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mercoledì 1 ottobre 2025

Quello strano ometto

 


Avvenire, 1 ottobre 2025

Nel racconto di Aldo Cazzullo il santo che tutti ammirano
Franco Cardini

«Perché a te?». In una fonte francescana questa è la domanda ossessiva, intrisa di uno stupito e stizzito rancore, che a Francesco viene rivolta da un suo confratello meravigliato del fatto che tanto successo e tanta gloria fossero toccati proprio a quello strano ometto non bello, dall’aspetto poco affascinante (eppure quanto straordinario fascino, quanta forza seduttiva, doveva promanare la lui!), infagottato in un abito di sacco tutto pieno di toppe colorate che lo facevano sembrar un giullare, un arlecchino. E forse è proprio un libro dedicato ad Arlecchino e dovuto alla penna di Massimo Oldoni, noto medievista, ch’è a quel che pare sfuggito all’attenzione di Aldo Cazzullo mentre invece gli avrebbe giovato. Ma è questo, e solo questo, il rilievo che sento di contestare al celebre ed eccellente giornalista piemontese. In realtà, Aldo Cazzullo è molto più che un giornalista, sia pure di eccellenza e di successo. È un vero e proprio opinion maker ormai si può dire onnipresente: e la diffusione dei suoi libri più letti o quantomeno più venduti (Il Dio dei nostri padri ha superato le 400.000 copie) la dice lunga al riguardo. Non è davvero fortuito se l’approssimarsi dell’ottocentesimo anniversario del “Transito”, la “nascita in cielo” del Povero d’Assisi, abbia ispirato insieme – nel profluvio di carta stampata, immagini, impulsi elettronici e rievocazioni che già lo stanno caratterizzando – tanto il “caso giornalistico” Aldo Cazzullo quanto il “caso accademico-mediatico” Alessandro Barbero, un altro piemontese.

Francesco il primo italiano: questo il titolo del “successo annunziato” di Cazzullo (HarperCollins, pagine 264, euro 19,50). Ignoro – sto parlando sul serio – se sia felice o infelice, casuale o voluta da qualcuno, la circostanza dell’uscita quasi contemporanea nelle librerie e sulla ribalta mediatica del San Francesco di Alessandro Barbero, a sua volta et pour cause “successo annunziato”. Ma si tratta di due opere molto diverse fra loro e pertanto concorrenziali forse a livello mercantile, tuttavia obiettivamente complementari grazie proprio alla loro reciproca estraneità: al punto da renderne consigliabile una loro lettura non già “incrociata”, bensì semmai successiva e ravvicinata. Barbero – pensino quel che vogliono pubblicisti e polemisti – è uno storico autentico e della più bell’acqua: e anche quando “fa divulgazione” (di qualità) non è mai un divulgatore ma sempre uno studioso. Cazzullo ha a sua volta la stoffa, cioè le qualità dello storico: ma la sua professione è un’altra e differenti sono i suoi metodi e i suoi intenti. Perciò, mentre in Barbero apprezziamo la sempre sorvegliata e aggiornata misura critica, in Cazzullo ci convincono la sobrietà dell’impianto propriamente erudito e la linearità delle scelte. Ben consapevole che ognuno di noi deve dare tutto e soltanto quello che può e che ha, egli non si lascia né intimidire né sedurre dall’ormai oceanica letteratura specialistica francescano-minoritica (Grado Giovanni Merlo ha saputo lucidamente spiegare la differenza tra i due aggettivi) né dal vertiginoso abisso della “questione francescana” da Paul Sabatier in poi. Gli specialisti sanno benissimo dove andarsi a cercare quel che serve loro: Cazzullo – che pure ha ben selezionato i suoi “consiglieri”, da Filippo Forlani al cardinale Zuppi – non ha alcuna ragione, salvo tutto il dovuto rispetto, di misurarsi con le loro ricerche. Per questo i suoi riferimenti sistematici alle fonti e alla letteratura moderna selezionata occupano la sola controfacciata e le pagine 261-263; quanto ai suoi autori-guida, a parte la menzione di Dacia Maraini, di Piero Bargellini, di Gilbert Keith Chesterton, tra gli studiosi del nostro tempo egli ricorda quali coloro che «meglio hanno scritto di Francesco» Jacques Le Goff e le «due Chiare», la Frugoni e la Mercuri. Non tutti gli specialisti en charge gli saranno grati per questa selezione: ma io, che non sarò mai un francescanista (e l’ho esplicitamente dichiarato in un libro di qualche anno fa), gli sono riconoscente per aver richiamato il più celebre e uno dei più cari tra i miei maestri nonché due colleghe che mi sono particolarmente care.

