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lunedì 6 luglio 2026

L'opera di Luca Rastello

Francesco M. Cataluccio
Per Luca Rastello

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 Per Luca Rastello

Undici anni fa, di questo giorno, Luca se n'è andato. Mi manca molto, anche se spesso, pensandolo, mi pare sia ancora qui.
Per ricordare chi era LUCA RASTELLO (1961-2015) vorrei iniziare dalla fine, perché mia nonna diceva che i grandi uomini, come gli attori, si riconoscono da come escono di scena. Luca, dopo una grave malattia durata dieci anni, e affrontata con grande dignità e spavalderia, senza mai perdere la Trebisonda (come amava dire lui che in quella città del Mar Nero c’era andato davvero), ci ha salutati con una lettera aperta alle due figlie per dare a loro, e a tutti coloro che gli volevano bene, coraggio con una riflessione sul senso della vita: piena di ironia, autoironia, ottimismo e persino con una sorprendente riproposione della lettura che il filosofo francese di origine russa, Alexandre Kojève, fece della “dialettica servo padrone” nel celebre libro "La dialettica e l’idea della morte in Hegel". In una lezione tenuta all'associazione PHILO, ai Frigoriferi Milanesi, Luca aveva parlato di Tristram Shandy. Era un romanzo poco letto, diceva, ma capace di esaltare l’arte del narrare. Tristram, generato sotto l'influsso dell'orologio, sa che la morte lo sta inseguendo. L'arte del narrare si è rivelata un'arma difensiva come lo scudo di Achille. Se per descrivere un giorno ci vuole un anno, scrivendo si influisce sul tempo. Perché il tempo di un uomo è destinato a esaurirsi come il tempo di una vicenda narrata, ma lo si può moltiplicare confondendolo, sovrapponendo altri tempi, altre storie. E poi Sterne ha un’ultima trovata, entra nel suo libro. Entra nel romanzo. Tristram non muore più: Tristram è vivo e credo che la principessa indiana si alzi in piedi ad applaudire. Poi Luca aggiunse questa citazione: “In un remoto casolare coperto di stoppie dove vivo costantemente impegnato a lottare contro le afflizioni della cattiva salute e di altri mali della vita con le armi del buon umore, essendo fermamente persuaso che ogni volta che un uomo sorride, ma più ancora quando ride, aggiunge un granello a questo breve frammento che è la nostra vita”.
Luca è stato un bravo e vero giornalista (“un indagatore di contraddizioni” definiva il mestiere che gli dava da vivere) e, da quando si scoprì irrimediabilmente malato, un ottimo scrittore. Ha diretto alcune riviste (tra le quali “Narcomafie” e “La Rivista dei Libri”), ed è stato inviato di “Diario”, poi collaboratore de “La Repubblica” . Negli anni Novanta è stato attivo nell'ambito della cooperazione internazionale: fondatore del Comitato accoglienza profughi ex Jugoslavia di Torino. Da quell'esperienza è nato il suo primo libro "La guerra in casa" (Einaudi, 1998), ispirato alla guerra nella ex-Jugoslavia. Libro che è frutto di una profonda disillusione. Là (come già aveva intuito quando lavorava a “Narcomafie”) Luca capì che “le cose non tornano” e che il suo compito era quello di “smascherare la realtà”. Facendo cosa? Essendo stato uno dei suoi editori (alla Bollati Boringhieri), posso testimoniare che le quarte di copertina Luca se le scriveva assolutamente da solo. E’ meglio quindi lasciare la parola a lui:
“Il cecchino, figura principe nell'immaginario di una guerra sporca, carnefice per eccellenza, che prova a ricominciare a vivere in Italia. L'incubo di Izmet, prelevato dalla polizia di Spalato e massacrato perché mussulmano. L'assurda fine di Moreno Locatelli, ucciso a Sarajevo sul ponte di Vrbanja, durante una manifestazione di pace da lui stesso ostacolata perché inutile. E chi ha ucciso i tre italiani che trasportavano un carico di aiuti umanitari e avevano i documenti per espatriare una quarantina di vedove con i loro bambini? Grazie al lavoro compiuto da Rastello, questo libro offre una serie di materiali e informazioni "veri", spesso trascurati da televisione e giornali.”
E poi, il suo primo romanzo: "Piove all'insù" (Bollati Boringhieri, 2006), che ebbe un notevole successo perché è la storia disincantata di una intera generazione e del rapporto difficile con i padri (il suo, fu un alto ufficiale dei carabinieri e poi dirigente dei servizi segreti, cosa che Luca scoprì soltanto aprendo i cassetti dopo che era morto): “Le meraviglie del Nuovo Mondo Flessibile si svelano tutte d'un tratto e di solito in maniera traumatica: con una lettera di licenziamento. Può capitare allora di rimanere senza parole, e di non avere altro da fare che cercarle: per dare forma al trauma, per occupare un tempo improvvisamente vuoto, per ricostruire la strada attraverso cui si e arrivati fin qui. È il tentativo del protagonista di questa storia, costretto dal suo stesso smarrimento a orientarsi seguendo una traccia vaga come la trama di certi romanzi di fantascienza psichedelica letti durante l'adolescenza”.
Seguì una raccolta di racconti "Undici buone ragioni per una pausa" (Bollati Boringhieri, 2009): “esiste un tratto quasi terminale della corsa - quando l'inizio è dimenticato e la fine è certa e verosimilmente prossima, ma non ancora arrivata - che viene rischiarato da una sorprendente lucidità, come da una luce più forte. È la sola parte dell'universo e del tempo che possa essere raccontata: le prime cose sono avvolte nella foschia di un passato senza memoria, le ultime accadono per definizione quando non è più possibile riferirne. Penultime cose è il confine dato al racconto: uscirne è prerogativa del titano o, più facilmente, del ciarlatano, non dello scrivano. A lui restano argomenti indubbiamente penultimi ma non privi di peso, come inferno, bontà, attesa, nostalgia, partenze, ritorni, paternità, fantasmi, comunismo. Babbo Natale, calura e febbre. E poi Armenia. Argentina. Asia, Jugoslavia e cerchia dei Navigli. E sogni. Se ne può trarre qualcosa di interessante, guidati dalla domanda sulla finitezza: ultima cosa o penultima? E sull'infinito: penultima cosa o ultima? La risposta è un ago che oscilla fra nichilismo e allegria, e la guida per approssimarla si può trovare nei luoghi più inattesi, come la matematica e le biglie con cui gioca Dio”.
Riprese quindi a scrivere reportage, un po’ particolari. Nella sua attività di volontario-insegnante nelle carceri Nuove di Torino, Luca aveva conosciuto un super trafficante italo-americano (che nei molti anni che si fece di prigione si laureò in Filosofia e Teologia). Da questa conoscenza, che era diventata un’ amicizia, Luca trasse grtan parte del materiale per Io sono il mercato (Chiarelettere, 2009), un grande libro sul narcotraffico: “Questa è la storia di uomini normali, insospettabili padri di famiglia saliti al vertice del narcotraffico internazionale. Una storia "criminale", raccontata da uno dei protagonisti, che svela le astuzie del sistema cocaina, ma anche la vita e le abitudini dei grandi trafficanti. I pesci grossi, quelli che non ingoiano gli ovuli né trasportano la droga nei doppi fondi delle valigie, ma nei cargo, nei container, a tonnellate alla volta. Uno sguardo dall'interno. Un nuovo punto di osservazione per capire come l'economia illegale riesce a infiltrarsi nell'economia legale e a condizionarla. Perché la coca, oltre i cliché hollywoodiani e le notizie diffuse da tv e giornali, è un affare straordinariamente redditizio che finanzia guerre, conferisce potere e ridisegna i rapporti internazionali”.
