lunedì 20 aprile 2026

Il paese immobile

Angelo Panebianco
La società che sceglie l'inerzia

Corriere della Sera, 20 aprile 2026

Il rifiuto dell’innovazione. Perché alla retorica del «cambiamento» corrisponde in Italia, sulle cose che maggiormente contano, l’immobilità? Perché il Paese non riesce da decenni a schiodarsi da una situazione che combina crescita asfittica (dello zero virgola) e il peso di un debito pubblico asfissiante? Perché i governi, dei più diversi colori, che si sono susseguiti, non sono riusciti a cambiare le cose, a innescare un percorso virtuoso? Ha scritto Sabino Cassese (Corriere del 10 aprile) che, se si osserva l’attività del governo Meloni si constata che esso, fatta eccezione per il referendum sulla giustizia, ha scelto di concentrarsi su «(…) questioni di low politics, e seguendo un criterio di riformismo ridotto, ascoltando più gli interessi che le opinioni (…). Ha fatto una politica finanziaria prudente nell’interesse del Paese ma senza una spending review che avrebbe consentito di accertare dove si possono fare risparmi (…)». In sostanza, ha scelto il quieto vivere, senza quei drastici interventi (per esempio, in materia di riforma della pubblica amministrazione), da anni invocati e mai attuati. Per molti versi, un governo in continuità con i governi del passato. E, molto probabilmente, anche del futuro. È ormai consuetudine che se cambiano i governi ci sia certamente un ricambio nelle clientele (alcuni gruppi vengono tassati di più e altri meno, si fanno assunzioni, si distribuiscono selettivamente sussidi, eccetera...) ma i nodi che bloccano la società italiana non vengono aggrediti.

Se questo è uno dei banchi di prova fondamentali per giudicare un governo, allora si deve constatare che, quale che fosse o sia la maggioranza di governo o il suo colore politico, nessun esecutivo è fin qui riuscito a favorire una forte ripresa della crescita economica. Forse non è solo la maggiore o minore stabilità dei governi o il loro orientamento politico a contare. In passato, si attribuivano soprattutto all’instabilità governativa, all’esistenza di forti poteri di veto o all’impossibilità, stante le caratteristiche della nostra Costituzione, di disporre di una efficiente democrazia governante, le principali cause dell’immobilismo. Ma c’era e c’è di più. Come si sa, è consuetudine di tanti osservatori concentrare la loro attenzione sulla «qualità» della classe politica (in genere, per esprimere su di essa giudizi severi). Della «qualità» del pubblico, invece, non si parla quasi mai. Come se fosse un argomento tabù.

Sfrondata dalla retorica, l’essenza della politica democratica consiste in un rapporto di scambio: da un lato, i vari settori della classe politica offrono «politiche», ossia interventi più o meno coordinati su un insieme di questioni, o promesse di politiche, dall’altro lato, gli elettori, con il loro voto, «comprano» l’una o l’altra delle offerte politiche in competizione. Il venditore (il politico), solo a proprio rischio e pericolo, può mettere in commercio merci (ossia politiche o promesse di politiche) che non incontrino i gusti del consumatore/elettore. Proprio qui, forse, sta il principale ostacolo.

Se è di crescita economica che si parla, allora bisogna constatare che ampi settori della società italiana si sono ormai da tempo adattati a convivere con condizioni di bassa crescita o di assenza di crescita. Ci si lamenta continuamente dei bassi salari e dei bassi stipendi, ma ci si guarda dal mettere il dito sulle cause. La domanda che arriva ai politici non è: contribuite a rilanciare lo sviluppo. La domanda è: dateci bonus e sussidi. E la politica si adegua. Mancando una forte domanda del pubblico di maggiore sviluppo, la politica non ha alcun interesse a scatenare contro se stessa l’ostilità dei tanti poteri di veto che alimentano in Italia le varie rendite e che sarebbero danneggiati da misure volte a favorire lo sviluppo. Se quella domanda ci fosse, i poteri di veto ovunque si annidino (dentro e fuori la pubblica amministrazione) potrebbero essere piegati e sconfitti. In assenza di quella domanda nessun governo si azzarda a suscitarne l’ostilità. Il prezzo politico da pagare è ritenuto troppo alto.

Se ci si pensa, c’è un legame fra i temi dell’economia e quelli della sicurezza. Ci si lamenta dei salari bassi ma non ci sono sufficienti spinte sociali a favore della crescita. In materia di sicurezza accade qualcosa di simile: c’è un’opinione pubblica spaventata (e ne ha motivo) per quanto accade intorno a noi, percepisce che siamo entrati in un mondo in cui la sicurezza dell’Italia non è più garantita come lo è stata a lungo ma, al tempo stesso, come i sondaggi rilevano, è poco disponibile a fare qualche sacrificio per la difesa del Paese.

Le cause di tutto ciò sono tante ma forse la più importante è l’inverno demografico, l’invecchiamento della popolazione. Innovare, come sarebbe necessario, significa investire sul futuro. Ma una società invecchiata si preoccupa assai più del presente che del futuro. Le società che invecchiano sono al riparo dalle rivoluzioni (le rivoluzioni avvengono, quando avvengono, in società demograficamente giovani). In compenso diventano allergiche alle innovazioni che potrebbero sconvolgere abitudini, routine consolidate.

Non se ne esce dunque? Non è necessariamente così. Non è detto che, al netto della retorica politica, la continuità debba sempre prevalere. Le pressioni esterne, sia quelle derivanti dagli effetti dello sviluppo tecnologico sia quelle provocate dai cambiamenti negli equilibri internazionali, sono talmente potenti che se i Paesi europei che maggiormente contano imboccheranno la strada giusta, anche un’Italia riluttante, così poco amichevole nei confronti dell’innovazione, potrebbe essere trascinata dalla corrente. Ricavandone benefici. È irrealistico? Sicuramente lo è meno che fingere di non vedere le cause, lontane e vicine, delle nostre difficoltà presenti.

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