Certo, Cazzullo è un comunicatore di genio e di talento. Tiene molto alla sua condizione di antifascista: eppure, da ottimo giornalista qual è, non manca di apprezzare le qualità di comunicatore di un suo collega di alcuni decenni or sono. E il titolo del suo libro echeggia difatti una frase celebre attribuita di solito a Mussolini; così come un suo best seller di qualche anno fa, Quando eravamo i padroni del mondo, riecheggia decisamente il piglio del Duce. Ma anche queste scelte dipendono dalla sua profonda e disinibita conoscenza del suo pubblico.

Aspettatevi pertanto da questo libro esattamente quanto può e vuole darvi. Il suo Francesco, per quanto qua e là se ne richiamino la “pezze d’appoggio” scientifiche, è nella sostanza quello che la gente conosce, ama, apprezza e ammira in Francesco.

E se ne dichiara anzitutto, senza esitare, l’eccellenza storica e cosmica. I tre ultimi millenni sono dominati da altrettante grandi presenze spirituali: il Buddha nel I secolo a.C., Gesù nel I d.C., Francesco nel XII. Se ne richiama la genuinità “identitaria” italiana contestualizzata in un’età nella quale essa era ancora incoativa e se ne rivendicano i meriti linguistici e poetici: lui, che detestava la cultura in se stesso e nei suoi frati come negazione della Povertà, il centro della sua vocazione, in quanto la cultura è in sé stessa ricchezza e potere, vale a dire ciò al quale egli intendeva radicalmente rinunziare (e in ciò consiste la sua intrinseca antimodernità). Eppure era colto: colui che voleva presentarsi come novus pazzus nel suo secolo dominava una forte cultura giullaresca, foggiava l’idioma italico nei versi del suo meraviglioso Cantico, esprimeva con sincerità e lucidità ammirevoli – e in buon latino – il suo programma in un Testamentum che giustamente Cazzullo elegge a guida costante della sua esposizione (lo si vede dall’intitolazione di capitoli e paragrafi).

Ma da Francesco derivano francescanesimo e minoritismo, francescanità e “francescosofia” se non addirittura “francescomania”. Gli esiti del suo culto e della sua fama, dell’ispirazione che ha dato a molti vengono richiamati a rapide, robuste pennellate di sobrio colore in poche pagine finali: da Antonio da Padova a don Bosco a padre Pio fino alla potente e commovente figura del salesiano e siciliano padre Rosario Stroscio, confidente e confessore di madre Teresa di Calcutta.

Giorni fa un mio caro e vecchio amico, un ateo di rigore adamantino, mi ha chiesto perentorio e spazientito: “Ma insomma, dammi almeno tre ragioni per ostinarti a restar cattolico”. Gli ho risposto: la Vergine Maria, Francesco d’Assisi, madre Teresa di Calcutta. Non mi stupirei se Aldo Cazzullo fosse d’accordo con me.

Nella ricerca di Barbero il ritratto di un uomo in una galleria di specchi
Antonio Musarra

Alessandro Barbero ha un dono raro: ogni volta che mette mano a un argomento che credevamo di conoscere, riesce a restituircelo nuovo, diverso, più vivo. Dopo aver fatto innamorare folle di studenti e spettatori con le vicende di barbari, imperatori e battaglie, eccolo cimentarsi con il più ingombrante dei santi: Francesco d’Assisi, cui è dedicato il suo San Francesco, appena edito per i tipi di Laterza (pagine 448, euro 20,00). Quell’attributo – “santo” – è una delle chiavi per comprenderne la natura: non siamo di fronte alla biografia di un uomo – o, almeno, non solo –, ma a un viaggio nella selva delle testimonianze agiografiche che assumono la santità come dato di partenza, con l’aggiunta – fondamentale – di quanto «frater Franciscus» dice di sé stesso. Non, dunque, una “vita”, ma una galleria di specchi. Da un lato, il Francesco del Testamentum, dettato in punto di morte, dall’altro, il profilo cangiante delle legendae: da quelle di Tommaso da Celano, l’agiografo “ufficiale”, tormentato dalla richiesta di offrire al “pubblico” sempre più miracoli, ai ricordi diretti dei compagni della prima ora, alla voce discreta ma potente di Chiara, al santo “addomesticato”, innalzato a modello irraggiungibile, di Bonaventura da Bagnoregio. Un incredibile parterre di testimonianze, la cui stratificazione, dissonanza e reciproca contaminazione costituisce il fulcro della cosiddetta “questione francescana”.