Un libro ancora di grande attualità è "La frontiera addosso. Così si deportano i diritti umani" (Laterza, 2010), sui diritti dei rifugiati: un libro coraggioso e provocatorio sulle violazioni dei diritti a danno di migliaia di migranti, storie di donne e uomini respinti da un continente intero. Donne e uomini a cui si nega accoglienza, su cui si spara alle frontiere d'Europa, donne e uomini rimpatriati in base ad accordi bilaterali poco trasparenti e spesso riconsegnati alle tragedie e ai carnefici a cui tentavano di sfuggire, donne e uomini a cui viene rifiutato lo status di rifugiati o anche solo la possibilità di avere un lavoro e una casa. Donne e uomini le cui vite dannate segnano la fine ingloriosa di una civiltà giuridica, quella delineata nei trattati internazionali, come la Convenzione di Ginevra o la Carta dei Diritti dell'Uomo, con cui il nostro mondo tentava di darsi un profilo migliore dopo le guerre mondiali. Insieme, in queste pagine, troveremo i dati del primo rapporto complessivo sul tema del diritto d'asilo in Europa commissionato da Caritas e Fondazione Migrantes, i dati delle istituzioni internazionali e delle organizzazioni non governative, l'operato dell'agenzia Frontex, le fonti del diritto internazionale, un glossario, un vademecum di buone pratiche, un vero e proprio manuale per ottenere il rifugio politico o per dare aiuto a chi richiede asilo e una rassegna degli accordi bilaterali tra gli Stati per la riammissione dei migranti.
Seguì un libro “picaresco”, abbastanza ignorato dalla critica e dal pubblico, il "Dizionario per un lavoro da matti" (L’ancora del Mediterraneo, 2010): in queste pagine si incontrano fantasmi, clown, dandy, macchine fantascientifiche, bambini-medusa, mostri mutanti, maghi e altre assurdità che danno vita a una storia tanto grottesca quanto vera. A raccontarla, sotto la guida di Luca Rastello, sono cinque ragazzi venuti a Torino per motivi di studio e che, per mantenersi, hanno passato mesi pulendo mercati, sponde fluviali e scuole, lavorando a stretto contatto con i “matti” della Nuova Cooperativa -fondata trentanni fa dai degenti dell'ospedale di Collegno-raccogliendone le storie e le voci per dar vita a un romanzo polifonico fatto di smorfie e sghignazzi, sudore e sangue ma soprattutto di dignità e rispetto nei confronti di chi è sempre stato considerato diverso.
Luca aveva un’idea molto precisa ed etica del giornalismo e del ruolo dello scrittore (sempre di più, negli ultimi anni, le due attività in lui si sono identificate, associandosi alla sua grande passione per il viaggiare: quando solo stava un pochino meglio, si inventava un pretesto, prendeva lo zaino e partiva).
In "Democrazia: che cosa può fare uno scrittore", scritto con Antonio Pascale (Codice, 2011) sostiene che la parola, veicolo di conoscenza e informazione, sembra oggi aver perso il proprio potenziale critico e analitico, e la sua fondamentale funzione di sprone e stimolo. Negli ultimi vent'anni l'informazione giornalistica e la televisione l'hanno ridotta a puro strumento retorico, volto a creare consenso oppure a offrire slogan consolatori e di facile presa. Lo scrittore -sia egli letterato, giornalista o divulgatore- può ancora contribuire alla crescita di una coscienza democratica diffusa e matura? O siamo condannati a subire questo svuotamento di significato, e a rinunciare ad ogni desiderio di sapere? L’impegno oggi più urgente è quello di allontanare la parola dalla retorica e dalla spettacolarizzazione, per fare in modo che si riappropri della propria natura di strumento descrittivo e conoscitivo.
Frutto di una serie di viaggi fu "Binario morto" (Chiarelettere, 2012), scritto con Andrea De Benedetti: un réportage sul corridoio 5 dell’alta velocità tra Lisbona e Kiev. Luca lo spiegò così: “Algeciras (Portogallo), poco lontano da Lisbona. Parte da qui il viaggio-inchiesta degli autori di questo libro, attraverso i buchi e le incompiute dell'Alta velocità. Un reportage narrativo, l'occasione per raccontare la decadenza dell'Europa a partire da quel sogno partorito all'inizio degli anni Novanta (con il nome altisonante di Corridoio 5) e naufragato oggi, tra nazioni che si defilano (poco prima dell’uscita del libro, il Portogallo ha annunciato l'abbandono definitivo di ogni progetto di Alta velocità) e altre che non ne vogliono sentir parlare (l'Ucraina, per esempio). Quello dell'Alta velocità che voleva unire l'Atlantico alle steppe russe oggi è un incubo. A ovest una ragnatela di infrastrutture. A est si viaggia con mezzi di fortuna. Da Trieste a Lubiana in corriera. E poi un dedalo di stradine che portano agli snodi cruciali dell'Alta velocità che non c'è”.
L’ultima sua fatica è stato il secondo romanzo, il discusso "I buoni "(Chiarelettere, 2014), titolo che rimanda alle Eumenidi di Euripide, e al più recente libro Le benevole di Littel: per Luca, il suo romanzo era anche una riposta a quell’orribile libro. Così Luca lo presentò: “I Buoni lottano per salvare il mondo. Le loro crociate si chiamano "progetti", il loro dio è la legalità. A guidarli c'è don Silvano. Lui è l'uomo santo con il maglione consumato e lo sguardo sofferente che predica sulla strada e nel palazzo, vicino agli ultimi e ai politici, alle rockstar, ai galeotti e ai magistrati. È nel suo tempio che approda Aza, ragazzina dei cunicoli, esile e fortissima, scampata a un passato di fogna e violenza con la forza dell'ambizione: a lei Silvano onnipotente ha concesso una lingua nuova, una casa, una carriera, persino un amore. Le ha dato la vita. Pazienza allora se il tempio è cartongesso, se la lotta è solo nei toni con cui si pronunciano parole di conciliazione: Aza dovrà tenere stretta la corda che la lega a don Silvano fino a scorticarsi le mani. Anche quando, attorno, ogni cosa comincia a precipitare”.
Luca aveva una solida preparazione filosofica e matematica.
In generale: una cultura assai ramificata, frutto di una curiosità inesuaribile.
Abbiamo ragionato spesso assieme sull’ETEROGENESI DEI FINI, che è diventato anche il tema principale dei miei libri.
Semplificando, l'eterogenesi dei fini è fare il Bene con il Male e fare il Male con il Bene.
Questa è la chiave per comprendere tutta la sua opera: un percorso di viaggio, soperta, denuncia, racconto, iniziatoconn La guerra in casa e terminato con I buoni. Luca citava spesso due frasi di Nietzsche: “Se guardi per molto tempo l’abisso, prima o poi l’abisso guarderà te. Se lotti troppo a lungo con il drago, tu diventerai il drago” ("Aurora").
Questo è il tema de "I buoni": una vicenda che, ispirandosi al suo impegno in organizzazioni che combattono la droga, le mafie e le guerre ad esse collegate, mette il luce spietatamente una questione scomoda e dolorosa sulla quale, come avviene con la Morte, tutti cerchiamo di non riflettere: spesso il Bene si fa con il Male. A questo rischio, più o meno coscientemente, sono esposti coloro che al Bene dedicano tutte le proprie energie. Purtroppo però, spesso, il Male si fa cercando di fare il Bene. Come dice Mefistofile (nel Faust di Goethe, e che Michail Bulgakov mise questa frase ad esergo del suo Il Maestro e Margherita): “Sono quella forza che opera costantemente il Male e fa continuamente il Bene”. Questa è la cosa più importante che Luca ha capito e ci ha raccontato

mercoledì 13 maggio 2026

Gli accoltellamenti

 

