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giovedì 23 luglio 2026

Giustizia fai da te

 


Gianfranco Locci
Investe la ragazza che lo ha rifiutato: il fratello di lei lo insegue e lo uccide a coltellate

La Stampa, 23 luglio 2023

CAGLIARI. L’ha inseguita, l’ha pedinata. Poi ha premuto sull’acceleratore e l’ha investita, schiacciandola contro una parete di un centro sportivo, alla periferia di Bari Sardo, piccolo paese dell’Ogliastra. Infine, si è dato alla fuga, ovviamente a piedi, perché la sua auto non andava più, era gravemente danneggiata. Simone Concas, 19 anni, residente proprio nel piccolo centro della Sardegna, ieri sera alle 18 ha eseguito il suo folle piano. Voleva punire in questo modo una ragazza di 22 anni, sua compaesana, di cui il ragazzo si era invaghito. La fuga è durata pochi metri: sarebbe stato raggiunto dal fratello della giovane, per un regolamento di conti. Finito a coltellate, con la morte del 19enne. Mentre lei è ricoverata a Cagliari con traumi alle gambe. E il fratello minorenne, l’aggressore, è stato fermato oggi all’alba.

«Attenzioni non gradite», mormora qualcuno, in un centro dove tutti sanno ma le parole escono sempre a fatica. In questa vicenda dove i lati oscuri sono ancora tantissimi, resta in piedi solo una certezza: la gelosia. Simone Concas da tempo si era preso una “cotta” per questa ragazza di 22 anni. Peccato che lei fosse già fidanzata e non ricambiasse affatto le attenzioni del suo compaesano. Le indagini coordinate dalla Procura di Lanusei, ed eseguite dai carabinieri del Nucleo investigativo di Nuoro e della compagnia del centro ogliastrino, vanno in questa direzione. Gelosia, rapporti tra giovanissimi. Così, subito dopo il delitto, e per tutta la notte, sono stati sentiti parecchi testimoni. Nessun interrogatorio vero e proprio in caserma, gli investigatori procedono con cautela. La pista, però, appare chiara, senza alcun tentennamento.

Un’azione pianificata nei dettagli. Simone Concas non si rassegnava. La 22enne per lui era un chiodo fisso, impossibile da scacciare. Da parte della giovane non c’era alcun interesse, tanto che era felicemente fidanzata con un altro ragazzo di Bari Sardo, che ieri non avrebbe partecipato né al pestaggio né all’omicidio.

Intanto, nel paese dell’Ogliastra riaffiora la paura. La mente vola inevitabilmente a quel maledetto primo marzo 2025. La giornata più attesa, per un paese in festa, con la grande sfilata di Carnevale. In quell’occasione venne ucciso un altro giovane, dopo una lite, a coltellate: Marco Mameli, 22 anni, originario di Ilbono.

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giovedì 28 maggio 2026

L'eterno fascino di Montecristo



Luca Ricci
L'eterno fascino di Montecristo: Dumas e il capolavoro che arriva da un tempo irriproducibile

La Stampa, 28 maggio 2026

Durante l’ultimo Salone del libro di Torino l’editore Laterza ha lanciato il sondaggio “Un libro che ha cambiato la tua vita”, e al primo posto si è classificato Il conte di Montecristo di Alexandre Dumas, che è stato capace di sbaragliare Umberto Eco e Marcel Proust, Fëdor Dostoevskij e Gabriel García Márquez. Per capire le ragioni della vittoria di questo che appare il più classico tra i classici, può tornare utile soffermarsi su ciò che potremmo definire il suo assoluto narrativo. Per assoluto narrativo intendo un nucleo d’azioni precise che muovono i protagonisti della letteratura universale. Ne Il conte di Montecristo l’assoluto narrativo è la vendetta: un uomo subisce un’ingiustizia e trascorre il resto della sua vita tentando di vendicarla. Chi non ha subito un’ingiustizia? E chi, avendola subita, non ha provato con tutte le sue forze a cercare una ribellione nella vendetta? Tuttavia, Il conte di Montecristo smette di essere una storia universale - una situazione piuttosto comune, per non dire prosaica, in cui tutti possono riconoscersi - nel momento in cui il protagonista del romanzo, il giovane marinaio Edmond Dantès, rinviene il tesoro grazie al quale può dar seguito ai suoi progetti di vendetta. L’architrave del libro, tutta quanta la sua peculiarità romanzesca, è data dall’espediente del tesoro. Ed è abbastanza incredibile sapere che Dumas, e tutti i lettori insieme a lui, debbano a un singolo elemento l’intera esistenza, oltre che l’intima godibilità, di un libro fluviale che, nella migliore tradizione del romanzo d’avventura (anche se Il conte di Montecristo non corrisponde a una sola tipologia narrativa), è pieno zeppo di personaggi, sottotrame, intrighi, false piste e colpi di scena. A fine lettura, è curioso fare questo gioco: togliamo il tesoro, e tutto crollerà: rimettiamo il tesoro al suo posto, e tutto tornerà a tenersi. Impossibile non citare almeno due autori ottocenteschi che hanno trafficato con tesori nascosti almeno quanto Alexandre Dumas: Emilio Salgari e Robert Louis Stevenson.
Non importa se L’isola del tesoro (1883) e Il corsaro nero (1898) siano venuti dopo Il conte di Montecristo. Anzi, importa eccome: un classico è quel libro che non solo ha il passato ma sa appropriarsi anche del futuro. Noi comuni mortali, persone vere, subiamo un’ingiustizia e tentiamo una vendetta, ma raramente abbiamo la fortuna sfacciata di trovare un tesoro. Questa è la differenza capitale tra noi e il personaggio romanzesco Edmond Dantès. Ed è anche il motivo principale per cui siamo noi a leggere lui (e non viceversa), perché attraverso di lui riusciamo a compiere quella vendetta che nella vita vera, nella cosiddetta realtà, non potremmo mai compiere.

