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sabato 2 maggio 2026

Il senso della vita

François-André Vincent, Démocrite parmi les Abdéritains, 1791, Los Angeles County Museum of Arts

Marco Belpoliti
Lucrezio, Camus e il senso della vita

la Repubblica, 2 dicembre 2020


Albert Camus è ricoverato in ospedale per un incidente automobilistico. Sopravvissuto allo scontro, lo scrittore riceve la visita di Jacques Monod, biologo, con cui sta scrivendo un libro a quattro mani. Tre anni prima Camus ha ricevuto il Premio Nobel per la letteratura, mentre Monod avrà quel riconoscimento per i suoi studi di biologia nel 1965.

Telmo Pievani, uno dei più interessanti e acuti studiosi italiani di scienza ha immaginato che Camus e Monod stiano lavorando a un libro comune in quella stanza d’ospedale. Molte cose li uniscono: hanno partecipato entrambi alla Resistenza contro il nazifascismo e nell’Europa postbellica, divisa dalla cortina di ferro che separa Est e Ovest, e perseguono un comune ideale di libertà. In realtà Camus è morto in un incidente il 4 gennaio 1960 e il libro comune non è mai stato scritto. Nel suo romanzo filosofico Pievani fa incontrare il letterato e lo scienziato, e li fa dialogare sui grandi temi dell’esistenza, sul destino ultimo del genere umano, sulla possibilità di superare la nostra limitatezza di esseri destinati a morire.

Monod legge le bozze del libro a Camus steso nel suo letto nella clinica dove è ricoverato, e insieme discutono in modo serrato ogni pagina del lavoro. Il tema centrale è quello della fine, o meglio della finitudine, ovvero la condizione di ciò che è finito, limitato. In termini filosofici si tratta del tema della finitezza, su cui si è esercitata parte della filosofia del Novecento, a partire da Martin Heidegger, e che presente in modo insistito nel pensiero poetante di Giacomo Leopardi. Si tratta di un tema d’origine romantica, tuttavia il testo guida del libro di Pievani non è né Lo zibaldone né Essere e tempo, bensì il De rerum natura di Lucrezio con il suo materialismo filosofico e la forza poetica. Ogni capitolo del libro immaginato da Pievani è preceduto da un brano tratto da quell’opera di filosofia naturale, che ha avuto una grande influenza nella letteratura e nella filosofia occidentale. Lo scenario su cui si apre il volume è immenso e sconcertante: La Terra è vecchia. Tra un miliardo di anni, ben prima della dissoluzione del pianeta il sole brillerà più di ora e di conseguenza gli oceani evaporeranno così che l’atmosfera della Terra sarà stravolta. Pievani racconta attraverso Monod il destino del corpo celeste che abitiamo in una prospettiva temporale enorme, eppure numericamente finita. La finitezza è dunque prima di tutto una misura calcolabile e un concetto filosofico, e poi anche un pensiero che occupa la mente di ogni donna o uomo che si misura con la propria morte.

Monod nel dialogo assume la prospettiva dell’uomo di scienza: razionale, informato, puntuale, a tratti distaccato, ma sempre coinvolto da quello che accade, in una parola: appassionato. Camus è il portatore di un punto di vista letterario e filosofico; è attento alle questioni etiche, catturato dal tema della libertà e da quello dell’autodeterminazione; è ancora un filosofo umanista. La discussione ruota intorno alla possibilità di sfidare la morte, la fine d’ogni esistenza singola. Lo fanno entrambi in modo laico, poiché sono dei non credenti. Contrastano il nichilismo contemporaneo, che pure Camus ha sfiorato nei suoi saggi. Come tenere insieme l’istinto alla ribellione e l’indispensabile solidarietà tra gli esseri umani? Senza dubbio Pievani s’identifica più con le ragioni di Monod che non con quelle di Camus, il quale rappresenta l’istanza umanistica che alberga nella vocazione d’ogni scienziato. Scienza e letteratura sono conflittuali oppure possono integrarsi e trovare un punto d’equilibro, o meglio ancora d’integrazione? L’idea di fondo del libro è quella di superare il conflitto tra scienza e letteratura attraverso una comune ispirazione etica. Non a caso Pievani è un acuto studioso del pensiero biologico, ovvero di ciò che riguarda il vivente in generale, e l’uomo in particolare. Il suo punto di vista è quello dello scienziato che s’ispira a Lucrezio e al suo poema; sa perfettamente che “le mura della finitudine biologica ci imprigionano e al contempo ci proteggono, dandoci una misura”.

