Arte & Psicoanalisi
Sara Boffito
Il Sole 24ore, 29 marzo 2026
È vero che il rapporto tra malattia mentale e creatività, tra arte e psicoanalisi è uno dei più navigati, celebrati e anche reciprocamente nutrienti – basti pensare alla celebre lettera inviata da Schönberg a Kandinsky in cui il compositore sentenziava che «l’arte appartiene all’inconscio»; all’altrettanto nota affermazione di Freud a proposito del primato dei poeti, che conoscono «una quantità di cose fra cielo e terra che il nostro sapere accademico neppure sospetta»; alla misteriosa enigmatica relazione analitica tra Samuel Beckett e il geniale psicoanalista Wilfred Bion; a come, più recentemente, Louise Bourgeois abbia dedicato quasi la sua intera produzione artistica alla psicoanalisi; per non parlare della miriade di volumi in cui si analizzano opere o artisti dal vertice psicoanalitico.
Un recente ricchissimo libro a cura di Marco Manzoni osserva questa relazione da un’inclinazione specifica: l’intreccio tra creazione artistica, malessere e solitudine. Il volume si apre con una prima sezione in cui grandi nomi della psichiatria, della psicoanalisi e della filosofia (Eugenio Borgna, Carla Stoppa, Iolanda Stocchi, Luigi Zoja, Emanuele Severino, Carlo Bo) s’interrogano appunto sulla «malattia creativa», un’espressione di Ellenberger ripresa sia da Zoja che da Stocchi, per fare poi spazio a un coro di voci, tra le più importanti della critica, della letteratura e della filosofia, che tentano in queste pagine di scioglierne l’enigma (Giovanni Testori su Van Gogh, Marco Garzonio su Montale, Giovanni Raboni su Proust, Sergio Perosa su James, Nadia Fusini su Kafka, Giuseppe Zigaina su Pasolini, Patrizia Violi su Yourcenar, Carlo Sini su Nietzsche, Marco Gay su Jung, Quirino Principe su Schumann, Andrea Bisicchia su Strindberg e Remo Bodei su Hölderlin).
L’atto creativo ha a che fare con il tempo, un kairós sfuggente, che può essere avvicinato in quelli che Manzoni nella sua introduzione identifica come «momenti critici e topici» dell’esistenza. L’ouverture è un piccolo esemplare saggio di Eugenio Borgna, alla cui memoria il volume è dedicato, che avvicina l’esperienza psicotica ricordandoci che l’irrompere della follia, quella radicale rottura del contatto con il reale, «è in ogni caso una possibilità umana». E aggiunge che attraverso percorsi diversi da quelli abituali, sentieri misteriosi, l’esperienza psicotica trasforma e rinnova: talora può farsi esperienza creativa. Tornano alla mente le osservazioni di Donald Winnicott, che vede l’artista come qualcuno che ha “la capacità e il coraggio” di restare in contatto con quei processi primitivi che le persone sane rischiano di perdere, impoverendosi. Processi tanto vitali che per lui uno dei compiti della psicoanalisi è «permettere alla follia di diventare un’esperienza accettabile», se non la si evita. Per questo l’esperienza degli artisti è così fondamentale. Ed è di solitudine, una solitudine essenziale, «una solitudine intrinseca fondamentale e inalterabile» che caratterizza lo stato originario in cui «l’essere emerge dal non essere» e che permane durante tutto il corso della vita.