Barbero fa i conti con una vicenda complessa, affrontata nell’ultimo secolo – e, in particolare, negli ultimi vent’anni – da fior di storici e filologi (ch’egli accuratamente cita e discute in nota), i cui risultati fungono da fondamento d’un libro che – diciamolo – prima o poi andava scritto. E andava scritto esattamente in questa maniera. Mi spiego. Ciò che Barbero segue è un indirizzo storiografico peculiare, che, tuttavia, ha avuto pochi emuli. Si tratta del metodo utilizzato oltre settant’anni fa da Arsenio Frugoni – padre di Chiara, il cui legame con l’autore è testimoniato dai libri firmati congiuntamente – nel suo Arnaldo da Brescia nelle fonti del secolo XII. Non una biografia “tradizionale” – che, data la contraddittorietà delle fonti, avrebbe rischiato di scivolare nella rievocazione ipotetica o, peggio, nella combinazione di voci diverse, accostate ad arbitrio – ma una lettura in parallelo dei testi che ne tramandavano il ricordo, esaminati separatamente. Ne scaturiva un palinsesto di memorie, in cui le reticenze – e, persino, i silenzi – acquisivano lo stesso peso delle parole tramandate, facendo di Arnaldo il punto focale d’un conflitto interpretativo di grandi proporzioni. Ebbene: Barbero adotta lo stesso schema, adattandolo al soggetto specifico – e che soggetto! – e arricchendolo d’una straordinaria capacità narrativa, restituendoci una sintesi originale, capace di presentare al lettore la complessità senza rinunciare alla limpidezza espositiva. È la dimostrazione che anche la storia – e la filologia –, se ben raccontate, possono avere il passo di un romanzo.

Il risultato è qualcosa d’inedito – almeno, per il grande pubblico. Un profilo dinamico, in movimento, in metamorfosi continua. L’uomo che detta il Testamentum non coincide del tutto con il santo levigato da Bonaventura; i compagni non concordano sulla sua memoria; Chiara apre uno squarcio femminile che altri tacciono. Un mosaico che lascia soltanto intuire, quasi per riflesso, il mondo di Francesco – ovvero, il mondo secondo Francesco –; ma più nelle omissioni che nelle parole, più nelle incrinature dei racconti che nelle loro armonie. Non un solo Francesco, dunque, ma i molti Francesco prodotti nel corso del tempo, affiancati l’un l’altro come voci d’un coro incapace di cantare (sempre) all’unisono. Ed è proprio in questa pluralità che risiede la forza del libro. Così, dietro l’apparente linearità del dispositivo narrativo si cela un doppio lavoro: da un lato, Barbero ricompone i frammenti e dà loro un ordine parziale; dall’altro, ne lascia permeare le dissonanze: quelle stesse dissonanze che impediscono al lettore d’identificare un unico Francesco e lo invitano, piuttosto, ad abitare il confine instabile fra memoria e interpretazione. Prova ne sia la ricca Appendice finale, in cui sono elencati in forma sinottica decine di episodi riguardanti il santo, al fine di cogliere a colpo d’occhio le divergenze e i mutamenti della memoria francescana.