Il tema della misura ritorna in tante pagine del libro attraverso figure di scienziati, ricerche e i punti d’approdo della scienza moderna. Camus appare come l’altro presente nella mente di Monod, a cui cerca continuamente di rispondere. Il biologo stigmatizza a tratti l’ispirazione antiscientifica di Camus; gli ricorda l’importanza della scienza e della sua verità relativa.

Scritto con grande eleganza, Finitudine è un’opera chiara, efficace, ricca di idee e di punti di vista affascinanti; aiuta i lettori ad ambientarsi con le questioni etiche sollevate dalla ricerca scientifica. Ma non è solo questo. La domanda radicale che pone è: se la scienza ha rivelato in modo incontrovertibile che tutto è destinato a finire, l’universo, la Terra e l’esistenza di ciascuno di noi, come possiamo dare un senso a quello che facciamo? Ma la finitudine non è solo un destino; appare una chance, un’opportunità, una probabilità e insieme un azzardo. La vocazione teatrale della scrittura di Pievani è sempre in primo piano nei dialoghi che si svolgono nella stanza d’ospedale dove giace Camus. La diversità di ogni singolo essere umano non è solo una risposta culturale e antropologica, ma innanzi tutto biologica, una forma di resistenza, che attraversa la storia della nostra esistenza sul Pianeta azzurro.


Teresa Simone
Siamo effimeri, e sappiamo di esserlo

Micromega, 2 aprile 2021

"Sa che la Terra è vecchia". Inizia così "Finitudine", il primo romanzo di Telmo Pievani, edito da Raffaello Cortina Editore. Il libro nasce da una finzione letteraria: un dialogo mai avvenuto tra uno scienziato, Jacques Monod, e un filosofo, Albert Camus. Accomunati dalla medesima tensione ideale, dalla volontà di combattere le ingiustizie e dalla necessità di concretarla nell’azione, con la forza di un’intelligenza che si fa etica e la coerenza di un impegno espresso anche nella lotta di Resistenza contro il nazifascismo – poetiche sono le pagine in cui è ricordato il martirio dei partigiani che, pur non credendo nella resurrezione, hanno sacrificato l’unica vita che avevano – questi due pensatori “meridiani”, grazie a un artifizio narrativo che altera tempi e accadimenti, sono accostati per consentire il progetto di un libro a due mani, “la fusione meticcia di due linguaggi diversi”.

Pievani immagina, infatti, che nel tragico incidente in cui in realtà persero la vita Gallimard e Camus, il secondo si sia salvato e che discuta in ospedale con l’amico scienziato. S’intravede il desiderio di raccontare il percorso di due compagni di viaggio, uniti da una profonda stima, che rappresentano la lettura umanistica, di un umanesimo che è scientifico, socialista ed esistenzialistico, di Pievani stesso. Non solo: il libro è intessuto di continui richiami filosofici che ne arricchiscono la trama e stemperano il rigore del linguaggio scientifico con cui si cerca di spiegare il difficile cammino dell’evoluzione e l’irrompere casuale della vita sul nostro pianeta.

Attraversato da un sotterraneo fiume speculativo che cresce sulle riflessioni, non tutte esplicitate, di un Democrito, di un Eraclito, di un Platone, di uno Schopenhauer, di un Bruno, di un Montaigne, di un Leibniz, di un Pascal, riprende, riassume e rilancia la visione filosofica epicurea nello sguardo laico e aperto di Lucrezio, che domina, da più di venti secoli, sulla struttura del mondo e sul destino dell’uomo, sottraendolo all’inganno di un finalismo inapplicabile e alla consolazione di una trascendenza inconsistente.