Nell’opera di alcuni artisti rintracciamo «l’esile inconfondibile tramatura atmosferica» dell’angoscia psicotica, che Borgna identifica nella straordinaria bellezza e «friabilità mortale» delle liriche di Hölderlin – poeta che fa da cornice al volume di Manzoni, poiché a lui è dedicato anche l’ultimo saggio di Remo Bodei. In effetti Hölderlin è il poeta della Umnachtung, quella situazione di ottenebramento in cui sulla mente è calata la notte e il pensiero è avvolto. Anche Jean Laplanche, in un magnifico libro a lui dedicato, immagina Hölderlin come qualcuno che, «raggiunto da quel cono d’ombra che la terra proietta», ha in qualche modo scelto di puntare dritto verso il sole, un sole nero. La solitudine, per tutti gli artisti narrati in questi saggi, ha a che fare con il buio e con la ricerca della luce. In un piccolo delizioso inedito, dono di questo volume di Manzoni, Giovanni Testori riconosce in Van Gogh – che per comunicare la sua decisione di farsi ricoverare all’ospedale psichiatrico di Saint Rémy, aveva scritto al fratello Theo: “sto pensando di accettare completamente il mio mestiere di pazzo” – una traiettoria in qualche modo affine e parallela nel corteggiare luce e oscurità. Testori identifica come tratto distintivo dell’opera di Van Gogh la “sconfinatezza della luce, che va ben oltre le luci che fin lì la pittura aveva conosciuto”, luce di fronte alla quale, nelle sue oscillazioni di follia, disperazione, esaltazione, l’artista riesce “miracolosamente a sostare e resistere”. Giovanni Raboni, nel saggio dedicato a Proust, identifica la solitudine come uno strumento indispensabile per raggiungere il bene supremo, «la conoscenza del senso, l’anima delle cose»: è necessaria perché crea uno «spazio» reale, proprio come accade nello studio della struttura della materia, che è visibile solo all’interno di un acceleratore di particelle. E Nadia Fusini, alcune pagine dopo, fa eco a questi raggi ragionando sulla ferita di Kafka per cui «definitivo è solo il dolore», la notte. Tanto che appunta sul suo diario «Di giorno non so scrivere. La luce distrae». Eppure, attraverso il buio della solitudine, il dolore ci consegna la forma. Niente come i versi di Emily Dickinson descrive come quella luce laterale, filtrata – «quell’angolo di luce» «che opprime come musica»– può trovare nella solitudine uno sfondo necessario all’emergere, forse, di qualcosa di nuovo: «Insegnarla è impossibile - / il suggello è l’angoscia, / imperiale afflizione / discesa a noi dall’aria. / Quando viene, il paesaggio /ascolta, fino l’ombre / trattengono il respiro. /E quando va, somiglia alla distanza / sul volto della morte».
Un recente ricchissimo libro a cura di Marco Manzoni osserva questa relazione da un’inclinazione specifica: l’intreccio tra creazione artistica, malessere e solitudine. Il volume si apre con una prima sezione in cui grandi nomi della psichiatria, della psicoanalisi e della filosofia (Eugenio Borgna, Carla Stoppa, Iolanda Stocchi, Luigi Zoja, Emanuele Severino, Carlo Bo) s’interrogano appunto sulla «malattia creativa», un’espressione di Ellenberger ripresa sia da Zoja che da Stocchi, per fare poi spazio a un coro di voci, tra le più importanti della critica, della letteratura e della filosofia, che tentano in queste pagine di scioglierne l’enigma (Giovanni Testori su Van Gogh, Marco Garzonio su Montale, Giovanni Raboni su Proust, Sergio Perosa su James, Nadia Fusini su Kafka, Giuseppe Zigaina su Pasolini, Patrizia Violi su Yourcenar, Carlo Sini su Nietzsche, Marco Gay su Jung, Quirino Principe su Schumann, Andrea Bisicchia su Strindberg e Remo Bodei su Hölderlin).