L’ironia del metodo è sottile: non colpisce il Poverello, ma i nostri pregiudizi. Se i suoi frati non erano d’accordo su chi fosse davvero, perché dovremmo esserlo noi, a otto secoli di distanza? È, questa, a mio avviso, una provocazione salutare, capace di affidare al lettore la responsabilità di scegliere. O, almeno, di dubitare. Si potrebbe obiettare che, procedendo su questa strada, si rischi di perdere di vista l’essenziale: il “vero” Francesco. Si potrebbe dire, insomma, che il libro promuova una forma di “pirronismo storiografico” – un atteggiamento di scetticismo radicale nei confronti delle fonti (il riferimento è al celebre Pirrone di Elide, vissuto tra il IV e il III secolo a.C.) –, in cui tutto è relativo. Non è così. Evaporato il mito, resta l’uomo: fragile, contraddittorio, vero. Il viaggio attraverso la selva delle testimonianze – dalla voce viva di Francesco a quella dei suoi molti agiografi – lascia trapelare un personaggio poliedrico, capace di slanci di estrema dolcezza così come di asperità e spigolosità. Il ritratto d’un uomo che non si lascia ingabbiare, che vive di metamorfosi, di moti affettivi, di Passione e Pentecoste, di Eucaristia, la cui biografia plurima diventa specchio delle epoche che lo hanno raccontato. Barbero non dà l’ultima parola, né la promette; non confeziona un Francesco da vetrina. Ci consegna, piuttosto, la realtà d’una memoria contesa, dando voce storica agli sforzi della filologia. Ed è questa, forse, la lezione più preziosa: la storia non serve a rassicurare, ma a ricordarci che anche i santi restano figure vive perché contese, instabili, irrisolte. Un libro che diverte e commuove, che sorprende e irrita, e che, come credo, farà discutere a lungo.

lunedì 30 settembre 2024

Mussolini e il delitto Matteotti


Delitto Matteotti. Il trasporto della salma


Giovanni Sabbatucci

 È un pomeriggio caldo quello del 10 giugno 1924. Giacomo Matteotti esce di casa e non vi ritorna più. Non è di un deputato qualsiasi il corpo massacrato che verrà trovato due mesi dopo in un bosco vicino Roma. Solo dieci giorni prima della sua sparizione Matteotti ha tenuto un discorso infuocato alla Camera, contro il fascismo e l'irregolarità delle elezioni. È il leader di uno dei maggiori partiti di opposizione, forse il leader dell'intera opposizione. Non è difficile collegare i due avvenimenti, il discorso e la morte, né scoprire che gli autori del delitto, che non si sono preoccupati di cancellare le tracce, sono uomini dello stretto entourage del Duce. Ce n'è abbastanza per far scoppiare il più clamoroso scandalo politico della storia d'Italia. E ce ne sarebbe abbastanza per le dimissioni immediate del governo. Tutto sembra far credere a una crisi. Ma non è questo che accade. L'opposizione parlamentare sceglie la strada della protesta morale, il governo resiste, la maggioranza non accenna a spaccarsi, il regime si consolida. Mussolini, il trionfatore delle elezioni del '24 contro le quali aveva tuonato Matteotti, forza la sorte e instaura la 'dittatura a viso aperto'. Quel delitto che sarebbe potuto essere l'ultima occasione di arrestare il regime, ne diviene invece il punto di svolta, lo snodo decisivo. Ma quel corpo abbandonato e quel rifiuto morale si caricano di un significato simbolico. L'atto di morte del deputato Matteotti è l'atto di nascita dell'antifascismo come scelta politica ed etica.

Le responsabilità di Mussolini
Giovanni Sale, La Civiltà Cattolica, 1 giugno 2024

Quale fu la responsabilità di Mussolini nella vicenda del delitto Matteotti? Fu lui il mandante del delitto, oppure no? Ebbe una responsabilità diretta nella realizzazione dello stesso, oppure una responsabilità soltanto indiretta, vale a dire soltanto politica o morale? Il dibattito storico su questa delicata materia è ancora aperto: su essa pesano molto, al di là della lettura degli atti processuali e della documentazione che è stata pubblicata, i diversi punti di vista degli interpreti, non sempre scevri, in realtà, di partigianeria ideologica.

Secondo alcuni storici, Mussolini sarebbe stato il mandante materiale del delitto. Questa posizione è stata sostenuta in passato, spesso sulla base di motivazioni molto generiche, da diversi intellettuali di sinistra, ed è riapparsa in più recenti pubblicazioni, trovando maggiore attenzione da parte degli storici. Secondo altri, invece, a Mussolini andrebbe imputata soltanto la responsabilità morale e politica del delitto. Essi parlano dello zelo eccessivo di alcuni uomini vicini al Duce, come Marinelli e compagni, che, prendendo spunto da alcune parole – quelle riguardanti la Ceka – pronunciate da Mussolini in un momento d’ira, si decisero ad agire, nella presunzione che con quelle parole egli intendesse eliminare Matteotti. Questa posizione è stata sostenuta in sede processuale da Rossi – nemico giurato del Duce – ed è sostanzialmente condivisa anche dal maggiore biografo di Mussolini, Renzo De Felice.

