presidente del Consiglio e mi sembra che lo abbia già fatto. Ma lei pensa che io voglio fare il segretario di un partito per cambiare un ministro? Io ho ambizioni un po' più grandi, voglio cambiare l'Italia.
Civati: se la questione torna in Senato dobbiamo riaprire la discussione. Se vinco la mia posizione torna di attualità. E' sbagliato chiedere fiducia a tutto il governo o chi sbaglia non cambia mai.
Cuperlo: penso che dobbiamo recuperare un principio di responsabilità anche da un punto di vista individuale, ho rispettato le opinioni del ministro sulla non interferenza, ma c'è stato un grave problema di opportunità. Tuttavia non tocca a noi presentare una mozione sfiducia verso questo governo.

Semprini: Due metodi per non vincere nemmeno questa volta alle elezioni?
Civati: dobbiamo smetterla di inseguire i moderati. Dobbiamo essere più netti.
Cuperlo: dobbiamo riconquistare la fiducia di questo Paese per i valori e i principi che esprimiamo.
Renzi: bisogna pensare che la politica sia tentare di essere orgogliosi del futuro.

Semprini: due nomi da inserire nel vostro Pantheon di sinistra

Cuperlo: so che nel Pd sono confluite culture diverse che io rispetto. Ma Enrico Berlinguer ha testimoniato un'idea della politica alta e della moralità in politica. E poi Rosa Parks, tra due giorni c'è l'anniversario. E ha cambiato la storia dei diritti umani nell'Occidente.
Renzi: Meme Auzzi, segretario dei Ds di Firenze e sindaco di Incisa, morto nel 2006. Lui avrebbe sostenuto Cuperlo, ma era un coraggioso militante del Pd che aveva una passione straordinaria. Il secondo è Don Primo Mazzolari.
Civati: Posso citare due persone che stanno benissimo? A me piace il sindaco di New York e il sindaco antimafia di Monasterace Maria Carmela Lanzetta che si è dovuta dimettere.
Ma io non la metto nel Pantheon: è candidata con me e la porto nella direzione del partito.

Si arriva all'appello finale. Cuperlo richiama i valori della sinistra: "Negli anni della crisi ci sono milioni di donne e uomini che hanno perso anche una parte della loro dignità - dice - e la più grande responsabilità che sta in capo alla classe dirigente che sta qui è proprio restituire speranza, dignità e una prospettiva di cambiamento a questo Paese. Vorrei un Pd - conclude Cuperlo - che riscopra questa dimensione culturale, i suoi principi e i suoi valori da interpretare con orgoglio e coerenza", ha proseguito, per dire "a una ragazzo: vieni da questa parte perché è la parte giusta".

Civati si rivolge ai giovani: "Il mio Pd è un partito degli elettori ma soprattutto dei ragazzi e delle ragazze di questo paese. Voglio dire che saremo al loro fianco perché ci crediamo.
Torniamo alla vostra freschezza diamo a voi il protagonismo che meritate. E poi, smettiamola di chiamare giovani i quarantenni". E conclude: "Fatelo per voi e se posso essere egoista, fatelo per mia figlia che ha solo un anno e che si merita un Paese più bello".

Renzi nel suo appello finale ha citato le intercettazioni della baby squillo minacciata dalla madre di non andare più a scuola, una intercettazione che "ferisce il cuore perché fa pensare che l'unico valore che portiamo è economico, io sono cresciuto pensando che il valore" non è solo questo, "il mio Pd proverà a restituire valori e per una volta a far vincere la sinistra che si è stufata di partecipare".

giovedì 2 maggio 2013

Il mistero svelato dei 101

Umberto Cherubini

PD: paradossi democratici. Bersani fa le primarie in pompa magna e viene tradito da uno su quattro. Gesù Cristo, che scelse gli apostoli senza le primarie, fece molto meglio: uno su dodici. È un problema di funzionamento della democrazia? O è un problema della politica come professione? Forse è un problema di tutte e due: politica di professione e democrazia non stanno insieme.
Fenomenologia dei 101. Provate a fare un gioco di ruolo. Siete uno dei 101 che ha acclamato Prodi nella riunione dei grandi elettori e non lo ha votato il giorno dopo. Che tipo siete? Perché avete fatto questa scelta? E ora cosa state facendo? Cominciamo dalle cose semplici. In primo luogo, siete contrari a Prodi, anche se gli psicologi potrebbero trovare controesempi: amo Prodi e quindi gli voto contro, per un qualche complesso moto dell’inconscio. Diciamo però che siete contrari a Prodi, e lo siete per motivi politici. Siete appena usciti dalla riunione in cui avete ricevuto l’indicazione di votare Prodi. Non siete intervenuti, forse avete cambiato idea nella notte, forse avete parlato con qualcuno. In fondo, solo i cretini non cambiano idea (anche se questo non vuol dire che anche i cretini lo facciano). Ma tant'è, non volete votare Prodi. E ne siete convinti, perché se non lo foste la scelta giusta sarebbe votare, tanto la probabilità che Prodi raggiunga il massimo dei voti è bassa. Voi votate perché volete stroncare eventuali insistenze sul nome Prodi nelle votazioni successive.

