Arianna Montanari
Perché l'oroscopo ha tanto successo
Il Post, 4 aprile 2026
Mia nonna l’oroscopo lo guardava sempre. Sul tavolino del salotto si accumulavano riviste di gossip e magazine femminili, e lei ogni settimana consultava le ultime pagine per scoprire cosa sarebbe successo allo Scorpione. Mio nonno le diceva che erano tutte fesserie, lei rispondeva: «Dici così perché sei della Vergine».
Non era l’unica, in famiglia, a leggere l’oroscopo – mio cugino e io sbirciavamo sempre quello della Gazzetta, che parlava di sesso ammiccando al lettore come uno zio ubriaco alle cene di famiglia – ma era l’unica che, attraverso un sillogismo che non riteneva di dover giustificare, tracciava una linearità deterministica tra i segni zodiacali e i temperamenti – di più, la moralità – delle persone. «Giusto perché sei mia nipote», mi diceva, «ma coi Gemelli preferirei non avere a che fare, tutti bugiardi».
Mia nonna credeva all’oroscopo con la stessa cristallina certezza con cui credeva nella volontà di Dio o nella forza di gravità, con la differenza che una buona congiuntura astrale poteva essere incoraggiante quando c’era da puntare qualcosa sulla ruota di Napoli. Ma sebbene ci credesse, non vi dedicava in realtà più di qualche minuto alla settimana. Giusto il tempo di confrontare le diverse previsioni e scegliere la più affidabile – che era poi sempre anche la più fortunata.
Io che invece non ci credo, che vedo chiaramente quanto non possa esserci alcun legame fra il movimento degli astri e il mio minuscolo destino personale, ho due app che ogni mattina mi inviano una notifica per dirmi come andrà la giornata: so che mi innamoro di intellettuali o sedicenti tali perché ho Venere in Gemelli, che Marte in Cancro mi rende svagata e inconcludente, che il Medio Cielo – ancora non ho capito bene cos’è, ma pazienza – ce l’ho in Ariete. Ho regalato analisi del quadro astrale, speso dei soldi per verificare le affinità di coppia nelle succitate app, non so dire quanti meme sull’oroscopo ho condiviso negli ultimi anni e ho almeno tre magliette che esibiscono sul petto la costellazione del mio segno.
L’astrologia è, fra le cose in cui crediamo di meno, quella di cui parliamo di più. È stato Rob Brezsny, una quindicina di anni fa, a liberarla dall’aura di creduloneria superstiziosa che si era portata dietro fino ad allora. Brezsny aveva una bella penna, anche poetica, e offriva suggestioni su come guardare il mondo, più che previsioni su ciò che sarebbe successo. Il suo oroscopo veniva pubblicato su Internazionale, quindi non c’era da vergognarsi a leggerlo o condividerlo sui social. Da quel momento, più o meno verso la fine degli anni ’00, l’astrologia è diventata prima un guilty pleasure, poi un argomento di conversazione sempre più interessante e autorevole, buono per rispondere a interrogativi e inquietudini, ma soprattutto per dire qualcosa su chi siamo, per codificare un carattere – spesso, il nostro – che non finisce mai di incuriosirci.

Rob Brezsny nella sua foto più famosa (via Wikimedia)
Non serve una laurea in fisica per rendersi conto che non c’è nessun legame fra le rotazioni celesti e la tenuta delle nostre relazioni o la fortuna durante un colloquio di lavoro: il pensiero magico non appartiene più al nostro mondo, abbiamo bisogno di dati chiari per credere a qualcosa. Eppure.
Negli ultimi vent’anni l’astrologia, disciplina complessissima come solo le scienze inesatte possono essere, è di certo diventata più accessibile – basta inserire i dati online per avere il nostro quadro astrale, non serve più un astrologo con compasso e righello – ed è pressoché scomparsa la domanda «Ma tu, ci credi all’oroscopo?», perché sembra che un po’ tutti, fra millennial e gen Z, in un modo più o meno vago, in un modo che evita accuratamente l’analisi delle fonti e non si interroga sulla verificabilità delle sue prescrizioni, tutti, in qualche modo, più o meno per gioco, ci credano.
In una scena dell’ultima stagione di Girls, Hannah, la protagonista, indecisa su una questione piuttosto importante, sbotta: «Non c’è qualcuno che possa dirmi che cosa devo fare, ma in modo che sembri una mia idea?».
Credo che il rinascimento astrologico che stiamo vivendo abbia molto a che fare con la fatica di una generazione che non crede in Dio (quantomeno, non nel Dio che offre precetti di condotta morale e conduce le esistenze), che gode di una libertà inaudita e ha messo in discussione tutto il cursus honorum dell’età adulta, nella convinzione che tutto sia ottimizzabile, e in nostro potere.
Misuriamo la qualità del nostro sonno con lo smartwatch, portiamo con noi checklist dettagliatissime al primo appuntamento, disponiamo di spiegazioni biochimiche per ogni nostra emozione (mi raccomando, controllare i livelli di cortisolo e verificare le scorte di vitamina D) e sul lettino del terapeuta ci avviciniamo, seduta dopo seduta e non senza fatica, alla versione migliore di noi stessi. In un quadro del genere, costantemente prestazionale, dove siamo chiamati a trovare una spiegazione razionale o una diagnosi a tutto quello che succede, può essere profondamente liberatorio aprire le braccia e sospirare «Sono dei Gemelli, le bugie le dirò sempre». Se la colpa di quel brutto periodo al lavoro è di Mercurio retrogrado, io non posso farci niente: il mio malumore non è un fallimento personale, ma un momento inserito in un ciclo cosmico di fronte al quale tocca avere pazienza e aspettare transiti migliori. Che pace.