Il caso e la necessità, che è anche il titolo dell’opera che Monod pubblicherà undici anni dopo i tempi in cui è collocato il romanzo, reggono l’universo e sono all’origine della vita sulla Terra. Una vita caratterizzata dalla finitudine: implacabile, imprescindibile, inevitabile. Ma anche necessaria, dal momento che tale drammatica ineluttabilità è la condizione per apprezzare l’unicità e la dignità dell’esistenza umana. “Alla diade – propone Camus – manca un elemento, la libertà, e diventa la nostra triade, Jacques” (p. 63).

Tra il caso e la necessità si pone, dunque, la libertà, ontologicamente giustificata da una deviazione nella traiettoria degli atomi quasi impercettibile, sufficiente, comunque, a spezzarne il determinismo, secondo l’intuizione di Epicuro che la indicava con parénklisis e che Lucrezio traduce con clinamen.

Tale cambiamento di direzione, introdotto per consentire, sul piano fisico, l’incontro tra atomi e per salvare, sul piano etico, la libertà dell’uomo, diventa, nel superamento della ferrea necessità democritea, un elemento centrale anche nel dialogo tra il filosofo e lo scienziato. È il punto d’incontro e di raccordo che consente, da un lato, di conservare il rigore della teoria scientifica e, dall’altro, l’imprevedibilità dell’accidente “uomo”, riconosciuta dalla riflessione filosofica, la cui radice è nella consapevolezza peculiare dell’animale metafisico di schopenhauriana memoria. È il pensiero della morte che spinge a interrogarsi, a chiedersi quale sia l’essenza ultima della vita, ad avviare l’analisi. Dolorosa, ma imprescindibile.

La trama è intessuta di biologia e filosofia che s’intersecano e interagiscono continuamente, a dimostrare come, in fondo, l’essere umano, questo “impasto inestricabile di virtù e abiezione” (p. 249), non possa ridursi solo a natura o a cultura ma sia l’una e l’altra insieme, particella materiale percorsa, però, da qualcosa che la rende unica e irripetibile, e cioè la coscienza di sé, la consapevolezza di un essere finito in un universo infinito.

Scienza e filosofia si attraversano, dialogano tra di loro, superando steccati disciplinari inutili ed escludenti; d’altronde, ricorda Pievani, una volta la scienza si chiamava filosofia naturale.

La scienza, continua Pievani-Monod-Camus, è sovversiva perché, nello smontarle, si rivolta contro le certezze acquisite, contro la tradizione, contro i suoi stessi maestri. Il suo compito non è consolare ma spiegare. Lo scienziato ricerca, scompone teorie, prova e riprova, corregge e si corregge, in un estenuante ma connaturato bisogno di verità. È un eretico, un dissidente, un rivoltoso. È un distruttore e ricostruttore: il suo lavoro è fatica di Sisifo.

Certo, non è facile acquisire il dato di una finitudine che è del Sole, della Terra, di noi stessi. Nel caso dell’uomo, poi, c’è qualcosa che rende più dura la sua condizione: siamo effimeri, e sappiamo di esserlo.

Per noi dunque, la finitudine è insopportabile, se non speriamo in un altro viaggio: può bastare la fiducia nella ragione a superare il timore della morte, a permetterci di “lasciare questa vita come banchettanti felici dopo una festa”? In realtà, anche Lucrezio, ricorda Pievani, ammette che questa verità è troppo amara da accettare e che vada edulcorata: “L’acre assenzio di questa dottrina, che sembra troppo tetra per l’animo umano a chi non la pratica, va addolcito con il miele della poesia” (pp. 51-52).

