domenica 19 aprile 2026

Mein Kampf. Era tutto scritto

Frediano Sessi
Passato presente. Era tutto scritto

Corriere della Sera La Lettura, 19 aprile 2026

La domanda iniziale che si pongono Marcello Flores e Giovanni Gozzini nel presentare la loro «edizione critica commentata» del Mein Kampf di Adolf Hitler, che si avvale di una traduzione magistrale dal tedesco di Roberto Venuti e per la quale si è scelto di omettere il nome dell’autore in copertina, si interroga sulle ragioni di questa scelta editoriale oggi. Da quanto scrivono nell’introduzione, che ripercorre le tappe più rilevanti della vita del giovane Hitler fino alla sua ascesa al potere nel gennaio 1933, si comprende che il libro, che diventerà la bibbia del nazismo, è un oggetto storico che, dalla prima edizione (1925-1926), non è mai stato rimosso dal presente e mai è stato «completamente relegato a un passato barbaro — ha scritto lo storico francese Florent Brayard — che vorremmo fosse finito e molto lontano». Per un secolo ormai e forse per molti anni ancora, il libro di Hitler è stato venduto in centinaia di milioni di esemplari, non solo in Europa e negli Usa, ma anche in Turchia, India, Russia, Indonesia, Libano e in molti altri Paesi. Dopo l’avvento di internet la sua diffusione è cresciuta anche se spesso il libro si trova in siti che inneggiano alla nostalgia della Germania nazista e che offrono al lettore una versione del testo non sempre completa e rispondente all’originale.
Questo libro appartiene ancora al nostro mondo, «a maggior ragione, scrivono i curatori della nuova edizione, se si attraversa una fase storica, come l’attuale, di risorgenza di “democrazie illiberali”, autocrazie e guerre». Certo, forse sarebbe preferibile che il Mein Kampf, sulla cui ideologia si è costruito uno dei regimi più criminali della storia, non fosse ancora parte del nostro presente e non fosse allo stesso modo capace di parlare ai nuovi architetti di un mondo fondato sulla guerra e sulla violenza. Ma il passato, ha scritto ancora Florent Brayard, «non è mai totalmente dietro di noi e ha mille modi di insinuarsi nel nostro presente così come noi stessi gli siamo legati con mille lacci».
I curatori della nuova edizione italiana, oltre a sottolineare che «la conoscenza è sempre meglio dell’ignoranza o della censura» — sostenendo che questa idea di fondo è alla base della loro scelta di riproporre al lettore un libro che spesso incita, in numerosi passaggi, all’odio razziale — suggeriscono che proprio la lettura del testo di Hitler ci aiuta a tenere aperti gli occhi sul presente. «Badate, il diavolo è vecchio; invecchiate e lo capirete. Ciò non è nel senso dell’atto di nascita — fa dire Goethe al suo Faust — ma nel senso che, anche di fronte a questo diavolo, se si vuole farla finita con lui, non vale ricorrere alla fuga, come oggi avviene così volentieri, ma bisogna scrutare bene in fondo le sue vie, per capire la sua potenza e i suoi confini». E aggiungiamo, i suoi limiti, le sue fragilità che implicano comunque, in ogni tempo, conoscenza e comprensione dei fatti storici e di quelli che accadono. 
Il Mein Kampf prende origine da una sconfitta politica, quando Hitler condannato a cinque anni di carcere il 1° aprile 1923, era rinchiuso nella prigione di Landsberg, insieme con altri militanti nazisti, dopo il fallito colpo di stato che sarebbe servito a prendere il potere nella Baviera. La pubblicità che venne data al processo aveva trasformato i golpisti, e Hitler in particolare, in uomini politici di primo piano, noti in tutta la Germania. «I prigionieri avevano il diritto di fare sport, di stare all’aperto cinque ore al giorno e di vivere in celle molto confortevoli oltre che ricevere visitatori», ha scritto Peter Longerich nella sua biografia del Führer. Secondo quanto attesta la direzione della prigione, il capo del partito nazista tra l’aprile e l’ottobre del 1924 poté ricevere 350 visitatori, tra i quali amici, compagni di partito, uomini in cerca di lavoro, creditori, ma anche curiosi. Hitler, inoltre, aveva a disposizione due segretari: lo studente di diritto Hermann Fobke ed Emil Maurice, che lo aiutavano nella corrispondenza. Fu proprio Fobke ad assisterlo nella redazione del testo, in cui Hitler si attribuì un passato ideale che dava un senso e una grandezza alla monotonia della vita di tutti i giorni, trascorsi prima della Grande guerra.
Nonostante una condanna a cinque anni, Hitler venne liberato il 20 dicembre 1924, solo nove mesi dopo. Il manoscritto era quasi pronto per la pubblicazione ma il futuro Führer della Germania era stato liberato con la condizionale e rischiava di essere espulso in Austria, sua nazione di nascita, se non si fosse attenuto alle prescrizioni del tribunale. Nei mesi che seguirono, continuò a lavorare al libro, ma prese la decisione di pubblicare i contenuti e le parti più politiche, che contenevano giudizi contro le autorità bavaresi, in un secondo volume.
Nel maggio 1925 diede alle stampe il primo volume. Come ha ricordato lo storico tedesco Longerich, non è provato che Maurice, compagno di partito e autista personale di Hitler, e Rudolf Hess, futuro vice di Hitler (Reichsleiter) nei primi anni di governo della Germania, o qualche altro personaggio del suo entourage abbiano contribuito a svilupparne il contenuto. Poiché il tono delle pagine del primo volume, reso in modo perfetto dal traduttore italiano Roberto Venuti, è quello dello stile orale, oggi si è giunti a concludere che fosse una precisa scelta dell’autore e non tanto il frutto di un testo dettato e successivamente corretto e scritto con il contributo di altri. Questo primo libro tratta principalmente argomenti autobiografici, a dire il vero un po’ romanzati, fino ai primi anni di militanza nel partito nazista. Si trovano anche parti o capitoli dedicati alla Prima guerra mondiale, considerata il momento storico in cui la patria tedesca viene colpita alle spalle dai nemici interni, non ariani; e alcuni altri grandi temi, tra i quali quello della comunità di popolo e la questione della razza. Il suo racconto si interrompe all’anno 1920.
Per scrivere il secondo volume, Hitler si ritirò a Berchtesgaden e a Obersalzberg, dove nel 1928 affittò la casa, costruita da Otto Winter, che diventerà una delle sue residenze private, il Berghof (Corte di montagna). In quelle settimane riprese in mano alcuni capitoli espunti dal primo libro e decise di farli precedere da un lungo testo teorico e programmatico, in cinque capitoli. Il 26 settembre 1926 — ha riferito lo storico austriaco Othmar Plöckinger — Elsa Bruckmann, editrice che presentò Hitler a grandi industriali tedeschi, scrisse al marito: «Hitler ha fatto le ore piccole, fino al mattino, e mi ha riferito un breve riassunto molto interessante del secondo volume, al quale mancano ancora 60-70 pagine. In una settimana ne ha dettate 180 e io penso che vadano molto bene».
La redazione del secondo volume fu portata a termine nel mese di novembre del 1926 e la pubblicazione venne proposta al pubblico il 10 dicembre dello stesso anno. Questo secondo libro riprende il racconto autobiografico e la storia del partito nazista in modo disorganico e disordinato, fino a che non tiene più conto della cronologia dei fatti, per soffermarsi a commentare e a esprimere giudizi su molti argomenti (razza, comunità di popolo, sangue puro, eccetera) e sugli accadimenti politici del momento, quasi come se nel testo scritto volesse riproporre al lettore la sua oratoria pubblica, per cui, ha suggerito Ian Kershaw, per il lettore «si rende necessario uno sforzo notevole di sintesi per ottenere da quei pensieri verbosi e retorici, spesso contorti, un vero programma politico».
A una lettura attenta, tuttavia, nel secondo libro emerge in modo deciso la questione dello spazio vitale, legata all’espansione della Nuova Germania e al suo virulento razzismo che lo porta a identificare i bolscevichi con gli ebrei. Dunque, ciò che emerge chiaramente nel Mein Kampf è la necessità della conquista di spazio per la comunità di popolo tedesca nell’Europa dell’est. Infine, tra i tanti progetti spesso irrealistici e utopici, si mostrano chiaramente la sua concezione del mondo futuro e destinato alla razza ariana, e le sue convinzioni in materia di igiene razziale (uccidere gli inadatti e sterilizzare i tedeschi portatori di malattie ereditarie), per poter vegliare sul miglioramento della generazione futura dell’uomo germanico.