Il conte di Montecristo è anche, e forse soprattutto, un romanzo d’appendice: uscì a puntate tra il 1844 e il 1846 sul Journal des débats. In questa definizione non c’è nessun intento denigratorio, visto che buona parte della letteratura europea del XIX secolo venne pubblicata in prima battuta con la medesima modalità. Da I Miserabili di Victor Hugo a David Copperfield di Charles Dickens, le narrazioni moderne - unico medium dell’intrattenimento popolare dell’epoca - uscirono parcellizzate, in questo prefigurando quel che sarebbe successo un secolo dopo con la serialità televisiva. Attenzione, non solo i romanzi di serie B, le storie con variazioni narrative muscolari, spesso farraginose, con una lingua pungolata dalla fretta delle uscite ravvicinate e perciò sciatta, ridondante, ripetitiva. Perfino Madame Bovary di Gustave Flaubert - vertice mondiale dello stile - uscì a puntate sulla rivista Revue de Paris. È una perversione novecentesca l’aver frainteso, o non voluto comprendere, l’aspetto dirimente della ricezione originale delle opere (e a volte perfino della loro stessa costruzione), che avvenne, appunto, un poco per volta. Il romanzo moderno diviene un manufatto granitico che deve essere recepito come un intero solo a posteriori. Ma, almeno inizialmente, non era la scalata dell’Everest paventata sui nostri banchi di scuola ma un divertimento. Il conte di Montecristo ebbe un enorme e istantaneo successo, le copie del Journal des débats andavano a ruba e i lettori attendevano con ansia la pubblicazione della puntata successiva per conoscere lo sviluppo delle avventure. Guai a quella letteratura che non riesce più a divertire. Fenomeno che è accaduto con l’odierna cultura bestsellerista - dove da una parte c’è l’intrattenimento puro (il mass market) e dall’altra l’impegno (qualunque cosa esso sia, politico, etico, filosofico, metafisico) - magra dote toccata in sorte agli anni Zero.

Ripetiamolo: nel XIX secolo non c’erano la radio, il cinema e la televisione, men che meno i telefoni, i videogiochi e internet. La scrittura era l’unico medium utilizzato, possibile, per veicolare delle storie. Da questa considerazione ovvia nascono conseguenze che, viste retrospettivamente, lasciano stupefatti riguardo alla potenza della letteratura durante la modernità: preminenza, centralità, successo. Quando la narrazione aveva dei lettori senza nessuna retorica pedagogica, leggere non era giusto ma necessario: un misto di utilità e di piacere. L’aspetto conoscitivo non era disgiunto da quello ludico. È in questa temperie culturale che va inquadrato e messo a fuoco Il conte di Montecristo. Dentro a un tempo in cui la letteratura era talmente performante da poter ignorare il suo nome, da poter soprassedere sulle sue imperfezioni e financo sulle sue sciatterie. Le ridondanze linguistiche, le incongruenze della trama, non riuscivano a depotenziare la presa sull’immaginario collettivo, sull’entusiasmo della gente. L’arte ha cominciato ad affinarsi troppo quando è diventata debole. Quando le sue ragioni di fruizione hanno smesso di essere autoevidenti dinanzi agli occhi del grande pubblico. I romanzi popolari come Il conte di Montecristo sono stati grandi perché i motivi della loro esistenza non avevano bisogno di essere dibattuti. Ci si chiede il perché di un comodino, una forchetta o un rotolo di carta igienica? Gli editor, questi custodi delle scritture indebolite e consunte della contemporaneità, sono la certificazione, la prova provata, della malattia della letteratura.

