martedì 14 aprile 2026

Il corridore ideale

Alessandra Giardini
Il "magnifico perdente" conquista la Parigi-Roubaix: Wout Van Aert, il corridore ideale

Domani, 11 aprile 2026

Aggiornamento 12 aprile – Wout Van Aert ha vinto la Parigi-Roubaix. Il belga ha battuto il campione del mondo Tadej Pogacar, battendolo in volata all'arrivo al velodromo di Roubaix. È il secondo anno consecutivo che lo sloveno arriva secondo nella corsa, rimasta l'unica Classica Monumento che manca al suo palmares. 


Il corridore ideale esiste. Forte in salita, potente a cronometro, veloce allo sprint. È l’uomo ideale per ogni terreno: pavé, ghiaia, fango, asfalto. Riassume in sé tutte le sfaccettature del talento. La sua classe trapela da ogni colpo di pedale, da ogni gesto. Eppure Wout van Aert non vince praticamente mai. In tutte le gare c’è sempre qualcuno che al momento giusto ha qualcosa più di lui. Nonostante il fisico da flahute, il prototipo del fiammingo nato per domare le strade del nord nelle condizioni più dure possibili, Wout ha dentro qualcosa che lo frena: una sorta di lato umano, un’adorabile fragilità. Una crepa di incertezza che in un mondo di supereroi, oltretutto sempre più precoci, lo fa sembrare antiquato, fuori tempo. In una parola: superato.

Anche sul traguardo: quest’anno il corridore ideale non ha ancora vinto, né nel ciclocross, né su strada. È stato terzo alla Milano-Sanremo e quarto al Giro delle Fiandre, le prime due Monumento. E una decina di giorni fa alla Dwars door Vlaanderen si è fatto battere da Filippo Ganna, aggiungendo un altro secondo posto ai sei del 2025 e ai cinque (più sei terzi posti) del 2024.

C’è sempre un punto di svolta nella carriera di un campione. Recentemente David van der Poel ha raccontato che il momento in cui suo fratello Mathieu è cambiato, diventando grande in ogni senso possibile, è stato l’arresto in Australia, nella notte che precedeva il Mondiale 2022. Van der Poel fu accusato di avere inseguito minaccioso nel corridoio dell’hotel due ragazze che facevano rumore impedendogli di dormire. «Fino ad allora aveva fatto affidamento sul suo talento: vinceva perché era di gran lunga superiore agli altri. Quello che è successo in Australia gli ha provocato un senso di ingiustizia. È stato allora che ha capito che si sarebbe allenato ancora più duramente e non si sarebbe lasciato più sfuggire nessuna occasione. Col senno di poi quella notte in cella in Australia è stata la cosa migliore che potesse capitargli».

Il momento di svolta di van Aert è stato di segno opposto. È un piccolo episodio, niente a che vedere con una notte in cella, successo pochi mesi dopo il Mondiale australiano, quando il confronto tra i due «van» era più che mai aperto. A fine marzo 2023, alla Gand-Wevelgem, van Aert arrivò al traguardo con il suo gregario e amico Christophe Laporte. E lo lasciò vincere.

Apriti cielo. Il buon Wout si ritrovò massacrato dai vecchi flahute come Roger De Vlaeminck ed Eddy Merckx, due che non conoscono il significato dell’espressione «lasciar vincere». Dissero che Wout aveva mancato di rispetto nei confronti delle squadre avversarie, degli spettatori, e anche della storia di una classica importante come la Gand. E van Aert, che si è sempre sentito gli occhi della stampa fiamminga addosso, ha subìto in maniera massiccia le critiche che gli sono state rivolte.

«Non mi manca niente»

Da allora la sfortuna si è accanita contro questo corridore. Cadute, fratture, interventi. Tutti episodi che minano una fiducia già intaccata: a forza di arrivare secondo, cominci a non ricordarti più come si vince. Ed ecco altre critiche. Se noi vediamo un lato romantico nell’incapacità di van Aert di finalizzare, i giornali belgi non fanno che interrogarsi sul mistero che lo circonda. Persino il suo comportamento sempre corretto viene analizzato come se fosse sospetto. Perché sorride se ha perso? Perché gioca con i figli se non è neanche sul podio? Fanno sondaggi, danno consigli, si chiedono cosa gli manca. «Ik moet juist niks!», non mi manca niente, disse alla telecamera in un raro momento di rabbia dopo aver vinto la E3 del 2023. Ma dopo due giorni regalò la Gand-Wevelgem a Laporte e cominciò ad andare tutto alla rovescia.