L’introduzione di Marcello Flores e di Giovanni Gozzini offre al lettore un quadro di contesto del periodo storico che ha visto l’ascesa e la caduta della Germania nazista: dalla sconfitta tedesca della Prima guerra mondiale, alla crisi della repubblica di Weimar, fino ai problemi inerenti ai gruppi di potere all’interno del Terzo Reich, agli anni della guerra di aggressione per la conquista dell’Urss e dell’Europa, e al passaggio dalla soluzione territoriale della questione ebraica (vale a dire l’espulsione degli ebrei dal suolo tedesco) alla soluzione finale, con i campi di concentramento, i ghetti e i centri di sterminio. Un quadro di contesto necessario al lettore del Mein Kampf.

Anche la nota di traduzione risulta estremamente utile, perché consente di entrare nel modo di pensare di Hitler. Per questo, scrive Roberto Venuti, «la nostra traduzione vuole essere per così dire uno specchio estremamente nitido, per rispettare e mettere a nudo tutte le incoerenze, le formulazioni imprecise, il ductus spesso sconclusionato di Hitler. Invece di offrire un testo semplicemente “fluido” in lingua italiana, si è cercata qui una versione accurata e fedele, che illumini la scrittura originale».

Resta aperta una domanda di fondo: quale rapporto esiste tra il Mein Kampf e lo sterminio di sei milioni di Ebrei e di altre popolazioni dell’Europa? La violenza delle frasi antisemite non lascia dubbi: l’ebreo è un verme in un corpo; è una pestilenza spirituale peggio della morte nera; un parassita delle altre nazioni; un bacillo vagante per il mondo capace di infettare, e distruggere le razze più pure e superiori; la sua è una tirannia da vampiro. Il carattere mostruoso delle teorie hitleriane non è affatto dissimulato nel libro. Eppure, gli storici oggi non vedono più un legame automatico di causa/effetto tra le sue idee e la realtà; non ci fu una linea retta che congiunse il Mein Kampf con Auschwitz. Circostanze storiche legate soprattutto alla guerra razziale hanno determinato le condizioni per lo sterminio, pensato seriamente quindici anni prima da Hitler.

Leggere questo libro oggi significa imparare a dare un peso alle parole, soprattutto quando pronunciate da chi si trova ad avere un potere enorme negli Stati e nell’economia.

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