L’atto creativo ha a che fare con il tempo, un kairós sfuggente, che può essere avvicinato in quelli che Manzoni nella sua introduzione identifica come «momenti critici e topici» dell’esistenza. L’ouverture è un piccolo esemplare saggio di Eugenio Borgna, alla cui memoria il volume è dedicato, che avvicina l’esperienza psicotica ricordandoci che l’irrompere della follia, quella radicale rottura del contatto con il reale, «è in ogni caso una possibilità umana». E aggiunge che attraverso percorsi diversi da quelli abituali, sentieri misteriosi, l’esperienza psicotica trasforma e rinnova: talora può farsi esperienza creativa. Tornano alla mente le osservazioni di Donald Winnicott, che vede l’artista come qualcuno che ha “la capacità e il coraggio” di restare in contatto con quei processi primitivi che le persone sane rischiano di perdere, impoverendosi. Processi tanto vitali che per lui uno dei compiti della psicoanalisi è «permettere alla follia di diventare un’esperienza accettabile», se non la si evita. Per questo l’esperienza degli artisti è così fondamentale. Ed è di solitudine, una solitudine essenziale, «una solitudine intrinseca fondamentale e inalterabile» che caratterizza lo stato originario in cui «l’essere emerge dal non essere» e che permane durante tutto il corso della vita.
Nell’opera di alcuni artisti rintracciamo «l’esile inconfondibile tramatura atmosferica» dell’angoscia psicotica, che Borgna identifica nella straordinaria bellezza e «friabilità mortale» delle liriche di Hölderlin – poeta che fa da cornice al volume di Manzoni, poiché a lui è dedicato anche l’ultimo saggio di Remo Bodei. In effetti Hölderlin è il poeta della Umnachtung, quella situazione di ottenebramento in cui sulla mente è calata la notte e il pensiero è avvolto. Anche Jean Laplanche, in un magnifico libro a lui dedicato, immagina Hölderlin come qualcuno che, «raggiunto da quel cono d’ombra che la terra proietta», ha in qualche modo scelto di puntare dritto verso il sole, un sole nero. La solitudine, per tutti gli artisti narrati in questi saggi, ha a che fare con il buio e con la ricerca della luce. In un piccolo delizioso inedito, dono di questo volume di Manzoni, Giovanni Testori riconosce in Van Gogh – che per comunicare la sua decisione di farsi ricoverare all’ospedale psichiatrico di Saint Rémy, aveva scritto al fratello Theo: “sto pensando di accettare completamente il mio mestiere di pazzo” – una traiettoria in qualche modo affine e parallela nel corteggiare luce e oscurità. Testori identifica come tratto distintivo dell’opera di Van Gogh la “sconfinatezza della luce, che va ben oltre le luci che fin lì la pittura aveva conosciuto”, luce di fronte alla quale, nelle sue oscillazioni di follia, disperazione, esaltazione, l’artista riesce “miracolosamente a sostare e resistere”. Giovanni Raboni, nel saggio dedicato a Proust, identifica la solitudine come uno strumento indispensabile per raggiungere il bene supremo, «la conoscenza del senso, l’anima delle cose»: è necessaria perché crea uno «spazio» reale, proprio come accade nello studio della struttura della materia, che è visibile solo all’interno di un acceleratore di particelle. E Nadia Fusini, alcune pagine dopo, fa eco a questi raggi ragionando sulla ferita di Kafka per cui «definitivo è solo il dolore», la notte. Tanto che appunta sul suo diario «Di giorno non so scrivere. La luce distrae». Eppure, attraverso il buio della solitudine, il dolore ci consegna la forma. Niente come i versi di Emily Dickinson descrive come quella luce laterale, filtrata – «quell’angolo di luce» «che opprime come musica»– può trovare nella solitudine uno sfondo necessario all’emergere, forse, di qualcosa di nuovo: «Insegnarla è impossibile - / il suggello è l’angoscia, / imperiale afflizione / discesa a noi dall’aria. / Quando viene, il paesaggio /ascolta, fino l’ombre / trattengono il respiro. /E quando va, somiglia alla distanza / sul volto della morte».
Marco Manzoni (a cura di)
Creazione e mal-essere. Quando la solitudine
diventa arte
Moretti&Vitali, pagg. 272, € 24
Moretti&Vitali, pagg. 272, € 24

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