Il ristorante Casa Targi

La molestano, il collega interviene e lo accoltellano

Prato, gravissimo un cameriere 23enne. Due fermati: si vantavano in un bar dell’aggressione

Il ristorante Sulla destra l’ingresso del «Casa Targi», dove lavora Iacopo Cerbai, il cameriere accoltellato lunedì sera appena finito il lavoro

Voleva difendere una collega da due uomini che la stavano molestando. Un cameriere di 23 anni è stato colpito da una coltellata al cuore, a Prato. L’uomo è ricoverato in gravissime condizioni. A colpirlo un ragazzo di sedici anni.

Accoltellato al cuore al termine della serata di lavoro, per aver difeso la collega che era stata aggredita da due giovani che volevano mettere a segno una rapina.

Iacopo Cerbai, cameriere fiorentino di 23 anni, lunedì sera aveva appena finito il suo turno al ristorante «Casa Targi» in piazza Mercatale, pieno centro a Prato. Adesso, dopo due arresti cardiaci e un delicato intervento chirurgico, lotta per la vita. I suoi aggressori sono stati arrestati subito, grazie ad alcune testimonianze e alle telecamere di sorveglianza che hanno ripreso tutto. Sono un italiano di 16 anni e un 27enne originario dell’honduras. Hanno entrambi precedenti per resistenza e minaccia. Nei confronti del più giovane, già segnalato per piccoli reati come danneggiamento quando non era in età imputabile, la Procura

L’arma in tasca

Le telecamere hanno ripreso tutto. Entrambi hanno precedenti per minacce e resistenza

per i minori nei mesi scorsi ha attivato un ricorso per irregolarità delle condotte, un procedimento amministrativo per avviare misure educative per adolescenti in difficoltà. L’altro aveva il divieto di accedere ai locali pubblici.

Dopo l’aggressione i due sono scappati e sono andati in un altro locale della movida distante 250 metri dove hanno ordinato un Negroni e hanno tentato di rubare una bottiglia di whiskey. Erano alterati, probabilmente sotto l’effetto dell’alcol, al punto da vantarsi di avere appena accoltellato un uomo. La polizia li ha rintracciati lì e li ha arrestati. Il minorenne aveva in tasca l’arma: un piccolo coltello da formaggio a punta con la lama di 6 centimetri.

Secondo quanto ricostruito dalla polizia i due si sono avvicinati al ristorante nel momento della chiusura, dieci minuti dopo l’una. All’ingresso ci sono il titolare, la moglie che lavora nel locale, entrambi italiani di 35 anni, e il cameriere. I due chiedono i soldi, poi il minore tira fuori il coltello mentre l’altro, impugnando il cellulare, finge di avere una pistola. La moglie dice al marito di non cedere alle richieste. «Andiamo via». Basta questa frase a scatenare la reazione: prima la palpeggiano, poi la colpiscono all’altezza del collo facendola cadere a terra. Il cameriere prende le difese della donna, grida di lasciarla stare, «è una donna», dice. I due lo accerchiano e il minorenne lo colpisce con il coltello. La donna ferma un automobilista di passaggio, poi quando gli aggressori tentano di scappare, lei li insegue, li raggiunge e viene colpita dall’honduregno con un pugno in faccia, finendo ancora una volta per terra.

I soccorsi arrivano immediatamente. Dopo due arresti cardiaci, Iacopo viene portato in codice rosso all’ospedale dove verrà operato, mentre i poliziotti iniziano le ricerche. Li troveranno mezz’ora dopo nel locale poco distante: hanno lo sguardo allucinato, raccontano i testimoni. L’honduregno reagisce con violenza, minaccia i poliziotti, sputa e li prende a calci. Scatta l’arresto in flagranza per entrambi. L’esame delle telecamere di sorveglianza consente di ricostruire tutte le fasi dell’aggressione: dal primo approccio all’esterno del locale fino al colpo sferrato al cuore.

L’episodio drammatico accende il confronto politico. L’assessora regionale alle pari opportunità Cristina Manetti parla di fatto che «suscita sgomento e profonda preoccupazione». Dal centrodestra arrivano dure critiche sulla sicurezza in città. La Lega Toscana, con il commissario regionale Andrea Crippa, dice «basta buonismo» e sostiene che a Prato esista un problema sicurezza sottovalutato dalla sinistra. Sulla stessa linea la deputata di Forza Italia Erika Mazzetti che parla di una città «abbandonata per dieci anni» e accusa le amministrazioni di non aver affrontato illegalità e degrado. Replica del Pd con il segretario toscano Emiliano Fossi che invita a non strumentalizzare la vicenda. Anche i deputati dem Federico Gianassi e Christian Di Sanzo parlano di «sciacallaggio politico» e chiedono al governo risposte concrete sugli organici di polizia.


Bracciante ucciso Cercò aiuto al bar, sbattuto fuori

Pochi minuti prima, i 5 fermati avevano intimidito un altro uomo di colore

Maliano Sako Bakari aveva 35 anni ed era in Italia dal 2014. In Mali lascia due mogli entrambe incinte di lui

Bakari Sako, 35 anni, il bracciante ucciso a colpi di cacciavite, da una baby gang a Taranto aveva cercato di rifugiarsi in un bar. Ma era stato cacciato fuori. Un 15enne confessa l’omicidio.

Sako Bakari, il 35enne originario del Mali morto all’alba di sabato scorso a Taranto sotto i colpi sferrati con un coltello a serramanico da un ragazzo che compirà 16 anni tra pochi giorni, è stato ucciso senza un movente. Per sfuggire al suo destino, aveva provato a trovare riparo in un bar. Ma il titolare l’ha subito invitato a uscire, lasciandolo nelle mani dei suoi assassini.

Il perché di tanta violenza potrebbe emergere dagli interrogatori di convalida del fermo dei cinque indagati che si faranno tra domani e venerdì. Per ora i magistrati non riescono a contestare, oltre all’omicidio, l’aggravante di odio razziale, ma non è escluso che possa accadere visto che, una quindicina di minuti prima, il gruppo aveva intimidito un’altra persona di origine subsahariana che pedalava negli stessi vicoli: superandola con lo scooter, l’avevano stretta lungo il muro insultandola. Per ora reggono soltanto i futili motivi che servono a delineare il contesto «amorale» nel quale è avvenuto l’omicidio.