Privi di speranze trascendenti, orfani di un dio che ci rassicuri, immersi nella nostra contingenza, sarebbe facile arrendersi oppure, di fronte allo spettacolo doloroso ma non meno ingiusto della nostra finitudine, avere uno scatto, “una presa di coscienza, un moto di insurrezione, un’impazienza, una resistenza che scopriamo dentro di noi irriducibile. Dunque, rivoltiamoci contro la nostra condizione, così come ci rivoltiamo contro un oppressore" (p.61).  Assume valore umanistico la rivolta, che ci fa spezzare le catene di una condizione assurda e ci riporta, noi esseri fragili, in mezzo agli altri esseri fragili che abitano questo pianeta.

Come continuare a vivere? Come affrontare il peso della finitudine? Non col nichilismo né col cinismo e men che meno con la rassegnazione e il suicidio: l’unica via percorribile, propone Pievani, è nel farsi carico dell’assurdo e dell’inquietudine, nel sobbarcarsi “le fatiche di Sisifo della scienza, dell’etica e della convivenza umana” (p. 276), nel vivere fino in fondo la nostra comune condizione, nella libertà della solidarietà. La solidarietà della finitudine. La finitudine del Noi.

https://machiave.blogspot.com/2017/12/il-dolore-del-mondo.html


lunedì 16 marzo 2026

Naturae species ratioque

 

Poggio Bracciolini (1380–1459)

se la scienza ci può portare alla felicità
Epicureismo

Assai duro a morire è il pregiudizio secondo il quale l’epicureismo sia esclusivamente una proposta etica che poco o nulla ha a che fare con la conoscenza della natura. I motivi sono molteplici, «antichi» e «moderni». Con la felice eccezione del De rerum natura di Lucrezio, l’antichità non ha trasmesso l’immagine di un Epicuro scienziato ma quella di un maestro di morale. Basti prendere Cicerone nel I libro del De finibus, dove l’Arpinate, critico, sì, di Epicuro ma suo profondo conoscitore, presenta l’etica epicurea non come parte di un sistema più ampio ma come coestensiva a esso. Dopo Cicerone la vulgata è nota: Epicuro è un estimatore dei piaceri più laidi e un empio che, di fatto, non ammette l’esistenza degli dèi, autorizzando, così, una vita da dissoluti. La storia vera è profondamente diversa. I Papiri di Ercolano hanno conservato in modo frammentario alcuni dei ben 37 libri del Peri physeos dedicati allo studio minuzioso della natura: dai principi della realtà (atomi e vuoto) all’astronomia, dalle cause dei fenomeni meteorologici al progresso della civiltà umana. Che il cuore della filosofia di Epicuro fosse la conoscenza puntuale della natura – finalizzata a fugare tutte le paure (della morte, degli dèi) che ostacolano l’ottenimento della felicità – non era sfuggito a Lucrezio, il quale non a caso intitola il suo poema De rerum natura. Ma non mancano motivi “moderni”. Si potrebbero fare molti nomi di filosofi o interpreti moderni che hanno drasticamente ridotto la complessità del pensiero di Epicuro alla sola etica: si pensi al tentativo di Pierre Hadot di sussumere tutto o buona parte del pensiero antico sotto la categoria di «esercizio spirituale».

Ciò, ovviamente, non significa che l’etica non abbia alcuna parte nella filosofia di Epicuro: è proprio il contrario. Il raggiungimento della felicità è lo scopo della filosofia ma il suo cuore rimane la conoscenza dettagliata della natura (physiologia) senza ricorrere a dèi o principi teleologici che spiegano l’ordine del mondo. Insomma, se Lucrezio non fosse stato scoperto da Poggio Bracciolini nel 1417 la storia della scienza avrebbe seguito un cammino assai diverso. La cosa non era sfuggita nemmeno ad Albert Einstein che antepose una breve premessa all’edizione in latino e tedesco del De rerum natura curata da Hermann Diels (1924) nella quale, pur constatando che la fisica atomistica antica nulla aveva a che fare con i risultati della fisica moderna, riconosceva in Lucrezio «un uomo indipendente, interessato alle scienze naturali e al pensiero speculativo; un uomo certamente dotato di sentimenti e pensieri vividi».