La crisi politica conseguente
Giuliano Procacci, Storia degli italiani

Parve per un momento che il vuoto dovesse farsi attorno al governo, la cui complicità nell'assassinio ben pochi mettevano in dubbio. Molti distintivi fascisti scomparvero dagli occhielli delle giacche e Mussolini stesso ebbe la sensazione del proprio isolamento. Ben presto però egli ritrovò la sua baldanza, perché da una parte l'opposizione parlamentare, guidata da Giovanni Amendola, dopo aver abbandonato l'aula di Montecitorio (la cosiddetta secessione dell'Aventino), non seppe fare appello al paese e proporre una reale alternativa, paralizzata ancora una volta dalla paura della rivoluzione, e d'altra parte perché poté contare sull'appoggio del re e sulla neutralità del Vaticano. Il 3 gennaio 1925 Mussolini si presentò alla Camera per assumersi tutta la responsabilità del delitto Matteotti e per sfidarla provocatoriamente ad avvalersi della facoltà di metterlo sotto stato d'accusa. La Camera, non accettando il guanto di sfida che le veniva lanciato, segnò praticamente la propria condanna a morte e lo Stato liberale cessò definitivamente di esistere. 

Il discorso del 3 gennaio 1925   https://it.wikisource.org/wiki/Discussione:Italia_-3_gennaio_1925,_Discorso_sul_delitto_Matteotti
In viaggio con Barbero - Il Caso Matteotti (la7.it)



mercoledì 27 ottobre 2021

Barbero e le donne

Matteo Marchesini,Caro Barbero, quali donne hanno successo in una società maschilista?,Il Foglio, 27 ottobre 2021 E così anche Alessandro Barbero, dopo essersi chiesto in un’intervista se non ci siano per caso “differenze strutturali” tra uomini e donne che rendono alle donne più difficile il successo in certi campi, è stato travolto dall’intero spettro di reazioni che caratterizza i dibattiti in tempo reale sul web: spettro che va dal più grossolano degli insulti alla più sottile delle difese, dalle accuse di biologismo a ricostruzioni filologiche così scrupolose da far sembrare due righe di quotidiano un frammento presocratico. In realtà, chi non si è occupato del tema come economista o psicologo sociale non può che tenere il tono di una discussione a tavola – poco importa se cordiale o agitata – da semplice “cittadino”, per dirla alla Barbero. Se poi è maschio, potrebbe prudentemente limitarsi a porre qualche domanda partendo da esperienze personali. L’ipotesi di Barbero è nel senso letterale discutibile, cioè degna di essere discussa; ma l’idea che la differenza delle carriere si debba a una minore aggressività delle donne mi lascia perplesso. Dipenderà dal fatto che ho un rapporto irrisolto con il femminile, e che lo percepisco a volte come minaccioso, manipolatorio o insondabile (sono un lettore empatico di Tozzi, Moravia, Pavese), ma non mi sembra vero. Bisogna vedere cosa si intende per aggressività. Non è detto che quella più chiassosa sia la più intensa ed efficace. In ogni caso mi stupisco quando proprio da parte femminista si accetta una simile distinzione (escludendo come pervertite le donne di piglio “thatcheriano”). Nel 1999, appena uscito dal liceo, fui invitato da un insegnante a un’assemblea di suoi colleghi, riuniti in un movimento per l’“autoriforma gentile” (minuscolo) della scuola. Quando parlai della violenza nei gruppi di adolescenti, una pedagogista m’interruppe dicendo che “sono dinamiche esclusivamente maschili”. Rimasi così stupefatto da ammutolire. La mia storia scolastica mi dimostrava cosa possono fare alle compagne e ai compagni più deboli delle studentesse che oggi si chiamerebbero inadeguatamente bulle; e proprio allora, da libraio e aspirante scrittore, iniziavo a conoscere i meccanismi vessatori che governano l’editoria per ragazzi, a gestione prevalentemente femminile. Barbero però non parla solo di aggressività, ma anche di “spavalderia” e “sicurezza di sé”. E qui, per ciò che riguarda la mia esperienza, il bilancio è diverso. Penso ad esempio a quel che capita nella redazione dell’Età del ferro, la rivista diretta da Siti, Manacorda e Berardinelli a cui collaboro. Negli incontri e negli interventi, la maggioranza maschile è schiacciante. Ne abbiamo discusso spesso. C’è tra noi una complicità che inavvertitamente emargina altre voci? Mi chiedo se questa disparità non abbia oscuramente a che fare col taglio militante della rivista, con la sua vocazione alla critica appunto “spavalda”, alla stroncatura, e a un saggismo che collega con un’induzione un po’ spericolata i propri fatti personali all’interpretazione del mondo. Sono tratti poco femminili? So che alcune amiche letterate vedono in quello stile i segni di un’hybris infantile. Diffidano dei vaghi giudizi sintetici a priori: preferiscono un registro da impeccabili studiose o un’ironia magari spietata ma tutta matter of fact. Può darsi che un’educazione più rigorosa o, ehm, castrante, le trattenga dal tracciare un ponte tra il vissuto e un sapere tendenzialmente oggettivo? Non saprei. Certo parecchie volte mi è capitato di assistere a riunioni dove una donna taceva tesa e perplessa, oppure, con un eloquio talmente forbito da rasentare il formalismo, cercava di fissare qualche punto fermo in un dibattito altrimenti tutto fatto di suggestioni che svanivano l’una nell’altra come bolle di sapone. Ma le dichiarazioni di Barbero mi hanno ricordato anche un altro tipo di riunioni e di presenza femminile in minoranza. Anni fa partecipai a un’assemblea organizzata da un partito in una casa privata. C’erano economisti, avvocati, giornalisti, storici dell’arte: doveva essere un laboratorio programmatico, ma divenne presto un dialogo da “brevi cenni sull’universo”. Al tavolo sedeva un’unica donna: sui trent’anni, di una bellezza e di un’eleganza convenzionali e vistose. Tra gli epigrammi lanciati dai vecchioni ai suoi fianchi, la sua voce si alzava ogni tanto tremando. Tendeva a fare un po’ la lezione, e diceva continuamente “appunto”, come a un esame. Metteva ansia e imbarazzo. Appena taceva, i suoi vicini le sussurravano parole galanti. Capii che incarnava la donna come la immaginavano gli organizzatori del convegno, anziani e benestanti. Ecco un altro tema a cui un uomo può alludere solo camminando sulle uova: se è vero, manzonianamente, che i sopraffattori hanno anche la colpa di corrompere le vittime, ci si può chiedere quali donne hanno successo in una società maschilista – quella società in cui media e partiti, editori e festival le usano come testimonial.