Nel gruppo dei cinque indagati c’è un 21enne. Ma ne fanno parte anche quattro minorenni, due di 16 e due di 17 anni, che hanno evaso l’obbligo scolastico e appartengono a famiglie con profondi disagi. Il loro comportamento abituale e la loro estrema aggressività «è espressione di vacuità morale, assenza di rispetto per gli altri e per la vita stessa». Su questi temi le procuratrici Daniela Putignano (Minori) ed Eugenia Pontassuglia (Ordinaria) hanno fatto alcune considerazioni condivise peraltro dalla gran parte dell’opinione pubblica locale.

Riflessioni che purtroppo trovano una conferma nel comportamento del titolare del bar nel quale s’era rifugiata la vittima nel tentativo di sfuggire all’aggressione. «Non ha chiamato le forze dell’ordine, ma ha preferito girarsi dall’altra parte e invitare Sako ad andarsene fuori», spiegano le procuratrici. Lo ha praticamente riconsegnato ai suoi carnefici. Il più piccolo ha confessato: «L’ho colpito io». E ha fatto ritrovare in una siepe vicino a casa sua l’arma del delitto. Le riflessioni delle procuratrici trovano conferma anche in un’altra circostanza: alcuni post apparsi sui social ieri, post di solidarietà con i fermati. Ad esempio: «Siamo nati e cresciuti insieme. Venuti dal buio, ci siamo creati una figura e una reputazione sulle nostre spalle. Abbiamo affrontato la vita da adulti prima del tempo. C’è tempo per recuperare la vita lunga. Il nostro obiettivo è ritrovarci l’uno con l’altro. Il carcere non ci separa, anzi imparate a nuotare che fuori gli squali sono tanti». E sotto la firma «Taranto vecchia».

La procuratrice Putignano ha chiarito che i quattro sono incensurati, ma già conosciuti dal tribunale dei minori per «situazioni di disagio famigliare e problematiche educative, situazioni intercettate, ma non curate». Ha aggiunto che «il fenomeno dei giovanissimi che escono con i coltelli è dilagante, questi sono ragazzi svincolati dal controllo delle famiglie tanto che sono stati in giro tutta la notte». Ha richiamato quindi l’attenzione sulla necessità di una «nuova grammatica civile. La repressione non è tutto — ha detto — le agenzie educative devono farsi carico del disagio giovanile». Anche la procuratrice Pontassuglia ha insistito su questo argomento: «Si sono scontrati due mondi: un uomo che alle cinque del mattino va a lavorare per mantenere la famiglia, e, di fronte, ragazzi che alle 5 del mattino scorrazzano per le strade della città armati e alla ricerca di una persona da colpire, in questo caso una di colore».

Intanto a Taranto sono giunti i parenti della vittima e il presidente della comunità maliana in Italia che ieri ha incontrato i vertici di questura e prefettura. Bakari viene descritto come un uomo «timido ed educato», un grande lavoratore e un gran tifoso del Psg. A casa, in Mali, lo aspettavano due mogli, entrambe incinte.



lunedì 11 maggio 2026

Patrizia Cavalli in poesia


Vita meravigliosa
sempre mi meravigli
che pure senza figli
mi resti ancora sposa


Cosa non devo fare
per togliermi di torno
la mia nemica mente:
ostilità perenne
alla felice colpa di esser quel che sono,
il mio felice niente.


Se posso perdonare, allora devo
riuscire a perdonare anche me stessa
e smetterla di starmi a giudicare
per come sono o come dovrei essere.
Qui non si tratta di consapevolezza
ma è la superbia che mi tiene stretta
in una stolta morsa che mi danna.
Eccomi infatti qui dannata a chiedermi
che cosa fare per essere perfetta.

Tenersi all’apparenza, forse descrivere
soltanto cose in mutua tenerezza.


Essere testimoni di se stessi
sempre in propria compagnia
mai lasciati soli in leggerezza
doversi ascoltare sempre
in ogni avvenimento fisico chimico
mentale, è questa la grande prova
l’espiazione, è questo il male.

Se ora tu bussassi alla mia porta
e ti togliessi gli occhiali
e io togliessi i miei che sono uguali
e poi tu entrassi dentro la mia bocca
senza temere baci diseguali
e mi dicessi "Amore mio,
ma che è successo?", sarebbe un pezzo
di teatro di successo.


É tutto così semplice,
sì, era così semplice,
è tale l’evidenza
che quasi non ci credo.
A questo serve il corpo:
mi tocchi o non mi tocchi,
mi abbracci o mi allontani.
Il resto è per i pazzi.


Prendimi adesso tra le tue braccia
adesso sciolta da me raccoglimi
non per ridarmi forza
ma perché io possa arrendermi.


Quasi sempre chi è contento è anche volgare;
c’è nella contentezza un pensiero
che ha fretta e non ha tempo di guardare
ma passa via compatto e maniacale
e reca oltraggio volgendosi a chi muore
- Avanti con la vita, su coraggio!

Chi è fermo nel dolore non frequenti
gli allegri e disinvolti corridori,
ma solo i passi lenti dei suoi uguali.
Se una ruota s’inceppa e l’altra gira
quella che gira non smette di girare
ma avanza quanto può e trascina l’altra
in una corsa povera e sghimbescia
finché il carretto o si ferma o si rovescia.


Bene, vediamo un po’ come fiorisci,
come ti apri, di che colore hai i petali,
quanti pistilli hai, che trucchi usi
per spargere il tuo polline e ripeterti,
se hai fioritura languida o violenta,
che portamento prendi, dove inclini,
se nel morire infradici o insecchisci,
avanti su, io guardo, tu fiorisci.


Ma per favore con leggerezza
Raccontami ogni cosa
Anche la tua tristezza.


Io guardo il cielo, il cielo che tu guardi
ma io non vedo quello che tu vedi.
Le stelle se ne stanno dove sono,
per me luci confuse senza nome,
per te costellazioni nominate
prima che il sonno scioglierà il tuo ordine.
Ah, sognami senza ordine e dimentica
i tanti nomi, fammi stella unica:
non voglio un nome ma stellarti gli occhi,
esserti firmamento e vista chiusa,
oltre le palpebre, splenderti nel buio
tua meraviglia e mia, immaginata.


Ma davvero per uscire di prigione
bisogna conoscere il legno della porta,
la lega delle sbarre, stabilire l’esatta
gradazione del colore? A diventare
così grandi esperti, si corre il rischio
che poi ci si affezioni. Se vuoi uscire
davvero di prigione, esci subito,
magari con la voce, diventa una canzone.