Per fortuna Diogene Laerzio, nel X libro delle sue Vite, ha trasmesso alcuni testi di Epicuro tra cui l’Epistola a Erodoto, il documento che più e meglio di altri sintetizza i principi fondamentali della fisica epicurea.

È a questo testo che si è dedicato uno scienziato tedesco, Detlev Schild, già Direttore dell’Istituto di neurofisiologia e biofisica cellulare dell’Università di Göttingen, che ha appena pubblicato un agile volumetto che contiene non solo una traduzione inglese dell’Epistola, senza particolari pretese filologiche, ma soprattutto una riscrittura del testo di Epicuro sotto forma di una lettera del filosofo per un suo collega scienziato contemporaneo, nella quale espone una sintesi dei suoi studi sulle scienze naturali usando, però, il linguaggio delle scienze di oggi. Segue un breve ma denso commentario ai temi della lettera nel quale Schild mostra, mutatis mutandis, una sorprendente affinità tra la fisica e la medicina contemporanee e i contenuti dell’Epistola ad Erodoto. Colpisce, per esempio, la relazione che Schild osserva tra la dottrina delle pellicole atomiche che si distaccano dalla superficie degli oggetti e la teoria dei fotoni; oppure, in ambito percettivo, la posizione epicurea secondo la quale deve esserci un rapporto di «proporzionalità» tra gli atomi «sonori» e la struttura (altrettanto atomica) dell’organo percettivo. Linda Buck ha ricevuto nel 2015 il Nobel per la Medicina per aver condotto, insieme a Richard Axel, ricerche innovative sul sistema olfattivo, scoprendo la base genetica e molecolare delle proteine olfattive dell’organo recettore che seguono il principio (epicureo) della «isometricità».

Pensare che Epicuro abbia anticipato buona parte dei risultati della scienza moderna è naturalmente ingenuo (e qui torna il monito di Einstein). E, tuttavia, come mostra Schild, Epicuro intuisce un metodo e dei contenuti che hanno singolari affinità con le scoperte scientifiche del XIX e del XX secolo. Sarà un caso? C’è da dubitarne, forse. Il lavoro di Schild ricorda agli scienziati a digiuno di greco ma anche ai cultori dell’antichità a digiuno di scienza il ruolo cruciale dell’epicureismo nella storia del progresso delle scienze.

Detlev Schild, Epicurus. The Birth of the Natural Sciences, Atticus Verlag, pagg. 128, € 18------------------------------------------------------------------------------------------------De rerum natura, libro II, 54-61

nam vel uti pueri trepidant atque omnia caecis
Infatti come i fanciulli nelle tenebre temono
in tenebris metuunt, sic nos in luce timemus
e hanno paura di tutto, così nella luce noi talvolta
inter dum, nihilo quae sunt metuenda magis quam
temiamo cose che non sono affatto più spaventose
quae pueri in tenebris pavitant finguntque futura.
di quelle che i fanciulli paventano nelle tenebre immaginandole imminenti.
Hunc igitur terrorem animi tenebrasque necessest 
Questo terrore dell’animo, dunque, e queste tenebre occorre
non radii solis neque lucida tela diei 
che siano dissipate non dai raggi del sole o dai lucenti
discutiant, sed naturae species ratioque. 
dardi del giorno, ma dalla visione e dalla scienza della natura.
(traduzione di Luca Canali)

E come i fanciulli vedon di notte atterriti
nel vuoto dell'ombra fantasmi di gelide ali
e ne fingono altri in cammino per l'aria,
così nella luce tremano gli uomini
di cose più esigue dell'ombre. Né valgono
i raggi del sole a sperder le tenebre
e questo terrore dell'animo, ma solo 
lo studio del vero, ma solo la luce 
della ragione.
(traduzione di Enzio Cetrangolo)