L’astrologia è il territorio di frontiera in cui la linearità deterministica che tiranneggia le nostre vite viene finalmente messa a tacere. Se ha tanta presa su di noi, però, se ci convince o, quantomeno, non ci scandalizza, è perché è regolata, al suo interno, da quella stessa regolarità meccanicistica di cui riconosciamo l’autorevolezza. A differenza di altre forme divinatorie come i tarocchi, dove l’elemento casuale è assai più evidente (potrei pescare con lo stesso grado di probabilità l’otto di bastoni o la temperanza, e avere previsioni assai diverse sul mio futuro), l’oroscopo è ancorato a movimenti astronomici indubbiamente veritieri, scientifici, guidati da regolarità inflessibili.
A guardarla con gli occhi della teoria dei giochi, l’apparente irrazionalità del nostro interesse per l’oroscopo acquista un senso nuovo. In un sistema complesso dove le variabili sono infinite e l’informazione è sempre incompleta, l’astrologia funge da punto di Schelling: un set di simboli condivisi che ci permette di coordinarci con gli altri senza dover spiegare da zero chi siamo.
Quando consulto le mie app al mattino, non sto cercando la verità assoluta, ma una strategia per la giornata che minimizzi il rischio di essere sorpresa dal caso. È quella che in matematica si chiama strategia minimax: un modo per dare un nome, per quanto arbitrario, all’imponderabile, ma soprattutto per gestirlo.
L’oroscopo non è diverso da tutte le altre arti combinatorie che, a partire da elementi semplici e codificati, offrono loro nuovi significati attraverso accostamenti simbolici pressoché infiniti: tutti sappiamo quali sono le caratteristiche del Leone, ma la sua cifra cambia se ha l’ascendente in Capricorno o in Bilancia. Pianeta dopo pianeta, si arriva a una configurazione astrologica che è pressoché unica per ciascun individuo.
Leggere cos’hanno in serbo per noi le stelle ci apre a un vissuto distante dall’ordinario. Quando varchiamo la soglia di una cattedrale, le luci soffuse, le vetrate, il silenzio segnalano subito che lì vigono regole diverse, capaci di collegare la nostra dimensione terrena a qualcosa di più grande. Leggere di costellazioni e pianeti, di transiti e quadrature, rappresenta una forma di spiritualità laica che non richiede l’adesione a nessun dogma ma offre il conforto di una generica speranza di miglioramento per il futuro: «Questo mese è ancora tosto, ma col passaggio di Saturno in Capricorno cambierà tutto». Il pensiero scientifico è messo momentaneamente fra parentesi per fare spazio a un pensiero più antico: quello magico.
Come chi entra in chiesa da non credente accetta comunque le regole del gioco e si apre sempre un po’ alla possibilità di scoprire dentro di sé una sensibilità al confine con il soprannaturale, così noi, aprendo l’oroscopo, non chiediamo verità assolute, ma trasformiamo il mondo in uno specchio. Cerchiamo parole che sappiano entrare in risonanza con quanto stiamo vivendo, per rispondere all’ancestrale desiderio di sentirci, finalmente, visti dall’universo.
D’altronde l’oroscopo è strutturato proprio per offrire interpretazioni quanto più generiche e universali. Era questo il cuore della critica di Theodor W. Adorno in Stelle su misura, dove a partire dall’analisi della rubrica di astrologia del Los Angeles Times scriveva che «la tecnica dell’oroscopo consiste nel dire a ciascuno esattamente ciò che egli è e al tempo stesso qualcosa che è così generale che chiunque potrebbe applicarlo a se stesso. È il tentativo di creare l’illusione che le forze impersonali dell’universo stiano parlando proprio a te».
Adorno vi vedeva una trappola, ma è possibile scorgerci anche una scialuppa di salvataggio. Pazienza se fra l’oroscopo e le nostre vite manca un rapporto deterministico; a tenerci legati alle previsioni di Simon & the Stars c’è comunque quella che Jung chiamava sincronicità: un nesso acausale fra due eventi che si verificano nello stesso momento (la lettura dell’oroscopo che prevede per noi un nuovo amore e l’incontro con una persona interessante, per fare esempio) e che ci apre alla possibilità di leggere la realtà con lenti diverse, prerazionali, cariche d’incanto, e per un attimo ci permette di credere ancora a parole come “destino” e “magia”.
In La scienza come professione Max Weber spiegava come il progresso scientifico avesse portato a un progressivo disincantamento del mondo: la realtà, non più animata da spiriti o scopi divini ma ridotta a una sequenza di fatti neutri, rimane muta, un semplice foglio di calcolo, vera e reale, ma priva di poesia, a tratti faticosa.
L’astrologia, mutuando la propria simbologia dalla mitologia classica e associando a ciascun pianeta un tratto archetipico, torna invece a far parlare il mondo per accordi e richiami. Quando apriamo Co-Star accettiamo di lasciarci incantare dalle assonanze che incontriamo, proprio come quando apriamo un romanzo: sappiamo che non ci dirà niente di vero e forse nemmeno di utile, ma per un magico e fortunato allineamento di stati d’animo, o di costellazioni, sembra che parli proprio di noi.
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