Volete dare un segnale chiaro. L'avete fatto, e avete raggiunto l'obiettivo. Ora ci sono due scenari. Il problema è risolto, e allora è il caso di spiegare perché è stato risolto. Il problema non è risolto? Allora, è il caso di uscire allo scoperto e dare il colpo finale. E' qui che non riusciamo più ad andare avanti con il gioco. E' il silenzio dei 101 che non è spiegabile in nessuna forma logica, se la logica resta all'interno della contesa politica. Possibile che non ci sia nessuno che abbia la voglia di parlare, se non per motivi di trasparenza pubblica almeno per motivi di vanità privata? Possibile che a nessuno non venga neppure in mente di intonare il: "sono qui per seppellire Prodi e non per lodarlo"? Nessuno che senta neppure il bisogno di far sapere le proprie ragioni in forma anonima?
Questo è il mistero dei 101: una falange così compatta, con un silenzio così ostinato, che ci ricorda gli eroi. Una falange senza un capo, ma che si muove come un uomo solo. I conti non tornano, però, perché gli eroi finiscono il lavoro. Gli eroi non potrebbero tollerare che la loro ombra segua il nuovo capo del governo, lasciando anche e soprattutto aperto il sospetto che lui sia uno di loro. In questo caso gli eroi parlano. E allora in questa politica pirandelliana emerge, come sempre, una realtà diversa, che però non ci sorprende mai. E ci viene da sorridere, con amarezza e tenerezza, pensando che quando lo smacchiatore di giaguari minacciava i 5 Stelle: "se si va a casa, si va a casa tutti", i 101 drizzavano le orecchie e prendevano appunti.
Abbiamo quindi provato, con un vero e proprio teorema, che i 101 non hanno votato né in coscienza né in incoscienza. Hanno difeso il loro posto di lavoro. Il fatto che la falange sia altrettanto compatta di una falange di eroi non deve ingannare. Ricordiamoci che anche ai tempi della compravendita di parlamentari regnava il silenzio (almeno sul prezzo). E in questo silenzio, è lecito supporre tutto, anche che un'altra compravendita si sia verificata.
Dopo il teorema, il corollario. Chi può avere paura di perdere il posto? Uno che esercita una professione. Ecco il punto focale. Il teorema implica che i 101 sono politici di professione. Sono casta. Sono la prova e il sintomo di una questione morale che persiste nella sinistra, e che noi di sinistra non siamo più disposti a tollerare.
E, alla fine, i 101 ci lasciano una domanda complessa sulla selezione della classe politica. Come è possibile che un personale politico così scadente sia stato selezionato con le primarie? Perché la democrazia non ha funzionato? Perché ha selezionato personale politico con interessi privati? Su questo non ci sono teoremi, ma una congettura. Il politico di professione è un concetto in
contrasto con la democrazia. I professionisti si scelgono, non si eleggono. Quando dovete chiamare un trombaio fate le primarie?
In conclusione, abbiamo provato che i 101 hanno mostrato l'incompatibilità tra democrazia e politica di professione, hanno profanato le primarie, e adesso seguono, come follower indesiderati, l'operato del governo. La scienza procede a forza di controesempi. Se uno dei 101 vuole inviare un controesempio al mio teorema, lo può fare anonimanente, mi auguro qui su Linkiesta.
In mancanza di questo controesempio, che non arriverà, la diagnosi è infausta. Stiamo lavorando con un governo debole, e con un parlamento che andrebbe sciolto, per la sola esistenza dei 101, e nessuno dell'attuale compagine del PD dovrebbe essere candidato alla prossima elezione, a meno che non si chiarisca il mistero dei 101. Questa è compattezza e unità, e questa è la politica: quando qualcuno sbaglia (e 101 sono più di qualcuno), si paga tutti.

