martedì 14 aprile 2026

Trump contro Meloni

Antonio Polito
La premier e lo scatto

Corriere della Sera, 14 aprile 2026

Ci mancavano solo gli insulti al Papa. Ora per Giorgia Meloni sarà difficile immaginare in quale altro modo Trump possa metterla nei guai. Sembra paradossale, ma non lo è: l’ascesa al potere del capo della destra nazionalista americana si è trasformata nel danno maggiore al potere e al consenso della leader della destra nazionalista italiana. Non solo perché The Donald è stato finora così radicale e così bellicista da annichilire ogni suo possibile ruolo di mediatrice in Europa. Ma soprattutto perché tutte le scelte finora compiute dalla nuova Casa Bianca sono state ostili agli interessi degli europei, e dunque anche all’interesse nazionale italiano.
Tra dazi, crisi energetica, inflazione indotta, rallentamento della crescita e possibile incremento dei tassi di interesse, gli italiani stanno assistendo a una specie di Piano Marshall alla rovescia. All’indomani della guerra, sotto la guida di De Gasperi, vedemmo arrivare dall’america derrate e macchinari industriali per aiutarci a ricostruire il Paese; oggi il flusso di risorse e di denaro va in senso inverso. Stiamo praticamente pagando la politica «America First» di Donald Trump. La Maga non incanta infatti più nessuno in Europa, nemmeno la destra estrema tedesca.
La defenestrazione del beniamino di Trump e Vance in Ungheria ne è un cospicuo esempio. Ma il guaio maggiore per Giorgia Meloni è che non c’è molto che lei possa fare. Pur senza sbandierarlo, per evidenti ragioni di imbarazzo politico (non è Pedro Sánchez), la premier ha infatti firmato più o meno tutti i documenti europei critici delle scelte di Trump (e di Netanyahu). Dalla Groenlandia alla Nato all’iran ci siamo collocati, più o meno a nostro agio, nel solco della tradizionale politica europeista dell’italia, che quando il gioco si fa duro segue sempre Parigi e Berlino. Roma ha persino rifiutato l’uso della base di Sigonella per gli attacchi all’iran. È un gesto di resistenza esplicita (che prima o poi gli americani, anche con un’amministrazione democratica, ci faranno pagare). Difficilmente si può andare oltre, per un Paese come il nostro.
Eppure il danno di consenso per Giorgia Meloni è comunque elevato. E se anche passasse presto la nottata, la situazione rimarrebbe in ogni caso difficile. Il messaggio con cui ha portato la destra al governo si è infatti usurato. La mistica dell’«underdog», della «figlia del popolo» senza compromissioni con l’establishment, si è inevitabilmente esaurita dopo quattro anni al potere. Oggi Giorgia Meloni è una donna saldamente al comando di uno dei più grandi paesi industrializzati, ne decide la politica fiscale, sceglie i vertici delle più grandi aziende partecipate. La prossima campagna elettorale non potrà certo giocarla di nuovo «dall’opposizione».
D’altra parte, il carburante per il successo dei primi anni è ormai quanto meno in riserva. La stabilità finanziaria che insieme con Giorgetti ha garantito, con effetti benefici sui conti pubblici, rischia di inciampare tra qualche giorno su un decimale o due, se l’arrotondamento dell’istat ci porterà appena sopra il limite del 3% del deficit, impedendoci di uscire anzitempo dalla procedura europea e rendendo più onerosi gli investimenti nella difesa ai quali ci siamo impegnati. La crescita economica e dell’occupazione, ora che si è esaurita la spinta propulsiva del Pnrr, ha bruscamente rallentato, come è inevitabile per un’economia esportatrice in presenza di un tale contesto globale. Crisi industriali di prima grandezza incombono da tempo sul nostro tessuto produttivo.
Non è detto che, come sostiene l’opposizione, tutto ciò sia colpa del governo. I governi hanno poteri limitati in economia. Ma di certo sta annullando ogni «effetto feel good», la rara sensazione di benessere che sola può spingere un elettorato (specie quello volubile italiano) a confermare un governo uscente.
La cosa peggiore che possa fare il centrodestra, e che però già sembra stia facendo, sarebbe dunque di provare a tirare a campare fino alle elezioni, previste tra ben 18 mesi, sperando di cavarsela con l’elenco delle cose fatte e dei risultati ottenuti. Gli elettori non votano sul passato. Il passato di Giorgia Meloni è aver dimostrato di saper reggere la sfida del governo, cosa non facile per una leader della sua provenienza e alla prima esperienza. Ma la prossima volta gli elettori voteranno sul futuro.
Abbiamo già visto leader che speravano di vincere snocciolando cifre e percentuali. Alla fine del 2005, nello studio di Porta a Porta, il vocione di Vittorio Feltri collegato da Milano interruppe l’allora premier Silvio Berlusconi: «Ma basta, non si capisce niente con tutti questi numeri!». Interpretava il sentimento dell’elettorato: nelle elezioni di qualche mese dopo il Cavaliere perse il governo. Sempre nello stesso studio tv l’allora segretario del Pd Pier Luigi Bersani, dato vincente da tutti i sondaggi nelle elezioni del 2013, in un’ora di trasmissione non riuscì a far scrivere sulla lavagna del conduttore neanche una sola promessa su quello che avrebbe fatto nei primi 100 giorni a Palazzo Chigi: finì nelle urne con una celebre «non vittoria».
Giorgia Meloni avrebbe perciò urgente bisogno di una Nuova Grande Idea. Un discorso di verità da fare alla nazione. Un «predellino» programmatico. Una specie di «new deal», in cui spieghi come intende tenere a galla il Paese nella bufera internazionale, e rilanciarlo senza perdere di vista l’equità sociale (soprattutto al Sud, che le sta voltando le spalle).
Lo so: più facile a dirsi che a farsi. Ma per provarci almeno, bisogna far ricorso a una qualità che finora l’elevato professionismo politico della nostra premier, impacciato dai peccati d’origine e dall’ossessione della coerenza, non ha ancora dimostrato: la forza del guizzo. La capacità di adeguare la propria politica alla realtà. Di uscire dai confini della destra e del passato, per rivolgersi alla maggioranza moderata del Paese.

Nessun commento:

Posta un commento