domenica 28 settembre 2014

Bianca e lo speziale: una tresca nella Venezia del Cinquecento



Ve lo sareste aspettato? Alessandro Barbero, con la sua aria di ragazzo studioso e birichino, da storico si è fatto, molto tempo fa ormai, romanziere senza abbandonare la sua vocazione primitiva. Ed ecco che, alla sua quinta prova da narratore libero, si ritrova sulle orme di un altro Alessandro e rifà I Promessi Sposi in una chiave più moderna. Per la verità Gli occhi di Venezia (Milano, Mondadori 2011) sono ambientati negli anni 1588-1590,
Ponte di Rialto, 1588-91
quaranta anni esatti prima del tempo in cui si svolge in Lombardia la vicenda del romanzo manzoniano: il triennio 1628-1630. Altra differenza: Michele e Bianca sono già sposati quando la narrazione di Barbero prende il suo avvio, a differenza di Renzo e Lucia che restano fidanzati per quasi tutta la durata della storia raccontata da Manzoni. I novelli sposi di Barbero però vengono separati dai duri colpi della sorte e il romanzo in fondo è la storia del loro fortunoso e fortunato ricongiungimento.
Dove sta la modernità, allora? In ciò che lo stesso Barbero riferisce e sostiene parlando dell’operazione da lui compiuta. Sembra non essersi accorto subito del parallelo con I Promessi Sposi nel suo lavoro di composizione, dopo di che non ha mai cercato - lui dice – “volutamente il parallelo o la   parodia” e aggiunge subito dopo: “questo non ha impedito a uno dei primi lettori di osservare che la mia Bianca, rimasta sola, fa tutto quello che Lucia non ha fatto – o che don Lisander non ha voluto raccontare! E a questo punto direi anche che il personaggio che per me è il più bello del romanzo, Clarice, è la risposta alla donna Prassede del Manzoni: tutta rovesciata in positivo però...” (Giulia Mozzato, Intervista a Barbero, 24 febbbraio 2011, http://www.wuz.it/intervista-libro/5606/alessandro-barbero-storia.html).
Già, Clarice. E’ la moglie di Lorenzo Bernardo.
Palazzo Bernardo sul Canal Grande
A un certo punto nel corso del romanzo diventa la padrona di Bianca. A ben vedere è la protagonista
della vicenda narrata. Ha un ruolo determinante negli sviluppi che portano al ricongiungimento degli sposi. In tal senso vale più di donna Prassede; e sovrasta inoltre la sua omologa in quanto è un personaggio a pieno titolo e non una caricatura.
Che cosa fa di speciale Bianca rispetto a Lucia? Non si fa solo proteggere, si muove da sola sulla scena della società veneziana. Potrebbe darsi alla prostituzione. E’ una soluzione che le viene prospettata in questi termini:  