Fonte  http://www.linkiesta.it/blogs/cosi-e-se-traspare-storie-finanza-e-mancanza-trasparenza/la-scarica-dei-101-e-le-primarie#ixzz2S7fwJfim

La vicenda dei 101 secondo Fabio Martini (La Stampa)
Giornalettismo, 26 gennaio 2015

Quirinale, come andò veramente che i 101 parlamentari del Partito Democratico silurarono la corsa di Romano Prodi al colle più alto? Dopo le affermazioni di Stefano Fassina, esponente della minoranza del Partito Democratico, su la Stampa di oggi Fabio Martini pubblica un ampia ricostruzione dei giorni che cambiarono il corso della legislatura e che aprirono la strada al fallimento della segreteria di Pierluigi Bersani.

QUIRINALE, LA STORIA DEI 101 PARLAMENTARI CHE SILURARONO PRODI - “Matteo Renzi fu il capo dei 101 che affossarono Romano Prodi”, ha recentemente affermato Stefano Fassina. Le cose, racconta Martini, sarebbero andate in modo totalmente diverso: “È la sera del 18 aprile 2013″, racconta il cronista della Stampa, “e il giorno prima si era consumato il flop di Franco Marini, candidato al Quirinale dell’accordo tra Bersani e Berlusconi. In quelle ore il Pd sta decidendo di cambiare cavallo e strategia e a quel punto il sindaco di Firenze Matteo Renzi, sempre così restio a farsi vedere a Roma, si scomoda. Convoca i «suoi» 35 parlamentari al ristorante e gli comunica: “Si vota Prodi”. Dunque, le affermazioni di Fassina, scrive Martini, sarebbero “prive di fondamento” perché l’attuale segretario del Pd avrebbe dato ordine ai parlamentari a lui vicini di votare il Professore, se non altro perché se allora si fosse formato “un governo di legislatura, lui rischiava di finire per cinque anni nel freezer”. Così, da Eataly di Roma arriva la direttiva agli esponenti renziani: si voti per Prodi.

LA CANDIDATURA DI MASSIMO D’ALEMA - “Ma quella notte accadono altre due cose decisive”, continua Martini: “Bersani, dopo aver fatto ritirare Marini, sta precipitosamente convergendo anche lui su Prodi. Confida oggi Marini: “La rapidità con la quale Bersani ha lanciato Prodi, senza preparare troppo la candidatura, si spiega in un modo solo: provò a giocare d’anticipo perché temeva una candidatura di D’Alema a quel punto vincente”. L’operazione da bloccare non era quella di Prodi, dunque, ma quella di Massimo d’Alema, pronto sulla rampa di lancio: “D’Alema fa sapere di essere pronto a sfidare Prodi. A scrutinio segreto! Scontro lacerante ma vero tra i duellanti di un ventennio. Nel cuore della notte vengono preparate le schede per la mattina successiva”. La mattina dopo, prestissimo, Pierluigi Bersani propone ai parlamentari del Pd il nome di Romano Prodi: candidatura, come è noto, accolta all’unanimità dai parlamentari del Pd, giusto? Sbagliato: “All’annuncio del nome di Professore, le prime due file, ma solo quelle, si alzano in un applauso entusiastico, Bersani e Zanda «cedono» all’acclamazione senza voto”. D’Alema dirà a Marco Damilano nel suo ultimo libro che quella sera “in sala c’è stato l’errore grave di chi doveva parlare e non lo ha fatto”, ovvero di Anna Finocchiaro, che avrebbe dovuto opporsi all’acclamazione e chiedere la conta.

RODOTA’ NON SI RITIRA - Romano Prodi è candidato da Pierluigi Bersani, dunque, ma nessuno lo chiama. Dovrà essere lui a telefonare a due esponenti cruciali per la definizione della corsa al Quirinale: “Telefona a Massimo D’Alema, che è sincero e gli dice: «La situazione, dopo l’esito del voto su Marini, è molto confusa e tesa». Prodi annota mentalmente: D’Alema non mi farà votare dai suoi. Poi chiama il suo vecchio amico Mario Monti, che gli rinnova tutta la sua amicizia ma gli dice: “Romano la tua candidatura è divisiva…”. Né i dalemiani, né l’area centrista, dunque, sosterranno il Professore al Colle; Stefano Rodotà, ancora in campo per il Movimento Cinque Stelle, fa sapere che davanti al nome di Prodi non intende ritirarsi dalla corsa: l’ex garante della Privacy “fa capire che a chiamarlo deve essere Bersani e comunque l’essenza del passaggio è chiara: davanti ad una soluzione «alta» come quella di Prodi, Rodotà non si ritira”. Pochi minuti dopo Prodi confida alla moglie: “Non passerò”. E la frittata è ormai fatta.