“Parla troppo”: perché i commenti imprevedibili di Trump rappresentano il vero ostacolo un accordo con l’Iran
Patrick Wintour, redattore diplomatico
The Guardian, 21 aprile 2026
Le dichiarazioni contraddittorie del presidente statunitense non fanno altro che rendere Teheran più diffidente nei confronti di qualsiasi accordo che non sia quanto più sicuro possibile
Il mix di minacce e commenti arroganti di Donald Trump, spesso sprezzanti nei confronti dell'Iran, ha rappresentato, tanto quanto il protrarsi del blocco navale statunitense dei porti iraniani, un ostacolo fondamentale alla ripresa dei colloqui di pace tra i due Paesi con la mediazione del Pakistan a Islamabad.
Per quanto il ministero degli Esteri iraniano insista sul fatto che non risponderà a ogni singola dichiarazione rilasciata dal presidente statunitense sui social media riguardo all'Iran (e a volte se ne ricevono anche sette al giorno), Teheran non può ignorarle tutte, anche se contraddicono ciò che agli iraniani viene detto in privato sulle vere intenzioni di Trump.
In effetti, l'impazienza di Trump e il suo stile diplomatico rude sono diventati un ostacolo insormontabile al raggiungimento di una soluzione.
Il capo negoziatore iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf, ha avvertito che "imponendo un assedio e violando il cessate il fuoco", il presidente degli Stati Uniti "cerca di trasformare questo tavolo negoziale – nella sua immaginazione – in un tavolo di resa o di giustificare una rinnovata politica bellicosa. Non accettiamo negoziati all'ombra delle minacce e, nelle ultime due settimane, ci siamo preparati a svelare nuove carte sul campo di battaglia".
L'ambasciatore iraniano in Pakistan, Reza Amiri Moghadam, ha espresso un concetto simile citando Jane Austen, affermando: "È una verità universalmente riconosciuta che un singolo Paese, in possesso di una grande civiltà, non negozierà sotto minaccia e con la forza".
Così come Trump deve gestire la sua base elettorale lamentosa e l'andamento del mercato azionario, allo stesso modo la leadership iraniana deve rassicurare l'opinione pubblica interna respingendo le affermazioni di Trump sull'umiliazione e la disperazione dell'Iran, o la sua insistenza sul fatto che l'Iran abbia fatto marcia indietro sulla questione cruciale delle sue scorte di uranio altamente arricchito.
Trump, ad esempio, venerdì scorso ha risposto a un tweet del ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi, secondo cui l'Iran avrebbe revocato alcune delle restrizioni nello Stretto di Hormuz, salutando di fatto la sconfitta dell'Iran, invece di ricambiare revocando il blocco statunitense, come l'Iran si aspettava.
Più tardi, in una delle tante interviste telefoniche di quel giorno, Trump disse: "Loro [l'Iran] vogliono che io lo apra. Gli iraniani vogliono disperatamente che venga aperto. Non lo aprirò finché non verrà firmato un accordo". In un'altra intervista senza filtri, disse: "Hanno accettato tutto", aggiungendo nello specifico: "Hanno accettato di non chiudere mai più lo stretto di Hormuz". Il giorno dopo, l'Iran chiuse lo stretto , dando l'impressione che Trump, non per la prima volta, avesse sottovalutato la determinazione dell'Iran.
Martedì, una rappresentanza diplomatica iraniana in Ghana ha fatto notare: "Nelle ultime 24 ore il presidente degli Stati Uniti ha: ringraziato l'Iran per la chiusura di Hormuz; minacciato l'Iran; incolpato la Cina; elogiato la Cina; dichiarato il blocco un successo; confermato che l'Iran si è rifornito grazie al blocco; promesso un accordo con l'Iran; promesso che le bombe cadranno sull'Iran". L'ambasciata ha descritto Trump come un gruppo di chat WhatsApp formato da una sola persona.
Nel fine settimana, il viceministro degli Esteri iraniano, Saeed Khatibzadeh, ha detto di Trump: "Parla troppo".

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