Non sono nata per essere ragionevole. Sono nata per amare, per essere felice, per odiare, per immaginare, per inventare, per capire e anche, di tanto in tanto, per essere ragionevole, ma non devo essere ragionevole (Con passi giapponesi)

2020



Matteo Marchesini
Patrizia Cavalli. Una grazia a metà

Snaporaz.online, 11 settembre 2024

...  Sarebbe più utile, lo ripeto, confrontare Patrizia Cavalli con gli scrittori temerariamente affidatisi a una “via della grazia” dalla quale non si può tornare indietro: utile, cioè, per constatare che il suo caso è diverso, misto, e che lei quella via la percorre solo a metà. Qualcosa di simile si può dire per la prosa di Raffaele La Capria. Ma a entrambi è pur capitato spesso di toccare la grazia; e anche quando hanno cantato e scritto un gradino sotto – un gradino sotto Penna, o sotto Parise – lo hanno fatto con una maestà rarissima nella letteratura italiana degli ultimi sessant’anni: confermando che ci si può riuscire solo se si ha la saggezza di mantenere un rapporto reale con sé stessi, ovvero di ritrovare in ogni cosa, anche la più astratta e lontana, la sua relazione con il nostro qui e ora. E per farlo – per stare almeno in parte nel presente – occorre rifiutare il ricatto del futuro che il culturalismo storicista (ideologico ed estetico) ci ripropone in forme sempre nuove. «Ma davvero per uscire di prigione / bisogna conoscere il legno della porta, / la lega delle sbarre, stabilire l’esatta / gradazione del colore? A diventare / così grandi esperti, si corre il rischio / che poi ci si affezioni. Se vuoi uscire / davvero di prigione, esci subito, / magari con la voce, diventa una canzone» spiega perfettamente Cavalli nell’Io singolare proprio mio. È un modo di vivere non facile da mantenere, specie in quell’ingannevole «Tempo di pace» del lungo dopoguerra in cui si è svolta l’intera esistenza della poeta, e in cui la mancanza di conflitti netti invitava alla superfetazione ideologica, infliggendo ai più sensibili il rimorso di un’esistenza mancata o informe: «Colpevoli / persino della nostra morte, che sia il corpo / a volerlo o sia il pensiero, lento o violento / è suicidio sempre. E in solitudine / non c’è morte innocente».

Noi ormai siamo entrati in un altro tempo, ma con uno spirito che non ha avuto il tempo di cambiare. Da questi versi, però, possiamo imparare almeno a non diventare schiavi zelanti di chi vuole farci credere che la nostra quotidianità, con le sue miserie e con le sue scoperte miracolose, sia meno vera di quella che ci descrivono gli Ambasciatori della Letteratura e della Teoria, i quali fingono di poter sorvolare il pianeta cogliendone l’essenza sociale o metafisica come puri spiriti, e si affannano invece come puri manager. Davanti a tanta morte provocata dai programmi di chi crede di poter controllare il mondo, Cavalli continua a ricordarci che la verità (sperimentabile solo sotto una certa luce, in una certa bella o brutta giornata, in un certo angolo di casa o di città) coincide ancora con la morte dell’intenzione.  

E ancora, Matteo Marchesini, "Una pigrizia astuta", in Poesia senza gergo. Sugli scrittori in versi del Duemila, Roma, Gaffi, 2012, pp. 81-85.

venerdì 24 aprile 2026

Il motore del mondo

Cécile Daumas  Anastasia Vécrin
Emanuele Coccia: "L'amore non è morto; è una forza che ci permette di rimodellare il mondo"

Libération, 23 aprile 2026

 Sappiate questo: l'amore esiste ancora; è persino ovunque, una forza potente che struttura le nostre vite e la nostra modernità, afferma Emanuele Coccia, filosofo e editorialista di Libération , nel suo ultimo saggio, Trattato sull'amore moderno (Flammarion). In contrapposizione alle menti pessimiste e cupe, il filosofo, amante delle piante e della moda, nonché paladino della metamorfosi e dell'ibridazione, smantella tutte le concezioni obsolete di Eros.

L'amore non è un rifugio dalla furia del mondo, un luogo dove due esseri si uniscono per formare una famiglia. Eros trascende l'individualità per diventare l'energia vitale e il principio morale della modernità, permeando la vita umana così come l'economia. Ciò che costituisce l'individuo non è tanto la conoscenza quanto l'attrazione per l'altro. Il "Penso, dunque sono" della modernità seicentesca lascerebbe il posto a un contemporaneo "Amo, dunque sono".

Questo approccio, intriso d'amore ma non privo di conflitti sociali, può apparire iconoclasta, persino utopico o ingenuo. Il suo grande merito sta nel porre il desiderio umano e la sua capacità unica di amare al centro della creazione e della trasformazione del mondo.

Lei confuta le analisi attuali che affermano che l'amore è morto. Perché?

Esiste una letteratura sempre più vasta che sostiene che dovremmo uccidere l'amore perché è una delle esperienze umane più atroci , così come l'abbiamo concepito: produce dominio, dolore e, pertanto, dovremmo liberarci da ogni forma di amore romantico , o dall'amore in generale. Questo discorso prevalente è ingenuo e fuorviante. L'amore ha giocato un ruolo centrale in quella che chiamiamo "modernità".

Questa è proprio l'idea del filosofo contemporaneo Charles Taylor: la modernità non è la conseguenza della rivoluzione industriale o della conquista delle Americhe, bensì di un progetto morale che per la prima volta nella storia umana ha posto al centro dell'esistenza quella che viene definita "vita comune", ovvero la quotidianità incarnata nel lavoro e nella famiglia, l'idea che ognuno debba trovare la propria libertà in queste due sfere.

L'amore, che permea entrambe queste sfere, è una forza generativa, capace di creare qualcosa di nuovo, sia a livello individuale che collettivo. L'amore, quindi, non è morto; è ancora presente e continua a strutturare la nostra società. Quando incontriamo qualcuno, gli chiediamo sempre prima cosa fa e chi ama.

Secondo lei l'amore non è un sentimento, qual è la sua definizione?

Condividere la vita con un'altra persona è qualcosa di immenso. Non si può ridurre a un sentimento, a mero spunto per un romanzo di bassa lega. L'amore costituisce la struttura più profonda della vita sociale ed economica contemporanea.

È questa forza che ci permette di costruire e rimodellare il mondo. Questa è l'intuizione fondamentale della psicoanalisi: nasciamo con questa capacità di amare, questa libido. È amore nel senso più ampio possibile: erotico, sentimentale, energetico, creativo… Ne siamo dotati e senza di essa non possiamo vivere.

Inizialmente non siamo dotati di conoscenza. Il divario tra la capacità di amare e la capacità di conoscere è ciò che definisce la nostra vita psichica. C'è una necessità quasi antropologica nell'ambiguità dell'amore. È una conoscenza che è sempre in qualche modo postuma: amiamo prima e senza riguardo alla conoscenza di ciò che amiamo.

Ecco perché l'amore è uno spazio di sorprese, di eventi inediti, ma anche di tragedie, perché solo a posteriori, dopo aver vissuto le cose, sappiamo se sono state positive o negative. Di conseguenza, ci sbagliamo sempre.

E tu affermi anche che Eros non è Agape, l'amore divino...

È la nostra eredità cristiana che ci ha portato a confondere i due concetti. Abbiamo imposto a Eros questo ideale ultraterreno secondo cui l'amore è il mezzo per pacificare i conflitti. Non appena ci sarà amore, non ci saranno più conflitti. Eppure, ogni giorno sperimentiamo il contrario. È un errore sterilizzare l'amore. Il conflitto non è una tragedia; è semplicemente una tensione che ci permette di evolvere noi stessi e di aiutare gli altri a evolversi.

Questa centralità dell'amore nell'esperienza umana implica una nuova definizione del sé. Non è più "Penso, dunque sono", la coscienza della modernità, ma "Amo, dunque sono"?

Freud lo aveva ben compreso: siamo soggetti perché siamo capaci di amare, non perché sappiamo. Fondare il soggetto sulla conoscenza ("Penso, dunque sono") presuppone che siamo sempre in una posizione di distanza dal resto del mondo, in una posizione di dominio. L'amore è l'opposto, e questo cambia significativamente la definizione di sé.

