martedì 14 aprile 2026

Una crepa per i sovranisti

Goffredo Buccini
Una crepa per i sovranisti

Corriere della Sera, 14 aprile 2026

Era «il Trump prima di Trump». Logico che la caduta di Viktor Orbán faccia il botto. Non solo perché l’europa da domenica sera può respirare un po’ più liberamente, sollevata forse dai veti con cui il premier ungherese la teneva sotto ricatto. E nemmeno perché ora si sbloccheranno, forse, i 90 miliardi già deliberati dall’Unione per sostenere ancora un po’ il povero Zelensky e la sua Ucraina sotto attacco.

C’è una ragione più profonda, che attiene al vasto mondo di cui l’autocrate sconfitto era alfiere. Filosofia Maga, populismi e sovranismi che hanno segnato un decennio, dal 2015-16 a oggi, non possono non incastrarsi in questa strettoia. Volti che hanno caratterizzato una lunga stagione di egemonia anche culturale salgono ora sulla giostra dell’inquietudine: dagli inglesi Boris Johnson e Nigel Farage, alla francese Marine Le Pen e alla tedesca Alice Weidel, fino ai sovranisti di casa nostra, Matteo Salvini in testa. Una politica pragmatica come Giorgia Meloni ha iniziato già da qualche tempo a marcare, pur senza strappi plateali, differenze dal trumpismo doc, ma la riflessione non risparmia nessuno. E la questione è semplice: il voto in Ungheria può essere una prima crepa dentro una narrazione che pareva avesse conquistato menti e cuori in America e in Europa? Come i moti anti Wto di Seattle del novembre 1999 segnarono l’inversione dei sentimenti collettivi contro una globalizzazione sostenuta da democrazie liberali troppo egoiste e distanti, così questa primavera magiara può segnalare che stanchezza e paura stanno prevalendo nel pianeta di The Donald, fino a ieri blocco vittorioso e inscalfibile almeno in apparenza?

Le catene globali del valore e le catene globali del dolore sono state assai intrecciate nella crisi dell’Occidente. L’allungarsi delle prime ha determinato la svalutazione del lavoro quale accesso a una vita libera e dignitosa, quello delle seconde la svalutazione del voto come strumento di partecipazione alla sorte democratica di una collettività. In un saggio del 2018 («Stati Nervosi»), William Davies spiegava proprio con il senso di perdita di controllo la svolta sovranista di metà anni Dieci: così come gli atti di autolesionismo individuale derivano dal bisogno di sentirsi in controllo, se non altro del proprio dolore, anche gli atti di autolesionismo collettivo discenderebbero dal medesimo bisogno; sicché, interi gruppi, privati di diritti, possono arrivare a sabotare il proprio benessere o la propria libertà se ciò garantisce loro un po’ di controllo sul futuro o, meglio, l’illusione di questa garanzia.

Il populismo sovranista sta tutto qui. Il primo trumpismo è figlio della crisi finanziaria e poi economica generata dal crac di Lehman Brothers del 2008, in seguito tracimata in disastro dei debiti sovrani: ricordate le immagini dei dipendenti che, perso il posto, uscivano disperati, scatoloni tra le braccia, sulla Settima Avenue di New York? E la disperazione dei greci strangolati dalla Troika? La globalizzazione dura, causa della desertificazione della Rust Belt, produrrà negli anni Dieci un piccolo caso letterario, «L’elegia americana», da cui deriverà più tardi un grande caso politico, l’ascesa del suo autore, JD Vance, alla vicepresidenza degli Stati Uniti. La Brexit, suscitata contro un’unione europea algida e burocratica, si nutrirà delle fandonie della propaganda leave sulle fiancate dei rossi pullman londinesi: uscendo dalla Ue — assicuravano i brexiteer — una cornucopia di 350 milioni di sterline a settimana sarebbe piovuta sul malconcio servizio sanitario nazionale! La «democrazia illiberale» inventata da Orbán, sarà un ossimoro di successo.

Il gruppo di Visegrad, con la Polonia dei fratelli Kaczynski in asse col premier ungherese, è tradizione, richiamo ai valori cristiani, autocrazia competitiva: si vota ancora, ma contropoteri e sistemi di controllo saltano tutti. E per un popolo che, in fondo, non pensa di poter più cambiare il proprio destino col voto, i sovranisti fingono di avere risposte facili. Funziona, per un po’.

Gli ultimi anni e gli ultimi eventi producono tuttavia un nuovo mutamento. Orbán era il modellino in laboratorio di Steve Bannon, «un grande leader morale»: non c’è dubbio che ad alienargli il voto della sua gente sia stato il sistema cleptocratico che ha reso l’Ungheria il Paese più corrotto e uno dei più poveri dell’unione europea. Ma a spendersi invano per lui sono stati tutti i leader sovranisti del mondo, a cominciare da Trump, passando a Vance, planato addirittura a Budapest per gli ultimi giorni di una campagna elettorale in cui americani e russi sono andati

” Nuove magnifiche sorti progressive si aprono dunque per le democrazie liberali? Calma Il nuovo leader dell’ungheria, Magyar, non è un liberale, militava nel partito di Orbán

a braccetto (proprio Vance è quello che ne è uscito peggio, aprendo il varco nelle gerarchie repubblicane a uno scaltro opportunista come Marco Rubio, assai lontano dall’estremismo Maga).

Le autocrazie così calzanti alla nostra spietata modernità vanno producendo nuove guerre, nuove povertà, nuove paure. Trump, che s’è gettato nell’avventura iraniana a dispetto degli avvertimenti dei suoi generali, sta affossando l’economia mondiale e lancia messaggi sconcertanti sulla cancellazione di intere civiltà, spingendosi ora ad attaccare perfino Leone XIV («è un debole, non sarebbe papa senza di me»), il pontefice americano, sua spina nel fianco. Putin, con la dissennata invasione dell’Ucraina, ha trascinato la Russia in un conflitto più lungo della Seconda guerra mondiale per non riuscire a conquistare nemmeno il Donbass. E alla tanto vilipesa Ue si riaccosta come può il Regno Unito, grazie a Keir Starmer, consapevole degli sciagurati effetti della Brexit.

Nuove magnifiche sorti progressive si aprono dunque per le democrazie liberali? Calma. Anche a voler rimanere sulla notizia di queste ore, il nuovo padrone dell’Ungheria, Peter Magyar, non è un liberale, militava nel partito di Orbán prima di rompere col capo: ha vinto proprio presentandosi quale nuova destra, diversa, ma pur sempre destra. Come ha osservato Francesco Battistini su queste colonne, garantisce fedeltà all’Unione europea e alla Nato ma era piuttosto ostile all’Ucraina, a un’integrazione troppo stretta e a molti diritti civili già conculcati da Orbán. Più che per le promesse che potrà mantenere va preso per quello che è: una sirena d’allarme per l’internazionale sovranista. Toglie, inoltre, alibi all’Europa, ora nuda con le sue debolezze, senza più l’uomo Nero di Budapest al quale addossare tutte le colpe dei propri ritardi.

Sicché in queste ore le potenti parole di Carlo Levi sullo spirito di servitù e la «paura della libertà», il cui esercizio può essere per taluni faticoso e persino «spaventoso», possono essere rammentate, stavolta, con conforto. Perché forse la tirannia comincia, ragionevolmente, a spaventare un po’ di più.

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