In realtà ci sono anche motivi tecnici e tattici dietro ai tanti secondi posti di van Aert. In parte derivano proprio dalla sua grande versatilità: van Aert può vincere a cronometro, ma quando si scontra con cronomen di professione ci sta che perda. In uno sprint di gruppo è così veloce da poter pensare di vincere, ma è facile che trovi uno specialista che lo batte. E la sua squadra non organizza un treno per lui come fanno invece quelle degli sprinter puri. Van Aert può vincere (lo ha fatto) una tappa di alta montagna in un grande Giro, ma è sempre un corridore che supera il metro e novanta e pesa più di 80 chili: contro uno scalatore non può farcela.

Quanto ai motivi tattici: van Aert corre in una squadra, la Visma | Lease a Bike, che punta soprattutto sui grandi Giri. E in quelle tre settimane van Aert, che non può fare classifica nelle grandi corse a tappe, si trova a correre da gregario. Tira, prende vento, va all’ammiraglia a caricarsi di borracce. Spende energie che non avrà più nelle rare tappe in cui sarà libero di provare a vincere. Così non vince.

I suoi fedeli aumentano

Nonostante tutto, è talmente chiaro che van Aert è il corridore (e magari anche l’uomo) ideale che alla vigilia di ogni appuntamento che conta c’è sempre chi spera che arrivi il suo giorno. E il gruppo dei suoi devoti diventa ogni momento più folto. In un momento storico in cui Tadej Pogačar sembra praticamente imbattibile, la Parigi-Roubaix (unica Monumento che il cannibale 4.0 non ha ancora annesso alle sue proprietà) suggerisce un pronostico più aperto rispetto al Giro delle Fiandre.

Nell’Inferno del nord il problema non è il dislivello, e la tattica potrebbe dunque trovare più spazio: riuscirà van Aert a infilarsi tra i grandi protagonisti di una classica che sembra disegnata sulle sue caratteristiche? Marc Madiot, che di Roubaix ne ha vinte addirittura due, lo ha definito «il corridore per eccellenza».

Quest’anno Wout ci arriva in condizione smagliante: l’ultima frattura risale al 2 gennaio, durante la stagione di ciclocross: la caviglia è stata operata, c’è stato tutto il tempo di recuperare. Al Fiandre, il giorno di Pasqua, è parso però chiaro che il livello di Pogačar e di van der Poel sia al momento inarrivabile per tutti gli altri. Se quei due detteranno il passo come hanno fatto l'anno scorso (come fanno sempre), quelli della seconda linea potrebbero accontentarsi di tenere il loro ritmo.

Quelli che perdono alla grande

Certo, parlare di un corridore perfetto come van Aert come di un uomo di seconda linea dispiace. Ma i fatti sono questi: a 31 anni abbondanti ha vinto soltanto una Monumento, la Milano-Sanremo di agosto, nella stagione stravolta dalla pandemia. Da allora sono passati sei anni. Tolta la Classicissima, l’ultima volta che Wout è riuscito ad arrivare sul podio di una Monumento è stato tre anni fa alla Roubaix (terzo).

Quanto alle altre classiche capaci di cambiare una carriera, l’ultimo podio in linea risale al Mondiale di Glasgow, dove fu secondo dietro a van der Poel. All’Olimpiade di Parigi 2024 ha preso il bronzo, ma a cronometro. C’è sempre qualcuno che va più forte, che scatta nel momento migliore, che non si lascia commuovere.

C’è stato un altro campione che è passato alla storia per come perdeva alla grande: non vinse mai il Tour de France, non indossò mai la maglia gialla, ai Mondiali vinse al massimo il bronzo e delle 57 classiche Monumento che corse ne vinse una sola, la Milano-Sanremo del 1961. Eppure i francesi hanno amato Raymond Poulidor come nessuno. Sua figlia ha sposato un corridore olandese, e suo nipote è diventato lui pure un ciclista. È Mathieu van der Poel. Ed è curioso che a Poulidor somigli di più quell’altro, Wout van Aert.

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