Freud sostiene che amare significa sempre identificarsi con la persona amata. Significa plasmare la propria anima a immagine dell'amato, come affermava il filosofo Marsilio Ficino (1433-1499). L'amore è al tempo stesso un'esperienza di trasformazione e di perenne alienazione. Quando l'amore si perde, si può arrivare persino a odiare se stessi, talvolta in modo patologico.

Poiché ci siamo identificati con la persona amata, la sua perdita porta alla perdita di noi stessi, al nostro crollo. Dire "Io amo, dunque sono" significa che il sé è vulnerabile, sempre esposto al crollo. Il sé diventa una sorta di mappa di cicatrici o dei resti dei volti che abbiamo amato.

Emanuele Coccia, philosophe.
Emanuele Coccia, filosofo (Astrid di Crollalanza / Flammarion)

L'amore è intrinsecamente pericoloso, perverso?

Non è perverso, ma non potrà mai essere veramente sicuro. Poiché l'amore è stato un regno di perversione e violenza, vorremmo renderlo il più sicuro possibile, quasi sterilizzarlo, ma è impossibile. Amare significa aprirsi al rischio fondamentale di perdere se stessi; lo abbiamo sperimentato tutti. Ti innamori di qualcuno, poi ti rendi conto di essere stato uno sciocco, ma nel frattempo hai perso te stesso, e ci vogliono mesi, anni, per riprenderti.

Per lei, questo potere trasformativo è lo stesso sia in amore che in economia; perché questa connessione?

Abbiamo cercato di separare l'amore dall'economia, il che mi sembra artificioso e sbagliato. L'amore viene presentato come una relazione pura e altruistica, mentre l'economia come il luogo in cui l'amore viene annientato, ma dobbiamo rifiutare entrambi. Ciò che spinge le persone ad acquistare è tutt'altro che razionale, e la pubblicità si basa sul fatto che le decisioni di acquisto sono guidate dalla fantasia, dall'immaginazione... Costruiamo un sogno.

Considerare una relazione romantica come completamente altruistica significa uccidere l'amore, perché l'amore genera sempre interessi comuni, e abbiamo bisogno di interessi comuni per costruire qualcosa insieme.

Questo la porta ad affermare, il che potrebbe essere considerato un'eresia, che l'amore per le persone e l'amore per le cose siano la stessa cosa...

Tutti gli oggetti che ci circondano sono il risultato di una passione autentica, di un investimento d'amore volto a trasformare il mondo. Oggettivamente, non esiste un fondamento filosofico per distinguere tra amore per gli esseri umani e amore per gli oggetti. Nell'ideale dell'amore romantico, l'amore è isolato dal mondo, come se la relazione non esistesse in uno spazio abitato dal mondo stesso.

Come se fossimo esseri spogliati di tutto, come l'affresco di Signorelli (c. 1450-1523) a Orvieto (Umbria) che raffigura la resurrezione dei morti, completamente nudi. Ma cosa potrebbe esserci di più orribile che fare l'amore in uno spazio spoglio dove ci siamo solo io e l'altro?

Per amare, c'è sempre bisogno di mediazione: oggetti, una casa, un pasto, una luce. Amiamo sempre il mondo quando siamo innamorati, e amiamo l'altro grazie al mondo e attraverso il mondo.

In questo modo non sta forse riabilitando il consumismo e avallando il capitalismo sfrenato?

Esistono ovviamente delle patologie legate al nostro sistema di organizzazione. Ma ciò che intendo dire è che gli oggetti non sono semplici oggetti; hanno una connessione con gli esseri umani e sono stati creati attraverso la forza dell'amore. Ogni oggetto prodotto è una sedimentazione della passione che qualcuno ha riversato in quell'oggetto.

Nessuno mette in discussione l'amore per l'arte. Sono stati costruiti templi per queste opere d'arte, che sono oggetto di venerazione pubblica attraverso la loro esposizione nei musei. Nessuno lo chiama materialismo! Anche l'economia è questa impresa cosmica di erotizzazione della materia.

In che modo la riflessione congiunta su amore ed economia assume una dimensione rivoluzionaria?

Considerare l'amore e l'economia come due sfere separate introduce l'idea che la brutalità sia accettabile in un'azienda, che non possa esserci solidarietà né amore per gli altri. Eppure, è evidente che un'azienda è una forma di famiglia, con i suoi legami di condivisione e i suoi conflitti intrinseci.

Non ha senso separare famiglia e affari; entrambi contengono amore, conflitti e la necessità di rispetto. Pensare all'economia e all'amore insieme non significa profanare l'amore, ma piuttosto riappropriarsi di ciò che chiamiamo economia e reintrodurre la solidarietà che dovrebbe intrinsecamente contenere.

La fusione di queste due sfere precedentemente distinte modifica anche il modo in cui si formano le famiglie ?

L'adozione del matrimonio tra persone dello stesso sesso ha innescato una vera e propria rivoluzione antropologica, non tanto per la questione di genere – ovvero per il fatto che due uomini o due donne potessero sposarsi – quanto perché non lega più la procreazione al matrimonio. Fin dall'antica Roma, il matrimonio era stato il contratto stipulato allo scopo di procreare. Il matrimonio tra persone dello stesso sesso formalizza una situazione di fatto: oggi quasi nessuno si sposa per avere figli.

La separazione tra genealogia e famiglia apre un mondo di possibilità relazionali. Dal momento che non ci sposiamo più per avere figli, perché non unirci a tre o quattro persone? E se ci sposassimo in gruppo, i cognomi non sarebbero più patrilineari e matrilineari. Potremmo scegliere il nostro cognome.

Non è forse questo un modello troppo irrealistico quando la famiglia è ancora strutturata – almeno inizialmente ! – dalla coppia con figli?

Le sitcom americane come Friends e Seinfeld hanno ritratto queste nuove forme di famiglia che non si basano più sulla genealogia. Se ci si sposa all'interno di un gruppo, non c'è più distinzione tra amore sessuale e amore platonico. Legalmente, l'essere famiglia non è più definito e non si realizza più attraverso l'esperienza della genitorialità. Dobbiamo quindi porci questa domanda cruciale: "Cosa stiamo facendo insieme?".

E se la famiglia non è più definita dalla genealogia, allora non c'è più alcuna differenza tra una famiglia e un'azienda. Negli anni '70, le teoriche femministe osservarono giustamente che la famiglia era come un'azienda che nega l'esistenza, dove le donne lavoravano senza essere pagate. Ma se la famiglia è un'azienda che nega l'esistenza, allora anche l'azienda è una famiglia che nega l'esistenza.

È necessario prendere in considerazione nuove forme di associazione. Nella maggior parte delle principali città del mondo, la maggior parte delle persone vive da sola. Perché? Perché non abbiamo ancora inventato gli strumenti istituzionali che permettano alle persone di vivere con un amico, o con più amici, senza che la convivenza sia basata sul sesso.

Ma la sessualità è ancora legata alle coppie e alla procreazione ?

La questione dell'amicizia non è una questione sessuale; dobbiamo liberarci da questa eredità degli anni '70, da questa ossessione per il sesso. Il sesso è importante, ma la famiglia è molto più del sesso. Cerchiamo di superare questa idea di famiglia, basata sulla coppia, vista attraverso questa lente sessuale che è un retaggio dell'ossessione genealogica. Parliamo di sesso come elemento strutturante semplicemente perché continuiamo a credere che l'obiettivo ultimo dell'unione di due persone sia avere figli.