…”Vedi, io ho una casa non lontano di qui, e tengo delle brave ragazze che lavorano. Loro mi danno una parte di quel che guadagnano, e stanno lì al sicuro.”

Così le parla una donna anziana che è andata a cercarla a casa. Quando Bianca capisce di che si tratta si ritrae sdegnosa. Qualche tempo dopo, mentre si trova a servizio da Clarice, non rifiuta invece la corte dello speziale Giacomo e ne diventa l’amante per un breve periodo.
E qui è la padrona a cavarla d’impaccio:

… “io dico che quando tuo marito tornerà, non c’è nessun bisogno che venga a saperlo, che ne dici, Bianca? Lui è chissà dove da anni, chissà che cosa ha fatto nel frattempo, e tu sei una moglie saggia e non glielo chiederai, vero? Lui, invece, siccome gli uomini non sono saggi, vorrà sapere tutto di te, e tu di questa storia che mi hai raccontato stanotte non gli dirai niente, hai capito bene? E’ un ordine della tua padrona, prendo io su di me le conseguenze, tu devi sapere solo una cosa, che ti ho dato un ordine ed è tuo dovere ubbidire.”
   Bianca non piangeva più ora; si teneva aggrappata alle mani di Clarice, e ogni momento le baciava. Poi, però, si trasse indietro e guardò smarrita la padrona.
   “Ma ser Giacomo! Lui lo dirà a tutti!” esclamò, atterrita. Clarice la guardò corrugando la fronte.
   “Tu credi? Vedremo!” esclamò.
  
Un approccio decisamente laico, non c’è che dire. Come è laico il modo in cui viene presentato il rapporto tra Bianca e Giacomo, prima. Niente “la sventurata rispose”, come per la povera Gertrude. Qualcosa che sta tra l’imbarazzo e il piacere:

Non era sicura che le fosse piaciuto, e ora si sentiva bruciare furiosamente tra le gambe. Ma era la prima volta che aveva un uomo da quando Michele era scomparso, e in tutto il suo corpo si erano risvegliate sensazioni sopite da troppo tempo.

Chissà poi se questa rivoluzione dall’alto, con la padrona che aiuta la sua cameriera a svincolarsi dal predominio maschile è plausibile. Nelle Nozze di Figaro, tanto per dire, c’è un’alleanza alla pari tra la cameriera Susanna e la padrona a danno del conte. Altri tempi, altri costumi. Una aristocratica veneziana pronta a battersi per i diritti dell’uomo e della donna nella seconda metà del Cinquecento è forse un frutto fuori stagione, una primizia. Sta qui in fondo il suo limite e il suo pregio.

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Lorenzo Bernardo, Viaggio a Costantinopoli di sier Lorenzo Bernardo: per l'arresto del bailo sier Girolamo Lippomano Cav., 1591 aprile, R. Deputazione Veneta sopra gli Studi di Storia Patria, Venezia 1886.

http://www.albanianhistory.net/en/texts1000-1799/AH1591.html

Diary of the voyage of Lorenzo Bernardo to Constantinople.
Note 56pp On this MS Mr Rawdon Brown has written the following note:- "The Sig. Lorenzo Bernardo was sent to Constantinople for the purpose of seizing the Bailo, Girolamo Lippomano, and shipping him off under the custody of Filippo Casalini, `fante' of the chiefs of the X, to Venice, and the orders of the Council of the Ten were in great measure carried into effect; but, when off Lido, Lippomano threw himself into the sea, and by a voluntary death escaped the penalties that awaited him for high treason. See a manuscript account of his death amongst the reports of Constantinople, and Andrea Morosini, Vol. 4, p. 140.