sabato 21 giugno 2025

La dissidenza si paga


La Pergola perde lo status di Teatro Nazionale
il Giornale, redazione

Il Teatro La Pergola di Firenze perde lo status di Teatro Nazionale e viene declassato a Teatro della Città. Secondo fonti giornalistiche la Commissione consultiva teatro del Mic si è limitata a sottolineare che il Progetto Triennale presentato dalla Fondazione che gestisce il teatro non avrebbe gli elementi necessari per vedersi riconosciuto lo status di Teatro Nazionale. Questo apre la strada al declassamento a Teatro delle Città. Una decisione che ha portato una spaccatura all'interno della Commissione ministeriale, incaricata di assegnare i titoli e i relativi finanziamenti ai teatri italiani. Tre commissari, Angelo Pastore (Regioni), Alberto Cassani (Province) e Carmelo Grassi (Anci), si sono dimessi in polemica con la decisione "della maggioranza della Commissione di voler declassare la Fondazione teatro Nazionale della Toscana" che vede Stefano Massini alla direzione artistica. Ed è proprio il direttore artistico, secondo il centrosinistra, il vero bersaglio del "declassamento". " Il declassamento della Fondazione Teatro della Toscana, che ha alla direzione artistica una figura di altissimo profilo come Stefano Massini - recita una nota dei deputati dem della Commissione cultura -, rappresenta un fatto di una gravità senza precedenti. Un atto che ha il sapore evidente della rappresaglia politica e che mina alla base l'autonomia e la credibilità delle istituzioni culturali del nostro Paese".

https://www.lastampa.it/cultura/2025/06/21/news/stefano_massini_teatro_della_pergola_firenze_giuli-15200489/?ref=LSHA-PS-P4-S2-T1
https://www.repubblica.it/commenti/2025/06/21/news/un_deserto_chiamato_cultura-424682588/?ref=RHLF-BG-P8-S1-T1-SPAZIOFIRME.

martedì 20 maggio 2014

Grillo a un punto di svolta



Cavallo che vince non si cambia. I sondaggi sono con lui, che si trova a essere inseguito dai fotografi e a riempire le piazze. Al posto di Grillo, chi non si convincerebbe che la vittoria è a portata di mano? Il comico genovese sembra proprio aver trovato il modo per moltiplicare i consensi. Attaccare tutto ciò che è attaccabile, paragonare gli avversari a morti che camminano e che non potranno ancora fare danni a lungo. Il paese ha una serie di fallimenti alle spalle. Chi ne porta la responsabilità deve pagare. Grillo parla soprattutto il linguaggio della vendetta. Drammatizza tutto, mostra di sapere chi è stato a provocare il disastro e si presenta come il giustiziere tanto atteso. Giustiziere prima ancora che dirigente. In un clima da ultima spiaggia c’è bisogno di voltare pagina, ripartendo dall’idea che il governo e prima ancora la magistratura devono poter esercitare un controllo assoluto della vita economica per impedire abusi, manipolazioni e imbrogli: «Il piano B è il M5S. Il comunismo è fallito perché applicato male, mentre il capitalismo sta fallendo perché è questo, capitalismo di rapina senza democrazia: sta massacrando la nostra economia». Questo ha dichiarato il nostro uomo da Vespa. 
Nessuna dittatura in vista, secondo lui. Sarà il web a decidere tutto, il portavoce del movimento non fa che aprire la strada al potere diffuso dei cittadini. Troppo bello per essere vero, naturalmente. Sugli inganni e i pericoli della democrazia diretta si sorvola.
Che tutto questo sia sospetto e puzzi forte di demagogia è certo. Ma non sta qui il problema ai fini del risultato elettorale. Si tratta di vedere se una argomentazione simile può procurare al movimento 5 Stelle un numero ancora più ampio di consensi che in passato. Il disco rotto che ci viene continuamente riproposto può ancora sedurre molti nuovi elettori?
Ho i miei dubbi in proposito. Anche Grillo e Casaleggio per la verità stanno esitando, come dimostrano le loro ultime uscite televisive. Casaleggio di governo da Lucia Annunziata contro Grillo di lotta da Vespa. Sarebbe ora che i due soci in affari cominciassero ad apparire credibili come prossimi detentori del potere sovrano. Possono continuare finché vogliono a far roteare la clava sulle nostre teste, se non arrivano a impugnare lo scettro e ad apparire capaci di assumere una responsabilità di governo, presto vedranno che la loro forza espansiva urta contro un ostacolo insormontabile. Il desiderio di vendetta ha le sue ragioni che possono prevalere su ogni altro motivo, ma la domanda sul dopo è destinata a riproporsi con ossessiva insistenza: “Quando avrete preso il potere, che farete più esattamente, come tratterete gli avversari, saprete valutare le conseguenze delle vostre scelte?” Un conto è urlare a più non posso, un altro conto è far fronte ai problemi con decisioni ponderate e misure praticabili. 
Il futuro è nelle braccia di Giove e nulla permette di escludere un cambiamento positivo. Il buffone di corte può rivelarsi un ottimo amministratore e un abile timoniere al comando della nave. Certo il cambiamento non c’è stato ancora e, se ci fosse, la prospettiva di superare ogni difficoltà con il raggiungimento di maggioranze bulgare si rivelerebbe falsa, semplicistica, illusoria. Grillo e Casaleggio stanno giocando con il loro destino una partita che al momento comporta un salto mortale. Se non seguiranno la via della mutazione e della conversione alla politica effettiva con le sue regole, sarà la realtà a ribellarsi contro di loro e a imporre altre scadenze, altre incombenze, altri obblighi. Il mondo non si lascia sottomettere come l’immaginario da qualche estroso gioco di parole.