È urgente pensare a nuovi strumenti istituzionali, a nuove tipologie abitative che consentano nuove forme di convivenza collettiva . Smettiamola di parlare di amicizia come di un ideale astratto, o di un semplice sentimento; deve essere un'istituzione, come il matrimonio. Rendiamo possibile la convivenza di tre donne; questo cambierebbe radicalmente le cose anche in termini economici.

Questa tesi sull'amore onnipresente rappresenta forse anche una risposta al pensiero contemporaneo che si concentra sui mali delle nostre società?

Nella giustificata critica al capitalismo, si è trascurato il fatto che la crescita economica abbia ridotto le disuguaglianze all'interno delle società e ci abbia liberato dal mondo feudale. Oggi, le società premoderne vengono idealizzate, la sinistra rifiuta erroneamente tutta questa tradizione e si priva degli straordinari contributi della modernità.

Viviamo in un'epoca in cui la contemplazione del male è inevitabile. Questo è un problema. È particolarmente evidente nella ricerca, dove evidenziare la presenza del male sembra essere sempre più apprezzato. I tentativi di concepire il bene comune vengono liquidati come futili. Intere generazioni di studenti sono state educate a scrutare il male. Molti di loro sembrano collezionare cicatrici come fossero medaglie d'onore. Rinunciano al desiderio, ma questa è una forma sconvolgente di suicidio generazionale. Negano la loro capacità di concentrarsi unicamente sulle proprie ferite. Questa contemplazione del male è un crimine contro il futuro e contro le giovani generazioni.


giovedì 19 marzo 2026

Distruttività e speranza

             Erich Fromm: distruttività e speranza

Lorenzo Curti
Doppiozero,10 Marzo 2026

Fin dalle sue prime elaborazioni simboliche l’umanità ha interrogato il mistero del male, affidando al mito il compito di offrirne una prima forma di comprensione. Sia il mito dell’Eden perduto della Genesi biblica, sia quello greco di Pandora offrono dei tentativi di spiegazione, senz’altro con una certa dose di misoginia, di come sia possibile che l’essere umano, da un’età felice di armonica convivenza con gli dèi e con la natura che lo circondava, sia caduto nell’abisso del dolore, della fatica, della sofferenza e del male. In questo senso il mito di Pandora e quello di Adamo ed Eva presentano delle analogie: in entrambi i casi è la tentazione di una curiosità sul sapere stesso a spingere le protagoniste femminili a sfidare la proibizione di Dio, nel caso di Eva, e di Epimeteo, il fratello ‘sciocco’ del titano Prometeo, nel caso di Pandora. Nella ricostruzione poetica del mito a opera di Esiodo nella sua Teogonia, Pandora sceglie di aprire uno scrigno al cui interno sono serrati tutti i mali del mondo. Appena Pandora dischiude il coperchio, i mali (dalla malattia alla guerra) iniziano a correre all’impazzata per il mondo diffondendosi in ogni dove. Rimane, in fondo allo scrigno, Elpis, la speranza. Questa questione, su cui ritorneremo, è più ambigua di quanto possa sembrare: sebbene la speranza venga quasi presentata come un bene, che resta presso gli uomini come dono, il grande studioso francese di mitologia Jean-Pierre Vernant pone una questione nel suo saggio Alla tavola degli uomini, e cioè che la speranza trovandosi, come gli altri mali, proprio in quello scrigno, sia anch’essa un male.

Decine di secoli dopo questi miti sull’origine del male, anche la psicoanalisi, con Sigmund Freud, arriva a interrogarsi sul perché l’uomo sembri irresistibilmente attratto dall’aggressività e dalla guerra – considerando che lo stesso Freud si include in questa critica mettendo in discussione il suo iniziale entusiasmo per la Prima Guerra Mondiale. Attraverso il concetto di pulsione di morte, e negli scritti Considerazioni attuali sulla guerra e sulla morte e Perché la guerra?, in dialogo con Albert Einstein, proverà a fornire una lettura psicoanalitica dell’aggressività. La prognosi freudiana è infausta: l’essere umano è attraversato da una spinta mortifera e distruttiva a cui la civilizzazione mette un freno fragile e instabile. Civiltà come illusione e, infine, come delusione, che porta Freud a diventare un pensatore profondamente pessimistico riguardo alla condizione umana.

Nel 1973 sarà Erich Fromm, psicoanalista e filosofo della Scuola di Francoforte, a raccogliere il testimone di Freud, dando alle stampe Anatomia della distruttività umana, un’opera di ricerca monumentale che prende nuovamente di petto l’interrogativo sull’aggressività, e che è stata ripubblicata da Mimesis a novembre 2025 con una postfazione di Livia Cadei. Gli anni in cui Fromm si dedica al lungo lavoro di ricerca che culminerà nella pubblicazione di questo testo, sono segnati dalla radicale presa di consapevolezza nell’Occidente del male che era stato il genocidio degli ebrei per mano dei nazisti e dei fascisti, ma anche dall’incombente senso di violenza che si respirava durante la Guerra Fredda tra il blocco sovietico e quello atlantico. Non solo, sono infatti anche gli anni dello sgretolamento del sogno hippy e della guerra del Vietnam, e della diffusione di un fenomeno che sarà sempre più presente negli Stati Uniti, quello dei serial killer – Charles Manson ed Edmund Kemper avevano già compiuto i loro crimini che saranno tra i primi a ricevere ampia risonanza mediatica di una lunghissima serie.

Erich Fromm pone due questioni fondamentali in questo testo. La prima è un fatto epistemologico: può la psicoanalisi porsi come verità ultima e autonoma rispetto all’interrogativo sull’aggressività e sulla violenza? La risposta dell’autore è negativa; la psicoanalisi per Fromm ha il compito di mettersi in dialogo con le altre discipline che si occupano dell’umano in un’ottica che sia fertile e in ascolto prima di emettere un verdetto definitivo, se di qualcosa di definitivo si può parlare quando ci si occupa delle questioni umane. È per questo che Fromm dedica tutta la prima parte del testo a un confronto serrato con la paleontologia, l’antropologia, le teorie comportamentiste e l’etologia. La postura di Fromm non è né quella dello psicoanalista che mette sul lettino le altre discipline, né un appiattimento teorico di queste sotto la lente psicoanalitica. Al contrario, questi saperi vengono scandagliati e ascoltati e l’autore stesso intrattiene conversazioni personali con altri ricercatori per poter comprendere di più dei punti a lui oscuri, come testimoniato dalle numerose note a piè di pagina. È in questi termini che si può parlare di un approccio anatomico, dove i vari saperi vengono sminuzzati e meticolosamente osservati dallo sguardo schietto e critico di Fromm. Come sostiene Livia Cadei nella postfazione, «la sua analisi invita ad allenarsi a un pensiero complesso e prospettico, capace di integrare dimensioni diverse senza indulgere in riduttive semplificazioni del pensiero unilaterale e polarizzato» (p. 661).

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Erich Fromm, 1974.

Il dialogo con le altre scienze è centrale perché è orientato a mettere in discussione la prospettiva pessimistica freudiana secondo la quale l’odio è più antico dell’amore e l’uomo è per sua natura aggressivo. Per Freud, in particolare, questo è legato al suo mito presentato in Totem e Tabù di una fondazione originaria del consesso umano a partire dall’uccisione collettiva del padre tribale, per cui lo psicoanalista viennese sembra sottolineare una violenza primordiale dell’umano. Fromm, invece, basandosi sugli studi paleontologici e antropologici, sostiene che l’uomo non sia stato necessariamente aggressivo nelle ere più antiche e che, anzi, qualcosa dei mutamenti sociali della cosiddetta ‘civilizzazione’ dal neolitico in poi abbia provocato un inasprimento delle violenze e dell’aggressività umana. Non ci troviamo, però, di fronte alla riproposizione del mito del buon selvaggio di Rousseau, anche se in qualche modo Fromm sembra propendere per questa ipotesi, quanto alla constatazione di un’impossibilità a definire aprioristicamente la bontà o la malvagità dell’essere umano.

La seconda questione fondamentale di questo saggio riguarda, invece, l’interrogativo se esista un’aggressività davvero maligna e che si differenzia da tutte quelle reazioni di difesa che sembrano avere più a che fare con un istinto di autoconservazione che non con una distruttività – posto che anche l’autoconservazione può essere usata retoricamente a giustificazione delle peggiori efferatezze. In effetti, l’ipotesi di Fromm è che esistano dei caratteri peculiari che sarebbero orientati al dominio dell’altro e al disprezzo nei confronti della vita: il sadismo e la necrofilia. Il sadismo sarebbe «la trasformazione dell’impotenza nell’esperienza dell’onnipotenza» (p. 378) e il sadico «tenta di trovare una compensazione nell’esercitare il potere sugli altri, nel trasformarsi – lui che si sente un verme – in un dio» (p. 380). La necrofilia, passione-per-la-morte più che l’attrazione sessuale verso i cadaveri, si opporrebbe alla biofilia in quanto passione-per-la-vita e consisterebbe nell’«attrazione per tutto quanto è morto, putrido, marcio, malato; la passione di trasformare quel che è vivo in qualcosa di non-vivo; di distruggere per il piacere di distruggere; [...] la passione di ‘lacerare strutture viventi’» (p. 429). I casi di studio di Hitler per la necrofilia e Stalin e Himmler per il sadismo diventano il viatico per accedere a una comprensione di questi caratteri e di come sia possibile che degli esseri umani provino un’assoluta indifferenza, se non godimento e piacere, nel controllo e nella distruzione della vita degli altri, immolati in guerre sacrificali o massacrati in campi di concentramento e nei gulag. Lo psicoanalista, in qualche modo, condividerebbe con Hannah Arendt l’idea di una diffusione del male per cui «migliaia di Himmler sono attorno a noi» (p. 419). Vi è però una differenza notevole: mentre Arendt ritiene, seguendo l’ipotesi della banalità del male, che in ognuno di noi, anche solo per cieca obbedienza, ci sia il rischio di divenire, come Eichmann, da meri esecutori di ordini dei criminali di massa, Fromm è convinto che questa predisposizione all’aggressività maligna sia legata ad aspetti caratteriali non reperibili in ogni soggettività e che questi siano dettati dalle esperienze della vita, in particolare quella infantile, dell’individuo. Nei fatti, il lavoro di Fromm risulta essere una chirurgica dissezione non tanto del fenomeno dell’aggressività, quanto di quella che in psichiatria classica viene chiamata psicopatia e che autori psicoanalitici come Jacques Lacan definiscono perversione. A questo quadro corrisponde una volontà ferrea di riscrittura della Legge, che il perverso ritiene di poter addirittura incarnare, dove gli altri dell’intersoggettività sono ridotti, almeno immaginariamente, a meri oggetti e pedine, semplicemente utili, o inutili, a degli scopi. È il rapporto con gli altri che emerge chiaramente nel ritratto che Fromm offre di Himmler, nei cui diari l’elenco dei soldati uccisi al fronte veniva accostato senza alcuna differenza né cambio di tono al resoconto delle passeggiate con i familiari.

Cosa ci dice, oggi, più di cinquant’anni dopo la sua prima pubblicazione questo testo monumentale? Certo, le condizioni non sembrano essere cambiate granché: i conflitti in corso, tra cui quelli in Europa e in Medio Oriente, così come i recenti dissidi interni al limite della guerra civile negli Stati Uniti ci mostrano chiaramente l’attuale fragilità e inconsistenza degli organismi internazionali e del diritto a tutelare i popoli dalla distruzione della guerra e dai ritorni ipernazionalisti e identitari, da sempre matrici, insieme alle ragioni economiche, delle guerre. Non solo, sembra che anche tutte le meccaniche di propaganda che hanno caratterizzato le ere dittatoriali per nascondere o giustificare distruzione o massacri non cessino di essere utilizzate con grande disinvoltura. Inoltre, la nostra era è segnata, rispetto a quella di Fromm, dall’ulteriore consapevolezza che questa distruttività ha avuto effetti devastanti anche sull’ambiente e sul nostro ecosistema, che patisce la volontà di dominio e di sfruttamento umana. La diagnosi infausta di Freud sembra continuare a essere confermata. L’augurio di Fromm era che il suo testo permettesse di poter identificare le condizioni che portano allo sviluppo dei caratteri sadici e necrofilici per evitare che questi ottenessero posizioni di potere. Se questa idea sembra impossibile da attuare nella pratica, è però l’ispirazione frommiana, profondamente innamorata della vita, a trasmetterci ancora oggi qualcosa per resistere, da una parte, alla fascinazione del male e della via della distruttività, dall’altra, al duplice inganno di un pessimismo disilluso che sancisce perentoriamente l’inevitabilità dell’autodistruzione dell’umanità o di un ottimismo illusorio che attende che le cose si risolveranno da sé sulla via delle «magnifiche sorti e progressive» di leopardiana memoria.

Ed è proprio su questo snodo centrale che l’opera di Fromm si conclude e su cui ci chiede lo sforzo di interrogarci: quale vuole essere la nostra posizione soggettiva di fronte alla spinta distruttiva umana e quali sono le conseguenze delle nostre scelte di campo? Non è un caso che Fromm intitoli l’ultimo capitolo di questo libro «L’ambiguità della speranza»: infatti, se abbiamo visto con Vernant che la speranza rimane in fondo allo scrigno dei mali è proprio perché la speranza può divenire solo attesa inerte di un cambiamento, rischiando perciò di venire tradita dai tragici eventi della storia. Lo psicoanalista offre, però, una visione alternativa della speranza per cui «avere fede significa osare, pensare l’impensabile, ma agire entro i limiti di quel che è realisticamente possibile; è la speranza paradossale che venga il Messia, ogni giorno, senza perdersi d’animo se non viene all’ora giusta» (p. 563). Ci troviamo, allora, di fronte a una speranza che «non è né passiva né paziente; al contrario, è attiva e impaziente» perché «la situazione dell’umanità, oggi, è troppo seria per consentirci di dar retta ai demagoghi – soprattutto quelli che sono attratti dalla distruzione – o ai leader che usano soltanto il cervello, perché il loro cuore ormai si è indurito» (Ibidem). Anche oggi si ripresentano condizioni molti simili a quelle del periodo in cui scriveva Fromm e possiamo provare a seguire le indicazioni dello psicoanalista per il quale il pensiero critico e “l’amore per la vita” possono diventare strumenti per porre un freno alla spirale distruttiva e autodistruttiva dentro cui l’umanità continua a cadere vertiginosamente.